ebook di Fulvio Romano

giovedì 26 ottobre 2017

Non dobbiamo isolare Trump (

LA STAMPA

Cultura


Donald Trump è scatenato. Ha dato sfogo infine alla sua antipatia verso l’accordo sul nucleare con l’Iran, rifiutandosi di riconoscere che Teheran sta ai patti, e intraprendendo passi che potrebbero portare al fallimento dell’intesa.

Dopo essersi scontrato con l’indisponibilità del Congresso ad abolire Obamacare ha fatto sapere di essere pronto a interrompere i sussidi federali alle famiglie bisognose, una mossa che potrebbe compromettere il programma. Tra le sue prossime vittime ci potrebbero essere il Nafta e l’Organizzazione mondiale del commercio, entrambe nel mirino di Trump, deciso a realizzare le sue promesse di protezionismo.

I partner dell’America sono comprensibilmente preoccupati e si chiedono se sia giunto il momento di smettere di lavorare con Trump e iniziare di lavorare senza di lui, se non contro di lui. Un approccio giustificabile, ma sconsigliato: gli Stati Uniti sono troppo potenti e influenti per venire ignorati o contenuti. Gli alleati americani dovrebbero invece fare un passo indietro e prendere atto delle ultime svolte della presidenza di Trump. Devono accettare la dura realtà: i leader più esperti potrebbero non riuscire a contenere Trump, e la sua presidenza nei prossimi mesi potrebbe andare peggio, invece di migliorare. Invece di volgere le spalle a Trump, arrabbiati e frustrati, gli amici dell’America dovrebbero tentare fino alla fine di frenare il suo istinto di distruzione.

Trump cavalca il suo populismo sfrenato, e questo non deve stupire: quando un demagogo inciampa, non fa un passo indietro, raddoppia gli sforzi. E Trump è un demagogo che ha inciampato. I suoi programmi più pubblicizzati - la riforma dell’assistenza sanitaria, gli investimenti infrastrutturali, il muro sulla frontiera - sono finiti nel nulla. Il presidente combatte i membri del suo stesso gabinetto e gli esponenti chiave del suo stesso partito in Campidoglio, si sta alienando un leader mondiale dopo l’altro, e ha perfino offeso le vedove dei soldati americani caduti. Il suo sostegno popolare è crollato. In tutta l’epoca dei sondaggi moderni, mai un presidente era stato così impopolare nove mesi dopo l’inizio del suo mandato. La sua base gli resta ostinatamente fedele, ma rappresenta solo circa un terzo dell’elettorato.

Privo della fiducia di un vasto consenso trasversale degli elettori, Trump si sta ritirando nel recinto dei suoi fedelissimi, che almeno per ora stanno beneficiando del collasso del partito repubblicano. I repubblicani centristi, e perfino quelli di centro-destra, sono sotto assedio. Nelle recenti primarie per il senato in Alabama, un tizzone evangelista ha stracciato un candidato appoggiato dall’establishment repubblicano. Nel frattempo, l’ex consigliere della Casa Bianca Stephen Bannon chiede una purga delle strutture del partito a favore dell’estrema destra. Che gli piaccia o meno, Trump è legato all’insorgenza dei nazionalisti populisti: quasi tutto il resto del Paese l’ha già perduto.

Trump però ha navigato verso il centro-destra non solo per scelta, ma anche per necessità. Nonostante Bannon, Sebastian Gorka e altri ideologi ferventi siano stati allontanati dalla Casa Bianca, il nazionalismo con tinte razziali di Trump è rimasto, e addirittura diventato più radicato. La sua reazione ambigua verso le proteste neonaziste di Charlottesville, gli insulti nei confronti degli immigrati ispanici, l’indifferenza verso le vittime dell’uragano Maria nel Puerto Rico, l’attacco contro i giocatori dell’Nfl che si inginocchiano quando senteno l’inno nazionale: tutto questo è il vero Donald Trump, non una invenzione politica di chi lo manipola.

