ebook di Fulvio Romano

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sabato 15 agosto 2015

Parigi il malato d'Europa

LA STAMPAweb

Economia

È Parigi il malato d’Europa

Le industrie non investono

e la spesa pubblica vola

La ricetta della competitività non ha funzionato

Appena un mese fa, in occasione della festa nazionale del 14 luglio, François Hollande assicurava solenne «la crescita è tornata». Dopo un primo trimestre segnato da un +0,6% (rivisto ieri a +0,7%) il Presidente socialista poteva sperare in una svolta nel suo quinquennio inaugurato nel 2012 e segnato finora da dati economici deludenti. Invece le cifre pubblicate ieri mostrano un’economia transalpina di nuovo in stagnazione (0% nel secondo trimestre 2015), indietro rispetto ai suoi maggiori partner tra cui Italia, Germania e Regno Unito. Il motore francese non riesce a riaccendersi e a cogliere i timidi segni di ripresa europea. E Parigi sembra incapace d’imporre una politica economica di rilancio durevole. Ieri, il governo di Manuel Valls si è affrettato a minimizzare il dato congiunturale. Valls e il suo ministro delle Finanze Michel Sapin hanno riaffermato che l’obiettivo di «una crescita del 1% sarà raggiunto a fine anno». Ma la stagnazione del secondo trimestre suggerisce che i mali della seconda economia della zona euro sono più profondi e Parigi è a un bivio.

Grazie a una tradizionale politica anticiclica, il Paese ha resistito meglio degli altri alla crisi economica. Tra il 2008 e il 2011 attraverso l’aumento della spesa pubblica e il sostegno alla domanda interna la Francia ha cosi registrato una crescita del 3,4% quasi pari alla Germania e circa il doppio dell’Italia. Ma nello stesso tempo il suo deficit pubblico è salito dal 68% al 86% del Pil fino a raggiungere oggi più del 97%. In breve, il governo Sarkozy e in parte quello Hollande sono riusciti a limitare l’impatto della crisi (anche se il tasso di disoccupazione è salito a più del 10,5%). Il consumo delle famiglie, sostenuto da uno stato sociale robusto, e le spese dello Stato hanno permesso di evitare il tracollo nei momenti più bui. Ma la Francia non sembra oggi in grado di cambiare marcia e modello mentre il vento della crescita europea è ancora debole.

Le vecchie ricette di rilancio tramite la domanda interna hanno raggiunto il loro limite soprattutto nel quadro delle regole europee sulla spesa pubblica, peraltro non del tutto rispettate da Parigi. A partire del 2012, François Hollande ha deciso di puntare sulla competitività delle imprese per cercare un nuovo volano di crescita. Sfidando la sua maggioranza di sinistra, ha fatto adottare una serie di misure per liberalizzare l’economia e ridurre le tasse alle imprese nell’ambito della cosiddetta politica dell’offerta (circa 50 miliardi di euro in 5 anni). Ma le misure del governo appaiono limitate per rilanciare l’industria francese che rappresenta solo il 19,4% del Pil contro il 30% in Germania e più del 23% in Italia. Gli ultimi dati sul Pil mostrano che senza una vera prospettiva di ripresa anche le aziende che si sono parzialmente rimesse in piedi riluttano a investire.

La speranza di François Hollande è che la politica dell’offerta finisca per dare frutti, in particolare prima delle prossime Presidenziali del 2017. Ma per il momento tra gli obiettivi di tagli alla spesa pubblica, quelli di sostegno limitato alla domanda interna e al tempo stesso di rilancio della competitività delle imprese, Parigi sembra costretto a misure parziali e di medio termine. Con il risultato di restare impanato in una crescita molle.

ERIC JOZSEF*


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giovedì 17 luglio 2014

Liguria, tante bandiere blu, ma calo del 10% (colpa solo di crisi e meteo?)

LA STAMPA

Imperia

COLPA DEL METEO

Liguria, record di Bandiere Blu

e turismo in calo del 10 per cento

Da una parte l’eccellenza che fa da richiamo, dall’altra il meteo che non perdona, facendo crollare del 10% le presenze turistiche in Liguria in queste prime settimane di ferie. Luci e ombre che hanno caratterizzato ieri mattina la cerimonia di premiazione dei 20 Comuni e dei 15 porticcioli, record italiano, che si sono meritati la Bandiera Blu, assegnata dalla Fee a certificazione della qualità ambientale non solo delle acque, ma anche dei servizi. Le ombre riguardano appunto i dati registrati dall’Osservatorio regionale del turismo rispetto alle prenotazioni. «In ogni caso siamo orgogliosi di essere la prima regione italiana per numero di bandiere blu e non ci fermeremo qui, i Comuni stanno mettendo a punto altre opere di miglioramento» ha detto l’assessore regionale al Turismo, Angelo Berlangieri. Le Bandiere blu sventolano a San Lorenzo al Mare, Bordighera, Santo Stefano al Mare, Spotorno, Bergeggi, Finale Ligure, Noli, Pietra Ligure, Savona-Fornaci, Albissola Marina, Albisola Superiore, Celle Ligure, Varazze, Loano, Pietra Ligure, Chiavari, Lavagna, Moneglia, Lerici, Framura, Ameglia. I porticcioli sono: Portosole, Marina degli Aregai , Marina di San Lorenzo,Marina di Andora, Marina di Alassio, Marina di Loano, la Vecchia Darsena di Savona, Cala Cravieu di Celle Ligure, la Marina di Varazze, il Porto Internazionale Carlo Riva di Rapallo, la Marina di Chiavari, la Marina di Porto Venere, porto Bocca di Magra, Porto Lotti e il Porto Mirabello della Spezia. [ALE. PIE.]


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martedì 15 luglio 2014

Cuneo tra le province più colpite dalla crisi

LA STAMPA

Cuneo

economia.indagine del sole 24ore

Crisi in Italia, la Granda

tra le province più colpite

Dal 2007 a oggi la provincia di Cuneo ha perso il 4,8% della sua capacità di creare ricchezza, le famiglie spendono il 16% in meno (e i prezzi sono aumentati), la disoccupazione è triplicata, sono scesi i prezzi delle case e quanto si spende in farmacia.

Il «Sole 24 Ore» di ieri ha tracciato un’articolata «mappa della crisi», provincia per provincia: come i territori hanno reagito a sette anni di recessione, secondo un indice basato su 10 parametri «che possono maggiormente interessare la vita e i bilanci della famiglie». Più si è in alto in graduatoria, peggiore la situazione. La provincia di Cuneo è all’11° posto su scala nazionale. Una delle performance più negative su 103 province italiane (per alcune non sono stati reperiti tutti i dati).

Ai vertici di questa graduatoria ci sono le province di Viterbo, Latina, Novara e Cosenza. Le province che hanno reagito meglio: Vicenza, Bolzano, Modena e Mantova. Per il Sole sono «in affanno» i piccoli centri.

