ebook di Fulvio Romano

sabato 25 agosto 2018

Ecco la strategia comunicativa del nazista Goebbels( tornata di attualità oggi, specie sui social)

1. Principio della semplificazione e del nemico unico.

E’ necessario adottare una sola idea, un unico simbolo. E, soprattutto, identificare l’avversario in un nemico, nell’unico responsabile di tutti i mali.

2. Principio del metodo del contagio.
Riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo.

3. Principio della trasposizione.
Caricare sull’avversario i propri errori e difetti, rispondendo all’attacco con l’attacco. Se non puoi negare le cattive notizie, inventane di nuove per distrarre.

4. Principio dell’esagerazione e del travisamento.
Trasformare qualunque aneddoto, per piccolo che sia, in minaccia grave.

5. Principio della volgarizzazione.
Tutta la propaganda deve essere popolare, adattando il suo livello al meno intelligente degli individui ai quali va diretta. Quanto più è grande la massa da convincere, più piccolo deve essere lo sforzo mentale da realizzare. La capacità ricettiva delle masse è limitata e la loro comprensione media scarsa, così come la loro memoria.

6. Principio di orchestrazione.
La propaganda deve limitarsi a un piccolo numero di idee e ripeterle instancabilmente, presentarle sempre sotto diverse prospettive, ma convergendo sempre sullo stesso concetto. Senza dubbi o incertezze. Da qui proviene anche la frase: “Una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità”.

7. Principio del continuo rinnovamento.
Occorre emettere costantemente informazioni e argomenti nuovi (anche non strettamente pertinenti) a un tale ritmo che, quando l’avversario risponda, il pubblico sia già interessato ad altre cose. Le risposte dell’avversario non devono mai avere la possibilità di fermare il livello crescente delle accuse.

8. Principio della verosimiglianza.
Costruire argomenti fittizi a partire da fonti diverse, attraverso i cosiddetti palloni sonda, o attraverso informazioni frammentarie.

9. Principio del silenziamento.
Passare sotto silenzio le domande sulle quali non ci sono argomenti e dissimulare le notizie che favoriscono l’avversario.

10. Principio della trasfusione.
Come regola generale, la propaganda opera sempre a partire da un substrato precedente, si tratti di una mitologia nazionale o un complesso di odi e pregiudizi tradizionali.
Si tratta di diffondere argomenti che possano mettere le radici in atteggiamenti primitivi.

11. Principio dell’unanimità.
Portare la gente a credere che le opinioni espresse siano condivise da tutti, creando una falsa impressione di unanimità.

Orsina: il conflitto fra legge e consenso

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il conflitto

fra legge e consenso

Giovanni Orsina

La politica migratoria di Salvini può essere osservata da tre punti di vista: l’efficacia, il diritto, il consenso.

L’efficacia è evidente. Fra l’altro, pone la strategia del leader leghista su una linea di continuità con quella del suo predecessore, Marco Minniti. Ma come – si dirà – quale gran risultato sarà mai, tenere in ostaggio centocinquanta disgraziati nel Porto di Catania? In sé bloccare la Diciotti è ben poca cosa, certo, ed è per tanti versi inaccettabile. Il messaggio implicito in quel blocco e in tutto il disegno che lo circonda risuona forte e chiaro, però: cari migranti, evitate proprio di partire. O, se partite, vedete bene di non seguire la rotta del Mediterraneo Centrale. Quel messaggio – difficile negarlo – è stato ascoltato: il flusso dal Niger alla Libia, ad esempio, si è ridotto del quaranta per cento; mentre gli immigrati che hanno scelto la via del Mediterraneo Occidentale, approdando in Spagna, sono saliti quest’anno a ventiseimila, dagli ottomila del 2017.

Che l’efficacia (di Salvini, ma anche di Minniti) sia stata raggiunta a scapito dei diritti dei migranti, e violando o quanto meno forzando il diritto internazionale, è altrettanto evidente. Non passa giorno che gli avversari del leader leghista non battano su questo chiodo, alternando il martello etico a quello giuridico. La loro opposizione, in linea di principio, è del tutto giustificata – ma trova un limite invalicabile nell’incapacità di dar risposta a una domanda essenziale: come sia possibile coniugare il rispetto sacrosanto dei diritti, e del diritto, con l’esigenza politica altrettanto sacrosanta che i flussi migratori siano governati.

La cultura dei diritti è una straordinaria acquisizione di civiltà che nel corso degli ultimi decenni è cresciuta molto, ma non sempre bene. S’è dilatata, in primo luogo: oggi tutti i bisogni e desideri si presentano travestiti da diritti. È esondata dal suo alveo storico, poi: lo Stato-nazione. Ha messo in ombra le indispensabili contropartite, in terzo luogo – quelle per le quali, se ci son dei diritti, bisognerà pure che ci siano dei doveri. Infine ha esasperato la propria natura, per così dire, perfezionistica: una volta riconosciuto, il diritto dovrà essere soddisfatto per intero, subito, non saranno tollerati compromessi. Con gli anni questi sviluppi, e l’ultimo in particolare, hanno reso il discorso dei diritti sempre meno capace di misurarsi coi limiti di un mondo concreto nel quale, inevitabilmente, non tutti i diritti potranno esser soddisfatti del tutto e per tutti. Chi si chieda per quale ragione le sinistre – che a quel discorso stanno aggrappate da quarant’anni, per convinzione o disperazione – perdano terreno ovunque in Europa e sembrino aver smarrito il contatto con la realtà, farebbe bene a cercare anche da queste parti.

Prese insieme, la concretezza della politica migratoria di Salvini (e Minniti) e l’astrattezza del discorso dei diritti possono render conto, almeno in parte, del consenso raccolto dal leader leghista. Pregiudizi razzisti e razzismo aperto sono diffusi ovunque, e non si vede perché l’Italia dovrebbe esserne immune. Difficile immaginare inoltre che la retorica salviniana non li abbia alimentati, o comunque legittimati. Non mi sembra impossibile ipotizzare, tuttavia, che in moltissimi italiani la convinzione che il flusso migratorio vada arrestato sia maturata sul terreno non tanto del pregiudizio, quanto del buon senso. Lo mostra con una certa chiarezza uno studio demoscopico Ipsos che Federico Fubini ha presentato sul Corriere della Sera del 22 luglio scorso: più della xenofobia, pesa la persuasione che lo Stato italiano sia troppo fragile per gestire efficacemente i flussi migratori. Ossia il timore che, messa sotto eccessiva pressione dalla purezza adamantina del discorso dei diritti, la ben più prosaica realtà della Penisola finisca per spezzarsi, a danno di tutti. 

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venerdì 24 agosto 2018

I VICEPREMIER E LE SPALLATE AL SISTEMA Lucia Annunziata

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I VICEPREMIER

E LE SPALLATE AL SISTEMA

Lucia Annunziata

Non ha paura delle eventuali accuse dei giudici, «perché ho con me i cittadini». Non si fa smuovere dal dissenso del presidente della Camera Fico o dalle pressioni del suo stesso premier o del Quirinale: «Ognuno faccia il suo lavoro nel suo ruolo». Parlando da «ministro, italiano e papà» Matteo Salvini ha concluso una convulsa giornata di scontro rimanendo in trincea, e incassando la piena solidarietà di Luigi Di Maio. 

L’intervento sulla Diciotti segna un salto politico: c’è dentro un passaggio di toni che rende chiaro che lo scontro intorno alla nave si è fatto più alto.

Il No del vicepremier si erge contro la magistratura, il presidente della Camera, il premier del suo governo, e, infine, contro il Quirinale. Insomma, la polemica è stata portata nel cuore delle istituzioni. Con l’entusiastico consenso di Luigi Di Maio che, parlando a nome di tutto il movimento (sconfessando insomma Fico) vi aggiunge un proprio carico: chiede soluzioni europee già per oggi nella riunione convocata in Europa, «oppure non daremo più i venti miliardi all’Europa». 

C’è materiale per una crisi di governo, si sarebbe detto in altri tempi. Ma non è questo a cui pensano i due vicepremier. La loro è l’ennesima sfida all’equilibrio esistente del governo giallo-verde. Ma la critica alla democrazia rappresentativa per questa coalizione ha molto poco della dichiarazione ideologica; è piuttosto una efficace arma «pratica», un potente grimaldello per girare i rapporti di forza a proprio favore. 

Cosa vogliono guadagnare dunque ora Matteo e Luigi allargando lo scontro? Davvero pensano di poter bloccare Mattarella, Conte, Fico e i magistrati, tutti insieme? 

Bloccarli forse no. Ma metterli in imbarazzo, sì. Agli occhi dell’opinione pubblica (quel «papà» che fa tanto uomo comune) per alzare il tiro contro l’obiettivo di sempre l’Europa. Questa Europa che sulla vicenda dei migranti si è rivelata in verità di nuovo indifendibile. A parte i pochi gesti di solidarietà - fatti più che altro per compensare le durezze salviniane nei giorni della chiusura dei porti italiani - il famoso impegno sulla ripartizione dei migranti illegali fra tutti i Paesi europei è rimasto lettera morta. Nel caso attuale della Diciotti è successo di peggio. Questa volta infatti il No europeo non è stato rivolto a Salvini, ma all’Italia nelle vesti delle nostre massime autorità - il ministro degli Esteri Moavero, il premier e lo stesso presidente Mattarella. 

