ebook di Fulvio Romano

lunedì 31 dicembre 2018

La follia del reddito di cittadinanza

ALBERTO BRAMBILLA Il consulente della Lega: “Si rischia di aiutare le persone sbagliate”

“Follia il reddito di cittadinanza ad aprile

Così buttiamo al vento 7 miliardi di euro”

«Il reddito di cittadinanza ad aprile? Una follia». Alberto Brambilla è uno di quei tecnici che si può definire “d’area”. Esperto di welfare, già numero due di Maroni al ministero del Lavoro, è il padre del cosiddetto «scalone», la riforma voluta dal secondo governo Berlusconi. È lui che ha scritto un pezzo del programma della Lega, ed è sempre lui che qualche giorno fa ha scritto al premier Conte per esprimere le sue perplessità sul reddito di cittadinanza.

Brambilla, perché una follia? «Perché una riforma del genere ha bisogno di un’adeguata gestazione. Rischiamo di buttare al vento sette miliardi di euro». Le europee di maggio incalzano. «Capisco. Ma permetta una riflessione: dieci anni fa il bilancio dello Stato trasferiva complessivamente all’Inps per prestazioni di natura assistenziale sessanta miliardi di euro. Ora sono diventati centodieci. Altri dieci - sono numeri della Ragioneria - li distribuiscono gli enti locali. C’è qualcosa che non va». Non crede ai numeri sulla povertà? «Andiamo con ordine. In Italia ci sono dieci milioni di italiani che ricevono un’integrazione al reddito. Sette milioni di pensionati - la metà del totale - non hanno nemmeno quindici anni di contributi pagati. Un milione e settecentomila persone ricevono un sussidio di disoccupazione, meglio noto oggi come Naspi, un altro milione accede al Rei, l’aiuto ai poveri introdotto dal governo Renzi». Sta dicendo che i cinque milioni di famiglie povere di cui parlano spesso i Cinque Stelle non esistono? «Cinque milioni di famiglie equivalgono a dodici milioni di persone. Se i numeri fossero questi, ci sarebbero le piazze piene». E allora perché questi numeri? Li certifica l’Istat. «Anzitutto bisognerebbe distinguere fra povertà assoluta e relativa. In ogni caso: è evidente che esiste una correlazione fra indice di povertà, percentuale di evasione, elusione, lavoro nero ed economia non osservata di stampo criminale». Quindi sta dicendo che spesso si aiutano le persone sbagliate? «Non lo dico io, lo dicono i numeri. La Guardia di finanza ha calcolato irregolarità in sei moduli Isee su dieci». Quindi? Come se ne esce? «Bisogna far parlare le banche dati. Costruire un’anagrafe dell’assistenza che incroci i dati fiscali dei singoli con quelli delle famiglie. Solo così si può individuare lo strumento e la platea adatta. Altrimenti si rischia di sovrapporre ad un sistema già complicato l’ennesimo strumento parziale. Fra assegni familiari, integrazioni al minimo e aiuti di Comuni e Regioni se ne contano almeno venticinque diversi». Qual è la sua proposta? «Se si vuole partire subito con uno strumento efficace si potrebbe introdurre un superammortamento a calare del 130 per cento per ogni nuovo assunto. Potrebbe durare un biennio e concentrarsi su donne, giovani ed over 55. Nel frattempo si fa ordine nella giungla degli aiuti e in una seconda fase si introduce uno strumento universale per i più poveri». Nella conferenza stampa di fine anno il premier ha lasciato intendere che la strada è più o meno questa: spostare l’incentivo su chi assume. O no? «Temo che la fretta possa produrre pasticci. Non vorrei che qualcuno si sia convinto di avere in un anno risultati contro la lotta alla povertà che non si sono raggiunti in dieci».

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alessandro barbera


giovedì 20 dicembre 2018

Il mondo delle Rose piange David Austin


Riproduciamo qui un’intervista al grande giardiniere scomparso ieri comparsa sul Giornale di Brescia a cura di Elisa Rossi

Dalla rosa «Constance Spry» del 1961 alla «Desdemona» entrata in catalogo quest’anno. Nella contea dello Shropshire, nella regione delle Midlands Occidentali inglesi, ha sede il vivaio diDavid Austin, tra i maggiori esperti di rose inglesi.

Durante la sua attività ne ha create più di 200, ma ogni anno nel suo vivaio vengono prodotti 150mila incroci e vengono spedite in tutto il Mondo 250mila piante. È con uno scambio di e-mail con i suoi collaboratori che riusciamo ad intervistare il fondatore di questa impresa familiare, David CH Austin, oggi affiancato nella gestione dal figlio David JC Austin. La figlia Claire, alla quale il padre ha dedicato una bellissima rosa bianca, invece si occupa di piante perenni, iris e peonie.

Il giardinaggio è una passione di famiglia: come è iniziata? Crescendo in campagna mi sono appassionato alle piante da giovanissimo. Mio padre era amico di James Baker, un vivaista famoso per aver introdotto nuove varietà di perenni come il lupino da fiore Russel. Mi ha affascinato. E così ho iniziato a pensare a quali varietà poter migliorare fino a quando mia sorella Barbara mi regalò «Old Garden roses» di Edward Bunyard e così mi innamorai delle rose. Ordinai alcune rose moderne nelle quali intravedevo due vantaggi: a differenza delle rose antiche fiorivano dall’inizio dell’estate all’autunno e avevano una gamma di colori più ampia compresi il giallo e l’albicocca. È verso i vent’anni che decisi di ibridare rose con lo scopo di combinare il fascino e il profumo delle rose antiche con la rifiorenza delle moderne.