E dall’analisi dei dati emerge che i cuneesi del 2013 stanno peggio di quelli del 2007. Si risparmia per necessità o per scelta. Sono aumentati i depositi in banca: 22.161 euro in media a testa, +84% in sette anni.

Si sono ridotti gli importi dei prestiti personali, forse per il timore di indebitarsi. Ancora: si registra meno 4,8% per il Pil pro capite (la media nazionale è meno 1,8%), il numero di laureati è aumentato del 5,5% (la media nazionale è migliore: +7,7%).

Le famiglie in media spendono meno rispetto al periodo pre crisi: 951 euro oggi, erano 1.142 euro 7 anni fa (-16,7%). Il prezzo delle case nuove è sceso del 12% nello stesso periodo e la disoccupazione è triplicata (+208% dal 2007), passando dal 2,2 a sfiorare il 7%. Anche le immatricolazioni di auto nuove sono crollate: meno 55%, anche in questo caso molto peggio rispetto alla media nazionale. Le vetture nuove immatricolate erano 28.968 nel 2007, sono state 12.821 l’anno scorso. Un tracollo.

Infine: in questi anni si è anche ridotto lo scontrino per medicinali e cosmetici (ma da sempre la Granda è «virtuosa» nella spesa pro capite per medicine) e nei cassonetti finiscono meno rifiuti. Il Sole parla di «famiglie disorientate e preoccupate», con il tasso di disoccupazione che è «la spia che lampeggia con maggiore intensità». [l. b.]

Anziani e coppie con figli: l'Italia che non ce la fa

LA STAMPA

Economia

Anziani e coppie con figli

Ecco l’Italia che non ce la fa

L’Istat: 10 milioni di poveri nel 2013, record al Sud

La povertà ha il rumore della tessera sputata fuori dal bancomat, racconta Guido, torinese, 48 anni. «Operazione rifiutata», perché il conto è vuoto. Prima sei un rappresentante: ufficio, macchina, smartphone. Dopo ti ritrovi mescolato con quelli che vedevi mentre andavi al lavoro: in coda per un pasto alla mensa.

Quel rumore, l’anno scorso, l’hanno sentito 1 milione e 206 mila italiani. Sono gli indigenti, quelli che, secondo l’Istat, non riescono «ad acquistare beni e servizi considerati essenziali a uno standard di vita minimamente soddisfacente». Spiega l’istituto di statistica che l’incidenza di povertà assoluta è aumentata dal 6,8% al 7,9%: 303 mila famiglie che, semplicemente, hanno smesso di farcela. È il valore più alto dal 2005, quando sono iniziate le rilevazioni.

Il Sud in crisi

La crisi sbrana soprattutto nel Mezzogiorno, dove il numero delle persone in stato di povertà assoluta nel corso del 2013 è salito di 725 mila unità, toccando quota 3 milioni e 72 mila. La metà sono bambini e ragazzi. Raffaella Milano, direttore di Save the Children, parla di «dati estremamente allarmanti». Nel Sud Italia, in particolare in Sicilia e Calabria, l’incidenza è salita dal 9,8% al 12,6%, contribuendo in larga parte alla crescita dell’indicatore nazionale.

Le famiglie in difficoltà

La povertà assoluta è in aumento soprattutto tra le famiglie con tre (dal 6,6 all’8,3%), quattro (dall’8,3 all’11,8%) e cinque o più componenti (dal 17,2 al 22,1%). Peggiora, e non è una sorpresa, la condizione delle coppie con figli: dal 5,9 al 7,5% se il figlio è uno solo, dal 7,8 al 10,9% se sono due e dal 16,2 al 21,3% se sono almeno tre. A pagare il prezzo più alto sono i nuclei familiari in cui l’istruzione è medio-bassa. «I numeri dell’Istat fotografano una catastrofe sociale vera e propria, una crisi che miete vittime come fa una guerra, ma senza guerra», dice Giuseppe De Marzo, responsabile nazionale della campagna Miseria Ladra, promossa da Libera e Gruppo Abele, che chiede «alla politica di uscire dai tatticismi e guardare a quelle che sono le priorità del Paese».

Sotto la media

Come ogni anno l’Istat fotografa anche gli italiani che vivono in condizione di povertà relativa, ovvero quelli che in un mese spendono meno di 972,52 euro, la media del Paese. Nel 2013 questo esercito è cresciuto di 485 mila persone e ha sfondato quota 10 milioni. Il tasso più alto, 32,5%, è in Sicilia. Percentuali poco confortanti anche in Calabria (32,4%), Sardegna (24,8%), Campania (23,1%) e Puglia (23,9%). «La situazione è drammatica - racconta il direttore della Caritas diocesana di Reggio Calabria, don Nino Pagallo -. Ora ci stiamo organizzando con un emporio perché le persone vengono sempre di più a chiederci persino un bisogno che sembrava scomparso come il cibo. Quello che manca sono ormai i generi di prima necessità. Le famiglie fanno fatica, le difficoltà sono tante, anche per pagare le bollette di luce, gas, acqua».

La terza età

Stanno peggio anche gli anziani, soprattutto se vivono con un altro anziano: nel 2013 gli indigenti assoluti tra gli ultra-sessantacinquenni sono il 7% della popolazione di riferimento, 888 mila persone, contro il 5,8% dell’anno precedente.

Giuseppe bottero



lunedì 14 luglio 2014

domenica 13 luglio 2014

Liguria di Ponente: la catastrofe di un turismo senza prospettive

LA STAMPA

Savona

La catastrofe

di un turismo

senza prospettive

Finalmente. È stata Franca Cappelluto, presidente dell’Unione albergatori della provincia di Savona (non un’estremista da barricate) a dire ieri su La Stampa la verità: «Quest’estate l’arrivo dei turisti italiani cala del 20-30 per cento». Prima molti, anzi troppi, tra il dico e non dico, pissi pissi bao bao, azzardavano imbarazzanti cifre dello zero virgola. Invece è una catastrofe.

E, forse per la prima volta nella storia della Riviera, è probabile che non ci sia il tutto esaurito neppure a Ferragosto. Ma non sono soltanto i crudi numeri degli arrivi a preoccupare, ma anche la capacità di spesa dei turisti, che si è abbassata in maniera esponenziale con il progredire della crisi. Giustamente si risparmia su tutto, dall’acqua minerale in avanti.

Sempre Franca Cappelluto registra un miglioramento nell’arrivo degli stranieri, ma avverte che la Liguria deve darsi una strategia precisa. Figurarsi. Non siamo neanche capaci a tenerci i cuneesi, che potrebbero venire con la fionda, è pensabile attirare in maniera scientifica cinesi e russi, anche se per la verità in questo campo qualcosa si muove, senza peraltro che la Liguria abbia fatto qualcosa per meritarlo?