Salvini e Di Maio sanno tutto questo. I loro No parlano dell’Europa, ma servono soprattutto a esporre al pubblico la sconfitta diplomatica, la impotenza della più alte cariche dello Stato, la paralisi dell’Italia nel rapporto con questa Europa. orse finirà come sempre con una pecetta finale, una nuova polemica. Ma nel frattempo l’azione dei leader di Lega e M5S che sta umiliando 177 uomini e donne, è riuscita: a) a umiliare anche gli sforzi delle nostre istituzioni, b) a preparare il prossimo scontro con l’Europa, che è quello sulla prossima finanziaria, c) a collocare i due vicepremier, agli occhi degli elettori, come gli unici uomini di azione in un Paese con una classe dirigente piegata o corrotta. 

Fornendo contemporaneamente un’utile scusa a priori per eventuali sconfitte di questi stessi leader. 

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giovedì 23 agosto 2018

Hannah Arendt. L’inquietante attualità di “Le origini del totalitarismo”

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L’inquietante attualità di “Le origini del totalitarismo”

Hannah Arendt

Così descrisse (nel ’51) 

i populismi

del Terzo millennio

Le origini del totalitarismo, il saggio scritto nel 1951 dalla politologa Hannah Arendt, è considerato uno dei libri più importanti del XX Secolo per l’analisi dei movimenti politici totalitari d’inizio ’900, in particolare del nazismo e dello stalinismo (secondo Arendt, il fascismo era invece un movimento nazionalista e autoritario). All’indomani dell’elezione di Donald Trump, i giornali internazionali segnalarono la ritrovata popolarità del saggio di Arendt, assieme a 1984 di George Orwell, e rileggendo l’ultima parte del saggio, quella dedicata alla trasformazione delle classi in masse, al ruolo della propaganda e all’organizzazione dei movimenti, si capisce bene perché. 

Arendt descriveva il nuovo soggetto politico come «la folta schiera di persone politicamente neutrali che non aderiscono mai a un partito e fanno fatica a recarsi alle urne». Secondo Arendt, i movimenti totalitari europei «reclutarono i loro membri da questa massa di gente manifestamente indifferente, che tutti gli altri partiti avevano lasciato da parte perché troppo apatica o troppo stupida. Il risultato fu che in maggioranza furono composti da persone che non erano mai apparse prima sulla scena politica. Ciò consentì l’introduzione di metodi interamente nuovi nella propaganda e un atteggiamento d’indifferenza per gli argomenti degli avversari; oltre a porsi al di fuori e contro il sistema dei partiti nel suo insieme, tali movimenti trovarono un seguito in settori che non erano mai stati raggiunti, o “guastati”, da quel sistema».

Se l’analisi è familiare, è proprio perché ricorda il reclutamento popolare e di classe dirigente dei nuovi partiti populisti occidentali di questo scorcio di secolo. Allora come adesso, prendendo a prestito le parole di Arendt, questi movimenti «misero in luce quel che nessun organo dell’opinione pubblica aveva saputo rilevare, che la costituzione democratica si basava sulla tacita approvazione e tolleranza dei settori della popolazione politicamente grigi e inattivi non meno che sulle istituzioni pubbliche articolate e organizzate».

Arendt elenca gli errori dei partiti politici tradizionali e la complicità delle élite borghesi tra le concause del successo dei movimenti totalitari ma, di nuovo, è impressionante quanto la fotografia del risveglio delle masse di allora rimandi a quella attuale: «Il crollo della muraglia protettiva classista trasformò le maggioranze addormentate, fino allora a rimorchio dei partiti, in una grande massa, disorganizzata e amorfa, di individui pieni d’odio che non avevano nulla in comune tranne la vaga idea che (…) i rappresentanti della comunità rispettati come i suoi membri più preparati e perspicaci fossero in realtà dei folli, alleatisi con le potenze dominanti per portare, nella loro stupidità o bassezza fraudolenta, tutti gli altri alla rovina».

Anche le pagine dedicate all’organizzazione dei movimenti totalitari degli Anni Trenta sembrano cronaca dei nostri giorni: «Sono organizzazioni di massa di individui atomizzati e isolati, da cui, in confronto degli altri partiti e movimenti, esigono una dedizione e fedeltà incondizionata e illimitata; ciò da prima della conquista del potere, in base all’affermazione, ideologicamente giustificata, che essi abbracceranno a tempo debito l’intera razza umana» e, per questo, «sono stati definiti società segrete operanti alla chiara luce del giorno» perché, come queste, «adottano una strategia di coerenti menzogne per ingannare le masse esterne di profani, esigono obbedienza cieca dai loro seguaci, uniti dalla fedeltà a un capo spesso sconosciuto e sempre misterioso».

E se non fosse chiaro, anche in tempi di fake news e post verità, Arendt continua così: «Forse il massimo servizio reso alle società segrete come modello ai movimenti totalitari è l’introduzione della menzogna coerente come mezzo per salvaguardare il loro mondo fittizio. L’intera gerarchia dei movimenti, dall’ingenuo simpatizzante al membro del partito, alle formazioni d’élite, all’intima cerchia intorno al capo, e al capo stesso, può essere descritta dal punto di vista del curioso miscuglio di credulità e cinismo in varie proporzioni con cui ciascun militante, secondo il suo rango, deve reagire alle mutevoli affermazioni menzognere dei dirigenti e all’immutabile finzione ideologica centrale». 

In un passaggio, citato anche dal recente libro di Michiko Kakutani, The Death of Truth, Arendt scrive: «In un mondo in continuo mutamento, e sempre più incomprensibile, le masse erano giunte al punto di credere tutto e niente, da pensare che tutto era possibile e niente era vero». 

La grande novità degli Anni 30, che pare non sia servita da lezione al mondo contemporaneo, era che «la propaganda di massa scoprì che il suo pubblico era pronto in ogni momento a credere al peggio, per quanto assurdo, senza ribellarsi se lo si ingannava, convinto com’era che qualsiasi affermazione fosse in ogni caso una menzogna. I capi totalitari basarono quindi la loro agitazione sul presupposto psicologicamente esatto che in tali condizioni la gente poteva essere indotta ad accettare le frottole più fantastiche e il giorno dopo, di fronte alla prova inconfutabile della loro falsità, dichiarare di aver sempre saputo che si trattava di una menzogna e di ammirare chi aveva mentito per la sua superiore abilità tattica».

Pensando al nazismo e al comunismo, Arendt ha spiegato perché sono falliti i tentativi di neutralizzarli, e la spiegazione è più che mai attuale: «Uno dei principali svantaggi del mondo esterno nei rapporti coi regimi totalitari è stato costituito dal fatto che, ignorando tale sistema, esso confidava che la stessa enormità delle menzogne ne avrebbe causato la rovina o che, prendendo in parola il capo, sarebbe stato possibile costringerlo a rispettare gli impegni, a dispetto delle intenzioni ordinarie. Il sistema totalitario è purtroppo al sicuro da queste conseguenze normali; la sua ingegnosità sta appunto nell’eliminazione di quella realtà che smaschera il bugiardo o lo obbliga ad adeguarsi alla sua simulazione». Quella di Arendt, insomma, è l’analisi storica sulle origini del totalitarismo, ma riletta oggi suona anche come una profezia sulle conseguenze politiche di un dibattito pubblico che non si basa più sui dati di fatto e che si lascia guidare dalla post-verità.

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Christian Rocca


Meno 38 miliardi La fuga record degli stranieri dai titoli italiani

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Economia

Meno 38 miliardi

La fuga record

degli stranieri

dai titoli italiani

La sfiducia nel nostro Paese è ai livelli del 2012

Ma il banco di prova sarà la bozza della Finanziaria

I mercati, a modo loro, votano. L’urna non sta nelle scuole il giorno delle elezioni, ma nei portafogli dei gestori a partire da quello successivo. Se comprano, significa che il governo gli piace. Se vendono, c’è da preoccuparsi. Negli ultimi due mesi dall’Italia sono usciti 72 miliardi di euro. Gli ultimi dati della Banca centrale europea confermano un importante deflusso di capitali. Trentaquattro miliardi di euro a maggio, trentotto a giugno. Gran parte di questi sono obbligazioni statali - rispettivamente 25 e 33 miliardi - il resto sono titoli obbligazionari di aziende private. Per trovare dati così negativi bisogna tornare indietro con le lancette al 2012, nel momento più delicato del governo Monti, quando la Spagna è a un passo dal default delle banche e la zona euro vicina al collasso. La percentuale di detentori stranieri di Bot e Btp dimostra che l’Italia sta attraversando una crisi di fiducia non molto diversa da allora: due mesi fa erano il 33,4 per cento del totale, ora sono il 30,8.

Al lettore anti euro farà piacere sapere che nel frattempo è aumentata la quantità di titoli pubblici in mano alle banche italiane, ma è un’arma a doppio taglio: quanto più è alto il debito detenuto dai propri istituti, tanto più è alto il rischio di alimentare la spirale perversa fra rischio sovrano e rischio bancario. Non solo: l’uscita dei capitali esteri prima o poi si riflette su crescita e occupazione. 

Cosa sta accadendo? A parità di rendimenti (sono attorno al 3 per cento) l’aumento dei tassi di interesse voluto dalla Federal Reserve rende più conveniente spostare i capitali negli Stati Uniti e l’acquisto dei più solidi Treasuries. È un fenomeno di cui c’è traccia in tutte le economie emergenti, e che sta contribuendo alla nuova crisi argentina. Ma la ragione principale del deflusso è l’aumento della sfiducia verso l’Italia. Le prospettive di crescita dell’economia stanno peggiorando, e nel frattempo il governo promette di andare allo scontro con l’Europa per ottenere un aumento del deficit ben oltre lo 0,9 per cento scritto nell’ultimo Documento di economia e finanza. 

