ebook di Fulvio Romano

sabato 31 agosto 2013

Sarebbero 15 i senatori 5 stelle pronti a...

Da Repubblica web

Sonia Alfano: "Almeno 15 senatori grillini 
pronti a un governo con il Pd"

L'eurodeputato interviene nel programma televisivo Klauscondicio. "Un numero utile per la fiducia c'è"

ROMA - Sarebbero 15 i senatori del M5S pronti ad appoggiare un governo con il Pd. Lo ha dichiarato Sonia Alfano, eurodeputato e presidente della Commissione Antimafia al Parlamento Europeo, ospite dell'ultima puntata del programma televisivo "KlausCondicio", condotto da Klaus Davi e in onda su You Tube. "Tra i grillini il numero dei cosiddetti dissidenti sta crescendo. Oscilla in base agli umori della politica. Comunque possiamo già parlare di un numero 'utile'. Le posso assicurare che un numero utile per la fiducia c'è, c'era già prima. Siamo a ben oltre 10, direi 15", ha dichiarato durante l'intervista Alfano, europarlamentare eletta nelle liste dell'Idv e un tempo vicina a Beppe Grillo. Quando le è stato chiesto se questi esponenti del M5S sarebbero pronti a votare per un Letta bis, ha risposto: "Più che per un governo Letta bis - ha risposto Alfano  - parlerei di senatori disposti a discutere alcuni punti imprescindibili sulla base dei quali costruire una intesa col Pd".

Sono più di dieci? "Sì, decisamente di più. Le aggiungo che un gruppo autonomo al Senato potrebbe già contare su 20 componenti. Questi 20 da sempre si incontrano con componenti del Pd. Mi auguro che, però, questa scissione non avvenga. Sarebbe un vero peccato. I dissenzienti sono molti, ma sono in difficoltà perché dal Pd non arrivano i segnali che si aspetterebbero. Non vedono la mano tesa verso obiettivi di condivisione. Ma, sia chiaro, non vorrebbero uscire. Si tratta di senatori e deputati anche spinti dalle pressioni della base grillina costituita anche da artigiani, imprenditori, gente comune che sta male e che non capisce il senso di questo fondamentalismo e ne chiede conto. Parliamo pur sempre di una base elettorale del 25% dei voti. Quindi non solo un voto di protesta. Le aggiungo che almeno il 20% di senatori e deputati non si ricandiderà più, visto il clima".

Ponente, massime tra 27,3 e 31 gradi


Piemonte, massime tra 25,7 e 29,1 gradi...

CapoluogoMinima (°C)
30/08/2013
Massima (°C)
30/08/2013
Minima (°C)
31/08/2013
Massima (°C)
31/08/2013
Grafico
TORINO16,028,214,829,1vai
BIELLA18,427,617,727,6vai
VERCELLI16,528,414,728,4vai
NOVARA18,827,717,526,9vai
VERBANIA18,727,217,628,1vai
CUNEO16,124,514,825,7vai
ASTI16,526,915,227,3vai
ALESSANDRIA14,427,713,727,8vai

Le temperature estreme giornaliere per la giornata di ieri sono rilevate a partire da dati massimi e minimi strumentali campionati ogni 5 secondi. Per la giornata odierna gli estremi sono rilevati a partire da dati puntuali campionati ogni 30 minuti.

Servizio a cura di ARPA PIEMONTE - Dipartimento Sistemi Previsionali
sito internet: www.arpa.piemonte.it | e-mail: urp@arpa.piemonte.it


Ponente, minime tra 18,5 (Albenga) 22,5 (Savona)...


Piemonte, minime più fresche. Ovunque.

