ebook di Fulvio Romano

martedì 26 agosto 2014

Wall Street Journal: "Grazie, Mario!"

LA STAMPA


Cultura


Mario ora spende

ma l’America frena

Grazie, Mario. Poche, ma buone, parole di Mario Draghi hanno fatto salire le Borse americane e europee, fatto crollare gli spread e permesso agli investitori di tirare un sospiro di sollievo. E’ questo il potere dei banchieri centrali oggigiorno.

Al simposio di Jackson Hole la settimana scorsa, il capo della Banca Centrale Europea ha parlato di come le politiche fiscali di austerità stiano soffocando la crescita ed i mercati hanno capito: tassi bassi ad oltranza e, forse, misure di aiuto simile allo stimolo generosissimo amministrato dalla Federal Reserve.

Le Borse l’hanno presa bene, l’euro male. La moneta unica ha prontamente reagito all’idea dei tassi bassi, calando al livello più basso contro il dollaro in più di un anno – un crollo che aiuterà gli esportatori della zona-euro, dalle piccole aziende italiane alla grande industria tedesca.

E’ uno stato di grazia un po’ strano, dettato dalla necessità e dalla paura di ricadere nella recessione ma, in questo frangente, i mercati accettano tutto. Continuerà? Vale la pena chiederlo a Francesco De Gregori: «Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi», cantava il Bufalo Bill del cantautore romano. «La locomotiva ha la strada segnata/ il bufalo può scartare di lato e cadere».

Poteva essere la colonna sonora del simposio di Jackson Hole, la cittadina del Wyoming che come ogni anno ha ospitato banchieri centrali di mezzo mondo. Circondati da montagne e bufali – il mammifero «ufficiale» del Wyoming – i signori delle monete hanno confabulato sul futuro dell’economia mondiale sotto gli occhi attenti di Wall Street.

Negli ultimi anni, i mercati sono stati più locomotive che bufali. Trascinate dai tassi bassi e dallo stimolo delle banche centrali, le Borse sono andate dritte verso nuovi record. Le obbligazioni le hanno seguite, spingendo gli spread a livelli bassissimi. Nonostante l’euforia di ieri, siamo ormai al capolinea di questo viaggio fantastico per i mercati mondiali. Le rotaie del denaro facile in tre continenti stanno per finire e investitori e risparmiatori devono prepararsi a un cambiamento epocale.

La storia recente è nota. Dopo la crisi del 2008, seguire la strada segnata dalla generosità dalle autorità monetarie è stato facile. Per rivitalizzare economie quasi moribonde, Janet Yellen (e prima di lei Ben Bernanke), Mario Draghi e Haruhiko Kuroda hanno allargato i cordoni della borsa e le Borse sono salite alle stelle: il record raggiunto dal mercato azionario americano giovedì è stato il 28o primato dall’inizio dell’anno, una sequenza incredibile.

Chi è più esperto – gli hedge funds di New York e Londra – è andato oltre le azioni e ha adottato la tattica del «bilanciere»: un po’ di investimenti rischiosi, come le obbligazioni «spazzatura» emesse da aziende traballanti, e un po’ di beni-rifugio quali i buoni del Tesoro americano.

«Dalla fine della crisi è stato difficilissimo perdere soldi», mi ha detto un capo di un grande hedge fund, quasi arrabbiato che comuni mortali con il conto corrente fossero riusciti a eguagliare la performance di semidei della finanza come lui. Attenzione, però, alle parole e ai gesti provenienti da Jackson Hole.

I discorsi dei signori e signore delle monete venerdì hanno rivelato uno scisma tra banchieri centrali. La Yellen ha spiegato nei soliti toni pacati e ragionevoli che, forse, gli Usa dovranno alzare i tassi d’interesse prima del previsto. Non si sa quando, ma l’economia americana sta finalmente uscendo dal tunnel del dopo-crisi e bisogna stare attenti al ritorno dell’inflazione e di altre bolle finanziarie.

Draghi ha parlato di ben altro. Leggendo tra le righe del suo discorso, il messaggio è chiaro: basta all’austerità «teutonica». Per rilanciare la crescita, bisogna che governi spendano di più. La Banca Centrale Europea ci potrà mettere del suo, ma da sola non ce la farà. Il risultato? Tutte le cose belle finiscono e così sarà anche per il periodo di stimolo sincronizzato del dopo-crisi. Nei prossimi mesi, mercati ed economie dovranno fare fronte a una realtà che non conoscono da quasi mezzo decennio: una divergenza nelle politiche monetarie dei tre grandi blocchi economici.

Dopo aver spinto sull’acceleratore in contemporanea per anni, i tre piloti dell’economia stanno per prendere strade diverse. Negli Usa, la Yellen sta preparando il terreno per il ridimensionamento del ruolo della Fed. La signora ancora parla di tassi bassi a lungo termine, ma la banca centrale ha quasi finito di pompare denaro nei mercati e sta già pensando a come vendere tutti i buoni del Tesoro che si è comprata per stimolare l’economia. In Europa, Draghi ha un dilemma amletico. Paesi importanti come la Germania e l’Italia sono in difficoltà, la zona-euro vive sotto la spada di Damocle della deflazione – un declino dei prezzi che farebbe salire la disoccupazione e distruggerebbe la crescita – e c’è sempre la possibilità di una crisi bancaria (basta guardare al Portogallo).

Due anni fa, il capo della Bce promise di «fare tutto il possibile» per salvare l’euro. Ma le realtà politiche europee non gli hanno ancora permesso di adottare le misure drastiche ma efficaci usate da americani e giapponesi: comprare obbligazioni governative direttamente sul mercato. Draghi e i suoi hanno buone ragioni per non essersi mossi. La più importante è che a differenza degli Usa, le attività economiche in Europa sono finanziate da banche non dai mercati. Comprare obbligazioni per stimolare l’economia potrebbe non funzionare in una regione in cui il cordone ombelicale tra banche, aziende e consumatori non è ancora stato rescisso.

Cercare di predire le decisioni delle banche centrali è un puzzle che i mercati non hanno dovuto risolvere dai tempi della crisi. Per un giorno, ieri, sembravano tutti contenti. Ma per gli investitori sono finiti i tempi della «scommessa a senso unico», come la chiama un mio amico di Wall Street – l’idea che si possano comprare azioni e obbligazioni tranquillamente, senza temere cambiamenti repentini nella direzione dei mercati.

Ma è anche un segno di un ritorno alla normalità, dopo le distorsioni create dalla crisi e dagli interventi massicci delle banche centrali. Senza la rete di sicurezza della Fed and co., i mercati diventeranno più pericolosi per investitori grandi e piccoli.

Non tossici o minati, ma più pericolosi e meno prevedibili. Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi.

Francesco Guerrera


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