Il giudizio degli investitori non è pregiudizialmente contro il Movimento Cinque Stelle o la Lega. La fuga non è iniziata il 4 marzo, ma solo dopo l’accordo fra Di Maio e Salvini e soprattutto dopo le prime indiscrezioni sul programma di governo, a metà maggio. Basta guardare la serie storica della Banca d’Italia: a marzo il saldo era stato positivo per 22 miliardi, ad aprile per dieci. 

La domanda che si fa chi ha in tasca titoli italiani è piuttosto semplice: il governo riuscirà a mantenere le promesse elettorali senza sfasciare i conti pubblici? L’atteggiamento della maggioranza giallo-verde finora è stato ambiguo. Da un lato il ministro del Tesoro Giovanni Tria, che insiste in una strategia di prudenza e gradualità, dall’altra il resto del governo, che minaccia di sforare il 3 per cento nel rapporto deficit-Pil e dice apertamente di temere la tempesta perfetta sull’Italia. Non ne parlano solo Luigi Di Maio e Matteo Salvini, ma ora anche il (solitamente) prudente Giancarlo Giorgetti. Più che una profezia che si deve autoavverare, un alibi grazie al quale chiamarsi fuori dalle regole. Il momento della verità sarà la bozza di legge Finanziaria per il 2019, a metà settembre. Se la manovra verrà percepita come una minaccia alla stabilità dei conti e alla sostenibilità del debito, la fuga degli investitori non potrà che proseguire. A gennaio verrà meno anche il piano Draghi, e ciò significherà un ulteriore aumento dei costi per finanziare il debito. È un passaggio dal quale dipende la sopravvivenza dello stesso governo. 

Twitter @alexbarbera 

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alessandro barbera

Cottarelli: SE LO SPREAD MINACCIA LE BANCHE

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SE LO SPREAD

MINACCIA

LE BANCHE

Carlo Cottarelli

Dati recentemente pubblicati dalla Banca d’Italia indicano una «fuga» degli investitori esteri dal mercato dei titoli di Stato italiani: 25 miliardi in maggio e 33 in giugno, le fuoriuscite più grosse negli ultimi anni. La quota di debito pubblico detenuta da investitori esteri è così scesa al di sotto del 31 per cento a fine giugno, rispetto a un valore superiore al 33 per cento in aprile. Le vendite estere sono state compensate in buona parte da un aumento della detenzione di titoli di Stato da parte del sistema bancario italiano. 

C’è chi vedrà questo travaso di titoli da investitori esteri a investitori italiani in modo positivo. Insomma, se diventassimo come il Giappone, in cui più del 90 per cento dei titoli di Stato sono detenuti da residenti, i problemi di sostenibilità del debito pubblico italiano sparirebbero o, perlomeno, sarebbero notevolmente attenuati. Dobbiamo quindi essere contenti della fuga dello straniero? No, per due motivi. Il primo è che lo spostamento di titoli da acquirenti esteri a quelli italiani è stato accompagnato da un aumento dei tassi di interesse sui titoli di Stato. 

A metà maggio i titoli decennali italiani rendevano circa l’1,8 per cento. Da metà giugno in poi hanno oscillato tra il 2,5 e il 3 per cento (sono attualmente vicino a quest’ultimo livello). Insomma, le banche italiane saranno anche disposte a detenere una maggiore quantità di titoli di Stato, ma per farlo vogliono ricevere un tasso di interesse più elevato, come compensazione per il maggior rischio affrontato.

Il secondo motivo è che, al crescere della quantità di titoli di Stato detenuti dalle banche italiane, il legame tra situazione dei conti pubblici e bilancio delle banche diventa più stretto. Cosa significa? Significa che possibili futuri aumenti dei tassi sui titoli di Stato causati da un deterioramento dei conti pubblici avrebbero maggiori effetti negativi per le banche. Infatti, quando il tasso sui titoli di Stato sulle nuove emissioni aumenta il valore dei titoli di Stato già in circolazione scende. È una legge finanziaria: visto che il rendimento di un titolo di una certa scadenza residua (per esempio 10 anni) deve essere più o meno lo stesso indipendentemente dal fatto che il titolo sia stato appena emesso o che sia già in circolazione (gli investitori fanno in modo che questo avvenga con i loro acquisti e vendite), se i tassi di interesse all’emissione salgono i prezzi dei titoli già in circolazione scendono per garantirne lo stesso rendimento. Ma la discesa del prezzo dei titoli comporta per le banche una perdita in conto capitale. E tanto maggiore è la quantità di titoli di Stato detenuta dalle nostre banche, tanto maggiore sarà la perdita subita. Non è finita qui: se le banche sono in difficoltà si presume che lo Stato debba intervenire in loro sostegno (la disciplina del bail in non è stata ancora ben assorbita a livello di opinione pubblica e politica…). Il che comporta che, se le banche hanno perdite, queste si potranno riversare sui conti pubblici: la situazione di questi peggiora ulteriormente, portando a un ulteriore aumento dei tassi di interesse. Insomma si avvia un circolo vizioso, un feedback loop, per dirla all’inglese, che ha caratterizzato molte crisi finanziarie in passato, compresa quella del 2011-12 in Italia. Questo feedback loop contribuisce a spiegare la forte correlazione negativa tra andamenti dei tassi di interesse sui titoli di Stato e la quotazione delle azioni bancarie. 

Ora, la graduale uscita nel corso degli ultimi anni di investitori esteri dall’Italia ha ulteriormente stretto il legame tra bilancio delle banche e bilancio dello Stato. Nel giugno del 2011 i titoli di Stato rappresentavano meno del 6 per cento dell’attivo bancario; a giugno di quest’anno rappresentavano un po’ più del 10 per cento. Dobbiamo quindi aspettarci che quel circolo vizioso cui ho appena fatto riferimento sia diventato ancora più pericoloso di quanto fosse nel 2011.

Tutto questo comporta la necessità di evitare nel modo più assoluto un ulteriore aumento dello spread e dei tassi di interesse sui titoli di Stato, anche per i riflessi che questo avrebbe sulle nostre banche. Il che richiede una legge di bilancio per il 2019 che ponga le basi per una rapida discesa del rapporto tra debito pubblico e Pil. In proposito, ricordiamoci che quello che determinerà l’aumento o meno dei tassi di interesse non sarà la maggiore o minore flessibilità che ci daranno gli «euroburocrati», ma sarà l’azione di migliaia di investitori nazionali ed esteri cui non interessano per nulla i pareri, spesso troppo politici, espressi dalle istituzioni europee. Lo tengano presente quelli che pensano che basti fare la voce grossa a Bruxelles per poter aumentare a piacere il deficit pubblico. 

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mercoledì 22 agosto 2018

caro salvini, ringrazi gli “intrusi”

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caro salvini,

ringrazi

gli “intrusi”

Tahar Ben Jelloun

Si gnor Salvini, da qualche mese è diventato celebre al punto che certi mezzi d’informazione stranieri pensano che Lei sia il presidente del Consiglio del suo Paese. Il suo populismo deriva dal suo modo piuttosto sorprendente di fare politica. Si ammira il suo parlare schietto, la sua virilità e la sua capacità di disprezzare quanti non stanno dalla sua parte. Lei è celebre perché non usa i guanti per risolvere i problemi. Niente peli sulla lingua, nessuna freno oratorio, nessuna diplomazia. E alla fine non risolve nulla. Per Lei tutto è semplice. Ahimè, le cose sono più complicate. I migranti? Nessun problema, bisogna respingerli senza pensarci. Lei chiude tutte le porte e ne va fiero. Lei pensa che il popolo la segua. Ho saputo che il 72% delle persone interpellate approva i Suoi metodi. La cosa più strana è che il 42% di loro proverrebbe dalla sinistra. Finisce col voler riproporre i metodi estremi consistenti nello sbarazzarsi di certe persone chiudendo a doppia mandata le frontiere di un Paese meraviglioso che ha conosciuto gli spasmi dell’emigrazione, del razzismo e dell’esclusione. L’Italia è un Paese molto bello. Sulla sua bellezza, sulla sua intelligenza, sulla sua grande cultura Lei mette un orribile velo. Che peccato.

Lei cita volentieri Benito Mussolini e fa riferimento alla sua arroganza: «Molti nemici, molto onore». Lei si è espresso contro le leggi che vietano l’apologia del fascismo e l’istigazione all’odio razziale. Cerca i suoi nemici nelle difficoltà e nella disperazione. Quanti emigrano o cercano di rifugiarsi perché rischiano le proprie vite nei loro Paesi in guerra non le vogliono male. Arrivano perché il mondo ha generato disuguaglianze, povertà, ciò che in altri termini chiamiamo lo sfruttamento dell’uomo per mano dell’uomo. La globalizzazione ha strappato milioni di persone alle loro terre e impoverito ancor di più i poveri. Con i cambiamenti climatici, la violenza della finanza e le incoerenze dell’economia, l’Europa vedrà bussare alle sue porte sempre più migranti. È una triste verità, che è già realtà.

C’è un’Italia con la memoria molto corta. C’erano famiglie intere che lasciavano il Sud per cercare lavoro in Francia e venivano accolte molto male (16-20 agosto 1893, massacro di italiani ad Aigues-Mortes, seguito da altri disordini dove persero la vita degli immigrati italiani).

Lei ha giustificato il ricorso alle armi da fuoco contro quelli che chiama «gli intrusi». Dice sempre che «gli immigrati vengono in Italia per rubare il lavoro agli italiani», e lo ripete ovunque. In questo imita Trump: «Prima gli italiani». Non ha torto a voler privilegiare i suoi compatrioti, è anche normale. Ma può essere umano, può scegliere di capire gli altri. Non si tratta, come diceva l’ex primo ministro francese Michel Rocard: «Di accogliere tutta la miseria del mondo, ma far sì che la Francia prenda la sua parte».

