ebook di Fulvio Romano

martedì 8 settembre 2015

Sberleffo al "politicamente corretto”. Venezia, che nostalgia per la commedia cattiva.

LA STAMPA

Spettacoli

Ugo Tognazzi protagonista inatteso
Che nostalgia per la commedia cattiva 

Tra i Classici entrano, restaurati, Risi e Monicelli: sberleffo al politicamente corretto

Finora l’attore italiano più visto a Venezia, e sicuramente il migliore, è Ugo Tognazzi. Paradossale ma vero. Fra i film restaurati della Sala Volpi passano sì gloriosi mattoni tipo l’ Aleksandr Nevskij di Ejzenstejn, e anche gioielli della commedia all’italiana ormai così remoti nel tempo da richiedere il restauro. 
E dopo Vogliamo i colonnelli di Monicelli, dove superUgo organizzava un putsch militare nell’Italia del generale De Lorenzo, ieri sera è stata ostensa la commedia all’italiana ottima massima, I mostri di Dino Risi, dove il Nostro mattatoreggia con Vittorio Gassman. Seratona da applausi, presentata da Arturo Brachetti che con Tognazzi recitò in teatro e che ne ha approfittato per appalesarsi sul red carpet in completo verde fosforescente a fiori, «che sul rosso ci stanno benissimo».
Niente paura, comunque (si fa per dire): se la prima settimana della Mostra è stata monopolizzata dalle star americane, ora partite per Hollywood o per il Festival di Toronto, adesso tocca agli attori italiani, intendo quelli viventi, quindi il menu prevede abbuffate dei soliti noti, Scamarcio e Golino e Rohrwacher. Ma, inutile negarlo, serpeggia una certa qual nostalgia per quei bianco e nero così divertenti. Anche volendo evitare le solite lagne sul cinema italiano sì bello e perduto, qualche percettibile differenza qualitativa la notano molti. 
E infatti I mostri sono stati restaurati dal Museo di Torino e dalla Cineteca di Bologna anche grazie al crowdfunding, la colletta su Internet.
«La nostalgia non ha senso e penso che due film con Ugo a Venezia siano una coincidenza - dice tuttavia il figlio attore, Gianmarco Tognazzi -. La nostalgia, mia personale ma credo di tutti, è per la stagione in cui il cinema in Italia era una vera industria. Abbiamo fatto la storia, insomma. In questo senso, restaurare un capolavoro come I mostri significa preservare una parte importante del nostro patrimonio culturale».
D’accordo. Viene però il sospetto che l’efficacia di quelle commedie risiedesse anche nella loro cattiveria, nell’età della (perfida) innocenza antecedente all’attuale buonismo coatto. In un episodio dei Mostri, Risi infierisce sull’aspetto fisico di due poliziotti, uno strabico, Tognazzi, e l’altro con una dentatura anarchica, Gassman. Oggi ci sarebbero mail di protesta dell’Associazione italiana strabici, querele dei dentisti e magari anche dei poliziotti, violente polemiche su Facebook, furibondi cinguettii su Twitter, editoriali sdegnati, pubbliche scuse del regista. «È vero: l’ossessione per il politicamente corretto ha effetti negativi anche sull’espressione artistica», ammette Alberto Barbera, direttore artistico della Mostra, comunque deliziato di riportarci questi intramontabili classici della supercazzola.
Brachetti va giù pari: «Il politicamente corretto è un preservativo culturale che presto ci obbligherà tutti a parlare come dei cartoni animati della Disney. Ma senza un po’ di cattiveria la commedia non funziona. Per fortuna, la reazione è già cominciata. Come dimostra il successo in tivù del duo comico inglese Little Britain o il film argentino Storie pazzesche, praticamente I mostri di oggi: una storia talmente tragica da diventare divertente». 
«Però - chiosa Tognazzi junior - bisogna anche pensare all’epoca dei Mostri. Allora la cattiveria era più meschina, più nascosta da una facciata di perbenismo. Oggi basta andare su Internet per leggere cose terribili. Quei film mostravano cosa c’era dietro la rispettabilità bigotta dell’Italia democristiana. E ad anticipare con incredibile lungimiranza i suoi sviluppi futuri». 
Infatti: in uno degli episodi, L’oppio dei popoli, Tognazzi è un marito talmente ossessionato dalla tivù da non accorgersi che la moglie Michèle Mercier riceve l’amante nella stanza accanto. Poi, a prima serata finita, le dice: «Non sai che ti sei persa». Noi sì: delle commedie così.
Alberto Mattioli