ebook di Fulvio Romano

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giovedì 16 novembre 2017

Le ambizioni grilline crescono nonostante la Sicilia ( Sorgi)

LA STAMPA

Italia


Per quanto limitato a incontri non di primissimo piano - segno di curiosità, ma anche di cautela rispetto a qualsiasi tentativo di accreditamento - il viaggio in Usa di Luigi Di Maio e i contatti, di cui s’è avuta conferma, con il Vaticano, dopo le polemiche sugli immigrati, rivelano che la sconfitta nelle elezioni regionali siciliane non ha affatto frenato le ambizioni dei 5 stelle per le prossime elezioni politiche. Anche perché, se è vero che in Sicilia il Movimento ha mancato l’obiettivo della guida della Regione, lo è altrettanto che, almeno per ciò che riguarda il voto sul presidente, quel 35 per cento raccolto dal candidato Cancelleri è l’indicatore del vero potenziale politico pentastellato, la soglia che potrebbe raggiungere e superare nel voto di primavera.

Una percentuale così elevata, specie di fronte al default quasi scontato del centrosinistra (il tentativo di Fassino di riannodare Pd e sinistra non sembra sortire grandi risultati), rende inaspettatamente competitivo M5s anche nei collegi uninominali in cui saranno eletti un terzo dei parlamentari, e dove la competizione, nelle intenzioni dei partiti che avevano fatto approvare il Rosatellum in funzione anti-5 stelle, doveva essere riservata a centrosinistra e centrodestra. Invece, se la tendenza del centrosinistra a presentarsi diviso sarà confermata, si avrà una riedizione in chiave nazionale della partita siciliana tra centrodestra e 5 stelle, una sorta di rivincita.

Inoltre la sera del voto, oltre a non sapere, per la prima volta dopo venticinque anni, chi sarà il vincitore chiamato a formare il governo, occorrerà cominciare a fare i conti con il ritorno del proporzionale, che prevede che l’incarico sia assegnato al partito che, avendo più voti, dovrebbe avere più possibilità di mettere insieme una maggioranza. In altre parole, gli occhi di tutti gli osservatori non dovranno più guardare, com’è avvenuto fino al 2013, la tabella delle coalizioni, per capire se è meglio piazzato il centrosinistra o il centrodestra. Ma quella dei partiti: nella quale, a meno di sorprese inimmaginabili, i 5 stelle dovrebbero essere largamente primi, con un vantaggio da cinque a dieci punti sul Pd, che arriverebbe secondo, e con un terzo e un quarto classificato - si vedrà se Forza Italia e Lega o viceversa - che avranno percentuali pari più o meno alla metà dei voti M5s. Se nessuno degli aspiranti sarà in grado di dimostrare di aver costruito alleanze e accordi politici solidi per formare il governo, sarà difficile per Mattarella evitare di consentire a Di Maio di fare il primo tentativo.

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Marcello

Sorgi


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mercoledì 15 novembre 2017

Gli Stati Uniti restano scettici sul M5S

LA STAMPA

Italia

Gli Stati Uniti restano scettici sul M5S

“Meglio un governo di centrodestra”

Fonti vicine all’amministrazione Trump: troppe incognite con i grillini

«L’establishment della politica estera di Washington ritiene che l’Italia sarebbe meglio servita da un governo di centrosinistra o centrodestra, piuttosto che dal Movimento 5 Stelle». Charles Kupchan era il direttore per l’Europa nel Consiglio per la sicurezza nazionale con Obama, ma è convinto che questa posizione sia condivisa dai repubblicani. Nell’amministrazione Trump, poi, dopo i risultati delle elezioni in Sicilia si è solidificata la corrente che spera nel ritorno a Palazzo Chigi della coalizione guidata da Silvio Berlusconi.

Di Maio è uscito dall’incontro di ieri al dipartimento di Stato molto soddisfatto, perché pensa di aver sfatato i pregiudizi contro il Movimento. Il primo punto da notare è che il suo interlocutore, Conrad Tribble, è un diplomatico di carriera nominato vice assistente segretario di Stato per l’Europa da Obama nel 2015, e quindi non rappresenta in maniera diretta Trump. Molto laconico, infatti, è il commento sull’incontro che un suo portavoce affida a La Stampa: «Hanno discusso l’importanza della cooperazione Usa-Italia su un’ampia gamma di priorità condivise, e le attuali dinamiche politiche in Europa e Italia». Il secondo punto è che alcune posizioni confermate da Di Maio, come il rifiuto di investire il 2% del Pil nella difesa, o il ritiro delle truppe italiane dall’Afghanistan, sarebbero molto difficile da digerire per Washington. Sul 2% il presidente ha impostato il suo rapporto con gli alleati, e anche se Gentiloni gli ha chiesto di considerare il contributo generale dell’Italia, ad esempio con le missioni di pace, è difficile che accetti un no senza problemi. Quanto all’Afghanistan, l’amministrazione ha appena deciso di mandare più soldati, chiedendo a tutti gli alleati di restare. Roma ha preso un impegno di lungo termine, col centrodestra e il centrosinistra, e rinnegarlo sarebbe un grave affronto. Sul piano personale, poi, il capo di gabinetto della Casa Bianca, l’ex generale Kelly, ha perso il figlio Robert in combattimento in Afghanistan, e stabilire un buon rapporto con lui partendo dal ritiro delle truppe sarebbe assai complicato. 