I rom non sono ben visti. Si racconta che un controllore del treno abbia detto: «Rom, avete rotto, scendete alla prossima fermata».

Lei è un ministro di un Paese che ha fatto l’Europa. Deve garantire la sicurezza di tutti i cittadini senza distinzione di origine o colore della pelle. Non ha per caso evocato una «pulizia di massa in Italia»? Le ricordo a tal proposito le Sue proposte come riportate dall’agenzia Ansa: «Ci vuole una pulizia di massa anche in Italia, strada per strada, quartiere per quartiere, piazza per piazza e con le maniere forti se serve perché ci sono interi pezzi di città e d’Italia fuori controllo».

Non si tratta di giustificare quelle che Lei definisce «delle invasioni». No, l’Italia ha a che fare con il problema dei migranti al pari di altri Paesi vicini. È un problema reale che ha bisogno di regole. Riguarda tutta l’Europa, la quale, lo so, per tutti questi anni ha abbandonato il vostro Paese, lasciandolo solo con le migliaia di migranti che arrivavano tutti i giorni a Lampedusa. Ma questo problema non si risolve con la violenza del rifiuto. Serve un confronto con i Paesi vicini. Le soluzioni esistono; esse non passano per il razzismo, l’esclusione e l’odio. Soluzioni europee potranno essere proposte a determinati Stati africani da cui i cittadini partono rischiando la vita. Si potrebbe e si dovrebbe mettere tali Stati di fronte alle loro responsabilità. La soluzione dell’immigrazione africana è in Africa. 

Ciò di cui la si accusa, signor Salvini, è di fare bella mostra dell’incitazione all’odio, della banalizzazione della discriminazione, dell’approccio senza umanità a un problema doloroso. La questione migratoria la aiuta a non aver più alcun complesso nei confronti del razzismo più estremo e più violento. Alla fine la questione migratoria la ripaga. Senza i migranti e i loro drammi probabilmente oggi non sarebbe dov’è. Dovrebbe quindi dire loro: «Grazie».

Traduzione di Emanuele Bonini

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Vincino, vignette nell’anima delle cose

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Morto a Roma il disegnatore: da “Lotta Continua” al “Male”, da “cuore” al “Foglio”

Vincino, vignette nell’anima delle cose

In quei grovigli di linee qualcosa più della satira

Noi non avevamo bisogno della fisica quantistica, per cui non ha senso chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina: noi ci eravamo già arrivati, sapevamo che non aveva senso chiedersi se Vincino fosse così perché si era tirato fuori da una sua vignetta, o se le sue vignette fossero così perché ci si era infilato dentro. Lui era spettinato o scapigliato, difficile dire, come un suo pupazzetto, aveva un corpo dai confini incerti e tremolanti come un suo svolazzante omino, avanzava al rallentatore, ondulato, curvilineo, una chicane umana, camicie a quadri, maglioni a quadri, giacche a quadri, in un’architettura technicolor che rendeva reale il surreale, e viceversa, cara fisica quantistica. 

Telefonava una mattina dall’auto al desk del Foglio di Milano: sono a Orte verso Firenze, per Saint Moritz vado bene? Spediva via fax vignette blasfeme, il Pontefice in tendenza weinsteiniana, artigli lussuriosi su suorine discinte, armamentari voluttuari ovunque, per mandare ai matti il caporedattore che ci cascò per mesi, e lo chiamava disperato: non è pubblicabile, me ne serve un’altra, e lui, in un andirivieni tra sé e la sua arte, rispondeva che non era possibile, sto andando a comprare le melanzane. 

Ci abbiamo vissuto così, con Vincino, anni dopo anni all’alba dei quali avevamo rinunciato a distinguere il vero dalla narrativa, la posa dall’essenza, e avevamo capito alla svelta che confinati in quel quadratino turbinavano tratti, linee, grovigli che, come ha di recente scritto Giuliano Ferrara, non erano satira, erano qualcosa di diverso, che la precedeva e la seguiva, era un altrove, il disegnino infantile che filava dritto non al cuore, ma all’anima delle cose. Un mondo a parte, compresi gli errori di ortografia che i primi tempi gli correggevamo - ingenui - con la tracotanza dei perfettini, e lui l’indomani chiamava, eccezionalmente digrignante: lasciatemi gli errori, sono i miei errori. 

Scompariva e ricompariva dalle nostre vite, noi che lo avevamo conosciuto, da lettori, ai tempi di Tango e del Cuore di Michele Serra, e per Il Male Ottovolante saremmo andati negli archivi, tutti giornali nati in un frastuono di opinioni folli e sagge, una sinfonia di dissonanze, una meravigliosa cacofonia perché come diceva Vincino si lavora soltanto per giornali scritti da nemici, siccome le idee nascono dal contrasto e non dalla consolazione. Sapevamo delle sue imprese deliranti, le prime pagine dei giornali - sul Male - con la notizia dell’arresto di Ugo Tognazzi capo delle Brigate Rosse, l’apparizione, vestito da Bettino Craxi, a un comizio di Bettino Craxi. Gli chiedevamo dettagli che lui liquidava in un sussurro insensato - «Mi era avanzato un garofano e non sapevo che farne» - e piuttosto ci consigliava di trovare il modo di finire in galera qualche settimana, l’esperienza più formativa della sua vita. 

Avremmo pagato oro per vederlo - leggero anzi svanito nella sua inafferrabile solidità - negli anni duri di Lotta Continua con Adriano Sofri, ma lui non si concedeva al sussiego della memoria, l’unico modo di prendersi sul serio sembrava il non prendersi sul serio, con risultati serissimi, e gli ultimi tempi capitava di incontrarlo sui divanetti di Montecitorio, coi polmoni dentro cui aveva aspirato di tutto già malati del cancro di cui - ma va? - non parlava per nulla. Faceva un cenno da sotto e da sopra la sequela di occhiali schierati per mettere a fuoco ogni distanza, accennava l’implacabile sorriso - un fremito di irresistibile dolcezza - e introduceva la conversazione a modo suo: secondo te va bene se disegno Renzi con sei cravatte? Si inchinava al taccuino e disegnava - aspetta, stai qua, diceva - e infine mostrava. È bellissima, Vincino. Spalancava la bocca, e lentamente strappava il foglietto, e negli occhi balenava la beffa, e la gioia, ed era a quel punto che evaporava per fare di sé un diluvio nella nuova vignetta. 

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MATTIA FELTRI

L’uomo che sussurrava al golem

LA STAMPA

Cultura

Una storia tramandata nella comunità ebraica giunta dopo la distruzione del regno d’israele 

L’uomo che sussurrava al golem

Nella Puglia della tarda antichità

il progenitore del leggendario automa

Una volta, tanti di quegli anni fa che anche a volerli contare non si riuscirebbe perché ci si perderebbe nel buio dei secoli e persino dei millenni, Oria e tutta la regione di Puglia erano piene di ebrei: medici e filosofi, musicisti e rabbini, e tanti di quei «sussurratori dell’arcano», come li chiama Ahimaaz nella sua cronaca, che se ne trovavano a quasi ogni angolo di strada. Costoro erano in grado di maneggiare le parole della lingua santa, a dar loro corpo, anima e vita propria. Perché l’alfabeto ebraico non è solo un insieme di segni, ma lo strumento divino per eccellenza.

Insieme agli altri, i sussurratori dell’arcano erano approdati al tacco del nostro Stivale dall’altra sponda di quel mare Mediterraneo che divide ma anche unisce. Proteso com’è verso l’Oriente quasi in forma di braccio che si tende gentile ad accogliere, all’alba di un tempo di chissà quanto tempo fa, la Puglia era diventata la «Porta di Sion», l’approdo dei profughi ebrei messi in fuga da Tito, l’imperatore di Roma che aveva distrutto il regno d’Israele, dato fuoco al Tempio di Gerusalemme e bandito quel popolo dalla sua terra, condannandolo a una Diaspora millenaria.

Il mulo e il leone

«I miei avi», racconta Ahimaaz in rima nella sua cronaca scritta nell’XI secolo e tramandatasi in un unico manoscritto del ’300 conservato nella biblioteca della cattedrale di Toledo, in Spagna, e pubblicato a suo tempo dal compianto Cesare Colafemmina, «furono trasportati con una nave sul fiume Po» che, spiega, è il Pishon, «il primo dei fiumi dell’Eden». Da Gerusalemme, città della «bellezza perfetta», gli avi di Ahimaaz si stabilirono a Oria di Puglia, crebbero e si moltiplicarono, dettero vita a generazioni di dotti e poeti, maestri e discepoli: tutti straordinari, ciascuno a modo suo, racconta il Sefer Yuchasin, la strabiliante cronaca storica che Ahimaaz metterà per iscritto secoli dopo di allora.

Poi, un bel giorno, approda a Oria - e tra le pagine di quel libro - un tal Aharon. Viene da Baghdad. Laggiù sulle rive dell’Eufrate, che scendeva anch’esso dritto dal giardino dell’Eden, non lontano da quella terra di Ur dei Caldei dove un giorno era giunta per Abramo la chiamata dal Cielo - «Vai nel luogo dove ti dirò» -, il padre di Aharon aveva una macina e un mulo che la faceva girare. Un giorno giunse un leone e divorò il mulo. 