Cosa suggerisce ad un apprendista giardiniere? Ci sono solo due cose importanti da ricordare per coltivare rose con successo: la prima è scegliere una varietà affidabile, sana, profumata e rifiorente come «Olivia Rose Austin», «Desdemona» e «Lady of Shalott»; la seconda è preparare il terreno molto bene, incorporando, prima del trapianto, abbondante materia organica. Il resto è semplice. Basta potare in inverno, concimare in primavera ed estate, innaffiare e togliere le parti morte quando necessario. La potatura rende nervosi molti ma è facile: la regola con le nostre rose inglesi è ridurre i rami di un terzo o due terzi, dipende se vuoi un cespuglio più alto o più largo. Lei suggerisce di coltivare le rose con altre piante, perché? Per me è molto più attrattiva un’aiuola mista fiorita. Le nostre rose sono facili da collocare in una bordura per i colori e il portamento cespuglioso. In più le rose coltivare da sole sono molto più esposte a parassiti e malattie. Meglio associare le rose con le piante azzurre come la salvia «Mainacht» la campanula lactiflora, nepeta «Six hills giant», geranium «Johnson’s blue» e il geranium pratense «Mr. Kendall Clark». Tante le piante da associare come le digitali, viburni, ortensie, cornus, tageti o nasturzi.

Come nasce una rosa? E in quanto viene commercializzata? Quando si ibrida una rosa si guarda alle caratteristiche della pianta madre e padre. Dalla selezione iniziale le piante più interessanti vengono coltivate per otto anni. Solo poche varietà all’anno, dalle tre alle sei, vengono messe in catalogo. Per il nome poi sono ispirato dall’orticultura, dall’arte o dalla campagna. E dalle caratteristiche della rosa. 

Continuo a trovare ispirazione dal mio lavoro. Il mio sogno resta quello di quando ho iniziato: creare la rosa da giardino perfetta, che combini bellezza, profumo, rifiorenza e buona resistenza alle malattie con il fascino e la qualità che ci contraddistingue.

Elisa Rossi

mercoledì 28 novembre 2018

a PROTESTA DIVENTA BOOMERANG ( Panarari)

LA STAMPA

Cultura

la PROTESTA

DIVENTA

BOOMERANG

Massimiliano Panarari

Chi di Iena ferisce, di Iena perisce. Non si tratta di un film di Quentin Tarantino, ma della realtà della cronaca politica di queste giornate – o, forse, dell’iperrealtà che in epoca postmoderna risulta talvolta più reale del reale. E, di sicuro, lo scandalo che sta lambendo Luigi Di Maio, portato alla luce da Le Iene, si sta rivelando una vicenda piuttosto pulp per il vicepremier e ministro del Lavoro alle prese con un padre utilizzatore di lavoro nero nella propria ditta. I suoi numerosissimi sostenitori e follower invocano il principio per cui le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, ma nella fattispecie appare come una giustificazione «pelosa» e doppio-pesista, visto che il leader pentastellato ha costruito le sue fortune sull’invocazione assolutistica della virtù prepolitica dell’onestà, e ha ampiamente fatto ricorso all’argomento della colpevolezza genitoriale per attaccare il Pd. L’affaire familiare di Di Maio, con il doloroso balletto di «non so», prese di distanza e imbarazzi assume i tratti della nemesi. E conferma quanto il paradigma della neotv rimanga sempre rilevante e significativo in Italia nel dettare l’agenda politica (come aveva illustrato Umberto Eco, i cui scritti sul tema sono raccolti nell’antologia Sulla televisione, La nave di Teseo).

È precisamente una nemesi quella che va ora in scena (e in onda) perché il grillismo si rivela molto debitore dell’ideologia giustizialista, non solo nella sua versione politica – e di partito sponda di «una certa idea della magistratura» – ma anche (e, forse, specialmente) con riferimento alla giustizia fai da te e secondo i canoni della società dello spettacolo. Quella incarnatasi, giustappunto, in una serie di trasmissioni televisive – in primis, Striscia la notizia, Le Iene, e per qualche verso anche Chi l’ha visto? – da cui emerge una sostanziale sfiducia nei confronti della politica tradizionale e di establishment come strumento di risoluzione dei problemi, da sostituire nel nome di una ben maggiore efficacia ed efficienza tramite il piccolo schermo. Programmi di «infotainment 2.0» e «politica pop», come ha scritto lo studioso Gianpietro Mazzoleni – spesso imbevuti di intuizioni e trovate direttamente provenienti dall’armamentario del situazionismo – che si propongono con una funzione di denuncia e di servizio a favore dei cittadini; e che hanno contribuito in maniera potente alla costruzione del discorso pubblico del gentismo e di quel clima di opinione ispirato all’anti-politica di cui, non per caso, ha beneficiato innanzitutto il Movimento 5 Stelle. A partire, beninteso, dall’inoppugnabile dato di fatto di una corruzione praticamente endemica rispetto alla quale il neopopulismo si è presentato proprio come la ricetta utile a operare una bonifica. Ed ecco, così, Beppe Grillo che indossa i panni del «Gabibbo barbuto», e il giustizialismo neotelevisivo che ha fornito quadri dirigenti e frontman da inviare nei talk (come l’ex Iena Dino Giarrusso o l’ex «domatore di leoni» de La Gabbia Gianluigi Paragone). E, soprattutto, format comunicativi che si sono trasformati in «forma politica» e nell’informe e liquidissimo partito-movimento del M5S. E che ora si rivoltano contro i loro finora invincibili apprendisti stregoni, che hanno alimentato (e capitalizzato) la ribellione derivante dal disagio sociale e dal malcontento esistenziale. Un po’ come avvenne nella Rivoluzione francese, che divorò e spedì sulla ghigliottina gli stessi giacobini e montagnardi artefici del Terrore.