«M5S - spiega Kupchan - rappresenta un partito allineato con il sentimento populista, potenzialmente pericoloso per il processo di integrazione europea, e dannoso per la solidarietà transatlantica. Se rigettasse il 2%, o si ritirasse dall’Afghanistan, Trump reagirebbe di certo in maniera negativa». Sarebbe un errore aspettarsi aperture di credito populiste: «Ci può essere qualche individuo nel governo che simpatizza con alcuni aspetti di M5S, come c’è stata simpatia per la Polonia, che ha virato in una direzione populista e illiberale. Ma c’è un ampio consenso bipartisan sul fatto che un esecutivo grillino sarebbe uno sviluppo preoccupante». Anche in rapporto alla Russia: «Se l’Italia cercasse di smantellare le sanzioni, sarebbe una seria sfida all’unità transatlantica. Pure Trump, che era entrato in carica chiedendo una nuova relazione con Mosca, ha mantenuto una linea ferma sull’Ucraina».

Fonti con accesso quotidiano all’amministrazione notano che dopo il voto in Sicilia, gli Usa sperano che la coalizione di centrodestra vinca le prossime elezioni, magari accordandosi poi col Pd. La stabilità dell’Italia infatti è la priorità. Lo dice apertamente l’ex ambasciatore repubblicano a Roma Mel Sembler, molto vicino al nuovo capo di Via Veneto Lew Eisenberg: «Tocca agli italiani scegliere il loro governo, ma io non posso nascondere che con Berlusconi avevamo lavorato molto bene». Davanti all’incognita grillina, nonostante le rassicurazioni di Di Maio, questa si sta delineando come l’opzione preferita.

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Paolo Mastrolilli


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lunedì 2 settembre 2013

Giornalisti e WhatsApp Ecco i nemici dei senatori grillini

da la stampa web

Giornalisti e WhatsApp 
Ecco i nemici dei senatori grillini

La riunione del gruppo trasmessa
in streaming. E qualcuno sbotta: «Stiamo parlando del nulla»
ALBERTO INFELISE
TORINO

Le quasi quattro ore di riunione del gruppo Cinque Stelle al Senato trasmesse (temerariamente) in streaming hanno chiarito almeno due cose: il nemico sono i giornalisti e ci sono problemi su WhatsApp. 

I Pentastellati hanno usato toni accorati e accesi per analizzare, divisi in gruppi, la cronologia degli eventi che li hanno portati a comparire spesso sui giornali per le polemiche interne, ma hanno anche affrontato quali siano le «problematiche» principali che effettivamente attanagliano la loro vita a Palazzo Madama. 

 

Una discussione piuttosto gravida di senso e significato, anche se più d’uno ha detto «Ragazzi, stiamo parlando del nulla». Che dei senatori si chiamino «ragazzi» tra di loro è carino, che parlassero del nulla effettivamente sembrava abbastanza vero. Insomma, lo streaming ha mostrato un gruppo piuttosto animato, che ha stigmatizzato «le parole violente e i toni spesso troppo accesi» di certi post (di Grillo? di qualcuno dei presenti?), la mancanza di comunicazione (dovuta forse a questo WhatsApp che funziona e non funziona); un gruppo che si è veramente unito in un unico applauso soltanto per attaccare i giornalisti: sui «Giornali marci» ci sarebbe un complotto contro di loro (come se non avessimo abbastanza guai). Dice il capogruppo Morra: «Attenzione, perché se parlate con i giornalisti quelli poi scrivono quello che dite. E’ una trappola». Inutile cercare di convincere il Morra dell’assenza di un complotto, ne è parecchio convinto. Forse potrebbe provare a far politica in un Paese in cui i giornalisti non ci sono: magari si diverte di più. 

sabato 31 agosto 2013

Sarebbero 15 i senatori 5 stelle pronti a...

Da Repubblica web

Sonia Alfano: "Almeno 15 senatori grillini 
pronti a un governo con il Pd"

L'eurodeputato interviene nel programma televisivo Klauscondicio. "Un numero utile per la fiducia c'è"

ROMA - Sarebbero 15 i senatori del M5S pronti ad appoggiare un governo con il Pd. Lo ha dichiarato Sonia Alfano, eurodeputato e presidente della Commissione Antimafia al Parlamento Europeo, ospite dell'ultima puntata del programma televisivo "KlausCondicio", condotto da Klaus Davi e in onda su You Tube. "Tra i grillini il numero dei cosiddetti dissidenti sta crescendo. Oscilla in base agli umori della politica. Comunque possiamo già parlare di un numero 'utile'. Le posso assicurare che un numero utile per la fiducia c'è, c'era già prima. Siamo a ben oltre 10, direi 15", ha dichiarato durante l'intervista Alfano, europarlamentare eletta nelle liste dell'Idv e un tempo vicina a Beppe Grillo. Quando le è stato chiesto se questi esponenti del M5S sarebbero pronti a votare per un Letta bis, ha risposto: "Più che per un governo Letta bis - ha risposto Alfano  - parlerei di senatori disposti a discutere alcuni punti imprescindibili sulla base dei quali costruire una intesa col Pd".

Sono più di dieci? "Sì, decisamente di più. Le aggiungo che un gruppo autonomo al Senato potrebbe già contare su 20 componenti. Questi 20 da sempre si incontrano con componenti del Pd. Mi auguro che, però, questa scissione non avvenga. Sarebbe un vero peccato. I dissenzienti sono molti, ma sono in difficoltà perché dal Pd non arrivano i segnali che si aspetterebbero. Non vedono la mano tesa verso obiettivi di condivisione. Ma, sia chiaro, non vorrebbero uscire. Si tratta di senatori e deputati anche spinti dalle pressioni della base grillina costituita anche da artigiani, imprenditori, gente comune che sta male e che non capisce il senso di questo fondamentalismo e ne chiede conto. Parliamo pur sempre di una base elettorale del 25% dei voti. Quindi non solo un voto di protesta. Le aggiungo che almeno il 20% di senatori e deputati non si ricandiderà più, visto il clima".