Non mancano gli autogol, probabilmente dovuti a comprensibile stress da crisi. Cristina Giaccardi degli albergatori di Varazze ha detto che «ci sono troppi soggiorni brevi che aumentano i costi per il cambio di lenzuola e tovaglioli». Perchè, uno che sta una settimana dorme nello sporco?

Più volte abbiamo espresso opinioni su cause e possibili rimedi di questa situazione, ma non ci stancheremo mai di ripetere alcune cose devastanti per il turismo e che costerebbe poco o nulla correggere: la burocrazia, i troppi divieti e i controlli ossessivi, la mancanza di qualità e cortesia in certi esercizi, i prezzi alti se non supportati da servizi adeguati, i parcheggi cari (non parliamo dell’Autofiori), l’incapacità di sfruttare il turismo di nicchia, anche se qualcuno comincia a farlo.

Ah, provate ad accendere la radio per fare un po’ di festa e vedrete che cosa vi capita. La Notte Bianca dell’Adriatico totalizza, in cento chilometri, 2 milioni (duemilioni) di presenze. Si tenga forte, presidente Cappelluto, anche se questo lei lo sa benissimo.

Sandro Chiaramonti



sabato 12 luglio 2014

Ponente ligure: clima e crisi colpiscono gli alberghi a due-tre stelle

LA STAMPA

Savona

grido d’allarme crisi, maltempo e mancanza di promozione minacciano la stagione estiva

“Il turismo sta crollando”

Appello del presidente dell’Unione provinciale albergatori Franca Cappelluto

Non sono solo le nuvole di questo pazzo luglio a minacciare il turismo savonese. A gettare ombre e brividi di freddo sono, soprattutto, le onde lunghe di una crisi che prosegue, a prima vista inarrestabile. A lanciare un grido d’allarme, l’ennesimo purtroppo, è Franca Cappelluto, presidente dell’Unione provinciale albergatori: «Stiamo registrando un crollo del turismo italiano, non compensato dagli arrivi stranieri», è in sintesi la fotografia di un disastro economico.

I più colpiti sono gli alberghi a due e tre stelle, in pratica la spina dorsale del turismo savonese. «I grandi complessi turistici, gli alberghi a 5 stelle, quelli a picco sul mare sentono la crisi ma, in generale, riescono a contrastarla. Il problema è che nella nostra provincia queste tipologie alberghiere sono veramente poche, il grosso è composto da hotel con 2 o 3 stelle, quelli più colpiti dalla crisi». A livello di numeri si parla di un calo nelle presenze tra il 20 e il 30 per cento rispetto allo scorso anno. Un calo che si riflette anche sull’occupazione, si calcola che solo questa estate siano stati persi almeno 400 posti di lavoro negli alberghi provinciali.

«A preoccupare è soprattutto il futuro. Parlando con i colleghi sento che molti hanno intenzione di chiudere la parte cucina e sala e trasformare gli alberghi in altre tipologie turistiche, con meno spese e meno personale. Del resto veniamo da una crisi lunghissima, si sperava in questi tre mesi estivi ma siamo a luglio è ancora le camere non si riempiono. Mancano i soldi, il tempo non ci aiuta, mille cause e concause che comunque ci stanno strozzando», sottolinea Carlo Scrivano, direttore dell’Unione albergatori.

Un declino inesorabile? «Non mi arrendo a questa idea e, come me, la maggior parte dei miei colleghi. Abbiamo però bisogno di aiuto da parte delle istituzioni. In un momento come questo abbiamo bisogno che la pressione fiscale sia alleggerita per evitare che il prossimo inverno molti alberghi non aprano. Ma questo è solo il primo, il più urgente, dei provvedimenti da prendere. Poi, e noi albergatori siamo disponibili, dobbiamo pensare ad una nuova strategia per fare conoscere la nostra Riviera e richiamare turisti. In questo momento, con la concorrenza di siti, portali, zone emergenti, crisi economica, nessuno di noi può da solo farsi conoscere. Abbiamo la necessità di fare una grande operazione di promozione soprattutto sui mercati stranieri, europei, per rilanciare l’appeal del nostro territorio. Lo so, sono anni se non decenni, che si parla di fare sistema, di strategie di comunicazione e via dicendo. Oggi è arrivato il tempo di concretizzare il tutto e noi albergatori siamo pronti. Bisogna però fare in fretta, lavorare già da ieri, non da domani perchè il tempo a nostra disposizione sta finendo e la posta in gioco, in termini di occupazione, indotto, benessere per l’intera provincia è troppo alta per permetterci una sconfitta», conclude Franca Cappelluto.

stefano pezzini


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giovedì 12 settembre 2013

PdL: La commedia per far contento l'impresario... pensando già alla prossima scrittura...

LA STAMPA

Italia

La fretta di Berlusconi Mettere in salvo il patrimonio

I figli gli hanno sottoposto una domanda di grazia

Altri sette giorni di fibrillazione, nell’attesa che la Giunta si decida a decidere. Ancora una settimana appesa agli umori del «pregiudicato che tiene tutti in ostaggio», come nella spietatissima barzelletta propalata dal web. Fino a mercoledì o giovedì, chissà quante altre volte la fine del mondo sarà annunciata e poi rimangiata... Gli amici del Cavaliere ci scherzano bonariamente («Oggi l’hai visto su? Lo troveremo giù?»). Sugli alti e bassi di Berlusconi, Vespa regola il suo barometro serale. Ma alla gente, quella che l’indomani deve pagare le bollette, che è in ansia per una possibile guerra alle porte di casa, che dalla politica cerca soluzione ai propri guai, da tutto questo sta ricavando noia. Non risulta ci siano sondaggi in grado di quantificare al Cavaliere questo fastidio collettivo per i suoi tentennamenti. Ma tra i più saggi intorno a lui, il pericolo dell’assuefazione è ben colto. Come nella favola di Esopo, evocare tutti i santi giorni la crisi senza poi mai metterla in atto determina alla lunga l’«effetto sbadiglio», la sensazione che neppure nelle minacce Silvio vada preso sul serio.

Neanche ieri è giunto alla determinazione finale. Solita riunione con gli avvocati Coppi e Ghedini, consueta partecipazione dei figli al dibattito mille volte ripetuto se convenga domandare la grazia. I rampolli del Cavaliere pare abbiano sottoposto al padre una richiesta di clemenza già scritta e solo da firmare. Lui, per il momento, si sarebbe rifiutato. Corre voce che la vera segretissima ragione di questi ripetuti summit consista in una sistemazione patrimoniale avviata da Berlusconi a favore dei figli, una corsa contro il tempo per evitare contraccolpi giudiziari della condanna (sequestri di pacchetti azionari e provvedimenti simili) sui vasti interessi dell’azienda di famiglia. Sarà una coincidenza, ma ieri il titolo Mediaset è passato parecchio di mano con un aumento in Borsa di oltre il 3 per cento.