Quando Aharon se ne accorse, data l’assenza del mulo e la presenza del leone, il giovane pensò bene di mettere il secondo al posto del primo, legandolo alla macina. Un po’ per punizione, un po’ per farla girare, visto che all’uopo il mulo non c’era più. Se non che, appena vide la scena, il padre invece di ringraziarlo andò su tutte le furie: «Hai sovvertito l’ordine delle cose, sottomettendo il leone, spezzando la sua forza per umiliarlo, mentre il Santo, sia Egli benedetto, lo ha fatto re! Aharon, sei imperdonabile, vattene lontano di qui. Stattene in esilio per un po’, sino a che Iddio non ti avrà di nuovo caro», lo congedò rabbiosamente il genitore. 

Fu così che, al pari di tanti altri figli d’Israele, Aharon si mise in cammino. Lontano da casa. Lontano dalla propria terra. Verso l’ignoto. Strada facendo, dopo averne fatta tanta che, anche a volerli contare, si perderebbe ben presto il conto delle miriadi di passi, Aharon giunse a Giaffa e s’imbarcò su una nave che il caso voleva fosse diretta a Gaeta. Ivi approdato, Aharon di Baghdad diede una prima prova delle sue straordinarie facoltà: lui era infatti ben di più di un sussurratore dell’arcano, di un sapiente, di un maestro. Era un mago, che come nessun altro sapeva dare corpo, anima e vita alle parole. Un giorno rese giustizia a un ragazzo che una maga da quattro soldi aveva tramutato in un asino, trasformandolo di nuovo nel ragazzo che era prima e restituendolo sano e salvo all’angustiato padre. «Dopo questo fatto», racconta la cronaca di Ahimaaz, «Aharon dispiegò la sua sapienza, compiendo azioni potenti, ardue e difficili quanto mai».

Andava girovagando per le Puglie, e la sua fama si accresceva di giorno in giorno. Un bel giorno capitò a Benevento, dove usando la sua scienza occulta smascherò un golem. Un golem quasi come quello di Praga, ma molto, molto più vecchio. Si può anzi ben dire che quello di Puglia, che il nostro Aharon incontra a Benevento, è il «protogolem», progenitore della smisurata e forzutissima creatura che il grande rabbi Loew di Praga foggiò con le sue mani e le sue arti magiche.

Il golem di Puglia era un morto che viveva, un cadavere ambulante. Un tempo, tanto tempo prima, era stato un giovane in cammino verso la Città Santa: una madre l’aveva affidato a un mercante che vi andava tre volte all’anno in pellegrinaggio, e ogni volta che vi andava portava con sé cento monete d’argento. Quel mercante aveva promesso alla madre che le avrebbe riportato a casa, in Puglia, il figliolo sano e salvo. Intanto, quello gli avrebbe fatto da scudiero durante il lungo viaggio verso Gerusalemme, e ritorno. Ma l’Eterno, sia Egli benedetto, aveva decretato che il giovane morisse strada facendo. A dir più o meno il vero, di strada ne avevano fatta ben poca, quei due. Erano ancora in Puglia, non lontano da Oria, quando il giovane spirò. Allora il mercante si disperò oltre misura, gli occhi si riempirono di lacrime e si stracciò le vesti: «Ho giurato a sua madre di riportarglielo sano e indenne. E ora come faccio?», strepitava.

L’ordine naturale sovvertito

Vedendo la sua afflizione, alcuni sussurratori dell’arcano fecero un’incisione nella carne del braccio destro del ragazzo, e lì dove avevano inciso la carne posero il Nome del Santo, sia Egli Benedetto. Il Nome di Dio, infatti, ha il potere di dare la vita: da allora il giovane andava errando da una terra all’altra, un morto che viveva sovvertendo l’ordine naturale delle cose, e che sembrava in tutto e per tutto una creatura viva. Poi un bel giorno il mago Aharon smascherò il morto vivente. Fu il golem stesso, stufo della monotonia di quella vita che vita non era, a chiedergli di trovare il punto del suo corpo dove era nascosto il Santo Nome, perché nessun altro era mai stato in grado di scovarlo. In virtù delle sue arti magiche, Aharon andò a colpo sicuro. Appena estratto il Santo Nome dal braccio, il corpo restò senza spirito e cadde cadavere putrefatto, come se fosse da molti anni in decomposizione: carne tornata alla polvere da cui era venuta. E tutti andarono in pace.

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Elena Loewenthal


Il Global Warming apre la rotta dell’Artico

LA STAMPA


Economia


Il riscaldamento globale permette la navigazione con poco ghiaccio. La compagnia studia un collegamento regolare

Maersk apre la rotta del Mare Artico

Sfida a Suez e alla Nuova Via della Seta

Lo chiamano Mar Glaciale Artico ma ultimamente si è fatto un po’ meno glaciale: quest’estate in qualche punto della costa Nord della Siberia i meteorologi hanno rilevato una temperatura di 30 gradi. È una conseguenza del riscaldamento globale, che porta molti disastri a livello planetario ma qualche vantaggio locale: la vita oltre il Circolo Polare diventa un po’ meno ostica, e adesso nei mesi più caldi le navi trovano acque quasi libere dai ghiacci, dove prima incontravano un muro bianco. Qualcuno sta già provando ad approfittarne aprendo una nuova rotta commerciale: nei prossimi giorni il gruppo danese Maersk, uno dei giganti mondiali della navigazione, farà salpare una nave portacontainer da Vladivostok, nell’Oriente russo, che passerà attraverso lo Stretto di Bering costeggiando l’Alaska, poi sfilerà lungo la Siberia, girerà attorno alla Scandinavia e approderà a San Pietroburgo a fine settembre. 

Per chi si preoccupa dell’ambiente globale, tutto questo è un triste segno dei tempi, invece per chi traccia nuove rotte è un sogno che si realizza, quello del Passaggio a Nord Est (mentre il Passaggio a Nord Ovest riguarda le acque fredde del Canada). 

In prospettiva, nei collegamenti fra l’Europa, la Cina e il Giappone la nuova rotta a Nord della Siberia potrà fare concorrenza a quelle che passano da Suez, dal Capo di Buona Speranza e dal Canale di Panama, essendo migliaia di chilometri più corta. Addirittura, potrà insidiare la Nuova Via della Seta, quella con terminali in Italia, su cui la Cina sta investendo miliardi. 

Proprio un anno fa La Stampa riferiva che per la prima volta una petroliera russa aveva percorso la rotta di Nord Est senza che un rompighiaccio dovesse aprirle la strada. C’era un trucco: quella nave aveva capacità rompighiaccio sue proprie, e anche la Venta Maersk che si appresta all’impresa ha un po’ di questa virtù: è in grado di navigare dove il ghiaccio marino non è più spesso di un metro; perché sì, in qualche punto della costa siberiana si registreranno pure 30 gradi in estate, ma questo non significa che il Mare Artico sia del tutto libero dai ghiacci, in certi tratti sì e in certi altri no, chi ci passa dev’essere pronto a qualunque difficoltà.

La Venta Maersk è una portacontainer da 3600 «teu» (unità di misura del carico); a settembre porterà pesce congelato. Il gruppo non scopre le sue carte e non conferma ufficialmente l’apertura di una rotta regolare, ma fa capire che tale è l’intenzione, e questo viaggio sarà un esperimento. Anche la cinese Cosco e la giapponese Mol hanno fatto test analoghi, ma senza stabilire collegamenti di linea. 

Nonostante il riscaldamento globale, restano alcune difficoltà per il Passaggio a Nord Est nella sua forma più ambiziosa: solo la bella stagione si presta a una navigazione relativamente agevole, mentre i ghiacci restano un problema nel lungo inverno artico, inoltre i tentativi di trasporto fatti finora hanno riguardato navi abbastanza piccole, inclusa la Venta Maersk, mentre il traffico intercontinentale predilige le navi enormi, come testimonia il raddoppio del Canale di Suez. Il Passaggio di Nord Est è anche svantaggiato dall’assenza di tappe interessanti dal punto di vista commerciale, che giustifichino (eventualmente) traffici intermedi: dov’è che si può fare una fermata lungo il tragitto siberiano per il carico e lo scarico di un po’ di merci? Magari sull’isola di Wrangel, così remota che ancora ci vivevano i mammut quando nel resto del mondo erano estinti da migliaia di anni? O nell’arcipelago della Novaja Zemlja, con le sue basi militari russe? 

Comunque in Siberia sono in corso grandi trivellazioni di idrocarburi, e lo sviluppo economico locale e la nuova rotta marittima potranno sostenersi a vicenda.

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luigi grassia


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Un colpo al fortino di Trump Condannato Manafort

LA STAMPA

Esteri

Un colpo al fortino di Trump 

Condannato Manafort

L’ex capo della campagna elettorale giudicato colpevole per 8 capi d’accusa

Cohen si consegna all’Fbi: pagò il silenzio delle presunte amanti di Donald

L’ex avvocato personale del presidente Trump, Michael Cohen, si è consegnato ieri all’Fbi ammettendo di aver violato le leggi federali sui finanziamenti elettorali, mentre l’ex capo della sua campagna Paul Manafort è stato condannato per frode. Un doppio colpo potenzialmente devastante per il capo della Casa Bianca, se non riuscirà a separare le sue responsabilità da quelle dei propri collaboratori. La giornata ieri era cominciata con un nota positiva, per il presidente, sul fronte del Russiagate. La giuria infatti non era riuscita a trovare un accordo sul verdetto nel processo contro Manafort. L’ex manager della sua campagna elettorale era stato incriminato con 18 capi d’accusa, per frodi relative ai soldi incassati quando faceva il consulente in Ucraina. I giurati avevano raggiunto il consenso su 8 imputazioni, ma erano divisi su 10. Quindi hanno chiesto al giudice Ellis come procedere. Lui ha risposto di continuare a deliberare, ma era pronto ad accettare anche un verdetto parziale sui punti dove c’era l’accordo. E così è stato. Manafort è stato condannato su 8 capi d’accusa, mentre gli altri 10 sono rimasti sospesi. Ora i procuratori devono decidere se tentare un nuovo processo, ma lui rischia di finire la sua vita in prigione, e comunque i sospetti di collusione con Mosca riprenderanno forza. I guai del legale Un pericolo ancora più grave viene dall’ex avvocato di Trump, Cohen, anche lui sotto inchiesta per frodi bancarie, evasione fiscale, e violazione delle leggi sul finanziamento delle campagne elettorali. Il legale infatti ha raggiunto un accordo con i procuratori, ammettendo le sue colpe in cambio di una pena ridotta a 5 anni di prigione. Il vero punto però è che ha ammesso di aver violato le leggi sui finanziamenti elettorali «in coordinamento con un candidato ad una carica federale», che non può che essere Trump.