Ma chi è abituato a razzolare in basso...

LA STAMPAweb

Italia

La polemica/1

“Tutti di sinistra Così si prepara un Letta bis”

La sintesi la pronuncia il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli: «Facendo due calcoli vedo nel nostro futuro un Letta bis con rinnovata maggioranza» è la sua analisi. Analisi che affonda le radici in un pensiero circolato insistentemente tra Pdl e Lega: i neosenatori scelti da Napolitano sono tutti voti in più per la sinistra. Tanto da far scatenare due amazzoni berlusconiane come Elvira Santino e Daniela Santanché pronte a sostenere che se c’era qualcuno che Napolitano doveva nominare era proprio lui, il Cavaliere.


Polemica/2

“Un lusso mentre il Paese sta affondando”

Anche se con toni diversi, anche il Movimento 5 Stelle ha storto il naso di fronte alla scelta del Presidente. Le critiche, tanto per mantenere la tradizione, si sono concentrate sui costi. E se per il deputato Sibilia «non era questa la decisione da prendere mentre il Paese affonda», il suo collega di Palazzo Madama Alberto Airola offre il suo benvenuto ai quattro neo senatori: «Decurtatevi lo stipendio e versate le eccedenze sul conto statale per il fondo di finanziamento alle imprese».



venerdì 30 agosto 2013

Il Porcellum ora piace a Grillo, ma non a tutti i grillini...

LA STAMPA

Italia

Battista contro Grillo

«Vuole il Porcellum?
Voterei il Letta bis»

«Se dovesse essere l’extrema ratio per cambiare la legge elettorale allora sì, sarei pronto a votare un Letta-bis». A dirlo è Lorenzo Battista, senatore del Movimento 5 Stelle, all’Huffington Post. A creare scompiglio tra le file dei grillini è stata la posizione di Beppe Grillo, pronto ad andare a votare anche con il Porcellum e incassare con essa, secondo il leader del Movimento, una probabile vittoria. «Abbiamo fatto della riforma della legge elettorale uno dei temi della nostra battaglia politica e adesso cambiamo idea? - si domanda Battista - Napolitano, se cade il governo, tenterà di formare una nuova maggioranza per cambiare la legge di Calderoli. E noi a quel punto che facciamo, diciamo di no?».


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giovedì 9 maggio 2013

Grillo, il "semplice portavoce", deciderà sulla diaria

LA STAMPA

Italia

Diaria M5S, Grillo serra le fila

Il leader a Roma chiederà la restituzione dei soldi non rendicontati. Chi non ci sta rischia la futura candidatura

O i soldi o la poltrona. Alla fine sarà questo il messaggio infilato in bottiglia. Il papa ligure entra per la prima volta nel Palazzo. Beppe Grillo, signore dell’invettiva, divinità da piazza, fustigatore dei costumi, mette il suo sacro piede nel tempio del Potere, l’indistruttibile enclave dell’odiata casta. Oggi pomeriggio alle tre, 162 parlamentari del Movimento Cinque Stelle lo aspettano inquieti nell’auletta dei gruppi.

Cosa vorrebbe lui? Che lo ammirassero con sottomessa distanza come si fa con un imperatore, che lo abbracciassero come si fa con un antico genitore, e, infine, che gli dicessero umili: «Beppe, sulla diaria abbiamo peccato, anche se il regolamento che abbiamo firmato è ambiguo, ciascuno di noi giustificherà le spese e donerà in beneficenza l’eccedente». Perfetto.

Il problema è: che cosa diranno davvero loro? Alcuni, la maggioranza (meno di novanta) un banale sì. «Certo che restituiamo l’eccedente». Altri si barricheranno dietro un video che gli uomini della comunicazione parlamentare hanno prodotto per evitare lo scontro frontale. Un filmato strappa lacrime in cui singoli cittadini-deputati fanno presente le proprie difficoltà esistenziali. Cose del tipo: «I miei genitori vivono in una casa popolare e io sono nel loro stato di famiglia. Se il fisco farà riferimento alla mia busta paga rischiano di perdere l’alloggio pubblico. L’eccedenza mi serve». Altri parleranno dei figli, del divorzio, della solitudine. «Cose che questo Palazzo non conosce», spiega un uomo dello staff-comunicazione a Montecitorio.

Infine ci sarà una trentina di persone che reagirà così: «Caro Beppe, tu sei il leader, ma noi abbiamo firmato un accordo in cui non si parla delle eccedenze. I soldi in più, poche migliaia di euro, li teniamo». Un atteggiamento simile a quello avuto ieri dal vicepresidente dell’Assemblea siciliana Antonio Venturino. Che proprio per questo è stato di fatto espulso dal Movimento. Il papa ligure si può permette una frattura plateale di questo tipo? Difficile. Perciò, per evitare di frustare i propri fedeli senza rimorso come se fossero cani da slitta, ipotizzerà - o farà ipotizzare - una paio di scenari. Il primo: chi non restituirà l’eccedente finirà in una black list che sarà pubblicata sul suo blog. Il popolo della rete a quel punto si potrà sfogare facendo conoscere la propria presumibilmente poco pacata opinione sul tema. Gogna?