Verso metà pomeriggio Berlusconi è stato interrotto da una telefonata di Nitto Palma, l’ex-ministro, che molto l’ha messo in agitazione con un rapporto sul clima in Giunta parecchio allarmato e allarmista: sebbene il relatore Augello sia riuscito a rinviare il voto fino a metà della prossima settimana, compiendo quasi un miracolo, per il Cav è troppo poco, bisogna tergiversare all’infinito. La Santanché gli sussurra all’ orecchio: «Fai cadere il governo, così si tornerà alle urne e il Senato non farà in tempo a votare la tua decadenza». Su questo lei e Quagliariello giorni fa si erano già amabilmente confrontati, poiché il ministro delle Riforme è certissimo che le elezioni anticipate esistano solo nella mente dei «falchi», Napolitano non le concederà mai, e comunque si voterebbe troppo in là per scongiurare la decadenza...

È in questo clima di confusione strategica che il Pd si appresta alla battaglia finale. Da segnalare il grande pessimismo di Alfano, fin qui segretario e colomba di pace, che alla festa del «Giornale» a Sanremo ha esibito un piglio battagliero, tipico di chi considera la fase politica ormai consunta: «Non ho un gran dialogo col Pd, ci considerano avversari e la cosa è reciproca... Si stanno comportando in Giunta come se dovessero alzare un trofeo contro di noi... In qualsiasi modo finisca, Berlusconi non si zittirà». Parole tutte da interpretare anche nelle logiche interne di un partito dove i duri e puri già sono alla caccia dei potenziali «traditori» e li accusano di voler fare con Casini un partito neo-democristiano... Spiega uno dei rari saggi rimasti nel Pdl: «Tutti stanno recitando una commedia per far contento l’impresario, cioè Berlusconi. Ma si capisce che già pensano alla prossima scrittura...».

ugo magri


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mercoledì 11 settembre 2013

Un cavaliere senza bussola

La Stampa

Berlusconi

Dall’ultimatum alla treguaIl Cavaliere senza bussola

Annullata la riunione decisiva con i ministri, anarchia nel partito

La Colt del Cavaliere appare e scompare come in un gioco di prestigio, a seconda dei momenti. Era puntata sul governo e sull’Italia lunedì sera, quando lo scontro nella Giunta delle elezioni faceva presagire una conclusione fulminea (decadenza da senatore); è tornata ieri nella fondina quando il relatore Augello gli ha raccontato via telefono che no, non c’era motivo di premere il grilletto perché nulla di drammatico sarebbe accaduto nelle ore seguenti.

E così pure l’adunanza solenne dei parlamentari Pdl, convocata oggi alle 13 per recitare il «de profundis» del governo Letta, alla fine è stata annullata. Qualcuno spiffera alle redazioni che il rinvio sarebbe stato disposto su suggerimento del «duro» Verdini, per non sprecare una cartuccia inutilmente, «meglio tenerla in canna fino al prossimo incidente causato dalla sinistra». Altri invece precisano che a smobilitare la riunione è stato lui, Silvio, in quanto a questo punto non sa più bene che fare, l’inatteso calo della tensione politica gli ha tolto l’alibi per mandare tutto all’aria. Peggio: l’ha ripiombato nel solito dilemma. Trattare o non trattare? Fidarsi o non fidarsi? Fare un passo avanti o due indietro?

Seguire i ragionamenti di Berlusconi rischia di venire a noia, perché triste è il Paese dove il dramma di un uomo ossessiona così tanto la vita pubblica. Per fortuna, ad Arcore l’ora delle decisioni irrevocabili sembra scoccata. Silvio ne è consapevole, e nell’incertezza si dibatte. Arriva a supplicare snervato le persone amiche: «Basta, fate quello che volete, io vi seguirò...». Quando si rivolge a un «falco», il suo appello viene subito interpretato come via libera allo scontro cruento che secondo la «Pitonessa» Santanchè è questione di giorni, magari già venerdì la Giunta boccerà la relazione Augello rendendo automatiche le dimissioni dei ministri Pdl. I quali ieri si sono riuniti per fare i loro piani non alla sede nuova del partito, come nel galateo politico d’antan sarebbe stato doveroso, ma addirittura a Palazzo Chigi, nello studio del vice-premier Alfano. Chi è transitato da quelle parti, cogliendo frammenti di discorso, descrive la comitiva ministeriale «speranzosa che nulla accada, ma tutta quanta allineata al Capo casomai qualcosa dovesse accadere».

Il «fate quello che volete» viene inteso dalle «colombe» ministeriali come un incitamento a darsi pure loro da fare, E non solo Alfano, ma Quagliariello, Lupi, la De Girolamo, la Lorenzin mai sono apparsi così propositivi, vere fabbriche di machiavelli volti ad allontanare giorno dopo giorno, ora dopo ora, l’amaro calice dell’addio al Parlamento che Berlusconi dovrà mandar giù comunque il 19 ottobre, quando la Corte d’Appello di Milano lo dichiarerà interdetto dai pubblici uffici, dunque indegno di sedere tra i rappresentanti del popolo.

Inutile dire che regna sulla destra l’anarchia tattica più totale, chi dice una cosa e chine fa un’altra, nell'indifferenza quantomeno apparente del Líder Máximo. L’ultima da Villa San Martino, quando nella Giunta al Senato i commessi stavano ormai spegnendo le luci, raccontano di un’ultima disperata carica del Cavaliere sul Capo dello Stato per ottenere da lui una grazia «tombale», un vero e proprio colpo di spugna per il presente e per il futuro, che gli consenta di dedicarsi anima e corpo alle sue aziende... Giurano ad Arcore che sia l’unico negoziato di cui a Silvio importi veramente qualcosa. Se andasse a buon fine, potrebbe compiere forse il «beau geste» di dimettersi con qualche giorno d’anticipo sulla Corte d’Appello, o addirittura di affrontare senza drammi il «plotone d’esecuzione» Pd. Verdini ha colto lo stato d’animo. Gli ha mandato una lettera di sette pagine che sono un inno alla lotta e al contempo mettono le mani avanti: «Qualunque scelta farai, Presidente, io sarò sempre al tuo fianco...».

ugo magri


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martedì 10 settembre 2013

Sorgi: Verso il disastro...

LA STAMPA

Italia

Il rebus della maggioranza alternativa

La crisi di governo temuta ed esorcizzata tante volte negli ultimi giorni è tornata ad aleggiare pesantemente ieri pomeriggio.

E le ventiquattro ore di sospensione delle ostilità - decise a tarda sera dopo il pomeriggio di guerriglia procedurale nella giunta per le elezioni del Senato tra il centrodestra, da una parte, e Sel e 5 stelle dall’altra, con il Pd in mezzo - sono l’ultima remota possibilità per cercare un compromesso e tentare di salvare Letta e le larghe intese. Sul salvataggio di Berlusconi, infatti, non scommette più nessuno: lui stesso, l’interessato, punta solo a un allungamento dei tempi, sperando che l’intreccio tra il nuovo giudizio della corte d’appello di Milano, annunciato per il 19 ottobre, l’inevitabile successivo ricorso per Cassazione che i suoi legali proporranno, nonché il pronunciamento della Corte europea per i diritti dell’uomo a cui s’è rivolto, producano un’inestricabile matassa giudiziaria e un rinvio sine die della condanna che lo riguarda.

