ebook di Fulvio Romano

domenica 24 agosto 2014

Sorgi: Renzi al bivio tra tagli e riforme. A meno che...

LA STAMPA

Cultura

Il Bivio

tra tagli

e riforme

Matteo Renzi, anche nell’ultima intervista a «Tempi», in cui se la prende con gli imprenditori dei «salotti buoni» e di un «capitalismo di relazione ormai trito e ritrito», non fa mistero del fatto che il futuro del governo e del Paese si giocheranno in autunno sull’economia. Se, come ha promesso, sarà in grado di realizzare il programma di riforme che ha enunciato, con lo stesso ritmo con cui ha ottenuto il primo voto sulla trasformazione del Senato, la svolta attesa da quando s’è insediato a Palazzo Chigi diventerà concreta. Altrimenti, sarà effettivo il rischio che la crisi italiana si avviti su se stessa, sotto gli occhi di una preoccupatissima Europa.

Sebbene il premier si sia impegnato a portare in consiglio dei ministri il 29 agosto, alla vigilia del prossimo vertice di Bruxelles, due riforme importanti come quelle della scuola e della giustizia civile e il decreto «Sblocca-Italia», che animeranno certo la ripresa politica, sono altre le prove su cui il governo sarà valutato. Nel breve volgere di un mese, prima la conferma del dato di recessione dell’Italia, poi la gelata sulle prospettive di crescita di tutta l’Europa, hanno determinato un capovolgimento dell’agenda politica a livello continentale. Anche il recente vertice dei banchieri centrali di Jackson Hole ha confermato da più punti di vista (la presidente della Federal Reserve Usa Janet Yellen, il presidente della Bce Mario Draghi), che gli interventi valutari, anche i più pesanti, non possono supplire a lungo a scelte politiche che i governi dei Paesi in crisi, al dunque, devono fare. Anche per Renzi, che s’è rivolto all’Europa chiedendo maggiore flessibilità in cambio di riforme, è venuta l’ora di decidere e dimostrare di far seguire alle parole i fatti.

I due campi decisivi in cui si misurerà la sfida sono appunto le tasse e il lavoro. Si tratta di riforme strettamente connesse, perché è evidente che nessun drastico cambiamento in materia di contratti potrà rivelarsi efficace, se non sarà alleviato l’attuale, insopportabile, carico fiscale sugli imprenditori, per metterli in condizione di reinvestire e riaccendere i mercati. Si sa che la prima volta, trovandosi a scegliere, se ripartire, assegnandone una parte alle imprese, la riduzione fiscale destinata a finanziare gli ottanta euro in più al mese per oltre dieci milioni di italiani, Renzi optò per le buste paga, lasciando a bocca asciutta le imprese. Gli effetti sulla congiuntura, sebbene sia ancora presto per valutarli, a tutt’oggi sono trascurabili. Ed è una buona ragione per rifletterci su.

Ci sono tre esempi, in Europa, di Paesi che agendo sulla politica fiscale hanno innescato, salvaguardato o protetto la crescita economica. Il primo è la Germania, dove il cancelliere Gerhard Schroeder nel 2003 chiese alle autorità europee di poter mantenere alta la spesa pubblica a fronte di un programma di riforme (Agenda 2010) che partiva da una fortissima deregulation in materia di lavoro. Ci riuscì e l’enorme massa di cinque milioni di disoccupati, ben oltre la «soglia psicologica» sopportabile dai tedeschi, cominciò rapidamente a diminuire. Ma ciò che economicamente rappresentava la cosa giusta per la Germania, politicamente si risolse in un guaio per la socialdemocrazia tedesca, che dovette scontare la scissione della parte più radicale della sinistra, guidata da Oskar Lafontaine, e la sconfitta alle successive elezioni del 2005. Dopo le quali, un’Angela Merkel vittoriosa e a capo di una larga coalizione che comprendeva anche alcuni dei ministri schroederiani, poté mettere in pratica il secondo tempo delle riforme, con il taglio del 10 per cento delle tasse alle imprese (finanziato con un innalzamento dell’Iva dal 16 al 19 per cento e dell’aliquota più alta dell’Irpef dal 42 al 45 per cento), e l’innesco della ripresa economica tedesca durata nove anni.