L’onda della contestazione, infatti, ha tutta l’aria di non fermarsi, e il cambio di paradigma che stiamo vivendo è esattamente quello dell’ingresso in un’era di neverending protest (la protesta infinita) alla ricerca permanente di nuovi imprenditori politici «contro». A meno di cambiare schema di gioco, e tipologia di offerta politica; ma gli (ex) antisistemici 5 Stelle, che ormai faticano sempre di più a scrollarsi di dosso la percezione di essere diventati anch’essi un pezzo del sistema, non sembrano esserne in grado, né volerlo davvero. 

@MPanarari

giovedì 22 novembre 2018

Il popolo è diventato una fiction

LA STAMPAweb

Cultura

La democrazia diretta e gli altri miti d’oggi nel nuovo libro di Massimiliano Panarari

Il popolo è diventato una fiction

E i populisti fabbricano la neolingua

E dunque, che cosa è attualmente il popolo? Oggi, come nel momento storico della Rivoluzione francese, rappresenta un’astrazione e una fictio (ovvero, se si preferisce, una fiction) di cui si servono la teoria politica e la dottrina giuridica per fondare la categoria di sovranità e la logica di funzionamento delle istituzioni. E, oggi, come allora, costituisce un terreno di battaglia politico (e di distorsioni e manipolazioni) rispetto al quale i neopopulismi hanno individuato il proprio vessillo nel maggioritarismo estremo. Che, nel nome della più nobile e gloriosa delle poste in gioco (la rappresentanza democratica) viene esteso in modo indebito e assolutistico facendo coincidere la volontà della maggioranza – o presuntamente tale, appunto – con quella generale di «tutto un popolo».
Peggio per le minoranze
Se le minoranze non la pensano così, e vogliono restare tali non conformandosi, peggio per loro, perché l’opinione pubblica si esaurisce de facto e in maniera consustanziale in quella della maggioranza. Quindi, zitte e mosca! Ed ecco così che la «totalità» (organicistica) del popolo viene a identificarsi con i propri rappresentanti populisti, che diventano i soli legittimati a parlare in nome e per conto del popolo tutto in quanto (sedicente) «comunità organica». 
E lo fanno, spesso, utilizzando un linguaggio creato ad hoc, perché quando un nuovo regime si insedia istituisce una neolingua, con la finalità di renderla l’idioma unitario del proprio (neo) popolo. Questa, come noto, rappresenta una delle intuizioni più durature di 1984 di George Orwell, la cui validità è stata ampiamente certificata dal marketing politico, dalle neuroscienze e dalle scienze cognitive, che hanno dimostrato che si può vincere alla grande una campagna elettorale (e mantenere il consenso) proprio cambiando radicalmente i significati del lessico della politica e imponendo un’egemonia linguistico-culturale che obbliga gli avversari a inseguire da una posizione di debolezza e subordinazione. La narrativa populista ha sposato questa forma estrema di soft power (fondamentalmente brevettata a partire, seppure con tonalità diverse, dal reaganismo), che viene miscelata con i precetti dello spin doctoring e veicolata molto efficacemente attraverso i social media. 
Ricostruzione delle parole
Difatti, precisamente una neolingua è quella che viene dispiegata, giorno dopo giorno, dai due populismi postmoderni arrivati al governo dell’Italia, quello nazional-sovranista della Lega e quello camaleontico-postideologico del Movimento 5 Stelle, ambedue dichiaratamente «anti-sistema», e quindi impegnati a edificare – in maniera tra loro competitiva – un altro sistema (semantico), servendosi anche (e meticolosamente) della ricostruzione delle parole e della incessante fabbricazione ex novo dei frame linguistici. 
La neolingua orwelliana si basava sui principi della semplificazione e della limitazione delle alternative – esattamente come avviene nel discorso pubblico populista basato sulla polarizzazione, dove ogni tematica complessa viene sottoposta a un processo di riduzione ai minimi termini e di banalizzazione. E dove ci si deve schierare «con noi, o contro di noi»; una dicotomia obbligata e un manicheismo coatto in cui il «noi» evocato a ogni piè sospinto coincide in maniera alquanto plastica con l’ipostatizzata comunità organicista del popolo. Ragione per la quale chi non supporta le misure dell’esecutivo italiano legastellato – e, più in generale, chi non condivide le ricette populiste – finisce per essere relegato a una condizione di nemico a tutti gli effetti. 
In primo luogo, perché la polarizzazione anche linguistica si tinge di una connotazione moraleggiante, come nel caso della campagna anti-casta per antonomasia, quella riguardante i vitalizi. E come nella formulazione lessicale del «decreto dignità» del vicepresidente del Consiglio e ministro dello Sviluppo economico, Lavoro e Politiche sociali Luigi Di Maio, la quale rimanda nuovamente a un piano etico e metapolitico che risulta centrale nell’ideologia sottile del populismo. 
La neolingua legastellata, infatti, batte e ribatte sempre sul livello simbolico (e il «muscolarismo»), che per il populismo è assai più rilevante delle politiche concrete. E lo mostrano, in modo inequivocabile, tutti i suoi architravi: le idee forza (la legittima difesa quale «valore non negoziabile» e l’«abolizione della povertà» tramite il cosiddetto reddito di cittadinanza), le ostentazioni di virilità nelle relazioni internazionali (l’Italia che è «stata un po’ prepotente», ma vincente nei confronti dei partner Ue, a detta del premier Conte, con riferimento a uno dei vari summit tenutisi tra Bruxelles e Strasburgo), le frasi ruvide da bar sport elevato da refugium peccatorum dei commenti a sproposito ad apparato ideologico e gli slogan pensati come tweet o soundbite televisivi: «La pacchia è strafinita» pronunciato da Salvini a proposito di migranti, profughi e clandestini infilati tutti nello stesso mucchio, facendo di tutta l’erba un fascio. 
Rovesciamento dei significati
Oppure il «vive su Marte» indirizzato al non allineato presidente dell’Inps Tito Boeri; le proiezioni utopico-futuristiche (o, se si preferisce, le fughe in avanti, come la delega ministeriale alla democrazia diretta o la mezz’ora gratis di Internet «per i poveri»); la scelta programmatica del politicamente scorretto e la polemica costante verso i «buonisti» (come le Ong); l’abilità nel rovesciamento dei significati («risorsa» che, da contributore straniero della previdenza nazionale, si converte nella sarcastica etichetta salviniana per indicare lo squilibrato nigeriano che ha assassinato un anziano a Sessa Aurunca nel luglio 2018). Sempre, e rigorosamente, all’insegna della logica della campagna elettorale permanente nella quale tendono a moltiplicarsi esponenzialmente i fattoidi (i cosiddetti «fatti alternativi»), la cui verosimiglianza frutto di manipolazione risulta inversamente proporzionale alla veridicità dei fatti autentici.
Massimiliano Panarari