Una pura illusione, stando all’atteggiamento con cui gli esponenti di M5s e il presidente Stefano (Sel) della giunta del Senato si sono presentati a Sant’Ivo alla Sapienza (nello stesso luogo in cui vent’anni fa Giulio Andreotti fu mandato a processo per mafia), obbligando il Pd a schierarsi con la linea dura che voleva arrivare subito, già nella prima seduta della giunta, a bocciare la relazione del Pdl Augello, favorevole a coinvolgere la Corte costituzionale nel riesame della legge Severino e ad aspettare la Corte europea prima di decidere.

Alla fine di un duro braccio di ferro s’è deciso di aspettare fino a stasera. Ma al di là della battaglia procedurale, politicamente il quadro è chiaro. La maggioranza Pd-Sel-5 stelle, con l’aggiunta solo leggermente più incerta di Scelta civica, manifestatasi contro Augello per bocciarlo, sarà la stessa che si raccoglierà a favore della decadenza di Berlusconi da senatore, non appena un nuovo relatore sarà nominato e la procedura potrà essere conclusa. Tempo previsto, al massimo, un mese, ma c’è chi pensa o dice anche una settimana.

Prima ancora, forse già stanotte, al più tardi domani, se la votazione della giunta avrà l’esito annunciato, il Cavaliere aprirà la crisi. Si vedrà allora se la nuova coalizione che ha preso corpo contro Berlusconi sarà in grado di esprimere un nuovo governo, che difficilmente, avendo una maggioranza diversa da quello attuale, potrebbe essere guidato da Letta. O se invece, malgrado gli sforzi di Napolitano per evitarle, si andrà a nuove elezioni. Un disastro.

Marcello Sorgi

giovedì 5 settembre 2013

Vince la linea Garnero di Busca ( alias Santanché)

LA STAMP

Italia

Trattativa fallita, si va verso la crisi

Berlusconi, convinto che non otterrà un atto di clemenza: è deciso a far dimettere i ministri Pdl entro venerdì

Lunedì dopo pranzo i figli di Berlusconi erano pronti a domandare la grazia per conto del genitore. L’avrebbero chiesta, con il plauso dell’azienda di famiglia, nel caso in cui Napolitano fosse stato disponibile a concedere una sorta di indulgenza plenaria. Vale a dire, qualora il Capo dello Stato avesse avuto in animo di abbuonare non solo i 4 anni di carcere del Cavaliere (di cui tre sospesi dall’indulto), ma pure le pene accessorie, tra cui l’interdizione dai pubblici uffici con annessa incandidabilità. Per cui ad Arcore c’era un clima di trepida attesa. Ma verso le dieci di sera l’illusione è svanita. Secondo ricostruzioni che filtrano da Arcore, il Quirinale avrebbe mandato a quell’ora segnali di netta chiusura sul punto che in questa fase più interessa a Silvio, vale a dire la cancellazione delle pene accessorie. Come massimo, così hanno riferito gli ambasciatori, Napolitano potrebbe risparmiare a Berlusconi la pena principale. Purché il condannato, come fu detto nella nota del 13 agosto, con umiltà incominci a scontare la sua pena. E in ogni caso di restituirgli l’onore politico, compresa la possibilità di ricandidarsi e magari tornare un giorno al potere, non se ne parla nemmeno: la grazia sarebbe il «de profundis» del ventennio berlusconiano... Informato degli sviluppi, il Cavaliere è andato su di giri. Anche perché nei giorni scorsi si era fatto confezionare segretamente un dossier (lo studio dell’avvocato Ghedini stavolta non c’entra) da cui risulterebbe che in una dozzina di altri casi Napolitano aveva concesso la grazia, comprensiva di abbuono delle pene accessorie. «Perché agli altri sì e a me no?», è esploso Berlusconi, senza rendersi conto che il suo profilo pubblico è un tantino diverso.

Già dunque l’altra notte la trattativa, mai realmente decollata, poteva dirsi fallita. Nubi nere si addensavano sul governo. Poi ieri mattina di buon’ora, come suo solito, il Presidente della Repubblica ha sfogliato i quotidiani. E l’occhio dev’essergli caduto su un articolo a pagina 6 del «Giornale», dai toni particolarmente offensivi, nonché su un editoriale parecchio affilato del direttore Sallusti, perché Gianni Letta ha ricevuto subito dopo dal Colle una telefonata capace (secondo fonti super-attendibili) di sollevarlo da terra, segno che al Quirinale la misura è colma, nessuna «provocazione» verrà mai più tollerata. Letta si è sentito ripetere che Berlusconi, se vuole clemenza, «non può illudersi di non pagare un prezzo politico. E di evitare tanto la decadenza, quanto le pene accessorie» che lo metterebbero fuori gioco. Intorno a mezzogiorno Verdini, regista dei cosiddetti «falchi», ha varcato il cancello di Arcore. Ne è uscito a sera canterellando, di magnifico umore: il che fa intuire com’è andata là dentro. Berlusconi pare non veda l’ora di mandare a casa il governo per causare nuove elezioni e poter dire: «Nonostante la condanna, L’Italia mi ama...». È il trionfo della linea Santanché, del cuore lanciato oltre l’ostacolo, e poco importa se Berlusconi tra poco più di un mese verrà chiuso a doppia mandata, con due carabinieri davanti all’uscio di casa

La crisi potrebbe scoppiare in settimana, quando il premier tornerà dal G20, comunque prima che si riunisca la Giunta delle elezioni al Senato (9 settembre). Ambienti autorizzati a darne notizia ipotizzano le dimissioni dei ministri Pdl non appena Epifani avrà respinto l’ultimatum di Alfano. Il quale, piombato pure lui nel pomeriggio ad Arcore, ha chiesto perentoriamente al Pd di chiarire se da quelle parti intendono salvare o meno il Cavaliere con la seguente giustificazione: la legge Severino non sarebbe nel suo caso applicabile, in quanto la Convenzione europea e la Costituzione italiana escluderebbero la retroattività della decadenza. Stamane Gianni Letta cercherà un ultimo contatto con Napolitano, e poi partirà l’assalto.

ugo magri


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lunedì 2 settembre 2013

Uno strappo negli Stellati?

LA STAMPAweb

Italia

Oggi il faccia a faccia su alleanze e democrazia interna

“Subito al voto”, “No, serve dialogo”

I senatori del M5S verso lo strappo

La riforma della legge elettorale e la posizione da tenere in caso di caduta del governo, soprattutto. Ma anche la tanto annunciata - e mai realizzata - piattaforma online per raccogliere le proposte e i pareri della base. La prima riunione post estiva dei senatori del Movimento Cinque Stelle, in programma oggi alle 17, si preannuncia tesissima. E nel mirino finirà anche il blogger Claudio Messora, che si occupa della comunicazione al Senato.