Cohen era da anni l’avvocato personale del capo della Casa Bianca, e si era occupato di risolvere tutti i suoi problemi più delicati. Era stato lui, pochi giorni prima delle elezioni del 2016, a pagare la pornostar Stormy Daniels affinché tacesse sulla relazione avuta con Donald nel 2006, pochi mesi dopo che la moglie Melania aveva partorito il figlio Barron. Sempre Cohen si era occupato de caso di Karen McDougal, l’ex coniglietta di Playboy, il cui silenzio era stato invece comprato dall’editori del giornale scandalistico National Enquirer, amico di antica data di Trump. Queste operazioni avevano violato le leggi sul finanziamento delle campagne elettorali, e se Donald era davvero al corrente delle iniziative prese potrebbe essere coinvolto nel procedimento. Cohen però si occupava anche delle operazioni politiche del suo capo, e il procuratore speciale Mueller sospetta che fosse a conoscenza dei rapporti con la Russia, relativi alle operazioni per influenzare il voto. Cohen sapeva anche dell’incontro avvenuto nella Trump Tower, dove un gruppo di emissari russi aveva offerto informazioni compromettenti su Hillary Clinton. L’avvocato personale poi ha tutte le informazioni più segrete sulle attività imprenditoriali del capo della Casa Bianca, e probabilmente sulle sue dichiarazioni dei redditi. L’accordo prevede che Cohen finirà in prigione per un massimo di 5 anni, in cambio dell’ammissione dei suoi reati, ma la sua confessione potrebbe travolgere anche Trump.

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paolo mastrolilli

La via tedesca all’integrazione degli immigrati (20

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Esteri

Boom di occupati fra chi è entrato nel 2015: ora sono autosufficienti e pagano le tasse

Lavoro a 300 mila profughi

la via tedesca all’integrazione

Altro che «emergenza». In tema di profughi, gli industriali e imprenditori tedeschi - oltre che il governo di Berlino - preferiscono parlare di un «miracolo migratorio». 

Il motivo di questo atteggiamento a dir poco entusiasta e benevolo nei confronti di quel milione e passa di rifugiati entrati in Germania nel 2015 grazie alla politica di accoglienza voluta dalla cancelliera Angela Merkel è presto spiegato e si può leggere nero su bianco nel nuovo rapporto migrazione pubblicato dall’Agenzia federale del lavoro a Norimberga. 

Nel primo semestre del 2018 il numero dei profughi politici in possesso di un posto di lavoro in Germania è salito alla cifra record di 306.574, 103mila in più rispetto allo stesso periodo del 2017. Di questi, ben 237.537 sono assunti con contratti a tempo pieno e indeterminato e sono persone già in grado - a nemmeno tre anni dal loro primo ingresso nel Paese - a sostenere da soli la propria esistenza e quella dei loro famigliari pagando regolarmente le tasse, i contributi previdenziali e sanitari e senza incassare nemmeno più un cent di sussidi. Quello tedesco si sta insomma trasformando in un esempio davvero sorprendente d’integrazione non solo umanitaria, ma anche e soprattutto economica e occupazionale.

Anche tra i profughi più giovani - quelli compresi tra i 16 e i 24 anni - i dati forniti dall’Agenzia federale indicano un trend più che positivo. 28mila di loro frequentano i corsi di apprendistato professionali pratici bi- o triennali all’interno di aziende private e fiancheggiati da studi teorici negli istituti pubblici. 

Nelle università della Germania il numero degli studenti ex-profughi è salito nel frattempo ad oltre 38mila. «Al contrario di quanto propagato dalle destre populiste in così tanti Paesi europei, l’ondata migratoria non rappresenta dunque una minaccia, ma è una grande occasione e una risorsa indispensabile per la nostra crescita e il nostro benessere», spiega il Presidente dell’Agenzia federale tedesca del lavoro Detlef Scheele. Basta saperla gestire e valorizzarla. 

Ed è proprio questo quello che ha fatto il governo tedesco negli ultimi anni investendo mezzi, personale e molte risorse. 

Secondo una stima del ministero dell’Interno lo stato tedesco fra spese di registrazione, accoglienza, corsi di lingua e formazione sociale, sussidi sociali, assegni familiari e aiuti allo sviluppo ha sborsato mediamente qualcosa come 20 miliardi di euro all’anno nella gestione del flusso migratorio. «Soldi investiti bene», spiega anche il direttore dell’Istituto tedesco di ricerche economiche (Diw) Marcel Fratzscher. «Solo i soldi pubblici spesi per l’accoglienza dei rifugiati hanno rappresentato per l’economia tedesca un pacchetto congiunturale che ha garantito una crescita annuale del Pil di circa lo 0,4%. L’integrazione dei profughi nel mercato del lavoro contribuisce a medio-lungo termine a garantire percentuali di crescita superiori alla media europea». 

A causa del costante invecchiamento della popolazione e dei bassi tassi di nascita le imprese tedesche lamentano già da tempo una cronica carenza di personale in molti settori chiave come quello della comunicazione digitale, dell’informatica, dell’ingegneria, ma anche nelle mansioni professionali più semplici del terziario, dei servizi e della sanità. 

Il numero dei posti vacanti è salito alla cifra record di 1,2 milioni. Un problema che nemmeno l’arrivo di oltre 680mila lavoratori provenienti da Paesi dell’Ue negli ultimi 6 anni è riuscito a mitigare. L’economia locomotiva d’Europa è in grado quindi di offrire prospettive concrete ai profughi e ha bisogno di loro I rifugiati come risorsa insomma e non come manodopera a buon mercato (nuovi schiavi) da far sgobbare nei campi di pomodori o patate che siano. 

Una delle chiavi dell’integrazione resta la lingua: una volta registrati e riconosciuti ufficialmente come perseguitati politici, i migranti sono costretti a frequentare corsi di tedesco. «L’apprendimento della lingua, parlata e scritta è essenziale per una buona integrazione», spiega Detlef Scheele. Solo nei corsi linguistici e di specializzazione professionale per profughi lo stato tedesco spende ogni anno 2,64 miliardi di euro. 

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walter rauhe


Era meglio Dio

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Prima Pagina

Era meglio Dio

Fa tutto un po’ spavento. Questa muta di cani sguinzagliata a cercare i colpevoli prima delle cause, i politici e noialtri giornalisti, tutti al servizio del lettore e dell’elettore, a saziare la smania di carne umana. I magistrati a ruota, subito dietro, a distribuire approssimative certezze del giorno. Non ci sono stati controlli, si è detto. E poi invece i controlli c’erano, e resta semmai da capire quanto adeguati. Si sono ignorati gli allarmi, si è allora aggiunto, e poi invece gli allarmi erano stati accolti senza ansia, poiché nessun allarme prediceva il disastro. E certo che ci sarà stato un errore umano, il ponte è stato costruito da uomini ed era ispezionato da uomini, ma persino un atto di superbia come la ricerca della verità richiederebbe qualcosa di meno forsennato della muta di cani che latra per il bosco, e porta a casa una verità ogni sei ore, acchiappata per la collottola come una volpe. E dovrebbe contemplare la possibilità che la verità non venga raggiunta mai, e non per trame delle forze oscure, ma semplicemente perché la verità qualche volta è fuori dalla nostra portata. Viviamo esistenze avvolte dall’inesplicabile: come ricordava qui ieri Gabriele Romagnoli, quando cinque persone morirono nel crollo del ponte di Saint Louis Rey (Perù, 1714) ci si interrogò su quali peccati portassero per meritarsi la punizione divina. Un tempo ci si rivolgeva a Dio e se ne indagavano le misteriose ragioni, non potendo incolparlo. Ora che Dio è svanito, si incolpano gli uomini - sempre e comunque e subito - per avere ragione del mistero. Da non credente, preferivo Dio. 

Mattia Feltri



martedì 21 agosto 2018

Cuneo la 3º in Italia e la 1ª del Nord per degrado degli edifici



Conigli/2 Perché il gruppo dirigente del Pd non è andato in massa ai funerali di Genova?

Huffington Post

Il Blog di Lucia Annunziata

Conigli/2

Perché il gruppo dirigente del Pd non è andato in massa ai funerali di Genova?


Oltre ai Benetton, che hanno tentato senza riuscirci di fuggire dall'orrore di Genova, abbiamo scoperto in questi giorni un secondo gruppo di conigli: il Pd. Un'affermazione, questa, che scrivo con particolare dispiacere perché se di Benetton posso scrivere in astratto, del Pd sono una elettrice, e continuo a riconoscermi nella tradizione della sinistra.

