giovedì 3 settembre 2015

Tra i disperati del moscato dove comandano i caporali

LA STAMPA

Italia

Contratti fittizi e lavoratori sottopagati



(nota del blogger: il paradosso è che il collaboratore de La Stampa minacciato probabilmente - se ha il contratto tipo dei collaboratori- prende ancor meno dei migranti sfruttati: circa 10 euro a pezzo che, vedendo il tipo di servizio-coprono alcune ore di lavoro)


Ma ecco il servizio :

Io contratto. Io prende sei euro l’ora. Cooperativa pagare contributi. No capisce. No parla italiano». A dirlo è Stevo, macedone che aspetta il pulmino in piazza Unione Europea alle 6.15. Roman, bulgaro verrà caricato poco dopo le 7.20 davanti allo stadio di Canelli. Janko, romeno, il passaggio per la vigna lo aspetta alle 7.25 sulla provinciale che porta a Santo Stefano Belbo. Un mantra imparato a memoria da ripetere ai giornalisti, ai Finanzieri, ai carabinieri, all’Ispettorato del lavoro. C’è qualcosa di diverso in questa vendemmia del moscato. C’è molta più tensione. Ci sono i caporali arrabbiati perché manca la manodopera e le forze dell’ordine, così come i giornalisti, ficcano un po’ troppo il naso. Sono passati 12 mesi dall’ultima raccolta delle uve. Dalle scene di braccianti caricati all’alba su vecchi pulmini e scaricati all’imbrunire. Prima l’appuntamento, per regolari e irregolari, era in piazza Unione Europea tra le 6 e le 7,30. Ora i punti di carico si sono moltiplicati per complicare il lavoro a chi deve fare i controlli. Gli appelli si devono fare in pochi minuti perché la strada per i vigneti è da imboccare il prima possibile senza lasciare tracce. 
Alle 7,10 di ieri circa una cinquantina di braccianti cammina in fila indiana lungo la massicciata della ferrovia dismessa che attraversa Canelli. Silenziosi camminano a passo spedito per raggiungere il piazzale dello stadio comunale. L’appello si fa in meno di 5 minuti. La «padrona» urla i cognomi. I contadini hanno fretta di partire con i loro vendemmiatori in affitto. Alle 7.20 il parcheggio è vuoto e della conta non una traccia. Al cimitero, dall’altra parte della città, la scena è simile. Poi alle 8, quando tutti gli «assunti» sono al lavoro, i capi delle coop - difficile stabilire se quelle regolari - vanno a caccia di chi non ha contratto. Di altre mani a cui affidare i forbicioni. Basta avere una zaino sulle spalle, gli abiti sdruciti ed il volto da migrante per essere fermati. Una stretta di mano e una firma su un contratto che vorrebbe sbiancare, ma solo ingrigisce, il lavoro nero. 
È questo il trucco usato dalle coop spietate: far firmare un contratto senza orario o giornate prestabilite: un mese di collaborazione per la vendemmia. In busta paga, poi, ci finiscono 4 o 5 giorni, 40 o 50 ore lavorative: il resto tutto in nero, pagato in contanti una volta scesi dal furgone all’imbrunire. C’è chi si accontenta di 3 euro, chi ne vuole 4 e chi non scende sotto i 5, poco sotto i 6,04 euro l’ora netti da contratto regolare. A fare il prezzo della fatica è il contratto firmato dalla coop con i contadini. «Posso farti 600 euro ad ettaro - propone un presidente di coop se ti spacci per vignaiolo - Tutto in nero. Con la fattura ne voglio 1000». Per vendemmiare un ettaro di moscato in un giorno servono 10 uomini pronti a lavorare anche 10 ore senza sosta. La coop deve pagare il pulmino e un po’ di tasse, ma soprattutto ci vuole guadagnare ed ecco come i famosi «Io contratto, io 6 euro l’ora» diventano paghe da fame. «I macedoni ci odiano, ci trattano come bestie», dicono i bulgari. «I bulgari sono mezzi zingari che non sanno lavorare», urlano i macedoni. L’odio monta. La sera scorrono fiumi di birra da discount e qualche zuffa non è merce così rara. 
RICCARDO COLETTI