domenica 18 novembre 2018

“Fiaccati da anni di politicamente corretto gli italiani vogliono trivialità e tracotanza”

LA STAMPA

Italia

ALESSANDRO PIPERNO lo scrittore stende IL pAESE SUL lettino dello psicanalista: “Per chi la pensa come me le prossime Europee saranno un tracollo”

“Fiaccati da anni di politicamente corretto

gli italiani vogliono trivialità e tracotanza” 

Alessandro Piperno ci ha sempre stupito con la forza e la crudeltà con le quali mette sotto la lente di ingrandimento i vizi della borghesia, i complicati rapporti tra uomo e donna, le loro paure e incertezze ma ora non riesce più a chiudere gli occhi. E come in una seduta di psicanalisi prova a raccontare la rivoluzione in corso nel suo Paese sdraiandolo sul lettino. 

Le ultime elezioni hanno stravolto completamente il panorama politico creando un vero e proprio choc per l’Italia. Cosa è accaduto? «E chi lo sa! Vede, sulla questione mi piace sempre citare il grande poeta russo Iosif Brodskij: “La politica è al livello più basso della vita spirituale”. Nel senso che sollecita gli impulsi più elementari e corrivi della nostra interiorità. Anche per questo me ne sono sempre tenuto doverosamente alla larga. Ecco, mettiamola così: dal 4 marzo scorso sono regredito al livello più basso della mia vita spirituale. Sono sull’orlo di una crisi di nervi. Leggo i giornali con avidità, consulto siti, guardo la tv, prendo a concionare a tavola e all’università come un tribuno, manca solo che mi metta a parlare da solo per strada. Alterno apprensione, sdegno a stupefazione. Assisto con orrore al tramonto del buonsenso. E per la prima volta in vita mia sento farsi strada il sospetto paranoico che sia tutto collegato. Le faccio un esempio». Mi dica. «Anni fa un mio amico che insegna negli Stati Uniti da decenni mi disse che non aveva dubbi: non solo Trump avrebbe vinto le primarie repubblicane, ma anche le presidenziali. Alle mie proteste piene di legittima incredulità mi zittì dicendo: “Gli americani sono stanchi della correttezza politica. Hanno bisogno di trivialità, franchezza becera, tracotanza”. Dio sa se aveva ragione. E a quanto pare, ad aver bisogno di certa roba non erano solo gli americani, ma anche gli inglesi, gli ungheresi, gli austriaci e gli italiani naturalmente. Del resto, ravviso una relazione sinistra tra l’oltranzismo del politicamente corretto e il trumpismo. Sebbene antitetiche, si tratta di dottrine violente, settarie, prive di ironia e di misericordia. Ci ha fatto mai caso? C’è qualcosa che assimila gli occhi spiritati di certi deputati grillini ai ghigni sarcastici dei leghisti». Quando è iniziata questa trasformazione? «Per quanto concerne l’Italia, sospetto che i vent’anni di guerra civile tra berlusconiani e anti-berlusconiani abbiano impartito alla gente una lezione di odio reciproco talmente viscerale che stentiamo ancora a liberarcene. E ritengo che la cosiddetta classe dirigente abbia giocato il ruolo mefitico e irresponsabile dell’apprendista stregone. Un Paese la cui élite insegna alla gente comune a odiare l’élite ha qualche serio problema di auto-coscienza». Ora avanzano i sovranisti. Sembra un’ondata inarrestabile. Per quale motivo? «Non bisogna essere un premio Nobel per capire che il peggior nemico della democrazia liberale è la crisi economica. Di colpo la gente ha ottime, legittime ragioni per incanaglirsi. Penso al piccolo mondo da cui provengo, la borghesia metropolitana, laica e operosa: nell’ultimo decennio ha subito un lento inesorabile declassamento sociale. Non oso immaginare come stanno tutti gli altri, ossia la maggioranza che già se la passava male. E come insegna Girard, il grande antropologo francese, quando la gente è in difficoltà, quando trema di paura, per prima cosa se la prende con chi sta molto meglio poi con chi sta molto peggio. Così il complottismo si allea al razzismo. La dietrologia paranoide dei grillini va felicemente a braccetto con la xenofobia dei leghisti. Da un lato si farnetica contro i poteri forti, dall’altro contro i finanzieri ebrei e gli immigrati. Le assicuro, non avrei mai creduto che un giorno avrei vissuto tempi del genere». E da qui come si arriva al sovranismo? «Il passo è breve. È come quando sei depresso e ti vien voglia di chiuderti in casa. L’infelicità, la tristezza, la miseria ti abbrutiscono e ti rendono sospettoso e guardingo. Chiudi a chiave la porta, abbassi le serrande. Ti viene naturale dare la colpa ai vicini di casa. Se stai così male sarà di certo colpa loro. Diventi lamentoso, capzioso, auto-indulgente. Non vedi l’ora di insultare qualcuno alla prossima riunione di condominio». Quale altro effetto ha avuto la crisi? «Ha incrinato quel muro di valori condivisi che George Steiner chiama il “pregiudizio liberal”: tolleranza, civismo, buone maniere. Tutto andato in fumo. Lo vede? Ormai parlo come un trombone». Cosa pensa del problema dell’immigrazione? «Penso che tra qualche anno guarderemo al nostro atteggiamento odierno con lo stesso orrore con cui oggi giudichiamo le cose terribili che succedevano in Europa settant’anni fa». Perché l’Italia ha così poca memoria? «Sa che l’ottanta percento dei miei studenti non sa cosa sono le leggi razziali e il restante venti percento ritiene che esse abbiano riguardato solo la Germania? Ho sempre diffidato della capacità redentrice della memoria. Alla questione ho dedicato anche un paio di libri. Ma questa ignoranza supera di molto le mie peggiori aspettative». Torniamo per un momento a un concetto che lei ha espresso e che mi ha colpito. Perché Trump e il politicamente corretto sono la faccia della stessa medaglia? «Perché sono espressioni di un pensiero rozzo e semplificato che si nutre di pregiudizi e si avvale di slogan e frasi fatte. Sono forme di estremismo che hanno silenziato il pensiero critico e hanno abolito il sano esercizio del dubbio». Per questo ha deciso di dedicarsi in modo più attivo alla politica?«Non la metterei così. Detesto gli scrittori impegnati. A Zola preferisco Flaubert, a Sartre preferisco Claude Simon, a Pasolini preferisco Gadda e Montale. Diciamo che per la prima volta nella mia vita mi scopro in apprensione per ragioni politiche». Lega e 5 Stelle sono alleati, ma anche rivali. Se si tornasse a votare cosa accadrebbe? «Al di là di tutte le goffaggini, le insipienze, gli abusi di potere, i tradimenti della parola data, il malgoverno mostrato a Roma e a Torino, l’offerta dei 5 Stelle resta fortissima (soprattutto quando c’è da decostruire), e se possibile quella della Lega lo è anche di più. Temo che per chi la pensa come me le prossime elezioni europee sanciranno il tracollo definitivo. Anche se spero di sbagliarmi». La seduta è finita, come vede il paziente Italia? «Che le devo dire? Il 5 marzo, quando mi sono svegliato, mi sono sentito come un nobile francese dopo la presa della Bastiglia. Temevo che volessero ghigliottinarmi. Diciamo che il mio relativismo mi mette in guardia da me stesso, spingendomi a chiedermi se per caso ci sia qualcosa che non ho capito, se in quello che sta capitando ci siano anche risvolti positivi che un signore di mezza età come me è incapace di valutare e di percepire. Non posso che augurarmelo naturalmente». BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

