ebook di Fulvio Romano

lunedì 27 novembre 2017

Offensiva russa in Italia le prove consegnate a Roma dal Dipartimento di Stato



LA STAMPA

Italia

Offensiva russa in Italia

le prove consegnate a Roma

dal Dipartimento di Stato

Le carte mandate dagli Usa nell’autunno 2016

L’allarme dell’intelligence americana sull’offensiva russa per influenzare la politica italiana era scattato nell’autunno del 2016, quindi molto prima che le operazioni di Mosca per condizionare le presidenziali Usa diventassero note. La preoccupazione di Washington era così alta, che il dipartimento di Stato inviò una missione a Roma per informare del pericolo i colleghi dell’ambasciata di Via Veneto. Lo scopo non era discutere se il Cremlino stesse cercando di manipolare la scena politica italiana, ma come reagire ad un attacco già reale e in corso.

I servizi americani e i diplomatici avevano notato uno schema che si ripeteva un po’ dappertutto. Ovunque c’erano le elezioni, cominciavano a circolare notizie false, azioni propagandistiche, gruppi politici che favorivano gli interessi della Russia, o puntavano a destabilizzare i paesi che prendevano le distanze da Mosca. La tendenza era cominciata in Europa orientale, ma si era presto trasferita nei Balcani e nel resto del continente. Qualcosa del genere era accaduta anche durante il referendum per la Brexit, e si sarebbe ripetuta nelle presidenziali francesi, le politiche tedesche, la Catalogna. Lo scopo era chiaro: favorire i candidati più vicini al Cremlino, o destabilizzare i Paesi occidentali amici degli Usa e le loro alleanze, come Nato e Ue. L’Italia era un obiettivo logico di questa strategia, un po’ per i legami storici ed economici con la Russia, e un po’ per la sua debolezza. Infatti era stata aggredita. Le prove portate a Roma dalla missione del dipartimento di Stato erano concrete, ma sarebbe impossibile rivelarle senza violare la legge. I potenziali punti di contatto in Italia erano stati identificati soprattutto nel Movimento 5 Stelle e nella Lega. La discussione, secondo fonti presenti, aveva riguardato come reagire, e gli inviati di Washington avevano sollecitato i colleghi di Via Veneto a prendere una posizione pubblica. Questo passo alla fine era stato escluso, per non compromettere la possibilità di lavorare con tutte le forze politiche italiane, ma l’allarme era diventato sistemico.

Ora, alla vigilia delle elezioni italiane che potrebbero mettere in crisi Ue e Nato, il problema esplode in pubblico. I media americani rilanciano l’emergenza. La Freedom House ha appena pubblicato il rapporto «Freedom on the Net», in cui ha individuato 16 Paesi che sono già stati soggetti a offensive di fake news come quella che la Russia ha condotto durante le presidenziali Usa. Tra di essi c’è anche l’Italia, oltre a Germania, Francia, Corea del Sud, Turchia, e persino Angola e Zambia. Dunque un’operazione globale, a cui non può logicamente sfuggire il nostro paese.

Durante la sua recente visita a Washington, il candidato premier di M5S, Luigi Di Maio, ha cercato di rassicurare gli americani, dicendo che il suo movimento considera gli Usa un alleato e la Russia un interlocutore. Quindi ha aggiunto che il futuro delle basi degli Stati Uniti in Italia, da Aviano a Sigonella, verrà eventualmente discusso nell’ambito del normale dialogo tra alleati. Il deputato repubblicano Francis Rooney, ex ambasciatore americano presso la Santa Sede e quindi esperto di Italia, ci ha spiegato che «sono stato io a raccontare a Di Maio l’offensiva russa per influenzare le nostre elezioni, non viceversa». Dunque il candidato premier di M5S non ha discusso le ingerenze di Mosca in Italia, ma i suoi interlocutori lo hanno indirettamente messo in guardia dal pericolo, spiegando cosa è successo negli Usa. Quanto alle altre posizioni del movimento che vanno incontro agli interessi russi, Steve Scalise, numero tre della maggioranza repubblicana alla Camera e quindi politico più alto in grado incontrato da Di Maio, ci ha consegnato questa riflessione: «Ogni nazione fronteggia sfide economiche e dibattiti interni riguardo le spese per la difesa, ma noi continuiamo a sollecitare tutti gli alleati Nato a rispettare il loro impegno di incrementare queste spese fino a 2% del pil». Stesso discorso per le operazioni militari all’estero: «Il governo di Roma è stato un alleato cruciale in Afghanistan, ed è il secondo contributore a questa missione. Mentre gli Stati Uniti e la Nato incrementano la nostra presenza, noi speriamo che l’Italia continui ad essere un partner chiave per portare sicurezza e stabilità in Afghanistan». Sebastian Gorka, ex consigliere del presidente Trump, ha aggiunto: «Ogni nazione che volesse persistere nello scroccare la difesa, non verrebbe vista con approvazione dagli alleati, America inclusa. In un’epoca in cui il terrorismo resta un pericolo globale, e la Russia minaccia il Baltico e l’Ucraina, la Nato resta la chiave per la difesa collettiva dell’Occidente. L’Italia è parte di questa comunità, e come tale dovrebbe agire da vero giocatore di squadra». Aprire una discussione sulle basi, dunque, equivarrebbe a volere la rottura con gli Usa. Il sospetto delle ingerenze russe, in sostanza, si è già trasformato nel dettaglio dei temi concreti su cui Washington teme che Mosca stia cercando di far deragliare le relazioni americane con Roma. 

