ebook di Fulvio Romano

giovedì 26 ottobre 2017

“Quando una società è in crisi torna l’odio contro l’ebreo Lo vediamo in Europa e Usa”

LA STAMPA

Italia

“Quando una società è in crisi

torna l’odio contro l’ebreo

Lo vediamo in Europa e Usa”

La scrittrice Doron: “Non è solo ignoranza, c’è di più”

«Ho visto, non deve raccontarmi nulla. Forse le sembrerà strano, ma quello che è successo in Italia è arrivato immediatamente anche qui in Israele». La scrittrice israeliana Lizzie Doron, figlia di una sopravvissuta alla Shoah, ha letto della vergognosa vicenda degli adesivi raffiguranti Anna Frank con la maglia della Roma nella sua casa di Tel Aviv. Lei ha iniziato a raccontare la sua storia per necessità, quando a scuola la figlia dovette fare una ricerca sulle proprie radici familiari. Nacque «Perché non sei venuta prima della guerra», prima di una grande serie di opere dedicate alla Shoah. «Qui hanno dato la notizia senza aggiungere dettagli, commenti o approfondimenti. Anna Frank è per tutti noi un simbolo. In Israele non abbiamo bisogno di commentare questi eventi, toccano le nostre memorie vive sulla Shoah. Ne abbiamo così rispetto che sono ancora un tabù».

Come spiega ciò che è accaduto allo Stadio Olimpico di Roma? «Mi piacerebbe pensare che la causa che può spingere delle persone a un gesto del genere sia solo l’ignoranza e la stupidità. Ma non può essere solo questo e, sarò sincera, non ho spiegazioni. Però sono certa che non sia un gesto circoscritto, fine a se stesso, ma un sintomo di qualcosa di più ampio. Esso rappresenta il momento della legittimazione dell’odio. Non va visto come una bravata, è “solo” una celebrazione di odio. Quando una società è in crisi si ritirano fuori le memorie del passato, in questo caso l’odio contro l’ebreo. Lo abbiamo visto negli Usa e in Europa». Ma come è possibile vedere in Anna Frank un veicolo di odio? «Anna Frank non è solo un simbolo ebraico, ma lo è per tutta l’umanità: una bambina a cui è stata strappata prima l’infanzia e poi la vita, che voleva un’esistenza normale e che a suo modo ha combattuto sino all’ultimo per averla. E non era neanche un simbolo contro qualcuno. Guardatela. Come fa a suscitare odio? È molto interessante che sia diventata un’icona per chi odia. Lei è una figura così spirituale, una bambina, che non ha nulla a che fare con l’immagine della forza o della minaccia. È innocenza pura, anche a livello iconografico. Vorrei veramente incontrare gli autori di questo gesto». Cosa direbbe loro? «Sembra assurdo, ma mi viene da dire che oltre a un gesto orrendo è anche una stupida scelta! Se guardi il viso di questa bambina non è possibile odiarla. Gli chiederei, veramente per comprendere, il senso del loro gesto. Racconterei loro la mia storia personale, di persona cresciuta senza una famiglia a causa della Shoah. Da una storia così triste si potrebbe trarre qualcosa di buono». Capita spesso che il seme dell’antisemitismo e del razzismo si annidi nel calcio. Perché? «Guardi, penso che il campo di calcio sia una sorta di laboratorio scientifico, di competizione non sempre sana e positiva. Spesso è anche territorio di brutalità, in cui le persone hanno bisogno di un nemico. E questa visione spesso si riflette sugli spalti». Claudio Lotito è andato a deporre una corona davanti alla Sinagoga. Un gesto efficace? «Ho sentito la ferma condanna del mondo dello sport e della politica, e della corona di Lotito. Bei gesti, ma fine a se stessi e inutili. Non ho soluzioni, e non sono ottimista, è difficile cambiare. Ciò che si dovrebbe fare con questo tipo di odiatori è fare nascere in loro una forma di empatia ed educarli: io li manderei ad aiutare le persone sole, magari i nuovi immigrati e i loro bambini. Credo nelle relazioni umane, e credo che solo attraverso di esse si possa cambiare». BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

ariela piattelli


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