Il secondo: lo staff della comunicazione si preoccuperà di far sapere ai più riottosi che la mancata restituzione della parte di diaria non giustificata potrebbe portare - e porterà - alla mancata ricandidatura alla prossima tornata elettorale. Coerenza o ricatto?

Il gruppo sul tema è spaccato. E in queste ore di tensione parecchi deputati Cinque Stelle mostrano insofferenza per quello che considerano il « cerchio magico» del tandem Grillo-Casaleggio. Un gruppo ristretto di persone che comprenderebbe, oltre ai responsabili della comunicazione, i capogruppo alla Camera e al Senato, Crimi e Lombardi, Laura Castelli, Roberto Fico e Alessandro Di Battista. Figli più uguali degli altri chiamati a orientare le scelte collettive. E il principio dell’uno vale uno? «Il direttorio? Chi fa questi discorsi probabilmente è invidioso», commenta il pescarese Daniele Del Grosso. Forse. Ma è difficile che il disomogeneo gruppo Cinque Stelle possa continuare a camminare come se fossero perennemente sospesi su una fune da equilibristi.

ANDREA MALAGUTI


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martedì 7 maggio 2013

Come i Grillini si innamorarono cammin facendo della diaria parlamentare...

LA STAMPA

Italia

“La diaria non si tocca”

Ed è subito rivolta

dei simpatizzanti


Un parlamentare su due vorrebbe tenere tutti i rimborsi

Crimi: “Manterremo gli impegni presi”


Tra un po’ si arriverà al terzo stipendio ma i parlamentari grillini ancora non hanno trovato un accordo sul destino della loro diaria, una delle promesse elettorali, uno dei simboli del loro essere diversi rispetto alla vecchia politica. Due sere fa un sondaggio ha fatto capire che deputati e senatori disobbediranno alle richieste di Grillo e Casaleggio che li avevano invitati a restituire la parte d’indennità non spesa versandola ad alcune Onlus o creando un fondo per il micro credito alle piccole imprese.

Quasi uno su due dei 163 parlamentari del M5s, invece, ha optato per la libertà di coscienza, con la diaria completamente trattenuta dall’eletto e la possibilità di scegliere quanto rendere.

Una decisione che è apparsa poco coerente con le promesse elettorali: sul blog di Beppe Grillo e sui profili Facebook dei parlamentari sono arrivate molte richieste di chiarimento.

La questione è di quelle spinose, che possono costare molti consensi al movimento, La parola d’ordine è marcare la differenza rispetto alla vecchia politica. Vito Crimi si affretta a rassicurare tutti: «Il M5s manterrà gli impegni presi in campagna elettorale. Ha già cominciato rinunciando ai rimborsi elettorali e sono 42 milioni di euro; ha già cominciato restituendo 400 milioni di euro al mese dell’indennità: per 12 mensilità sono 5 milioni l’anno, 25 milioni nell’arco di una legislatura» e «ha già deciso di rinunciare all’indennità di fine mandato». Quindi, conclude, chiedendo ancora un po’ di tempo per trovare un accordo. «Dateci qualche giorno e non vi deluderemo». La decisione finale, infatti, sarà presa in settimana durante un’assemblea plenaria che avrà il compito di pronunciarsi sulla difficile vicenda.

Roberto Fico, deputato, fedelissimo di Casaleggio, fa altrettanto ricordando anche lui «i 42 milioni di euro di rimborsi elettorali non presi perché non voluti e poi la rinuncia all’assegno di fine mandato, circa 30 mila euro a parlamentare, la riduzione del 50% dell’indennità e in più la rendicontazione on-line di tutte le spese sostenute» e, infine, la rinuncia alle doppie indennità.

Ma non tutti i parlamentari la pensano allo stesso modo. Bartolomeo Pepe, senatore, scrive sul suo profilo Facebook la sua posizione: «Il non speso lo restituiremo. Ripeto, lo restituiremo». Ad alcune condizioni, però: «Non chiedeteci di affamare i nostri sottopagati collaboratori; il caffè e la cena gli è dovuta, specie perché è a cena che pensiamo i nostri progetti migliori, specie perché non stacchiamo mai, e chi mi conosce lo sa, specie perché meriterebbero di guadagnare più di noi e non uguale. Perché i nostri collaboratori guadagnano uguale quando lavorano uguale». Insomma, conclude, degli stipendi dei parlamentari «renderemo conto allo storia, a Dio e pure a Panorama. ma dateci il tempo di fare i conti. È solo questione di tempo».

Molto chiara Patrizia Terzoni, deputata: «Io ho votato per trattenere l’80%», ammette perché «non è questione solo di vivere, ma anche di espletare il mandato. Io, ad esempio, sono dovuta andare in Sicilia. Se ti chiamano, o devi spostarti, che fa? Non vai? Con 2500 euro al mese uno non riesce a cavarsela».

In settimana la decisione, e quella che si annuncia non sarà un’assemblea semplice.

flavia amabile

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lunedì 6 maggio 2013

E ora i grillini tentano il PD...