Di fronte a questa difficile realtà, come deve affrontare la comunità internazionale i prossimi tre anni della tumultuosa presidenza di Trump?

Primo, i partner dell’America devono coinvolgere Trump e cercare di influenzare per quanto possibile il suo comportamento. Trump brama rispetto, vuole essere accettato: snobbarlo e isolarlo non farà che peggiorare le cose. Inoltre, coinvolgerlo potrebbe portare a benefici più concreti. Perfino quando Trump si mostra pronto a smantellare quello che non gradisce, tende ad offrire una scappatoia. Invece di cancellare semplicemente l’accordo con l’Iran, l’ha passato al Congresso. Ha annunciato la fine del programma dei «dreamers» (i residenti entrati o rimasti negli Usa illegalmente da minori che potevano rimanere nel Paese), ma ha iniziato con i democratici un dialogo su come preservarlo. Ha dichiarato di revocare i sussidi per la sanità necessari a finanziare l’Obamacare, ma poco dopo ha accolto una proposta bipartisan per tutelare i finanziamenti. E anche se Trump ha annunciato la sua intenzione di ritirarsi dall’accordo sul clima di Parigi, gli Usa non possono farlo formalmente fino al 2020, e quindi resta spazio per una manovra.

Non possiamo sapere se questo stile di Trump sia frutto di un congenito essere scostante, o parte di una abile strategia negoziale. Significa però che la porta del negoziato resta aperta, e gli interessati devono entrarci. Alla fine, Trump può mantenere o meno l’accordo con l’Iran, permettere ai «dreamers» di rimanere negli Stati Uniti, finanziare l’assicurazione sanitaria per gli americani bisognosi o ritornare all’accordo di Parigi. Ma vale la pena tentare di mantenerlo a bordo. Allontanarsi da Trump significa incoraggiare i suoi istinti peggiori.

Secondo, cooperare con Trump non significa piegarsi ai suoi desideri. Significa invece cercare di condurlo a più miti consigli e non cambiare posizione se questo tentativo fallisce. Nel campo della politica estera, i partner dell’America devono difendere con fermezza l’accordo con l’Iran: non c’è alternativa. Il resto del mondo ha ragione a sostenere l’accordo sul clima di Parigi anche se Trump vi ha rinunciato. Se Trump cercasse di ritirarsi dalla Wto sarà compito degli altri membri difendere il commercio basato sulle regole.

La comunità internazionale, e in particolar modo l’Europa, devono impedire a Trump di smantellare le norme liberali e le istituzioni basate sulle regole che Paesi che la pensavano nello stesso modo hanno costruito con tanta fatica. Trump non durerà per sempre. L’Europa deve garantire un futuro in cui il prossimo presidente americano non entri in carica in un mondo occidentale ridotto in macerie.

Terzo, gli amici dell’America devono impedire che l’opposizione popolare contro Trump non si trasformi in sentimenti antiamericani. La rabbia contro Trump è comprensibile, ma anche se i politici potrebbero essere tentati di alimentarla, ciò comporta il rischio di mettere le società democratiche contro gli Usa. Se i leader mondiali vogliono continuare a collaborare per quanto possibile con Trump - e con la burocrazia, il Cogresso e i responsabili degli Stati e delle amministrazioni locali, che possono tutti rivelarsi interlocutori migliori della Casa Bianca - devono impedire che il loro elettorato cancelli gli Usa dal suo orizzonte. Altrimenti, ogni speranza di mantenere il sentimento di solidarietà e comunità tra le democrazie atlantiche sarà solo un’illusione.

A giudicare dal discorso di Trump alle Nazioni Unite di settembre, vuole riportarci indietro, in un mondo dove ogni nazione sta per conto suo. Dobbiamo fare in modo che non ci riesca.

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Charles Kupchan *


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