Per avere un’idea del clima, basta dare un’occhiata alle ultime dichiarazioni: Luis Alberto Orellana, senatore che sostiene la necessità di «dialogare» con le altre forze politiche, ieri ha ricordato che anche «Crimi e la Lombardi dialogarono in streaming con Bersani su un’ipotesi di governo» e che oggi, «solo per aver ipotizzato qualcosa di simile, sono diventato un traditore». Due giorni prima la collega Laura Bottici gli aveva spedito un bel «vaffa». Oggi si confronteranno faccia a faccia e c’è già chi ipotizza uno strappo.

Dalla parte di Orellana sono in tanti a Palazzo Madama, almeno dieci. Una minoranza, certo, ma molto determinata. Di tornare al voto con il Porcellum, come sostiene Grillo, non ne vogliono sentir parlare. «Facciamo i presìdi per difendere la Costituzione - butta lì Lorenzo Battista - e poi siamo i primi a non rispettarla. La Carta dice che, nel caso in cui cadesse il governo, non si può tornare subito alle urne. Il Presidente della Repubblica deve prima cercare altre maggioranze. E io dico che il Movimento dovrebbe nono solo valutare maggioranze alternative, ma proporre un governo con personalità di alto profilo. Cosa che purtroppo non è mai stata fatta». Ma sull’altra sponda i colleghi sono perfettamente allineati con Grillo: «Se sei su una macchina che si sta per schiantare contro un muro - prova a spiegare il fedelissimo Alessandro Di Battista -, cosa faresti? Io mi lancerei dal finestrino, sperando di salvarmi anche se rischio di farmi male. Ecco perché bisogna tornare alle urne immediatamente». Anche con quella «schifezza del Porcellum».

Oggi gli «aperturisti» torneranno a chiedere di introdurre la piattaforma online per consultare la base: facciamo decidere gli elettori. A maggio, durante l’incontro di Grillo con i parlamentari, Filippo Pittarello (un uomo della Casaleggio) assicurò: «Sarà pronta entro luglio». Per ora, però, non c’è traccia. Le decisioni vengono prese dalla maggioranza dei parlamentari. «Ma gli input - allarga le braccia Battista - arrivano da uno solo».

sabato 31 agosto 2013

Sarebbero 15 i senatori 5 stelle pronti a...

Da Repubblica web

Sonia Alfano: "Almeno 15 senatori grillini 
pronti a un governo con il Pd"

L'eurodeputato interviene nel programma televisivo Klauscondicio. "Un numero utile per la fiducia c'è"

ROMA - Sarebbero 15 i senatori del M5S pronti ad appoggiare un governo con il Pd. Lo ha dichiarato Sonia Alfano, eurodeputato e presidente della Commissione Antimafia al Parlamento Europeo, ospite dell'ultima puntata del programma televisivo "KlausCondicio", condotto da Klaus Davi e in onda su You Tube. "Tra i grillini il numero dei cosiddetti dissidenti sta crescendo. Oscilla in base agli umori della politica. Comunque possiamo già parlare di un numero 'utile'. Le posso assicurare che un numero utile per la fiducia c'è, c'era già prima. Siamo a ben oltre 10, direi 15", ha dichiarato durante l'intervista Alfano, europarlamentare eletta nelle liste dell'Idv e un tempo vicina a Beppe Grillo. Quando le è stato chiesto se questi esponenti del M5S sarebbero pronti a votare per un Letta bis, ha risposto: "Più che per un governo Letta bis - ha risposto Alfano  - parlerei di senatori disposti a discutere alcuni punti imprescindibili sulla base dei quali costruire una intesa col Pd".

Sono più di dieci? "Sì, decisamente di più. Le aggiungo che un gruppo autonomo al Senato potrebbe già contare su 20 componenti. Questi 20 da sempre si incontrano con componenti del Pd. Mi auguro che, però, questa scissione non avvenga. Sarebbe un vero peccato. I dissenzienti sono molti, ma sono in difficoltà perché dal Pd non arrivano i segnali che si aspetterebbero. Non vedono la mano tesa verso obiettivi di condivisione. Ma, sia chiaro, non vorrebbero uscire. Si tratta di senatori e deputati anche spinti dalle pressioni della base grillina costituita anche da artigiani, imprenditori, gente comune che sta male e che non capisce il senso di questo fondamentalismo e ne chiede conto. Parliamo pur sempre di una base elettorale del 25% dei voti. Quindi non solo un voto di protesta. Le aggiungo che almeno il 20% di senatori e deputati non si ricandiderà più, visto il clima".

La crisi dei politici non blocca l'eccellenza italiana

LA STAMPAweb

Italia

Quattro nuovi senatori a vita
“Indipendenti dalla politica”

La scelta di Napolitano cade su Abbado, Rubbia, Piano e Cattaneo

Finché non si modifica la Costituzione, io adempio ai miei obblighi ed esercito le mie facoltà, nessuna esclusa. È questo lo spirito con il quale ieri Giorgio Napolitano ha nominato quattro senatori a vita, che si affiancano a Mario Monti portando a compimento la «quota» di cinque prevista dalla Costituzione. Un dossier, tra i tanti istruiti nel lavoro quotidiano, che il presidente esaminava nei giorni caldissimi (ma ce ne sono di freschi?) della polemica politica.

Quattro senatori a vita, e che senatori: tutti ai sensi dell’articolo 59 della Costituzione, attribuiti a chi abbia «illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, artistico, e letterario», secondo aurea regola einaudiana. Dunque, nessun politico, e tantomeno Gianni Letta, nome circolato solo nei circuiti mediatici e, giura chi ha parlato con Napolitano, mai preso in considerazione, perché mai sono stati presi in considerazione politici. Dunque, Claudio Abbado, Renzo Piano, Carlo Rubbia, e la straordinaria novità di una scienziata, ricercatrice e donna, di soli 51 anni, Elena Cattaneo. È questa la vera e più forte novità che il premier Enrico Letta immediatamente raccoglie come «un’indicazione forte di attenzione»: alle donne, ai giovani, al mondo dei ricercatori che magari varcano confine perché non si offrono loro possibilità, e devono poter tornare a lavorare e a crescere in patria.

Il dossier è stato «istruito», fanno sapere dal Colle, consultandosi con importanti istituzioni culturali. Napolitano stesso ha ritenuto di dover accompagnare le nomine con un testo in cui illustra i criteri di scelta: il Presidente, che conosce bene il Paese e non dimentica le vergognose polemiche e gli attacchi che i senatori a vita hanno subito da esponenti di Lega, An e Forza Italia durante i governi Prodi, riteneva possibili le polemiche. Puntualmente verificatesi, e alle solite «obiezioni» dei leghisti Salvini o Calderoli si sono aggiunti i grillini che ne fanno un problema, come sempre e solo, di portafogli.