Da La Stampa di oggi:

E ora i grillini tentano il Pd
con le maggioranze variabili

Il M5S apre al taglio della tassa sulla casa solo per i più poveri: e spiazza

Abile mossa tattica dei grillini, che delle due l’una: o non sono così primitivi come qualcuno li dipinge, oppure hanno già imparato le malizie della politica. Il loro capogruppo Crimi promette un «sì» alla cancellazione dell’Imu sulla prima casa, che corrisponde al punto 17 del programma a Cinque Stelle. Fin qui nulla di strano. Nello stesso tempo modula l’offerta in modo tale da dividere il Pd (o perlomeno provarci) e da stringere nell’angolo il Cavaliere. Mette cioè come condizione che dall’Imu vengano esentate solo ed esclusivamente le fasce di reddito più basse, laddove chi se lo può permettere dovrebbe continuare a pagarle «anche sulla prima casa». E qui sta l’insidia, in quanto l’argomento è un richiamo forte alle ragioni dell’equità, quelle stesse motivazioni per cui in fondo sinistra e destra non sono né saranno mai la stessa cosa. Berlusconi notoriamente vorrebbe meno tasse per tutti, benestanti compresi, nella convinzione che la ricchezza sia una manna del Cielo; dunque l’Imu va cancellata a prescindere. Ieri l’ha ribadito.

Nel Pd, invece, mai come in questo momento ci si chiede «chi siamo» e «cosa vogliamo». L’insofferenza della base, l’occupazione delle sedi, il congresso in arrivo: sono in molti a non comprendere per quale ragione Letta dovrebbe cedere ai «diktat» berlusconiani, quando la nuova tassa sulla casa potrebbe essere riscritta d’intesa con Grillo. Si affaccia nella XVII legislatura il fantasma delle maggioranze «a geometria variabile», con i Democrats che cercano alleati un po’ qua e un po’ là fino a quando il gioco regge. E non soltanto sull’Imu. Le forti convinzioni del ministro Kyenge in tema di immigrazione, di cittadinanza, di centri d’accoglienza si annunciano come un ulteriore laboratorio di reazioni chimiche tra Pd e M5S. Idem sul nodo dei diritti. E non è nulla, a fronte di quanto potrà accadere il giorno in cui la riforma costituzionale affrontasse tabù come il presidenzialismo... Schifani, che di Crimi è dirimpettaio, già mette in guardia il governo: «Le maggioranze variabili su temi sensibili porterebbero a gravi danni». Se Letta si affida ai grillini, fa intendere Schifani, la sua sorte è segnata.

Il premier non ha bisogno che qualcuno glielo rammenti. Il suo rapporto col centrodestra regge al punto che un contributo di Ferrara, sul «Giornale» di ieri, veniva titolato: «Perché Letta-Alfano è la coppia giusta». Ma l’eventualità che il Pd possa farsi tentare da Grillo, quella sì viene messa in conto nello stato maggiore berlusconiano. Dove a tutto si sta pensando, tranne che a provocare crisi di governo. C’è stato negli ultimi giorni un generale, evidente abbassamento di toni. Unghie tagliate ai «falchi», grande tubare di «colombe». La rimozione della Biancofiore dalle Pari opportunità è stata incassata senza batter ciglio. Sull’Imu, Berlusconi continua a sventolare la sua bandiera ma sembra ora accontentarsi che intanto venga cancellata la rata di giugno, il resto si vedrà... Anche questo apparente sangue freddo, così come la mano tesa di Grillo, è figlio di un calcolo politico; pure in questo caso, la sfida è rivolta al Pd orfano di una leadership e dunque esposto a tutte le scorribande. Confida Brunetta, che nelle gerarchie Pdl è molto più in alto di quanto si possa pensare: «Se esplosione ci sarà, la scintilla scoccherà a sinistra. Se il governo Letta cadrà, sarà colpa degli altri... Da quella parte debbono ancora elaborare il lutto della mancata vittoria, e nell’attesa rimettono in campo l’anti-berlusconismo. Noi li aspettiamo sereni e tranquilli. Naturalmente, venderemo cara la pelle». E il Cavaliere, nei test di sopravvivenza, non teme rivali.

ugo magri

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mercoledì 17 aprile 2013

Il "nuovo che avanza”, cibato di pane e soprattutto Tv...

da La Stampa

Quegli elettori del Movimento
formati a pane e tv

Arcinemica e sconsigliata, ma a modo suo anche maestra


Sua Signora la Tv ha vinto anche stavolta. La grande imprescindibile scatoletta, che ha ritmato la campagna elettorale d’inverno come più le piaceva, moltiplicando interviste, ospitate, faccia a faccia, dichiarazioni, inseguimenti per strada, in onda e fuori onda, ecco, l’imprescindibile scatoletta ha incantato anche il magico mondo del Movimento Cinque Stelle. Il popolo giovane e rivoluzionario ha scelto per candidata ideale alla presidenza della Repubblica la giornalista televisiva Milena Gabanelli, ed è lo stesso popolo che intravede lungo le profezie di Gianroberto Casaleggio la società di domani, finalmente libera, egualitaria, uno vale uno, una testa un voto, in cui si dà l’addio alla democrazia rappresentativa e il benvenuto a quella partecipativa, senza filtri, dal basso, e tutto grazie all’inebriante rete emancipatrice, dove gli ultimi sono diventati i primi e si sono riscattati dalla millenaria oppressione dello stivale dei potenti.
Un pochino ce lo si aspettava, ma stupisce lo stesso perché i ragazzi a cinque stelle appartengono a una generazione cresciuta nella diffidenza dei giornalisti, categoria che considerano composta da prezzolati servi della casta che fanno della mediazione l’inganno. E disprezzano il decrepito mezzo televisivo, il sommo incantatore di serpenti, la droga legalizzata per lo stordimento di massa. Detestano l’intrattenimento, i reality, il rimbambimento collettivo, e poi soprattutto i talk show: le baraonde selvagge, le fumisterie moderne dove i politici sono burattini impazziti uno uguale all’altro. Beppe Grillo proibì (o sconsigliò rigidamente) ai suoi di infilarsi in quei salotti, sebbene poi l’altra sera Vito Crimi fosse nella cattedrale del talk, il Porta a Portadi Bruno Vespa. Naturalmente la Gabanelli è un’altra cosa. Il suo Report è l’inchiesta impavida, è la sfida protocollare ai poteri forti, Milena è la migliore di tutti noi per plebiscito, è come ognuno di noi dovrebbe essere per il gusto grillino, anche perché lei come loro cede alla tentazione manichea per cui il dubbio è indecisione, e la zona grigia diventa per forza limacciosa. Ma il punto è un altro. Possibile che anche i pionieri dell’informazione alternativa e catartica, quella dei social network e dei blog, convergano su un’eroina dello strumento, la televisione, che più di ogni altro è stato il ring dei trionfi berlusconiani, e di ogni match della Seconda Repubblica? Possibile che anche il livello umano 2.0 non resista ai tradizionali consigli per gli acquisti?
mattia feltri