CapoluogoMinima (°C)
30/08/2013
Massima (°C)
30/08/2013
Minima (°C)
31/08/2013
Massima (°C)
31/08/2013
Grafico
TORINO16,028,214,8-vai
BIELLA18,427,617,7-vai
VERCELLI16,528,414,7-vai
NOVARA18,827,717,5-vai
VERBANIA18,727,217,6-vai
CUNEO16,124,514,8-vai
ASTI16,526,915,2-vai
ALESSANDRIA14,427,713,7-vai

Le temperature estreme giornaliere per la giornata di ieri sono rilevate a partire da dati massimi e minimi strumentali campionati ogni 5 secondi. Per la giornata odierna gli estremi sono rilevati a partire da dati puntuali campionati ogni 30 minuti.

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La crisi dei politici non blocca l'eccellenza italiana

LA STAMPAweb

Italia

Quattro nuovi senatori a vita
“Indipendenti dalla politica”

La scelta di Napolitano cade su Abbado, Rubbia, Piano e Cattaneo

Finché non si modifica la Costituzione, io adempio ai miei obblighi ed esercito le mie facoltà, nessuna esclusa. È questo lo spirito con il quale ieri Giorgio Napolitano ha nominato quattro senatori a vita, che si affiancano a Mario Monti portando a compimento la «quota» di cinque prevista dalla Costituzione. Un dossier, tra i tanti istruiti nel lavoro quotidiano, che il presidente esaminava nei giorni caldissimi (ma ce ne sono di freschi?) della polemica politica.

Quattro senatori a vita, e che senatori: tutti ai sensi dell’articolo 59 della Costituzione, attribuiti a chi abbia «illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, artistico, e letterario», secondo aurea regola einaudiana. Dunque, nessun politico, e tantomeno Gianni Letta, nome circolato solo nei circuiti mediatici e, giura chi ha parlato con Napolitano, mai preso in considerazione, perché mai sono stati presi in considerazione politici. Dunque, Claudio Abbado, Renzo Piano, Carlo Rubbia, e la straordinaria novità di una scienziata, ricercatrice e donna, di soli 51 anni, Elena Cattaneo. È questa la vera e più forte novità che il premier Enrico Letta immediatamente raccoglie come «un’indicazione forte di attenzione»: alle donne, ai giovani, al mondo dei ricercatori che magari varcano confine perché non si offrono loro possibilità, e devono poter tornare a lavorare e a crescere in patria.

Il dossier è stato «istruito», fanno sapere dal Colle, consultandosi con importanti istituzioni culturali. Napolitano stesso ha ritenuto di dover accompagnare le nomine con un testo in cui illustra i criteri di scelta: il Presidente, che conosce bene il Paese e non dimentica le vergognose polemiche e gli attacchi che i senatori a vita hanno subito da esponenti di Lega, An e Forza Italia durante i governi Prodi, riteneva possibili le polemiche. Puntualmente verificatesi, e alle solite «obiezioni» dei leghisti Salvini o Calderoli si sono aggiunti i grillini che ne fanno un problema, come sempre e solo, di portafogli.

Invece, «dai senatori a vita verrà un contributo peculiare, in campi altamente significativi, alla vita delle istituzioni democratiche». E, sottolinea Napolitano, «in assoluta indipendenza da ogni condizionamento politico di parte»: il presidente sapeva che l’accusa più banale - e triviale - del centrodestra sarebbe stata quella - per dirla in una riga - di aver cercato quattro voti in più per un eventuale Letta-bis (come se un Claudio Abbado, un Rubbia o un Piano potessero arrivare a razzo in Senato a ogni voto di fiducia...).

Il richiamo a Einaudi è preciso e significativo. Non solo Napolitano ha allontanato l’opzione di indicare una personalità politica, come aveva fatto con lui stesso l’allora capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi nominandolo senatore a vita non molti giorni prima dell’elezione a suo successore; ma ha scelto di «riprendere i criteri ispiratori delle nomine effettuate in prima istanza dal presidente Luigi Einaudi». Ispiratore di molte scelte di Napolitano, ivi compresa quella dell’esecutivo tecnico affidato a Monti, sulla scia del governo Pella del ’53, durante la lacerante crisi finanziaria che detronizzò Berlusconi nel novembre del 2011.

