ebook di Fulvio Romano

lunedì 28 settembre 2015

Pietro Ingrao il comunista che voleva la luna

LA STAMPAweb

Cultura


Morto a 100 anni. Una vita di battaglie dure e difficili,

dentro e fuori del partito. Ma il mondo che sognava 

non è mai arrivato: “C’è poco da fare, siamo stati sconfitti”

È morto nel sonno, ieri pomeriggio verso le quattro e mezzo, nella sua casa del quartiere Italia, a Roma. Pietro Ingrao aveva compiuto 100 anni il 30 marzo. Ieri mattina ha avuto ancora la forza di fare colazione, ma da diversi mesi la sua vita scorreva in una sorta di letargo. 

Le figlie e il figlio Guido (nome da partigiano di Pietro) si sono precipitati nell’appartamento del padre, e così gli innumerevoli nipoti e bisnipoti. Telefonate, messaggi, parenti, amici, leader politici, compagni di partito e di politica. E le istituzioni, a cominciare dalla presidente della Camera Laura Boldrini: si tratta anche di organizzare i funerali, l’ultimo saluto a uno storico dirigente del Pci e della sinistra comunista, nonché a sua volta presidente dell’assemblea di Montecitorio dal 1976 al 1979. 

Tribuna dalla quale seguì minuto per minuto il drammatico rapimento di Aldo Moro sfociato nel suo assassinio.

Un’ora dopo la morte, Ingrao è steso sul letto: dimagrito ma non trasfigurato, nessuna malattia l’aveva colpito. Ha potuto lasciare la vita così, senza accorgersene.

Errori e orrori

Quasi cent’anni prima, quando era un bambino, Ingrao una sera d’estate aveva rifiutato di fare la pipì nel vasino. I genitori insistono ma niente, lui non cede. Alla fine il padre gli promette un regalo. Pietro accetta, fa la sua pipì, guarda il padre e gli fa: «Voglio la luna». Ma nessuno può dargliela, lui si arrabbia e sbotta: «E io rivoglio la piscia mia». L’episodio è una metafora della sua vita: la luna era la rivoluzione, il comunismo. O meglio un mondo che, attraverso il comunismo, sarebbe diventato più giusto, migliore.

Quel mondo non è mai arrivato, il comunismo è fallito, lo stesso Ingrao ne ha visti e denunciati gli errori e gli orrori (non sempre nel tempo giusto, come lui stesso ammetterà), la luna è rimasta lì dove è sempre stata. E adesso anche lui esce di scena dopo aver raggiunto il secolo di vita.

Un secolo, appunto, quel Novecento che, come lui stesso ha detto e scritto tante volte, è stato il periodo che ha visto i cambiamenti, i terremoti sociali e politici più importanti della storia. Dalla Rivoluzione russa al fascismo, dal nazismo alla Resistenza, dai lunghi anni di scontro con la Dc al crollo del Muro di Berlino e alla morte del Pci, fino alle guerre moderne, cominciate con quella del Golfo nel ‘91 e non ancora finite. Una lotta dopo l’altra, col partito ma anche dentro al partito. Lotte dure, difficili da vincere, e infatti lui nelle tante interviste o conversazioni fatte nel corso del tempo ha sempre enfatizzato con amarezza il risultato ottenuto: «C’è poco da fare, siamo stati sconfitti. È inutile nascondersi la realtà, per quando dura e difficile possa essere». E c’è un’altra metafora che sintetizza perfettamente il concetto, una sua poesia di poche parole: «Pensammo una torre / Scavammo nella polvere».

Tuttavia Ingrao la sua vita non l’avrebbe voluta indietro come la pipì. Se avesse potuto tornare indietro, avrebbe rifatto quello che ha fatto, quella «scelta di vita» - come la chiamò il suo compagno-avversario Amendola - Ingrao non l’ha mai messa in discussione, non si è mai pentito di essere stato comunista. Orgoglioso, a volte entusiasta di questa sua militanza così lunga e profonda. Ma spesso critico, autocritico, perfino sofferente di fronte ai grandi e drammatici fatti che hanno segnato la storia della sua «fede».

Cinema e poesia

Una storia talmente lunga e ricca che è difficile anche cominciarla. Negli anni Trenta era appassionato di cinema e di poesia, la politica non la considerava la sua missione. La scossa è arrivata con la guerra di Spagna, è a quel punto che Ingrao si schiera e parte per la sua avventura comunista. Seguirà la Resistenza, la clandestinità, la Liberazione, la direzione dell’Unità, il rapporto strettissimo ma anche conflittuale con Palmiro Togliatti, il suo famoso editoriale intitolato «Da una parte della barricata» in cui appoggiava l’invasione sovietica dell’Ungheria, editoriale di cui non ha mai smesso di pentirsi. E qui va ricordato un altro episodio: dopo aver scritto quell’articolo, rispettando la disciplina di partito, Ingrao andò a trovare proprio il leader del Pci per comunicargli il suo sgomento per quell’invasione. Togliatti gli rispose secco: «Oggi io ho bevuto un bicchiere di vino in più». Non voleva dire che aveva brindato ai carri armati, probabilmente, ma l’interpretazione autentica di quel bicchiere nessuno l’ha mai saputa dare.

Ed è dopo la morte di Togliatti che comincia la storia di Ingrao leader della minoranza del partito. La sua battaglia per la democrazia interna, la critica al comunismo reale, quello sovietico, sfociano nel congresso del 1966, l’XI, dove Ingrao e i suoi (quelli che qualche anno dopo fecero nascere il Manifesto e per questo furono radiati dal Pci con il voto favorevole del loro stesso maestro: altro episodio di cui Ingrao si è sempre autocriticato ferocemente) vennero duramente sconfitti: «Cari compagni, mentirei se vi dicessi che mi avete convinto», pronunciò dalla tribuna. 

Una frase storica perché metteva in piazza, per la prima volta nella storia del Pci, il dissenso. Viene applaudito a lungo, una standing ovation si direbbe oggi, ma è un omaggio che non cambia i rapporti di forza. Vincono Longo, Amendola, Pajetta, Alicata, Napolitano col quale seguirono parecchi scontri politici. Qualche anno dopo saranno loro a eleggere Enrico Berlinguer segretario del Pci. I due, Berlinguer e Ingrao, avranno sempre un rapporto leale, ma difficilmente riusciranno a trovare punti profondi di convergenza politica.

La scoperta di Internet

Il resto è storia recente, lo strappo di Occhetto, l’opposizione del vecchio leader della sinistra (che all’epoca aveva «solo» 75 anni), la sua uscita solitaria dal Pds, la sempre più accentuata ritrosia a occuparsi della politica politicante (negli anni Ottanta si era appassionato dei video musicali, la sua curiosità per le novità era notevole, tanto che ultimamente aveva addirittura aperto un sito Internet).

Pensava molto alla guerra come paradigma del mondo moderno. Era nato durante la Grande guerra, aveva vissuto da giovane la «terribile» Seconda guerra mondiale, aveva combattuto per il Vietnam, si era schierato contro tutte le guerre «americane» degli ultimi venticinque anni. È morto senza riuscire a trovare la pace, e nemmeno la luna.

Riccardo Barenghi


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