I fischi inequivocabili, e non corretti da nessun applauso ( come succede di solito), alla delegazione dem durante i funerali sono stati tanto più dolorosi per il Pd perché rivolti a suoi esponenti che negli ultimi anni non hanno avuto nel partito ruolo di primo piano. Il giorno dopo, tuttavia, non arriva dal Pd nessuna presa d'atto. A parte alcuni cenni di sincerità, fra cui le parole dell'ex senatore Stefano Esposito ("il popolo ora è contro di noi", Corriere della Sera), i dem si sono rifugiati nelle solite versioni classiche dei partiti in difficoltà, cioè che i fischi siano stati una operazione organizzata. Nemmeno Genova dunque ha interrotto la fuga dalla realtà dei dirigenti Pd.

E' incomprensibile, intanto, che il primo partito di opposizione non si sia presentato a Genova in tutti i suoi ranghi. C'era Martina, segretario attuale, che in tutta la sua provvisorietà ci ha tuttavia messo la faccia. Con lui, oltre la Pinotti, c'erano Cofferati (da tempo non più Pd) e Chiamparino, la deputata Paita, e figure dell'amministrazione locale. Ma non c'era il segretario di fatto Matteo Renzi, non c'erano il Presidente Matto Orfini, Graziano Del Rio ex ministro delle Infrastrutture, il ligure ed ex ministro della Giustizia, Andrea Orlando, l'ex premier Paolo Gentiloni, e nemmeno altri della storia di questo partito; o del sindacato, come Susanna Camusso. E non è forse Genova, nella iconografia italiana, una città simbolo della lotta, dello spirito, della storia della sinistra, per decenni governata da amministrazioni rosse? Davvero non era necessario (anche a costo di prendersi fischi?) presentarsi a omaggiare quei morti?

Questa assenza è una ennesima manifestazione della fuga permanente in una sorta di realtà virtuale in cui il Pd si è rifugiato, dopo la sconfitta elettorale. Scelta che ha fatto prevalere il politicismo sulla politica.

In affanno sul territorio, incapace di ricostruire la sua rete locale, il Partito Democratico che ha scelto con Renzi una forma di aventinismo, ha dato vita in questi mesi a una opposizione che somiglia a una astratta guerra combattuta da lontano, uno scontro di comunicati, facebook live e tweets. Politicismo, appunto, laddove la politica avrebbe richiesto, ad esempio in questa occasione, di affondare le mani nella materia bollente della realtà.

Materia bollente è la definizione esatta. Quanto ha contato sulla decisione di non andare a Genova il fatto di essere sotto accusa di connivenza con i Benetton, di dipendenza, oggi e nel passato, dal capitalismo italiano? Accuse da cui il Pd si sta, giustamente, difendendo, denunciando una "campagna ingiusta, e fondata fu fake news". Ma il modo migliore per difendersi era esserci, a Genova, e non solo ai funerali. Esserci a prendersi i pomodori magari, non solo i fischi. Esserci come assunzione di responsabilità – anche degli eventuali errori.

Fare questo passo avrebbe tuttavia significato rompere la bolla in cui il Pd e il suo ex segretario Matteo Renzi hanno vissuto. E non da adesso. Ancora oggi, dopo quasi due anni, non abbiamo una complessa spiegazione sul perché della sconfitta del referendum il 4 dicembre 2016. Così come,da allora, non abbiamo visto nessun cambiamento . Renzi fece un passo laterale dalla segreteria, mantenendo il controllo del Pd, e si formò un nuovo governo con il paziente Gentiloni che ha gestito (bene) tutto quello che si poteva e doveva fare per evitare uno scossone post-sconfitta. Per il resto, ci si aggrappò a quel 40 per cento come a un successo, e si cominciò già allora a scaricare tutto sui populismi.

Fuga dalla realtà, appunto. Una insensibilità ai propri stessi meccanismi di sopravvivenza, nonostante tutti i campanelli continuassero a suonare: la disgregazione interna, le miniscissioni, il proliferare di sottogruppi di interessi, l'aumento della mancanza di trasparenza. Il tutto convogliato nel segnale di allarme più serio per un partito - la costante caduta nei consensi elettorali.

La cosa più strabiliante del processo che abbiamo appena ri-raccontato, è che nulla di tutto questo fosse sconosciuto o taciuto. Tante voci (incluso l'HuffPost, nel proprio piccolo spazio) si sono alzate dentro e fuori il partito, dentro e fuori i luoghi dove si forma l'opinione pubblica, per avvertire che il Pd era su una rotta che lo portava a schiantarsi.

Cosa stesse succedendo, del resto, non era difficile da capire perché le turbolenze del Pd erano parte di un grande fenomeno visibile in tutto il mondo occidentale. Globalizzazione, tecnologia – lo ripeto qui solo per forma – hanno cambiato il mondo e tutti noi. Ai meravigliosi balzi in avanti di cui oggi godiamo i vantaggi, è corrisposta la distruzione delle classi sociali come le conoscevamo. Nel grande treno dello sviluppo i vagoni di testa hanno accelerato e i vagoni di coda si sono staccati per strada. Uso questa immagine perché si impose anni fa nella scena mediatica internazionale perché usata dal Comandante Marcos, un giovane messicano incappucciato che nel capodanno del 1994 guidò un piccolo esercito di indios armati di frecce ad occupare i comuni di alcune città del Chiapas. Fu la prima rivolta contro la globalizzazione e venne considerata paternalisticamente come un segno di un mondo che scompariva. Da allora oltre agli indios sono stati massacrati dal treno del Chiapas anche operai e classe media. Ridotti il loro reddito, il loro prestigio, il loro percorso nel futuro. In questo l'Italia è stata tutt'altro che sola. E tutt'altro che inconsapevole.

Centinaia di convegni in tutte le città del mondo, spesso organizzati da istituti, istituzioni, think tank delle forze democratiche, hanno negli ultimi anni studiato e denunciato questi effetti. Ma la consapevolezza in nessun paese occidentale è mai divenuta nuova politica – e la sinistra si sta spegnendo piano piano insieme al patto sociale che aveva sostenuto l'equilibro del dopoguerra, la fondazione dell'Europa, e la stessa democrazia rappresentativa. La elezione di Trump, la vittoria della Brexit, la vittoria in Italia di Lega e 5Stelle, la crisi dei governi e delle idee europee, la nascita in molti paesi non occidentali di nuovi uomini forti a presidio di economie chiuse, è il mondo in cui viviamo. Già, qui e ora. Perché la sinistra, italiana e mondiale, pur sapendo tutto questo, ha perso se non del tutto il potere politico, di sicuro la sua egemonia intellettuale?

La risposta è anche questa non difficile. Perché la sinistra nonostante sapesse non è riuscita a elaborare una pratica politica adeguata ai nuovi tempi. Forse perché la sua classe dirigente è rimasta nei vagoni di testa del treno. Lontana dalla realtà più cruda e difficile.

Il renzismo è stato il perfetto esempio di questa spaccatura fra intenzioni e pratica. Al suo arrivo sulla scena politica raccolse l'entusiasmo generale di quel desiderio di cambiamento che c'era nella società italiana. La sua invece è stata una storia di non incontro con la maggioranza del paese.

Cosa sia andato perduto nel suo operato e in quello del suo Pd, lo sapremo forse fra alcuni anni da qualche studioso serio. Di certo la sinistra oggi, in tutte le sue affiliazioni, è profondamente invisa ai più. Ripiegata nella denuncia del populismo come origine dei suoi mali, e di quelli del paese. Con il risultato che sempre più spesso, la condanna ai vari Trump , Salvini e Di maio, coincide per la sinistra con la condanna anche di chi li ha votati.

Il senso di abbandono, di sfiducia, di paura è oggi la vera materia della politica. Invece di attaccare, criticare, sminuire queste domande l'unico modo per riprendere l'iniziativa politica (e per noi giornalisti, e tutti i costruttori della pubblica opinione, di dare senso alle nostre funzioni), è quello di farsene coinvolgere. Legittimarle, capirle, elaborando proposte anche radicalmente diverse dalle formule da noi sempre sostenute: d'altra parte che tutte le formule politiche ed economiche possono cambiare ce lo dice la storia.

L'alternativa al "populismo" non si crea con la sua denuncia, non si forma chiudendosi nelle torri d'avorio del proprio orgoglio. La battaglia con il populismo è nelle soluzioni che si offrono ai cittadini, non nell'ignorare i cittadini.

Per tutto questo valeva la pena essere, fisicamente e non solo, a Genova.

Prima domenica di rientro senza “Morandi” Partenze scaglionate, traffico scorrevole

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Imperia

Code alla barriera di confine di Ventimiglia, in direzione Francia, e rallentamenti in serata nel Savonese e allo svincolo per l’A26

Prima domenica di rientro senza “Morandi”

Partenze scaglionate, traffico scorrevole

Il primo controesodo estivo senza il ponte Morandi e con l’autostrada interrotta prima di Genova Ovest è avvenuto ieri sera senza traumi. Code, rallentamenti, ma tutto nella norma. Partenze intelligenti e scaglionate hanno impedito ingorghi nell’«imbuto-obbligato» che il dramma del 14 agosto ha creato dando agli automobilisti due sole alternative per superare Genova: affrontare la circolazione cittadina uscendo a Genova Aeroporto o scegliere la «circonvallazione» seguendo prima la Gravellona-Toce, poi la bretella per l’A7 e quindi l’A7 fino a Genova (allungando il tragitto di 130 km, che non sono pochi). 

Ieri sera alle 19,15 le uniche code sulla tratta autostradale ligure erano a Ventimiglia, verso la Francia, per il rientro di turisti transalpini e gli spostamenti legati al weekend (in via di esaurimento). Insomma, la somma del rientro verso la Lombardia e il Piemonte con quello in direzione tirrenica non ha visto scattare il tanto temuto bollino nero. Polizia stradale schierata tra gallerie e viadotti, pattuglie potenziate, ausiliari del traffico di Autofiori schierati lungo tutta la tratta e pronti a intervenire (anche con la distribuzione di generi di conforto, soprattutto acqua). Ma fortunatamente non ce n’è stato bisogno.