massimo vincenzi

giovedì 15 novembre 2018

LA STAMPA

Prima Pagina

Gertrud e Karl

Breve storia di Karl Jaspers dedicata a chi si sente una vittima e un innocente. Nasce a Oldenburg, Bassa Sassonia, nel 1883. Si laurea in medicina, diventa psichiatra e filosofo. Nel 1933, con la salita al potere di Adolf Hitler e del nazismo, poiché sua moglie Gertrud Mayer è ebrea, entra nel novero dei potenziali nemici del Reich. Nel 1937 gli impongono un’alternativa: o lasciare la Germania o lasciare la moglie. Non lascerò né la Germania né mia moglie, risponde. Viene allontanato dall’Università di Heidelberg, dove studia e insegna. Si ritira a vita privata con Gertrud. Nel 1938 a ogni casa editrice tedesca è vietato pubblicare opere di Jaspers. Fa la fame, si ammala. Negli anni della guerra, per evitare a sé e a Gertrud l’eventualità devastante della deportazione, pare conservi pasticche di cianuro a portata di mano. L’arresto è in effetti stabilito, ma non c’è esecuzione probabilmente per l’avanzata degli americani. Nel 1946, a guerra finita, torna alla vita accademica. Tiene un ciclo di lezioni pubblicate in Italia da Raffaello Cortina col titolo La questione della colpa. Dice: «Noi tedeschi siamo obbligati, senza alcuna eccezione, a vedere chiaro sulla questione della nostra colpa e a trarne le conseguenze. La questione della colpa, più che essere una questione posta dagli altri a noi, è una questione che noi poniamo a noi stessi. Ci obbliga la nostra dignità di uomini». La colpa che riconosceva a sé era di avere sottovalutato il nazismo e di non essersi opposto per tempo e col dovuto vigore. E per questa ragione avvertì: «Ognuno è responsabile della situazione politica del proprio Paese».

domenica 11 novembre 2018

una folla non populista e positiva. Massimiliano Panarari

LA STAMPA

Cultura

una folla

non populista

e positiva

Massimiliano panarari

Una piazza positiva, e pro-positiva negli intenti e nelle aspirazioni. E una piazza progressista, nel senso dell’impegno a sostenere le ragioni dello sviluppo e a testimoniare l’importanza (e la necessità) di una visione di progresso.

La piazza è uno dei luoghi fondamentali della politica, via via negletta nella stagione attuale divisa tra l’invocazione della (spesso assai più sedicente che reale) democrazia diretta e le zuffe nei forum virtuali dei social (o nei salotti tv di certi talk show). E, dunque, è interessante, e ovviamente non casuale, che una critica costruttiva e garbata - come tipico dello stile sabaudo - a certe politiche di immobilismo e arretramento propugnate dal governo neopopulista sia passata per lo spazio pubblico (e fisico) di piazza Castello. Dove, come inno di partenza, sono risuonate le note di una celebre canzone di Jovanotti, Io penso positivo, per mandare con chiarezza il messaggio di un clima d’opinione improntato appunto alla positività, e non pregiudizievole nei confronti della sindaca Chiara Appendino.