E poi il Presidente precisa di aver preso la decisione di rompere gli indugi e fare le nomine «anche per dare un segno di serena continuità istituzionale»: la crisi non blocca l’eccellenza italiana, la ripresa è possibile e segnali minuti già si manifestano, e quei quattro nomi domani porteranno in positivo l’Italia sui giornali del mondo.

Perché Abbado, Piano, Rubbia e non altri? Perché il criterio è la senioritas, con tutto quel che comporta a cominciare dall’età. E perché hanno accettato: Napolitano ha dovuto chiedere l’accettazione preventivamente, anche perché ci vuol coraggio di questi tempi - col Senato che c’è - ad accettare.

ANTONELLA RAMPINO


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Ma chi è abituato a razzolare in basso...

LA STAMPAweb

Italia

La polemica/1

“Tutti di sinistra Così si prepara un Letta bis”

La sintesi la pronuncia il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli: «Facendo due calcoli vedo nel nostro futuro un Letta bis con rinnovata maggioranza» è la sua analisi. Analisi che affonda le radici in un pensiero circolato insistentemente tra Pdl e Lega: i neosenatori scelti da Napolitano sono tutti voti in più per la sinistra. Tanto da far scatenare due amazzoni berlusconiane come Elvira Santino e Daniela Santanché pronte a sostenere che se c’era qualcuno che Napolitano doveva nominare era proprio lui, il Cavaliere.


Polemica/2

“Un lusso mentre il Paese sta affondando”

Anche se con toni diversi, anche il Movimento 5 Stelle ha storto il naso di fronte alla scelta del Presidente. Le critiche, tanto per mantenere la tradizione, si sono concentrate sui costi. E se per il deputato Sibilia «non era questa la decisione da prendere mentre il Paese affonda», il suo collega di Palazzo Madama Alberto Airola offre il suo benvenuto ai quattro neo senatori: «Decurtatevi lo stipendio e versate le eccedenze sul conto statale per il fondo di finanziamento alle imprese».



Meno politica e più cultura (finalmente!)...

LA STAMPA

Italia

I senatori a vita dal 1949 a oggi

Torna il modello Einaudi Meno politica e più cultura

Ogni presidente ha “interpretato” l’istituto, celebri i no di Iotti e Montanelli

Lo si è capito subito, un minuto dopo la nomina: non avranno vita facile i quattro senatori a vita scelti da Napolitano, con un criterio che lo stesso Presidente ha voluto definire «einaudiano».

Scienza e cultura - piuttosto che la politica - come ambiti di provenienza, grande prestigio personale e internazionale, proprio come recita l’articolo 59 della Costituzione, che elenca come requisiti l’aver «illustrato la patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario».

E da questo punto di vista, checché ne dicano i parlamentari del centrodestra che ieri hanno criticato l’iniziativa del Presidente - dall’immancabile Daniela Santanchè, che avrebbe, pensa un po’, voluto Berlusconi, a Pietro Liuzzi, che sponsorizzava Riccardo Muti e Giorgio Albertazzi, al leghista Roberto Calderoli, sospettoso che il centrosinistra, con i nuovi arrivati, conquisti quattro voti decisivi al Senato - Napolitano non poteva scegliere meglio. Basta scorrere i curriculum dei nuovi senatori, conosciuti e apprezzati in tutto il mondo: Claudio Abbado per aver diretto a lungo le più importanti orchestre di Parigi, Londra, Vienna, Berlino; Carlo Rubbia per la sua lunga missione a Ginevra, le 28 lauree honoris causa che sottolineano l’impegno per la ricerca nella fisica delle particelle elementari e un asteroide perso nello spazio e intitolato a suo nome; Renzo Piano per le innumerevoli «tracce» architettoniche e artistiche seminate nelle grandi metropoli, da Tokyo a Sidney, a Parigi, Berlino, Dallas, e la grande passione per il mare che lo ha spinto a disegnare per sé una delle barche più belle di tutti i tempi; Elena Cattaneo, la più giovane, per la lunga e testarda esperienza di ricercatrice in America e il suo parlar chiaro contro ogni limitazione ideologica o integralista della ricerca e dell’uso delle cellule staminali.