Alla barriera di Ventimiglia per tutta la mattinata la colonna di auto per raggiungere i caselli in direzione Francia è stata intorno al chilometro di lunghezza. Nulla di più. In serata rallentamenti nel Savonese, nella zona di Spotorno-Savona e nel Finalese (ma con velocità media di percorrenza scesa intorno ai 60 km/h, senza blocchi). Successivamente qualche criticità nella zona di Arenzano, nel Genovese, e all’innesto della bretella per la Gravellona-Toce. 

«Il numero delle pattuglie in servizio sull’autostrada è stato aumentato - spiegano dal distaccamento della polstrada di Imperia - ma è probabile che per questo fine settimana sia diminuito il numero dei turisti-pendolari, preoccupati per vedere come sarà il progressivo assestamento della viabilità nel nodo di Genova. I servizi di controllo del traffico e di assistenza agli automobilisti, soprattutto per i guasti meccanici, proseguiranno chiaramente nei prossimi giorni e avranno il loro momento chiave nei due prossimi fine settimana di agosto». La polizia stradale si è vista anche lungo le sue statali che portano verso il Piemonte, quelle della Valle Roja e di Ponte di Nava. Ma qui i rallentamenti sono stati legati da una parte al traffico sostenuto che si è andato a confrontare con sensi unici alternati per cantieri di lavori in corso (che non si è riusciti ad eliminare nonostante la stagione di punta per i flussi di traffico). 

Intanto si guarda alla prossima settimana. Le previsioni degli esperti danno bollino rosso venerdì pomeriggio e poi sabato e domenica alla mattina e al pomeriggio. Situazione destinata a ripetersi, con identiche modalità anche nel fine settimana del primo e 2 settembre. 

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giulio gavino

lunedì 20 agosto 2018

Geremicca: Se per il pd il nome è un peso

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Cultura

Se per il pd

il nome

è un peso

Federico Geremicca

Sì, è vero: Genova (la città di Beppe Grillo, governata dal centrodestra, come anche la Regione Liguria) non può esser considerata, politicamente parlando, una riduzione in scala dell’Italia. Né vi somiglia in tutto la folla rabbiosa e dolente presente ai funerali di Stato, se solo si considera che oltre la metà delle famiglie delle vittime ha scelto di disertare quella cerimonia. Ciò nonostante, il Partito democratico sbaglierebbe a giudicare i fischi ricevuti dal suo segretario (e dalla genovese Pinotti) un episodio irrilevante o addirittura frutto di una perfida, seppur possibile, regia.   BERTINI P. 10

Quella contestazione, infatti, dà la misura esatta del punto in cui è precipitata la credibilità del Pd (al governo del Paese fino a qualche mese fa) e dell’enorme difficoltà che incontrerà a risalire la corrente. La drammaticità della sua crisi, peraltro, è di una tale profondità da annullare e rendere inesistente - caso più unico che raro - perfino quel piccolo favore di cui sono solite godere le forze d’opposizione: la naturale rendita di posizione insita nel dire che tutto va male e non se ne può più.

Oggi come oggi, insomma, il Partito democratico è nella peggiore delle posizioni immaginabili: né forza di governo (perché punita dagli elettori) né possibile forza d’opposizione (per il discredito, giusto o sbagliato che sia, che ancora lo circonda). È quasi un inedito: che naturalmente rende opportuno - e addirittura tardivo - un dibattito che rimetta in discussione non solo la storia, il profilo e la natura del partito, ma perfino il suo nome.

Poiché il passato insegna sempre qualcosa, quel che resta dello stato maggiore del Pd farebbe bene a guardare alla storia per rintracciare le qualità - politiche ed etiche - indispensabili per un tale cambio di pelle: il coraggio e la pazienza. Fu certamente un’operazione coraggiosa (seppur imposta dalla storia) quella con la quale Achille Occhetto relegò in soffitta nome e simboli del Pci; e ci volle tempo - e appunto pazienza - perché i leader del Pds e del Ppi (originato dallo scioglimento della vecchia Dc) cominciassero ad incassare gli utili della trasformazione compiuta.

Intendiamoci, oggi l’operazione è perfino più rischiosa, e tutt’altro che semplice. Rischiosa perché il pericolo sta nel buttar via comunque un’identità in cambio del nulla, o giù di lì; e non semplice perché i tempi sono quelli che sono: tempi in cui Matteo Salvini, per dire, può chiedere la sospensione del campionato di calcio in rispetto delle vittime genovesi e poi scattare disinvolti selfie a qualche metro dalle bare. Ma per ora è così che va, e non tenerne conto sarebbe un tragico errore.

Cambiare nome, dunque. O addirittura sciogliere il Partito democratico in un inedito «fronte repubblicano», come proposto subito dopo la disfatta del 4 marzo dall’ex ministro Carlo Calenda. Le due operazioni, inizialmente, potrebbero perfino coesistere: ed esser addirittura testate, anzi, nelle elezioni europee della prossima primavera, in vista delle quali il Pd sembra ragionare su una lista senza i suoi simboli e che metta assieme le opposizioni di centrosinistra. Europeisti contro sovranisti, insomma. O democratici contro populisti: una sfida che, a lanciarla nell’Italia gialloverde, può somigliare a Frosinone-Real Madrid. Senza offesa per alcuno.

Ma come si diceva all’inizio, la fase e l’operazione sono tali da reclamare un coraggio che arrivi fino al limite della temerarietà: lo stesso coraggio (seppur obbligato dalla storia e dalla cronaca) che Dc e Pci mostrarono in avvio degli Anni 90. Anche allora, all’inizio non andò come speravano: e arrivò il ciclone-Berlusconi. Ma anche allora - tra lanci di monetine e contestazioni quasi strada per strada - l’agibilità politica dei vecchi partiti finiti all’opposizione era ridotta al lumicino. Come oggi, in fondo, quando Maurizio Martina e Roberta Pinotti sono fischiati per delle morti con le quali non c’entrano nulla. Ma la spiegazione (e la speranza futura) è forse nel fatto che l’elettorato italiano è sì diventato mobile, ma ancora non ha perso la memoria...

in fila sul cammino di Santiago per salvare la coppia o se stessi

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Cultura

in fila sul cammino di Santiago

per salvare la coppia o se stessi

federico taddia

«Quest’anno Santiago». C’è chi te lo dice ostentando, senza nulla aggiungere, perché Santiago è Santiago, e se non capisci al volo non sei abbastanza aggiornato con le tendenze del momento. C’è chi te lo dice con espressione interrogativa, come se aspettasse da te un cenno di conforto o una spalla amica capace di smontare il progetto. C’è chi te lo dice sottovoce, con il tono di chi ti fa capire di non voler sprecare un parola in più. E c’è chi te lo dice e basta, quasi giustificandosi subito dopo con un «Ma non vado come pellegrino eh, vado per…». Santiago di Compostela, con i suoi 300 mila visitatori lo scorso anno - e un trend in costante aumento nel 2018 - di cui quasi 30 mila italiani, è per natura, tradizione e numeri la meta per antonomasia. Ma è la punta di un iceberg - silenzioso e lento - che sta cambiando il ritmo delle vacanze di migliaia di italiani. Dalle grandi vie, come la celebrata e rinvigorita Francigena nelle sue mille deviazioni e declinazioni, ai piccoli itinerari locali. Da Nord a Sud stanno nascendo centinaia di cammini: punti di territorio uniti da linee che raccontano la geografia, la storia, l’identità e la cultura del Paese. E l’idea di mettersi in strada, un passo dopo l’altro, zaino in spalla e bastoncini da trekking tra le mani - per un weekend, per qualche tappa e pure per una o due settimane, piace. Piace sempre di più. E la conta delle vesciche non frena entusiasmi e non smorza le motivazioni: non ci si lamenta, il dolore fa parte del gioco, non per masochismo, ma quasi a suggello dell’obiettivo raggiunto, della fatica fatta per spostarsi da A a B con le proprie gambe e con consapevolezza. In un elogio, o forse di una riscoperta di un’esigenza vitale: il bisogno di lentezza. Alla domanda del perché vai, la giostra del «Vado per» è quanto mai variegata e diversificata. Si va dal classico «Vado per cercare me stesso» a chi se stesso lo ha già trovato da un pezzo, ma probabilmente ha solo l’esigenza di farci una chiacchierata con tempi più blandi. C’è chi va per mettersi alla prova, chi per staccare con la routine, chi per conoscere il posto da un punto di vista particolare, chi - come per esempio il sottoscritto - per riappropriarsi di tratti macinati infinite volte in auto o in treno. C’è chi tenta il pellegrinaggio - laico o di fede - per salvare la coppia e chi invece spera, a suon di km, che la coppia salti tra una borraccia e l’altra. Giovani - tanti, tantissimi - professionisti di mezza età, pensionati: generazioni differenti che si trovano accomunate dal desiderio di una parentesi slow, una sorta di bolla in cui non rifugiarsi ma bensì ricaricarsi per sopravvivere nell’incasinato mondo là fuori. E quel «Scusa, sto camminando, adesso stacco e non so quando riaccendo» è diventato un grande mantra dell’estate. E forse sta proprio nel rivendicare il silenzio, il senso del nostro tornare pellegrini. Per non ascoltare quel rumore di fondo - violento, invasivo e costante, reale e virtuale - che inquina e manomette le nostre vite. In cammino per proteggerci quindi. Per disconnetterci. E tornare a riconnetterci poi con un po’ di ossigeno in più

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