martedì 19 marzo 2013

La Rostellato e la Bindi, la cittadina e la strega... (Buongiorno di Gramellini)

Da LA STAMPA

La cittadina e la strega


Gentile cittadina Gessica Rostellato, ho letto su Facebook il racconto in prima persona del suo atto di eroismo. Era una notte buia e tempestosa, e lei stava lasciando l’antro di Montecitorio in compagnia di alcuni valorosi concittadini a Cinquestelle, quand’ecco profilarsi sull’uscio un’ombra terrificante: Rosy Bindi. La fattucchiera democratica, che a causa di un incantesimo del mago Porcellum è condannata a non staccarsi mai dalla sua poltrona. La strega Casta ha sorriso, falsamente benevola: «Ma presentiamoci, così cominciamo a conoscerci!». Poi vi ha teso una mano, mentre con l’altra armeggiava nella borsa per estrarne il fluido che vi avrebbe trasformato in seguaci di Mastella. Qualche ingenuo concittadino ha ricambiato il saluto: di lui si sono perse le tracce. Pare lo abbiano visto in una stalla del Pd inneggiare alla santità di D’Alema e al raddoppio del numero dei parlamentari. Ma lei, Gessica, no. Lei ha tirato dritto e se n’è andata, perché - lo ha scritto orgogliosamente - «ti pare che io ti do la mano e ti dico pure piacere? No, guarda, forse non hai capito, non è un piacere!».

Così si fa. Meglio sembrare maleducati che essere falsi come loro. Perché, diciamola tutta, se un politico tende la mano a un cittadino è solo perché intende sfilargli l’orologio. Nessuna intelligenza con il nemico. Da sempre i cambi di regime non si realizzano con il dialogo ma con la ghigliottina, nei casi meno violenti con il disprezzo. Un dubbio però mi assale, cittadina: e se fosse proprio per questo che le rivoluzioni non hanno mai cambiato la natura del potere, ma solo il volto del suo (provvisorio) detentore?

Massimo Gramellini

domenica 17 marzo 2013

Elezioni di ieri: valgono, eccome!

Checché dica l'uveitico...

Da LA STAMPA

Bersani vince il primo round

Dodici grillini hanno votato per Grasso al Senato. Urla durante la riunione del Movimento, salta la diretta

L’apriscatole, anziché i grillini, l’ha messo in opera Bersani per forare la corazza del M5S. E c’è riuscito indicando due candidati, per la presidenza delle Camere, scelti scientificamente per mettere in crisi i neo-eletti a cinque stelle. Con la Boldrini c’è andato molto vicino, a giudicare dalla standing ovation con cui il discorso d’insediamento della neo-presidente è stato accolto (unici mogi e silenti: i berlusconiani). Il segretario Pd ha fatto centro invece al Senato, aiutato peraltro da un grossolano errore tattico del centrodestra. A fronte del magistrato-simbolo Grasso, il Pdl ha messo in campo una personalità come Schifani, invisa come poche al fronte anti-mafia siciliano. Col risultato inevitabile di spingere un plotone di senatori grillini nelle braccia accoglienti di Bersani. Insostenibile la teoria che i 14 voti in più raccolti da Grasso (sulla carta 123, cresciuti a 137) siano giunti da altri gruppi.

Ha ragione dunque Bersani a dichiararsi «molto, molto contento»: senza ombra di dubbio è lui il trionfatore del primo round. E ha voglia Berlusconi (presentatosi nell’emiciclo con gli occhialoni scuri causa uveite) a sostenere che «queste elezioni non valgono niente»: valgono eccome. Se non altro perché martedì Napolitano avvierà le consultazioni di governo. E alla luce dell’evoluzione generale, favorevole al dialogo tra Pd-M5S, il Capo dello Stato non potrà non conferire l’incarico a Bersani. Il quale, una volta ricevuto il pallino del gioco, avrà tempo e modo di approfondire il discorso appena avviato con i Cinque Stelle.