Invece, «dai senatori a vita verrà un contributo peculiare, in campi altamente significativi, alla vita delle istituzioni democratiche». E, sottolinea Napolitano, «in assoluta indipendenza da ogni condizionamento politico di parte»: il presidente sapeva che l’accusa più banale - e triviale - del centrodestra sarebbe stata quella - per dirla in una riga - di aver cercato quattro voti in più per un eventuale Letta-bis (come se un Claudio Abbado, un Rubbia o un Piano potessero arrivare a razzo in Senato a ogni voto di fiducia...).

Il richiamo a Einaudi è preciso e significativo. Non solo Napolitano ha allontanato l’opzione di indicare una personalità politica, come aveva fatto con lui stesso l’allora capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi nominandolo senatore a vita non molti giorni prima dell’elezione a suo successore; ma ha scelto di «riprendere i criteri ispiratori delle nomine effettuate in prima istanza dal presidente Luigi Einaudi». Ispiratore di molte scelte di Napolitano, ivi compresa quella dell’esecutivo tecnico affidato a Monti, sulla scia del governo Pella del ’53, durante la lacerante crisi finanziaria che detronizzò Berlusconi nel novembre del 2011.

E poi il Presidente precisa di aver preso la decisione di rompere gli indugi e fare le nomine «anche per dare un segno di serena continuità istituzionale»: la crisi non blocca l’eccellenza italiana, la ripresa è possibile e segnali minuti già si manifestano, e quei quattro nomi domani porteranno in positivo l’Italia sui giornali del mondo.

Perché Abbado, Piano, Rubbia e non altri? Perché il criterio è la senioritas, con tutto quel che comporta a cominciare dall’età. E perché hanno accettato: Napolitano ha dovuto chiedere l’accettazione preventivamente, anche perché ci vuol coraggio di questi tempi - col Senato che c’è - ad accettare.

ANTONELLA RAMPINO


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mercoledì 28 agosto 2013

5 Stelle. Aria da resa dei conti

LA STAMPAweb

Italia

Letta-bis e Porcellum spaccano i Cinque Stelle

La fibrillazione politica di questi giorni forse non farà cadere il governo, ma di sicuro sta mettendo sotto pressione i 5 Stelle. Toccando i nervi scoperti del Movimento, in primis la democraticità dei processi decisionali interni. Fare da stampella a un eventuale Letta-bis? Tornare alle urne con il Porcellum oppure chiedere a gran voce che prima venga riformata la legge elettorale?

Questa volta è la tattica politica a dividere i grillini fra «aperturisti» e ortodossi. I primi sono favorevoli a un dialogo con il Pd e vogliono puntare i piedi per cambiare il Porcellum, i secondi, fedeli alla linea dettata dall’home page del famigerato blog di Grillo, vogliono andare al voto il prima possibile, sconfiggere «Pd e Pd meno elle» ed entrare finalmente nella stanza dei bottoni. «Solo qualche “anima bella” pensa di poter correggere il Porcellum ora» ha tuonato Grillo, dopo aver accusato alcuni dei suoi di «giocare a fare i piccoli onorevoli». «Andare a nuove elezioni con il Porcellum è una pericolosa contraddizione per chi non l’ha mai accettato» gli ha risposto il dissidente Francesco Molinari, paragonandolo a D’Alema.

Lo scontro, che fino a qualche mese fa sarebbe stato bollato come «invenzioni giornalistiche», questa volta sta avvenendo alla luce del sole. La posta, dopotutto, non è mai stata così alta. Al Senato i numeri sono risicati e se davvero la maggioranza dovesse avere dei problemi, gli «aperturisti» (c’è chi li quantifica in 10-15), potrebbero avere un ruolo decisivo.

I toni si sono alzati ieri mattina con l’intervista rilasciata dalla senatrice Alessandra Bencini al Secolo XIX. Alla Bencini, che da buona toscana non le manda certo a dire, i diktat di Grillo, ma soprattutto di Matteo Incerti e Claudio Messora (i portavoce non-eletti del M5S a Palazzo Madama) hanno fatto andare di traverso le vacanze in camper a Stoccolma. «Basta coi dittatori, il governo con il Pd è meglio del voto». Apriti cielo. C’è chi le ha dato della voltagabbana su Facebook e chi c’è andato giù molto più pesante. È il caso della senatrice Paola Taverna, che senza citare direttamente la collega di partito, ha pubblicato una poesia in romanesco, «Er Senatore», subito rilanciata da beppegrillo.it: «…So io quella sbagliata che ha perso er movimento? O te come bandiera ora giri insieme al vento... Ma quanti sete 5, 7, 20... Perché nun ve ne andate felici e contenti/ Lasciate che sto sogno che in tanti ancor vediamo/ Possa spiccare er volo.../ E voi state lontano…».

Molti non hanno gradito e in serata l’ideologo grillino Paolo Becchi ha cercato di stemperare la tensione via Twitter: «Non ci sono né ortodossi né aperturisti, ma un movimento, il M5S, che ha un unico obbiettivo, quello di mandarli tutti a casa». Ma si respira aria da resa dei conti.

francesco moscatelli


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martedì 27 agosto 2013

Alla ricerca di 21 senatori....

LA STAMPA

Italia

Al Senato

Prove di nuova maggioranza
Senza Pdl servono 21 senatori

Pronto al dietrofront anche l’ex Idv Scilipoti, oggi berlusconiano

I senatori tracciano diagrammi a torta o a colonna sulla spiaggia. Fanno i conti, ora che di colpo si moltiplicano retroscena sull’uscita del Pdl dal governo, e sulle maggioranze alternative a Palazzo Madama. Valutano la tenuta morale dei colleghi, la posta in palio, le offerte sul piatto. La domanda che tutti si pongono è: chi saranno i traditori nel partito di Silvio Berlusconi?

Ricominciamo da capo: al Senato servono 159 voti per tenere su l’esecutivo. Pd più Scelta civica più il gruppo delle autonomie fanno 138. Ne servono altri ventuno. Dal misto (che contiene sette vendoliani) ne può arrivare una decina. Quelli di Sel si pensa che accetterebbero per portare a casa qualcosa con la Finanziaria e soprattutto per ottenere una riforma della legge elettorale da costruire senza che i berlusconiani ci mettano becco. Poi c’è il gruppo Gal (Grandi autonomie e libertà), nato perché il Pdl gli ha prestato alcuni parlamentari al di sopra di ogni sospetto, per esempio un vecchio gentiluomo liberale come Luigi Compagna. Ma anche lì dentro tre o quattro che non hanno voglia di tornarsene a casa si dovrebbero scovare. Si calcola che almeno cinque o sei grillini siano disposti a mollare Beppe Grillo, e la maggioranza eccola raggiunta. O a un passo. Diciamo cinque o sei grillini fidandoci di un leghista che sbaglia di rado: «Ho fatto un’indagine, i numeri per ora sono quelli».