Il secondo esempio viene dall’Irlanda, dove, dopo un boom economico dovuto anche a un sapiente uso dei fondi europei, l’esplosione della bolla immobiliare aveva portato nel 2011 il governo a chiedere a Bruxelles gli aiuti, con il sostanziale commissariamento del Paese da parte degli ispettori della Trojka. Le richieste più immediate dei quali puntavano a un’immediata riduzione del disavanzo e dello spread, assolutamente fuori misura, attraverso un brusco rialzo delle tasse e una riduzione del salario minimo di un euro l’ora. Per quanto era in suo potere, il primo ministro Enda Kenny e il governo irlandese hanno avversato, sia il rialzo delle tasse per le imprese (bloccate al 12,5 per cento, in pratica un invito a investire rivolto a imprenditori locali e stranieri), sia il taglio dei salari, e bilanciando la loro opposizione con forti tagli alla spesa pubblica e una rigorosissima spending review. Anche in questo caso, alla fine la ripresa è arrivata e la morsa dei controlli di Bruxelles, che pure continueranno fino al 2031, al momento s’è allentata.

Il terzo esempio interessa la Spagna, Paese che non a caso si è dichiarato contrario alla richiesta italiana di poter spostare il pareggio di bilancio al 2016, anziché al 2015, come poi è stato deciso. Mariano Rajoy nel novembre 2011 aveva ereditato dal suo predecessore José Zapatero una situazione quasi fallimentare, con la disoccupazione che aveva toccato la percentuale record del 25 per cento (il doppio di quella attuale italiana) e, anche qui, le conseguenze imprevedibili di una bolla immobiliare esplosa senza rimedi. La sua ricetta, sempre sotto la sorveglianza europea, era mirata in tre direzioni: riduzione delle tasse per le imprese, deregulation e lotta senza quartiere alla burocrazia, drastica riforma dei contratti del lavoro, seguita da acute tensioni sociali nel Paese e manifestazioni di piazza durissime a Madrid. Se la Spagna, che oggi intravede l’uscita dalla crisi, a Bruxelles ha ostacolato qualsiasi trattamento più benevolo per l’Italia, è stato anche perché Rajoy è consapevole dei sacrifici che ha dovuto scontare per risanare l’economia spagnola.

Pur diversi tra loro, i tre esempi europei rivelano alcuni aspetti comuni sui quali Renzi non potrà non riflettere. Come ogni medicina amara, riforme economiche importanti e necessarie, in una situazione di mercati globalizzati e fortemente competitivi, comportano conseguenze pesanti, sociali e politiche. Il prezzo si paga subito, ma le conseguenze delle riforme non sono immediate, tanto che, com’è accaduto in Inghilterra con Thatcher e Blair, e in Germania con Schroeder e Merkel, gli effetti positivi, oltre ai cittadini, finisce per goderseli il successore di chi ha realizzato i cambiamenti.

Valutazioni di questo genere, per Renzi, sono rese più complicate dallo specifico italiano. A cominciare dalla portata di un debito pubblico inarrestabile, per certi versi ingestibile e giunto quasi al 133 per cento del pil. Davanti al premier ci sono due possibilità: o un drastico taglio di spesa pubblica, la spending review da cui il governo conta di ricavare 16 o 17 miliardi di euro, parte dei quali potrebbero essere usati per tagliare le tasse anche alle imprese, sollecitare gli investimenti e muovere i mercati stagnanti. Oppure un temporaneo sforamento del limite europeo del 3 per cento nel rapporto tra deficit e pil, che tuttavia dovrebbe essere approvato dall’Europa, in cambio di un severo programma di riforme. La prima strada punta a un rapido dimagrimento della macchina statale e a una conseguente riduzione del peso della burocrazia, ma colpisce il ceto medio pubblico e centrista che in Italia ha forti difese sindacali e una vocazione politica democristiana: in via di estinzione, sì, ma pronta a rianimarsi e a giocare in proprio. La seconda, che ricorda l’esperienza di Schroeder in Germania, mette a rischio-implosione la sinistra radicale del Pd, che ha di recente rivelato la sua ostinazione nella battaglia contro la riforma del Senato. Quel che è sicuro, inoltre, è che a Renzi - come a Prodi nel ’96, quando sperava di procrastinare l’ingresso nel sistema della moneta unica, per evitare, come poi dovette, di imporre l’eurotassa - nessun rinvio sarà più consentito. Di fronte al bivio, stavolta deve scegliere. A meno di non preferire la scorciatoia delle elezioni anticipate in primavera: un’alternativa altrettanto densa di incognite.

Marcello Sorgi


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