Altro fiasco tattico del Cavaliere: nella illusoria speranza di far vincere Schifani, ha tentato di «adescare» Monti. Come? Facendo leva sulla delusione del Prof, che sarebbe volentieri andato a presiedere il Senato, sennonché Napolitano gli ha detto di no. Ma la trattativa tra Silvio e Mario è andata a ramengo perché, in cambio del sostegno a Schifani, il Prof «chiedeva la luna» (così perlomeno assicurano nel Pdl). Voleva cioè l’appoggio gratis del centrodestra a un governo Bersani-Monti, dove però i berlusconiani non avrebbero messo piede... Alla fine Scelta Civica si è astenuta, tanto alla Camera quanto al Senato. Un’astensione nel secondo caso determinante, e dunque molto apprezzata a sinistra, in quanto quei 21 voti a disposizione avrebbero ribaltato l’esito del match su Grasso. «Tanto Monti rimane ininfluente», prova a minimizzare la sconfitta il Cavaliere. Ma, pure in questo caso, tanto ininfluente il Professore non è, se è vero che proprio Napolitano ieri mattina ha diffuso una lunga nota per dargli atto di «senso della responsabilità e spirito di sacrificio», sottolineando come sia «importante che in sede Ue, e nell’esercizio di ogni iniziativa possibile e necessaria, il governo conservi la guida autorevole di Monti fino all’insediamento del nuovo governo». Insomma, Scelta Civica con l’astensione è rimasta in zona-gol. Il Pdl, votando Schifani, si è messo in fuorigioco.

Ma la vera novità di ieri viene dai grillini. Spiazzati e spaccati al loro interno dalla candidatura Grasso fino al punto di rompere la disciplina interna. La riunione decisiva è stata accompagnata da urla e strepiti, stavolta senza webcam democraticamente accesa. E qui sta l’autentico successo di Bersani: nell’avere inaugurato un metodo (l’«apriscatole») che può valere, tra un mese, per la scelta del successore di Napolitano al Quirinale. E dalla prossima settimana, per tentare ciò che ancora ieri mattina sembrava impossibile, un ministero da lui presieduto. «La prossima tappa è il governo del Paese», conferma Bersani, «bisogna costruire un meccanismo che permetta di riuscirci...». Chiaramente, le incognite restano. Sarà interessante misurare, ad esempio, la reazione di Grillo e di Casaleggio. Da destra mettono il sale sulla ferita, con Calderoli che sfotte: «Benvenuti nella Casta, vi è bastato un giorno per entrarci». Intanto, però, la XVII legislatura repubblicana è in condizione di prendere il via.

venerdì 8 marzo 2013

Grillini e Grünen secondo Jean-Claude Casanova (da La Stampa)

Da La Stampa di Torino:

L’economista Jean-Claude Casanova


“Ma i grillini sono anti tutto. Temo il contagio”



«Un parallelo fra i Grünen e i grillini? Interessantissimo. Però i Verdi tedeschi li conosciamo bene, il Movimento Cinque Stelle italiano è un enorme punto interrogativo». Parola di Jean-Claude Casanova, economista, cofondatore con Raymond Aron della rivista «Commentaire», bibbia del pensiero liberale francese, e presidente della Fondazione nazionale di Scienze politiche.

Proviamoci, professore. «I Verdi appartengono appieno alla storia politica tedesca. Intanto perché c’è in Germania una lunga tradizione di movimenti ambientalisti, e poi perché le loro radici sono nella sinistra post sessantottina. I grillini sono molto più difficili da definire. Direi che sono gli eredi delle pulsioni antiparlamentari del Novecento italiano e della delusione per il fallito rinnovamento della politica dopo la fine della lunga egemonia democristiana. Però non si era mai visto un movimento così “anti”, di rifiuto completo: antimercato, antiEuropa, antiStato, in ultima analisi antipolitico». Anche i Grünen erano contro tutto e contro tutti. Poi diventarono ministri e a votarono l’intervento Nato in Kosovo... «Nulla impedisce che con i grillini succeda lo stesso. Non bisogna sottovalutare la potenza corruttrice della democrazia parlamentare. Per carità, non parlo di corruzione come reato. Parlo del fatto che, se si entra in Parlamento, allora si accetta di fare politica. E fare politica significa trattare. Nel caso dei grillini, però, c’è una difficoltà in più». Quale? «I Verdi tedeschi, per quanto anarchici, erano un movimento strutturato. C’era una classe dirigente, uscita dai partiti di estrema sinistra degli anni Settanta, e una base, che pescava in un vasto movimento associativo, in un militantismo diffuso. Nel caso del M5S mi sembra che tutto questo manchi. C’è solo un leader carismatico. Questa è la sua forza ma anche la sua debolezza. Non so quanto Grillo potrà controllare i suoi parlamentari». Altre differenze? «Sarebbe interessante fare uno studio sociologico sui grillini. Mi sembra siano l’espressione di nuove classi sociali, semintellettuali, professionalmente instabili, attente all’ecologia e alla rete. Penso per esempio agli “intermittants” dello spettacolo francesi. Nei cortei contro il sistema ci sono loro, non certo gli operai». I Grünen furono un esempio, o forse un contagio, per tutta l’Europa. Crede che con i grillini possa succedere lo stesso? «Lo temo. Perché finora l’opposizione all’Europa era affidata a movimenti molto connotati ideologicamente, o all’estrema sinistra o all’estrema destra. Il successo di Grillo, che non saprei dire se sia di destra o di sinistra, rinforzerà la grande voga euroscettica. Sta nascendo un’immensa coalizione di diversi che ingloba l’estrema destra inglese, l’ultragauche e il Fronte nazionale in Francia, e domani chissà chi altrove».

Alberto Mattioli

martedì 5 marzo 2013

Basta la Rete per selezionare i militanti...???