Quella (strapiena) di ieri è stata una piazza non ideologica - o, se si vuole, postideologica - che, a partire dai temi della Tav e delle infrastrutture, ha rimesso al centro del discorso pubblico il significato del progresso per una comunità immersa in un contesto di palese e inarrestabile interdipendenza (visto che la globalizzazione della circolazione di persone e merci non si ferma a colpi di antistorici «No»). Una piazza edificata, dal punto di vista sociale, sulla trasversalità (oltre che sull’assenza di vessilli e bandiere di partito), popolata di professionisti, imprenditori, lavoratori, studenti, professori, famiglie e singoli, e che si era prefissata l’obiettivo di restituire all’attenzione generale le opinioni di una maggioranza (finora) silente perché sovrastata da minoranze organizzate e alquanto rumorose nella loro advocacy (e, soprattutto, nella loro volontà di imporsi). E una piazza progressista in un’accezione che, andando giustappunto oltre la destra e la sinistra, ha invocato l’andare avanti e lo sviluppo contro l’ideologia del populismo reazionario e del sovranismo regressivo – resiliente, quindi, rispetto alla decrescita che conduce a un futuro di infelicità ed è pervasa di quella che Zygmunt Bauman ha chiamato retrotopia (un’utopia - che qui sarebbe meglio etichettare come distopia - con la testa rigidamente rivolta al passato).

Una piazza decisamente subpolitica - per dirla alla Ulrich Beck - poiché animata dall’associazionismo e dalle articolazioni della società civile (a partire dal gruppo di donne delle professioni che l’ha concepita e costruita) e fondata sulle idee forza della bontà del progresso, della società aperta, della scienza, della tecnologia e della condivisione e ripartizione collettiva del benessere che ne deriva. Una piazza pacifica ed europea (come lo è la città di Torino) rispetto alle arene del rancore e della rabbia che hanno caratterizzato sempre più massicciamente, dal «Vaffa day» di Grillo in avanti, una certa idea della partecipazione di folla in questa nostra Italia disorientata e postmoderna.

Insomma, una piazza dell’azione affermativa; e, dopo la sua bella prova di forza tranquilla, è ora lecito anche attendersi che l’energia positiva dell’Onda Sì Tav dia origine a una piattaforma di proposte fattive. E, dunque, «un’altra piazza è possibile», per giunta piena di sorrisi e compostezza.

martedì 6 novembre 2018

L’incompetenza oggi paga solo in politica. Nella vita gli incompetenti soccombono.

LA STAMPA

Prima Pagina

Riprendersi il futuro

Un’analisi dell’osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica diretto da Carlo Cottarelli, pubblicata ieri sul Foglio, approfondisce bene alcune questioni già chiare. Prima, la robotizzazione riduce i posti di lavoro soprattutto nei paesi con pochi robot: Germania, Giappone e Corea del Sud, che ne sono pieni, hanno all’incirca il 4 per cento di disoccupati. Seconda, per ora i robot portano via il lavoro alla fasce medie: scompaiono i bancari, per esempio. Terza, i lavori più umili, ancora fuori dalla portata dei robot, come consegnare le pizze o servire ai tavoli, sono pertanto sempre più ambiti e sempre meno pagati. Quarta, è alta la richiesta di lavoratori con elevata competenza, e alto è il loro stipendio. In poche righe, ecco una spiegazione delle diseguaglianze. Come tutti sanno, l’arrivo delle auto fece fuori carretti e carrozze ma creò progettisti, operai, meccanici. Il vetturino disoccupato però non sapeva niente di pistoni. Ci spieghiamo meglio: al Politecnico di Milano il 95 per cento dei neolaureati in ingegneria informatica trova lavoro contestualmente alla laurea o entro sei mesi, il restante 5 per cento entro l’anno. La prima paga netta è superiore ai mille e 700 euro. Dall’anno accademico 2017-’18 sono usciti 258 ingegneri informatici, ma il Politecnico aveva dalle aziende quasi 4 mila e 700 offerte d’assunzione. Tutto questo bla bla, cari ragazzi, suggerisce che bisogna essere al passo coi tempi, perché i tempi non rallentano per aspettarci, e che l’incompetenza oggi aiuta in politica, ma soltanto in politica e per coincidenza astrale: nella vita, gli incompetenti soccombono. 


domenica 28 ottobre 2018

L’Italia corre diritta contro il muro”

LORENZO BINI SMAGHI Le agenzie di rating ci hanno rimandato in attesa di avere più informazioni sulla manovra

Si sta ripetendo il 2011, la frenata dell’economia cominciò con la salita dello spread. E l’esecutivo non lo ha capito

“Deficit al 3% e rischio recessione

L’Italia corre diritta contro il muro”

«Rimandati a settembre, come si diceva una volta», concede Lorenzo Bini Smaghi quando si arriva alle agenzie di rating e alla valutazione della credibilità dell’Italia. «Vogliono evitare giudizi su fatti che non conoscono», aggiunge l’economista fiorentino, già membro dell’esecutivo Bce, oggi presidente di Société Genérale e di Italgas, che però un’idea precisa di come andranno le cose se l’è già fatta. Vede il deficit al 3% del pil per tre anni, una pericolosa stretta al credito, un rischio di recessione e un governo gialloverde che gli pare «un treno lanciato contro un muro». «Mi pare proprio un rinvio del giudizio in attesa di ulteriori informazioni - spiega -, con l’indicazione che probabilmente verrà cambiato. Non gli darei troppa importanza, non è così drammatico come si poteva pensare».