Ma il punto è che da tempo - e particolarmente negli ultimi tempi - la questione dei senatori a vita ha assunto una dimensione controversa, e come tante altre questioni più futili su cui si esercita quotidianamente la politica italiana, è diventata oggetto di scontro e di polemiche. Lontana, lontanissima è l’epoca in cui un altro grande maestro di musica come Arturo Toscanini, o un poeta come Trilussa, o un archeologo come Umberto Zanotti Bianco - i primi senatori a vita della Repubblica, scelti da Einaudi, che nel suo settennato, per via della morte imprevista di tre dei suoi cinque, ne nominò otto - potevano frequentare il Senato tranquillamente, come e quando volevano, rispettati da tutti, senza neppure dover immaginare di incorrere nei fischi del centrodestra che avrebbero accompagnato Rita Levi Montalcini tra il 2006 e il 2008, quando a fatica, già sofferente per gli acciacchi della vecchiaia, si recava a votare per il governo Prodi.

La prima questione che si pose fu quella del numero: la Costituzione doveva intendersi nel senso che il Presidente della Repubblica, come organo istituzionale, oppure ogni Presidente, poteva nominare cinque senatori? E qui, anche agli albori della Prima Repubblica, si creò subito qualche attrito, più o meno esplicito, tra gli inquilini del Quirinale. Agli otto senatori di Einaudi, per dire, ne seguì uno solo di Gronchi. E quando anche Cossiga volle scegliere i suoi cinque, incurante delle perplessità degli uffici del Senato, in quel momento non proprio sguarnito di senatori di nomina, Scalfaro, che fu il suo successore, non ne nominò nessuno.

Bisogna considerare che le pressioni a cui i Presidenti erano sottoposti, man mano che la clessidra dei loro settennati scorreva, si facevano più forti. Ad Einaudi fu consentito di scegliere in piena libertà tra intellettuali, scienziati, letterati, artisti e scultori. Ma quando, ai tempi di Segni, il laticlavio cominciò a cadere sulle spalle di politici, certo anziani e togati, ma pur sempre politici, si affacciò la seconda questione: il Presidente è libero di scegliere chi vuole, senza preoccuparsi degli equilibri interni del Senato, o deve articolare la sua scelta senza turbarli? Saragat se la cavò affiancando al presidente della Fiat Vittorio Valletta e al poeta Eugenio Montale un democristiano di lungo corso come Giovanni Leone (che quando venne il suo turno scelse Fanfani) e lo storico leader socialista Pietro Nenni. Pertini chiamò Leo Valiani e Camilla Ravera, in nome della comune militanza nella Resistenza, un grande regista e autore di teatro, Eduardo De Filippo, e due accademici come Carlo Bo e Norberto Bobbio. Il quale, dopo un decennio di serena frequentazione di Palazzo Madama, divenne decisivo nella votazione all’ultimo sangue tra Giovanni Spadolini e Carlo Scognamiglio per la presidenza del Senato nel 1994, anno primo dell’era berlusconiana. In quel periodo Bobbio, dopo l’esperienza della candidatura forzata (e mancata) al Quirinale di due anni prima, frequentava meno. Raggiunto da una telefonata di Gianni Agnelli (nel frattempo, anche lui, divenuto senatore a vita per nomina di Cossiga), che tifava per Spadolini, in nome di una vecchia amicizia, il professore fu portato a Roma in fretta da un aereo della Fiat. Ma anche il suo voto non bastò a impedire l’elezione di Scognamiglio, che vinse per un voto.