LA STAMPAweb

Italia

“I fascisti non ci tolsero i diritti”

È già polemica sulla portavoce
Accuse di apologia alla neo-capogruppo dei deputati per una sua frase sul blog


Il black out. Il buco nero del web, l’oscuramento de La Cosa - internet tv del MoVimento 5 Stelle decisa a trasmettere secondo per secondo questa prima giornata di gloria - coincide casualmente con l’unico momento di democrazia reale, con i cittadini-eletti presenti in carne e ossa e per la prima volta connessi senza passare da Skype, nella sala conferenze dell’hotel Universo di Roma, Best Western quattro stelle infilato in uno stradino a due passi dalla stazione, dove il traffico va in tilt poco dopo le nove, quando è chiaro che il Guru genovese del depistaggio ha deciso di spostare qui, tra venditori cinesi, bancarelle, auto della polizia, vigili nevrotici e turisti sgomenti, il quartiere generale della sua nuova classe dirigente. È il caos. Fuori e dentro l’albergo. La diretta streaming balbetta, salta, sparisce, mentre i 163 prescelti individuano per alzata di mano i loro capogruppo temporanei (tre mesi e poi avanti il prossimo) alla Camera e al Senato. Sono la romana Roberta Lombardi, una trentanovenne che non ha mai nascosto le simpatie per il centrodestra, e l’assistente giudiziario bresciano Vito Crimi. Applausi. Complimenti. E ora, come dice ieraticamente euforico il cittadino Andrea Cioffi, «demoliamo il nostro ego per metterlo al servizio dell’Idea». L’Idea. Favoloso. Chi pensa a sé è fuori dal gioco.

Eppure, in questo lunedì un po’ «Tre Giorni del Condor» un po’ «Cena dei Cretini», in cui ogni cosa accade attorno al verbo «sembrare», è proprio sulla neomamma romana che si scatena la prima tempesta di piombo. A innescarla è la rete. La nemesi inevitabile. L’impalpabile pianeta virtuale è pronto a fare l’esame del sangue non solo alla casta, ma anche alla rivoluzionaria costola del proprio corpo fluido. Sui siti, a metà pomeriggio, comincia a moltiplicarsi come un virus un blog del 21 gennaio vergato dalla capogruppo alla Camera. Un ragionamento a proposito della controversa apertura di Beppe Grillo a Casa Pound.

Secondo la Lombardi, il centro sociale di ispirazione fascista, dei supposti valori del Ventennio avrebbe «solo la parte folcloristica, razzista e sprangaiola». Un bel modo per prendere le distanze. Da loro. Ma non dalla dittatura mussoliniana. «Prima che degenerasse, il fascismo aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello Stato e la tutela della famiglia». Chiara. Inequivocabile. Con una sensibilità curiosamente berlusconiana. Un post completato con la risposta preventiva alle critiche. «Sono 30 anni che fascismo e comunismo non esistono più. Invocarne lo spettro a targhe alterne è l’ennesimo tentativo di distrazione di massa. Non sono i fascisti o i comunisti che ci hanno impoverito, tolto i diritti e precarizzato l’esistenza». Va bene. Ma allora perché l’assoluzione postuma?

Un danno di cui, adesso, qui, con i colleghi che le danno fiducia (37 voti su 109) , la Lombardi, occhiali eleganti e giacca indossata sopra i jeans (come a voler sottolineare la sua doppia anima modernamente retrò) non percepisce la portata. Troppe le emozioni che si sono accavallate. Compreso, poco prima di pranzo, l’arrivo di Beppe Grillo, che nonostante un lutto famigliare, decide di aprire assieme a Gianroberto Casaleggio (l’unico impeccabilmente in cravatta) il primo non decisivo conclave Cinque Stelle. Nessuna indicazione politica (la linea nasce in altre stanze), ma la benedizione urbi et orbi per il viaggio. La Lombardi lo bacia e lo abbraccia, lui ricambia, poi si ferma con la venticinquenne Marta Grande. «Non ho mai visto i giornalisti così assatanati», le dice. E guida il corteo di amici-devoti-fedeli-colleghi all’interno della sala conferenze. Spiega cose note («Nessuna alleanza») saluta e va. O almeno ci prova. Imboccando una porta secondaria. Nuovo depistaggio fallito. La calca lo travolge, i giornalisti lo pressano, si spingono, si insultano, mentre il disturbatore Paolini grida: «W Beppeeeeee, W l’Italia pulita». Tensione. Grida. E persino una turista americana che recita Wal Whitman: «Fermati con me, fermati questa notte, e tu capirai l’origine di tutte le poesie». L’auto del papa ligure si allontana. Calma. Dentro l’hotel gli eletti sfilano per presentarsi uno a uno. «Monica Casaletto, ho sempre fatto controinformazione e continuerò a farla». «Silvia Chimienti, 27 anni, laureata in filologia. Vorrei occuparmi di cultura e scuola». «Manlio Di Stefano, parlo tre lingue, studio la quarta e mi candido automaticamente alla commissione esteri». Automaticamente. Un’ora e mezzo di libro delle intenzioni generiche. Quindi la conferenza stampa e liberi tutti. Il cittadino avvocato Bonafede spiega che ha sensazioni bellissime. «Gli italiani stiano sereni. Sia quelli che ci hanno votato sia quelli che non ci hanno votato. Vogliamo portare la buona politica in Parlamento».

La Lombardi affronta la notte apparentemente serena, un ragazzo urla impazzito: «Arriva la vedova neraaaa!!!!». Lei non sente. L’ululato dei cani risponde dai cortili all’inferno dei clacson in mezzo alla strada. Omnia munda mundis. Tutto è puro per i puri.

ANDREA MALAGUTI

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