ebook di Fulvio Romano

giovedì 21 agosto 2014

Ritmi di festa che salgono dal nostro cervello

LA STAMPA

Cultura

La festa, quel ritmo antico

che sale dal nostro cervello

L’antropologo Paolo Apolito spiega nel suo ultimo libro

come il senso della celebrazione sopravviva ai momenti più bui

Nella notte di Natale del 1914 il fuciliere Graham Williams era di sentinella sotto un leggero nevischio, lungo le trincee britanniche di Ploegsteert, nelle Fiandre. All’improvviso si accorse che sulle fortificazioni tedesche erano apparsi tanti piccoli alberi di Natale illuminati. Poi ascoltò qualcosa d’incredibile: un lento canto, Stille Nacht, Heilige Nacht. Passò pochissimo tempo e dagli inglesi arrivò in risposta The First Nowell e i soldati del Kaiser acquattati nella polvere fecero eco con O Tannenbaum. Era una specie di miracolo natalizio: circa 100 mila soldati disseminati lungo il fronte invece che bombe a mano e schioppettate si scambiavano gorgheggi.

Circa trent’anni dopo, il 31 luglio del 1944, ad Auschwitz cadeva una fitta pioggia: «Il fango era ovunque», racconta il prigioniero Primo Levi. «Il kapò si volse verso di noi: riparatevi». Levi s’infilò in un grosso tubo e a metà della conduttura incontrò pure lui a quattro zampe un ebreo polacco che gli confidò che era il giorno del suo venticinquesimo compleanno. «Ma anche io», rispose il futuro scrittore, «oggi compio la stessa età». Tischler estrasse una mezza mela: «Ne tagliò una fetta e me la donò, e fu quella, in un anno di prigionia, l’unica volta che gustai un frutto». Un altro miracolo, in quell’inferno.

Due episodi assai lontani nello spazio e nel tempo, eppure molto simili: in entrambe le situazioni, nonostante le enormi difficoltà, si festeggia. E non basta: altro lager, altra festa con Mimma Paulesu Quercioli, nipote di Gramsci, che organizza un piccolo party per il genetliaco della mamma, con fettine di pane poste sul coperchio di una scatola da scarpe. Vite sull’orlo del baratro, dominate dal terrore, in cui però il senso del ricongiungimento gioioso con gli altri non viene meno. Come mai? A chiarire il mistero e le ragioni di questi inaspettati comportamenti è oggi l’antropologo Paolo Apolito nel bel saggio Ritmi di festa, danza, socialità (in uscita da Il Mulino) in cui ci spiega che la cultura della festa è talmente radicata da svilupparsi pure nelle circostanze più avverse. Una cultura strettamente collegata alla propensione degli uomini a formare «comunità ritmiche».

Di che si tratta? Ecco un altro esempio: Nina Ivanovna Gagen-Torn, archeologa internata nel gulag staliniano della Kolyma, rammenta che tutte le sere si ritrovava con le compagne di stenti per recitar loro racconti e poesie. Invece il «Pikolo», l’addetto al trasporto del rancio, chiedeva a Levi insistentemente di declamare il dantesco canto di Ulisse. Erano poeti o amanti della letteratura? Macché. «A ripetere i versi erano persone che in libertà non si erano mai soffermate né sul verso né sul ritmo», commenta la Gagen-Torn, e Jean Samuel, il «Pikolo», tanti anni dopo, rivelerà a Levi che «a lui, allora, non interessava Dante» ma lo scrittore, la sua persona, la sua lingua. Proprio così. Si era sprigionato tra loro, osserva Apolito, un magnetismo, una forza ritmica che li spingeva gli uni verso gli altri. Alla base di questa solidarietà apparentemente magica, c’è invece una spiegazione scientifica, afferma lo studioso: i più recenti studi di neurochimica hanno isolato speciali «neuroni motori», per la prima volta individuati nel cervello dei macachi e ribattezzati «neuroni specchio» perché hanno la funzione di favorire il contatto e l’empatia con gli altri. Il rapporto sociale si attiva anche e soprattutto per imitazione, tramite i «neuroni specchio», e favorisce lo sprigionarsi di droghe fisiologiche, oppiacei e altro che offrono sensazioni di benessere. È un circolo virtuoso grazie al quale il coordinamento di energie e di risorse spese in lavoro, nutrimento, difesa e riti vari, offre piacere e sicurezza e la loro assenza, viceversa, porta depressione e tristezza.

Ma non ci ingannino le parole: comunità ritmica o armonia possono anche avere valenze distruttive. Il legame con gli altri in cui ci «specchiamo» può alimentarsi di disprezzo, di odio e di violenza. Il soldato nazista Heinrich Schumacher scrive ai suoi familiari il 23 dicembre 1941, dopo una strage di migliaia di ebrei compiuta in sintonia con altri commilitoni, che ora sta facendo «un alberello di Natale». In una direttiva rivolta agli ufficiali superiori addetti alla «soluzione finale», Heinrich Himmler consiglia che «nei giorni che abbiano richiesto il disbrigo di simili, pesanti incombenze» vengano organizzate riunioni che corrispondano «nel miglior modo possibile alla tedesca tradizione dello stare insieme e del mangiare insieme». Dopo le «incombenze», ovvero il massacro delle vittime, arriva la festa, il buon cibo, le chiacchiere.

La forbice della cosiddetta socialità ritmica è dunque tra conflitto e condivisione delle proprie esperienze: gli esseri umani, osserva il ricercatore, non sono gli unici viventi ad avere ritmo - poiché gli scimpanzè tambureggiano su tronchi d’albero e i gorilla si battono ritmicamente il petto - inoltre la socialità sfocia anche in risse e omicidi. Però gli umani sono gli unici che possono di volta in volta scegliere da che parte stare. Non è cosa irrilevante. Così il Natale 1914, nei pressi di Fleurbaix, nel Nord della Francia, quando dalle trincee germaniche si levò una voce «forte, pura e chiara», che cantava Annie Laurie, «canzone che ogni bambino inglese conosce», l’ufficiale tedesco avanzò gridando: «Sono un sottotenente, gentlemen, e mi sto avvicinando a voi». I fucili inglesi erano puntati su di lui. E lui rischiava consapevolmente la vita.