Di tutte le tornate, certo la più difficile fu quella di Cossiga. Non solo per il problema del numero, ma anche perché l’allora più giovane presidente dovette scontare, per la prima volta, dei rifiuti. A dire di no fu Nilde Iotti, che preferì restare alla Presidenza della Camera, e più clamorosamente Indro Montanelli, che rinunciò con una spiritosissima lettera in cui accusava Cossiga, in pratica, di volergli legare le mani. Fino a quel momento non era mai successo che qualcuno si opponesse pubblicamente a un incarico così prestigioso. Il solo Toscanini, in passato, aveva preferito lasciare, a un certo punto, per ragioni di salute.

Ma fu l’unico precedente, come lo stesso Cossiga potè sperimentare qualche anni dopo. Nel 2002, e poi nel 2006, il Picconatore tentò inutilmente di lasciare il Senato. La prima volta perché, divenuto oggetto di un’inchiesta giudiziaria di Henry John Woodcock, allora sostituto procuratore a Potenza, sosteneva che Ciampi, che non poteva farlo, non lo aveva difeso. La seconda ce l’aveva con Andreotti, suo vicino di stanza a Palazzo Giustiniani, che con una delle sue battute lo aveva accusato di lavorare poco e «non fare neppure l’orario dei barbieri». Stavolta toccò a Franco Marini, appena eletto presidente del Senato, convincerlo a restare in carica. Lo fece in tutti i modi, pressandolo, supplicandolo, richiamandolo all’antica e comune militanza. Cossiga alla fine accettò, ma a malincuore, dopo aver chiesto un dotto approfondimento giuridico all’ufficio studi di Palazzo Madama: «Mi è stato risposto che l’unico modo di smettere di fare il senatore a vita è togliersi la vita», fu il suo velenoso epitaffio finale.

Marcello Sorgi


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Il Nobel licenziato da Scajola (sic!) e da B., senatore licenziando...

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Italia

Carlo Rubbia

La rivincita del Premio Nobel che Scajola allontanò dall’Enea

Fu cacciato per le aspre critiche contro i tagli alla ricerca

Per Carlo Rubbia la nomina a senatore a vita avrà il sapore di un risarcimento. Premio Nobel per la fisica, professore a Harvard per 18 anni, 28 lauree honoris causa, nel 2005 il ministro Claudio Scajola lo aveva rimosso dalla presidenza dell’Enea. La sua colpa, aver definito i tagli decisi nella legge finanziaria una «umiliazione della ricerca italiana», frase che aveva fatto scattare la reazione di Berlusconi. Da ieri Rubbia ha in Senato un seggio perenne proprio mentre quello di Berlusconi vacilla.

Nato a Gorizia 79 anni fa, laurea alla Normale di Pisa, Rubbia ha posto una pietra miliare della fisica scoprendo nel 1983 le particelle W e Z. L’esistenza di queste particelle ha dimostrato la che due forze fondamentali della natura, l’interazione elettromagnetica e l’interazione debole (quella che regola i processi radioattivi), hanno una radice comune. L’unificazione era prevista dalla teoria di Abdus Salam e Steven Weinberg, già premiati con il Nobel nel 1979, ma darne la prova sperimentale era all’epoca una sfida temeraria. Al Cern esisteva un grande acceleratore di particelle, il super-proto-sincrotrone, un anello di magneti lungo 7 chilometri. Ma quella macchina non aveva l’energia sufficiente per stanare le particelle. Nello scetticismo generale, Rubbia e l’ingegnere olandese Simon van der Meer modificarono la macchina in modo da far collidere protoni e antiprotoni. L’esperimento, noto con la sigla UA1, vide la collaborazione di un centinaio di fisici di tutto il mondo. Grazie a questa impresa, il Cern e la fisica europea conquistarono il primato sul Fermilab e sulla fisica americana. Il Nobel arrivò appena un anno dopo la scoperta: tempestività unica e sorprendente. Ma Rubbia non è un personaggio che riposa sugli allori. Da allora si è occupato di ricerche molto diverse: la «luce di sincrotrone» (che ha «acceso» in un laboratorio di Trieste), la caccia ai neutrini solari con l’esperimento Icarus nel Laboratorio del Gran Sasso, un motore a energia nucleare che permetterebbe un viaggio a Marte in un tempo molto ridotto, una tecnologia per abbattere le scorie a lunga vita delle centrali nucleari, un progetto di reattore sicuro in quanto acceso da un fascio di protoni che funziona da interruttore, un sistema termodinamico per lo sfruttamento dell’energia solare. Rubbia non ha un carattere facile. La notizia della nomina era nell’aria, ma al Cern l’attendevano per lunedì. Al Cern e all’Infn (Istituto nazionale di fisica nucleare) lo hanno cercato senza fortuna, forse per via dei fusi orari perché sta viaggiando in Cina. Certo in Senato porterà una grande competenza scientifica e un prestigio internazionale. Come vuole Napolitano per sprovincializzare la nostra politichetta.