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

paolo mastrolilli


Level Triple-A conformance icon, W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0           Copyright 2017 La Stampa           Bobby WorldWide Approved AAAo di Stato

Le carte mandate dagli Usa nell’autunno 2016

L’allarme dell’intelligence americana sull’offensiva russa per influenzare la politica italiana era scattato nell’autunno del 2016, quindi molto prima che le operazioni di Mosca per condizionare le presidenziali Usa diventassero note. La preoccupazione di Washington era così alta, che il dipartimento di Stato inviò una missione a Roma per informare del pericolo i colleghi dell’ambasciata di Via Veneto. Lo scopo non era discutere se il Cremlino stesse cercando di manipolare la scena politica italiana, ma come reagire ad un attacco già reale e in corso.

I servizi americani e i diplomatici avevano notato uno schema che si ripeteva un po’ dappertutto. Ovunque c’erano le elezioni, cominciavano a circolare notizie false, azioni propagandistiche, gruppi politici che favorivano gli interessi della Russia, o puntavano a destabilizzare i paesi che prendevano le distanze da Mosca. La tendenza era cominciata in Europa orientale, ma si era presto trasferita nei Balcani e nel resto del continente. Qualcosa del genere era accaduta anche durante il referendum per la Brexit, e si sarebbe ripetuta nelle presidenziali francesi, le politiche tedesche, la Catalogna. Lo scopo era chiaro: favorire i candidati più vicini al Cremlino, o destabilizzare i Paesi occidentali amici degli Usa e le loro alleanze, come Nato e Ue. L’Italia era un obiettivo logico di questa strategia, un po’ per i legami storici ed economici con la Russia, e un po’ per la sua debolezza. Infatti era stata aggredita. Le prove portate a Roma dalla missione del dipartimento di Stato erano concrete, ma sarebbe impossibile rivelarle senza violare la legge. I potenziali punti di contatto in Italia erano stati identificati soprattutto nel Movimento 5 Stelle e nella Lega. La discussione, secondo fonti presenti, aveva riguardato come reagire, e gli inviati di Washington avevano sollecitato i colleghi di Via Veneto a prendere una posizione pubblica. Questo passo alla fine era stato escluso, per non compromettere la possibilità di lavorare con tutte le forze politiche italiane, ma l’allarme era diventato sistemico.

Ora, alla vigilia delle elezioni italiane che potrebbero mettere in crisi Ue e Nato, il problema esplode in pubblico. I media americani rilanciano l’emergenza. La Freedom House ha appena pubblicato il rapporto «Freedom on the Net», in cui ha individuato 16 Paesi che sono già stati soggetti a offensive di fake news come quella che la Russia ha condotto durante le presidenziali Usa. Tra di essi c’è anche l’Italia, oltre a Germania, Francia, Corea del Sud, Turchia, e persino Angola e Zambia. Dunque un’operazione globale, a cui non può logicamente sfuggire il nostro paese.

Durante la sua recente visita a Washington, il candidato premier di M5S, Luigi Di Maio, ha cercato di rassicurare gli americani, dicendo che il suo movimento considera gli Usa un alleato e la Russia un interlocutore. Quindi ha aggiunto che il futuro delle basi degli Stati Uniti in Italia, da Aviano a Sigonella, verrà eventualmente discusso nell’ambito del normale dialogo tra alleati. Il deputato repubblicano Francis Rooney, ex ambasciatore americano presso la Santa Sede e quindi esperto di Italia, ci ha spiegato che «sono stato io a raccontare a Di Maio l’offensiva russa per influenzare le nostre elezioni, non viceversa». Dunque il candidato premier di M5S non ha discusso le ingerenze di Mosca in Italia, ma i suoi interlocutori lo hanno indirettamente messo in guardia dal pericolo, spiegando cosa è successo negli Usa. Quanto alle altre posizioni del movimento che vanno incontro agli interessi russi, Steve Scalise, numero tre della maggioranza repubblicana alla Camera e quindi politico più alto in grado incontrato da Di Maio, ci ha consegnato questa riflessione: «Ogni nazione fronteggia sfide economiche e dibattiti interni riguardo le spese per la difesa, ma noi continuiamo a sollecitare tutti gli alleati Nato a rispettare il loro impegno di incrementare queste spese fino a 2% del pil». Stesso discorso per le operazioni militari all’estero: «Il governo di Roma è stato un alleato cruciale in Afghanistan, ed è il secondo contributore a questa missione. Mentre gli Stati Uniti e la Nato incrementano la nostra presenza, noi speriamo che l’Italia continui ad essere un partner chiave per portare sicurezza e stabilità in Afghanistan». Sebastian Gorka, ex consigliere del presidente Trump, ha aggiunto: «Ogni nazione che volesse persistere nello scroccare la difesa, non verrebbe vista con approvazione dagli alleati, America inclusa. In un’epoca in cui il terrorismo resta un pericolo globale, e la Russia minaccia il Baltico e l’Ucraina, la Nato resta la chiave per la difesa collettiva dell’Occidente. L’Italia è parte di questa comunità, e come tale dovrebbe agire da vero giocatore di squadra». Aprire una discussione sulle basi, dunque, equivarrebbe a volere la rottura con gli Usa. Il sospetto delle ingerenze russe, in sostanza, si è già trasformato nel dettaglio dei temi concreti su cui Washington teme che Mosca stia cercando di far deragliare le relazioni americane con Roma. 

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

paolo mastrolilli


Level Triple-A conformance icon, W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0           Copyright 2017 La Stampa           Bobby WorldWide Approved AAA