Intanto hanno riscritto lo scenario macroeconomico. Meno crescita e più deficit... «Non sono i soli. Anche l’Ufficio parlamentare del bilancio, il Fmi e la Commissione Ue lavorano su ipotesi non in linea col governo. Personalmente, trovo basso il 2,7% il rapporto deficit/pil, perché nella manovra ci sono misure di cui non conosciamo la portata, entrate ed uscite da verificare. Gli interessi sul debito saranno almeno 0,1-0,2 punti in più. Ci sono forti probabilità che il disavanzo superi il 3%. Per i prossimi tre anni». Davvero? «Nello schema del 2020 è previsto il ricorso alla clausola di salvaguardia. Ritengo improbabile che vogliano aumentare l’Iva». In questo quadro perché insistono sul “non si cambia”? «Siamo in una fase in cui è venuto meno il ruolo della politica, intesa come quella cosa che deve rendere compatibile desideri e promesse con la realtà, magari anche spalmandoli nel tempo. Oggi abbiamo due partiti che ragionano meccanicamente, come un treno che non può cambiare binari e va contro un muro. Manca la capacità di mediare». Il governo si fa forza perché «il popolo è con noi»... «Proprio perché si ha il 60 per cento del consenso non ha senso creare queste turbolenze coi mercati e coi nostri alleati europei. A meno che la visione non sia di brevissimo termine e si pensi a votare subito dopo aver massimizzato gli effetti della manovra. Oppure che trionfi l’incapacità di fare la politica vera esercitando l’arte del possibile». A chi giova attaccare Draghi? «Se chi investe in Italia vede che attaccano il guardiano della stabilità, penserà che non si voglia la stabilità. Non è positivo per il Paese e nemmeno per la manovra stessa». SuperMario “il salvatore” ora è “l’anti-italiano”. «Mannò. Cosa vuol dire? E’ europeo. Sarebbe meglio avere un tedesco? Così facendo si riduce ulteriormente la credibilità del Paese come è capitato quando la Lega dell’Europarlamento non ha votato per Enria alla Bce. Mi sembra che il governo si stia specializzando in autogol». Come è successo? «O è una ingenuità nata dall’incompetenza. Oppure c’è l’obiettivo deliberato di cercare lo scontro a tutti costi. Comunque due ipotesi che spaventano chi deve decidere se investire in Italia o meno». Cosa rischiano le banche? «La perdita di valore dei titoli di stato erode il capitale. Poiché esistono dei vincoli patrimoniali, gli istituti reagiscono riducendo il credito. Tagliano i prestiti e chiedono ai clienti di rientrare. Non sono le banche, ma il sistema economico a soffrire». Qual è il pericolo?«L’economia che rallenta e rischia di andare in recessione nel quarto trimestre. È capitato nel 2011: le banche hanno ridotto il credito già nell’estate, appena lo spread è salito. Il pil italiano è sceso dello 0,6 nel terzo trimestre e nel quarto dello 0,9. La caduta è cominciata per effetto dello spread, già prima di Monti. Il fenomeno si sta riproponendo. Il governo, che pure si circonda di pseudo economisti, non lo ha capito». A sentire il ministro Savona si ha l’impressione che vogliano ristrutturare il debito e farselo pagare dall’Europa. «Lui lo ha scritto e detto. E la reazione degli altri paesi è stata “non abbiamo voglia di pagare il debito italiano”, lo ha hanno detto in tanti, da Kurz all’Afd. Il problema non è Savona, ma chi lo fa parlare. Butta benzina sul fuoco, dovrebbero dirgli di smettere. Non ha una posizione di rilievo nella Lega o nel M5S. Però, essendo Tria in una fase di ripiego, chi cerca di comprendere cosa succede in Italia ascolta Savona, e forse sbaglia». Draghi voleva mediare.«Sì, ha tentato di diffondere ottimismo per un’intesa sulla manovra con la Commissione e gli hanno sparato verbalmente addosso. E’ come se cercassero un pretesto per andare al voto o per fare delle manovre straordinarie, dando la colpa agli altri. D’altra parte, l’ampio consenso dei cittadini dà al governo l’illusione di poter fare qualsiasi cosa». Per poi prendersela con la speculazione e Soros? «Se uno dice “ce ne freghiamo e andiamo avanti” non fa altro che spingere a speculare ancora di più contro il paese, nella convinzione che si stia andando contro il muro. Siamo un paese piccolo sul Mediterraneo che si sta isolando».Il consenso resta elevato, però. Come se lo spiega? «Perché l’impatto reale su cittadini ancora non c’è stato. Ci sono per ora delle avvisaglie. La recessione non è ancora iniziata. Torno al treno. Corre ad alta velocità, il muro ancora non si vede, ma se non si rallenta lo schianto sarà violento». BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

marco zatterin

mercoledì 10 ottobre 2018

Il primo passo ( dello Stato autoritario)