Piero Bianucci



Renzo, l'innovatore

LA STAMPA

Italia

Renzo Piano

Il Bob Dylan dell’architettura
incapace di non innovare

Ha firmato progetti prestigiosi in tutto il pianeta

Magnifica anomalia italiana. Un direttore di orchestra e un architetto nominati Senatori a vita. Un attore presidente americano sappiamo che è possibile. Ma è difficile immaginare Frank Gerhy Congressman o Senator a Washington oppure Leonard Bernstein. Le arti sono alla base della nostra cultura, compresa quella politica anche se facciamo finta di non ricordarlo.

Difficile immaginare però Renzo Piano seduto sugli scranni di Palazzo Madama, anche se il suo amico Beppe Grillo sarà contento. Lo voleva presidente della Repubblica. Ma star seduto per uno degli architetti più famosi del pianeta è complicato. Abituato a rimbalzare da una parte all’altra del mondo. Dallas, New York, Los Angeles, Oslo, Hangzhou, Trento e chissà quali altri luoghi che lo reclamano. Musei, centri di ricerca scientifica, monasteri, teatri. Renzo Piano è il Bob Dylan dell’Architettura. Capace di rinnovarsi, sempre cool. Da quando lui e Richard Rogers venivano presi ad ombrellate da una vecchia signora, inorridita dal loro coloratissimo Beaubourg, ad oggi di tempo ne è passato. Eppure «Renzo», come lo chiamano i suoi molti clienti americani , continua ad avere lo spirito di un giovanotto dispettoso e mascalzone . Spesso i suoi messaggi li firma «il geometra». Per ricordarsi che non si finisce mai d’imparare e non si deve finire mai di stupirsi . Oggi che lo hanno fatto Senatore è irragiungibile. Non per civetteria istituzionale ma perché probabilmente dopo la telefonata di Napolitano o è andato in barca a vela, suo secondo amore, o lo hanno caricato su un aereo per portarlo da Parigi o Genova, dove ha i suoi studi, a New York per discutere i dettagli del nuovo Whitney Museum dove davanti al cantiere, una porticina verde, uno dei colori favoriti del senatore, e una scaletta ripida portano all’avamposto newyorchese del suo studio. Li mangiandosi un sandwich è probabile trovare Renzo Piano a discutere di un incastro di una architrave. Perché, dice, l’architettura è l’arte di far stare in piedi gli edifici. Ad un artista che voleva disegnarsi una casa suggeriva: «Inizia dal tetto. L’idea della casa inizia dalla semplice necessità di volersi riparare».

Parlare di Archistar, pur essendo una delle stelle più luminose dell’architettura mondiale, non è azzeccato. Meglio Archiplanet, un pianeta a se. Ho osservato «Renzo» in situazioni diverse. Sorprende la sua capacità di rimanere sempre se stesso in compagnia di uno studente come con politici, re, regine, ricchissimi imprenditori o una semplice suora. Essere senatore non credo che gli cambierà la vita anche se è condannato ad esserlo per tutta la vita. Lo farà con molta serietà ma anche con devastante semplicità e rassicurante umorismo. Pronto, ancora oggi, a beccarsi qualche ombrellata se il risultato del suo lavoro non sarà soddisfacente o capito.