ebook di Fulvio Romano

lunedì 4 agosto 2014

È ormai un clima da "bombe d'acqua", ma da noi si riparano nemmeno pluviometri e radar...

LA STAMPA

Italia

Sei mesi fa un’alluvione analoga

Ma il Comune disse: “Niente rischi”

Gli scienziati: “Bombe d’acqua ormai usuali, ma mancano fondi per riparare i pluviometri”

E ora, come sempre, lacrime e invocazioni di piani straordinari, quattrini pubblici, grandi opere. Ma nemmeno se fossero stati già spesi i 40-50 miliardi di euro necessari a mettere in sicurezza tutto il territorio italiano la tragedia di Refrontolo si sarebbe evitata. Sarebbero invece bastati conoscenza dei fenomeni naturali, cura del territorio, tempestive comunicazioni di allerta, comportamenti prudenziali. In attesa delle indagini della Procura, la dinamica è incerta. In un primo momento si è parlato dell’effetto-tappo di due balle di fieno, ma in serata Genio civile e Corpo forestale ne hanno ridimensionato il rilievo, spiegando che «l’unica causa è l’eccezionale quantità d’acqua in tempo brevissimo. Quando è confluita nel torrente Lierza, era così tanta che non è stato in grado di reggerla».

«Le colline dell’Alta Marca trevigiana, geologicamente giovani e poco resistenti, sono rese ancor più fragili dall’azione intensiva dell’uomo», denuncia Paolo Spagna, vicepresidente del Consiglio nazionale dei geologi. Massicci sbancamenti si susseguono per far posto ai pregiati vigneti di Prosecco, mentre i boschi vengono abbandonati. Quando piove, sono guai. L’altra sera sessanta millimetri in un’ora e mezza. Tanto, ma nulla di eccezionale (solo una settimana fa, in Lucchesìa, ne sono caduti 150 in tre ore) e nulla di imprevedibile: i dati dell’Arpa Veneto, aggiornati a giugno, segnalano un aumento delle precipitazioni di almeno il 30% nella zona, che si traduce su fiumi e torrenti in un surplus di portata idrica del 56%, record dell’ultimo ventennio.

Sei mesi fa le piogge abbondanti avevano provocato a Refrontolo tre frane, di cui due grosse. Il Lierza, ostruito dal cedimento della collina, era esondato a monte e a valle. «Eventi che avrebbero imposto alcune precauzioni, almeno nell’immediatezza di nuove allarmi meteo - sostiene Spagna -. Ma per farlo bisognerebbe conoscere il territorio, e dubito che i politici...». Il Comune aveva assicurato «costante monitoraggio», escludendo «un problema di sicurezza per il capannone della Pro Loco».

Previsione sbagliata. Il Lierza, che viene definito dalla Forestale «un’incisione nel terreno» con una larghezza massima di 5-6 metri e una profondità di 2-3, dopo la bomba d’acqua si è allargato fino a 60 metri, con una piena alta più di 5. Ieri il Comune s’è difeso dicendo che la festa travolta dall’alluvione era «assolutamente privata».

Bernardo Gozzini, esperto dell’Istituto biometeorologico del Cnr, spiega perché evocare l’eccezionalità delle piogge è un errore: «In giugno i monsoni indiani deboli non hanno spinto sul Mediterraneo il mitico anticiclone delle Azzorre, che porta l’estate e tiene lontane le perturbazioni atlantiche. Queste, con gocce d’aria fredda in quota, causano fenomeni come quello del trevigiano: molta pioggia in poche ore. Siamo nell’ambito dei cambiamenti climatici: aumento di frequenza e intensità dei fenomeni estremi. Bisogna prepararsi, perché sarà sempre peggio».

In un anno che probabilmente sarà archiviato tra i più caldi della storia, il Cnr ha rilevato che le piogge in luglio hanno superato del 73% la media del periodo 1971-2000, riferimento convenzionale. Rispetto al 2013: al Nord +50% con punte del 200% in Lombardia, al Centro +60%, al Sud +30%. I fenomeni estremi, ha ricordato il climatologo Giampiero Maracchi, sono aumentati del 900% rispetto agli anni ’60-’90. Nel 2006 si registrarono 100 eventi meteo con danni ingenti. L’anno scorso 351, quest’anno 110 solo nei primi venti giorni. La proiezione annuale è +1600%.

Da ottobre 2013 all’aprile 2014 le Regioni hanno chiesto al governo venti dichiarazioni di emergenza per 3,7 miliardi di euro. Ormai si fa prima a dire dove e quando l’emergenza non c’è. Per il presidente della Commissione nazionale Unesco, Giovanni Puglisi, «non siamo attrezzati: scarsa cura del territorio, molta ingenuità nei comportamenti e politica di invasività cementizia creano un cocktail micidiale».

Una natura più veloce e impetuosa di qualsiasi burocrazia, ancorché meno borbonica, andrebbe per lo meno ascoltata, rispettata e conosciuta. Ogni euro investito in ricerca ne fa risparmiare dieci. Da quindici anni esiste un sistema di misurazione delle piogge in tempo reale con tremila punti (pluviometri più radar) in tutta Italia. Costò 50 miliardi di lire e servono 2,5 milioni di euro l’anno per tenerlo a posto. Un modello che altri Paesi hanno «importato», ma noi stiamo abbandonando. Dopo l’era Bertolaso, il fondo per la manutenzione è stato azzerato e quindi il sistema procede in italica anarchia: alcune regioni (Piemonte, Emilia Romagna) si arrangiano, altre rinunciano (Sicilia). Se si rompe un pluviomentro o un radar viene colpito da un fulmine, non è detto che ci siano i soldi per ripararli.

Inoltre le mappe del rischio si devono aggiornare, la tecnologia evolve, i progetti di ricerca vanno riattivati. Un gruppo di qualificati scienziati, in una lettera a Palazzo Chigi, chiedeva di destinare 15 milioni, meno dell’1% del piano sul dissesto idrogeologico, in conoscenza e tecnologia.

Non hanno avuto risposta. E così i pluviometri continueranno a rompersi e a riempirsi inutilmente di lacrime.

giuseppe salvaggiulo


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