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Il primo passo

La sicurezza viene prima dei diritti, ha detto ieri mattina in tv Edoardo Rixi, sottosegretario della Lega. Nessuno è sobbalzato, in studio, e probabilmente nessuno è sobbalzato a casa. Rixi stava parlando del ponte di Genova, in perfetta buona fede (che noia questa buona fede), e stava postulando il disastro. Lo chiamo disastro, altri lo chiamano fascismo, ma la definizione non è importante: non torneranno le camicie nere, i cerchi di fuoco, i balilla, la storia si ripete ma non copia mai da sé stessa. È invece vero che nell’anima italiana l’illiberalismo è sempre stato una scorciatoia e un sollievo, per tutti. Siamo pieni di leggi illiberali in nome della sicurezza: buona parte della legislazione antimafia è illiberale, ma c’è l’emergenza mafia; i sequestri preventivi dei beni dei (presunti) corrotti sono illiberali, ma c’è l’emergenza corruzione; le leggi antiproibizioniste sulla droga sono illiberali, ma c’è l’emergenza droga. Spesso, e non soltanto in Italia, si sacrifica qualche diritto in nome dell’emergenza e della sicurezza. Sono quote forse sopportabili, come fumare tre sigarette al giorno a corredo di una vita sana. Già è arbitrario decidere quali sono le emergenze e come affrontarle, ma quando le emergenze si moltiplicano o addirittura si ingigantiscono - l’immigrazione, la criminalità, i rom, le occupazioni abusive, i confini, i tecnici dei ministeri, la stampa, ora perfino la ricostruzione dei ponti - e a ognuna si dà una risposta illiberale, perché la sicurezza viene prima dei diritti, allora lo Stato autoritario ha già compiuto un passo.


sabato 6 ottobre 2018

Baviera, volano i Verdi (Ndb: sarà anche qui la nuova alternativa democratica?)

LA STAMPA

Esteri

Secondo i sondaggi gli ambientalisti hanno superato l’Spd nei consensi

Sono la vera opposizione a Cdu e Csu: primo test il voto del 14 ottobre

Baviera, volano i Verdi

S’incrina dopo 60 anni

il modello conservatore 

Oggi marceranno ancora una volta accanto agli ambientalisti ed ecologisti per partecipare alla grande manifestazione di protesta contro l’abbattimento della foresta di Hambach minacciata dai lavori di ampliamento di una grande miniera di carbone tra Colonia e Aquisgrana. Ma quello dell’ecologia non è più il tema dominante e centrale per il Bündnis 90-Die Grünen, il partito dei Verdi tedeschi. Il loro guscio esterno è ancora verde, ma il nocciolo si è tinto anche di rosso socialdemocratico, blu neoliberista e persino di nero conservatore. 

La crisi politica

Nel pieno di una crisi politica che sta sgretolando le fondamenta del bipolarismo tedesco, con il lento tramonto della cancelliera cristiano-democratica Angela Merkel e l’erosione di consensi dei «Sozialdemokraten» dell’Spd, sono proprio i Verdi ad essere diventati la nuova forza politica di centro senza la quale in Germania sarà arduo in futuro dar vita a stabili maggioranze di governo. In vista delle elezioni amministrative nelle regioni chiave della Baviera e dell’Assia il 14 e 28 ottobre, il partito raggiunge nei sondaggi la quota record del 18% attestandosi al secondo posto nella graduatoria dei principali partiti, prima ancora dell’Spd e della destra populista della AfD. 

A livello nazionale sono riusciti addirittura a raddoppiare i loro consensi dall’8,9% ottenuto alle politiche del 2017 agli attuali 17-18%. Una tendenza riscontrabile anche in numerosi altri Paesi europei, dalla Svezia all’Olanda, dove i vecchi ambientalisti di sinistra di un tempo conquistano fasce di elettori sempre più ampie e politicamente eterogenee. In una roccaforte del conservatorismo tedesco come quella del Baden-Württemberg, la regione di Stoccarda dominata un tempo dalla Cdu, da 7 anni a questa parte ad occupare la poltrona di governatore è il Verde Winfried Kretschmann che oggi difende anche gli interessi delle potenti lobby dei costruttori automobilistici Daimler e Porsche, e che ha appoggiato il recente inasprimento delle leggi sull’immigrazione.

Nella nerissima Baviera, la star della campagna elettorale è la verde Katharina Schulze, 33 anni, sempre sorridente, di bell’aspetto, moderata nei toni e politicamente pragmatica, e che con il suo carisma sta contribuendo al crollo di popolarità dei cristiano-sociali (Csu) che da oltre 60 anni dominano il loro feudo prealpino con maggioranze assolute e che adesso, col 33% delle preferenze indicate dai sondaggi, risc hiano nella peggiore delle ipotesi di ritrovarsi addirittura sui banchi dell’opposizione.

Le nuove alleanze

«I Verdi profittano molto della crisi d’identità dei due grandi partiti tradizionali, quello della Cdu/Csu e del Spd», spiega il politologo Oskar Niedermayer dell’università di Berlino. «Paradossalmente, però, i Verdi profittano sia in Germania sia nel resto dell’Europa anche dell’affermazione della nuova destra populista, rappresentando l’ultimo bastione credibile e autentico che resiste e non si è fatto contagiare dalla retorica xenofoba, intollerante e semplificazionista dei tribuni della destra». In Baviera, i Verdi di Katharina Schulze non pongono nessun veto ad una possibile alleanza di governo assieme ai cristiano-sociali del governatore Markus Söder e del leader di partito e Ministro degli interni Horst Seehofer. Stando ai sondaggi potrebbero però in teoria dar vita anche a una coalizione alternativa con socialdemocratici, liberali e la lista indipendente dei Freien Wähler. 

I tempi in cui i Verdi si definivano come gli antagonisti per eccellenza del centro-destra sono del resto tramontati. Oggi il partito è più che mai eclettico ed eterogeneo, viene votato sia dai dipendenti delle start-up metropolitane sia dai coltivatori di prodotti biologici della provincia, dalle donne come dagli uomini, dalle classi medio-alte ed imprenditoriali come da studenti e intellettuali. Classi che in Germania stanno molto bene, forse anche troppo, ma che nel loro benessere non vogliono rinunciare ad alcuni valori fondamentali, che solo i Verdi difendono attualmente in modo credibile: l’ambiente, la tolleranza, il multiculturalismo. 

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walter rauhe