Le previsioni a spanne non tengono conto delle disponibilità che la politica concede ampie. Siamo soltanto all’inizio e già ieri è uscita la notizia spettacolare di un Domenico Scilipoti pensieroso. L’ex dipietrista, passato con Berlusconi alla fine del 2010 per compensare la fuga all’opposizione dei finiani, intervistato dall’Espresso ha detto che la squadra di Enrico Letta «sta risollevando il Paese, sta dando prestigio internazionale. Ognuno lavori per creare le condizioni per andare avanti». Avviarsi al voto col porcellum sarebbe inutile, e dunque, se ci fosse crisi di governo, «ogni parlamentare ha a disposizione l’articolo 67 per fare buon uso del proprio mandato: essere responsabili». Ecco, quello che disse l’altra volta: non c’è vincolo di mandato, ognuno decida per sé. E così Scilipoti ha l’aria di essere pronto a tornare a sinistra pur di non tornare all’opposizione. La scelta, oltre ad arricchire la figura letteraria di Scilipoti, dà l’idea di come nulla sia sotto controllo, e che di scilipotianamente patriottici non ne mancheranno. Non c’è nemmeno bisogno dell’epico tradimento alla Dino Grandi, e infatti circolano ipotesi sui soliti notabili siciliani (compreso Salvatore Torrisi, un avvocato catanese sulla cui rettitudine nel Pdl giurano), forse anche con un po’ di pregiudizio antropologico.

Lasciando perdere i pallottolieri, a palazzo si fa una considerazione solida: mollando Letta, il Pdl lascerebbe liberi posti da ministro, ma soprattutto da viceministro e sottosegretario da distribuire a chi desse una mano. Dice un senatore ex Forza Italia: «Nel Pdl capita sempre qualcuno che arriva in Parlamento un po’ per caso, e che magari non confida molto in una ricandidatura. È gente che conosciamo appena, e che forse spera di portare fino in fondo la legislatura». Gianfranco Micciché spiega: «So per certo che nel Pd stanno già lavorando alla campagna acquisti». Il risultato evidente è che Letta avrebbe l’opportunità di proseguire senza troppe difficoltà. «Credete che ci sfiderebbe così se non avesse le spalle coperte?», dice un senatore pidiellino. La questione matematica lascia dubbi, ma pochi, e molti meno di quelli che sorgono se si pensa a una maggioranza così nuova, così eterogenea e così estemporanea. Si tratterebbe di mettere assieme i neocomunisti vendoliani con Scilipoti, gli ex pidiellini e con gli ex grillini, e costruire un sostegno all’esecutivo che non avrebbe obiettivi politico, ma soltanto uno scopo tattico: tirare avanti un po’, rispondere a qualche esigenza europea, magari infilare due riforme più popolari che decisive, pensare alla legge elettorale. Sempre in bilico, con il seguito di rivendicazioni, di liti, con le bandierine sventolate: così ragionano nei dintorni di Arcore, pensando che una soluzione del genere sarebbe addirittura favorevole. I sondaggi dicono che il Pdl è già davanti al Pd. Però dicono anche che Matteo Renzi è sempre il preferito dagli italiani. E chissà, il desiderio di capitalizzare magari percorre qualche area del centrosinistra.

Mattia Feltri


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lunedì 26 agosto 2013

Paura della crisi: borsa giù (-2,1), spread su.... Mediaset perde.

Da Ansa

Calabresi: Le priorità degli italiani...

LA STAMPA

Cultura

Le priorità

degli italiani

Che spreco di risorse e di energie. Gli annunci di una imminente crisi di governo provocano incredulità e sconforto: di tutto avremmo bisogno tranne che di gelare i fili d’erba della ripresa, di affogare nel caos e nelle paure i primi segnali positivi che la nostra economia mostra da anni.

Invece si sta materializzando la minaccia di buttare via, ancora una volta, progetti, iniziative, accordi e testi di legge che sono stati costruiti faticosamente in questi quattro mesi. Prendete un pezzo qualunque della vostra vita che ha bisogno urgente di essere aggiustato, dalla scuola dei vostri figli ai crediti che devono essere pagati all’azienda in cui lavorate, e immaginate di rinviare tutto. Di schiacciare il pulsante pausa per ripiombare in una nuova campagna elettorale dopo pochi mesi non solo di governo ma anche di legislatura.

Se questo succedesse a causa di uno scontro insanabile sulle ricette per governare il Paese allora saremmo costretti a comprenderlo, ma qui invece non ci sono tracce di un’agenda alternativa, di un programma politico diverso per il futuro dell’Italia.

Verso il precipizio ci porta la rabbia per una condanna giudiziaria, la rabbia di chi si sta rendendo conto che la realtà non permette scambi impossibili. Non si vede nient’altro in questa autodistruzione di un’idea politica che pure aveva l’ambizione di liberalizzare l’Italia. E poi, nuove elezioni per fare cosa? Con quale programma? La resa dei conti con la magistratura? Non è esattamente la priorità degli italiani, nemmeno di quelli moderati o di centrodestra, che certo sanno che il sistema giudiziario andrebbe riformato, perché con le sue lentezze e arbitrarietà è una delle cause della nostra arretratezza, ma che non ne fanno una guerra di religione.

I ragionamenti che filtrano in queste ore da Arcore sembrano un copione scritto dai nemici storici di Berlusconi, da quelli che l’hanno sempre accusato di fare ogni passo politico per tornaconto personale.

L’idea che tutto debba saltare perché la condanna in Cassazione è arrivata nonostante il sostegno al governo Monti e al governo Letta appartiene al peggiore dei repertori. Ed è figlia del passaggio da Gianni Letta a Denis Verdini e Daniela Santanchè. È la vittoria di un’idea muscolare della politica che vuole schiacciare ogni senso istituzionale bollandolo come cedimento o peggio tradimento.

Avremmo invece un immenso bisogno di un’offerta politica ampia, in cui la destra fosse capace di sfidare la sinistra sulle ricette per sbloccare l’Italia e fa impressione vedere come non riesca ad emergere un sussulto capace di costruire un campo moderato come quello che guida la Germania o la Gran Bretagna e ha governato la Francia e la Spagna.

Possibile che tutto cominci, finisca e si riduca alla questione di una condanna per frode fiscale? Possibile che non ci sia vita, coraggio politico e un’idea di futuro che sia capace di andare oltre e restituire la giusta misura alle cose?

Mario Calabresi


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domenica 25 agosto 2013

D'Alema (con i sindaci PD) lancia Renzi...

LA STAMPA

Italia

D’Alema lancia Renzi: ha più voti

L’ex premier: “Non è un endorsement ma una constatazione: con lui la maggioranza dei nostri elettori”

Il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, tornato dalla California, mantiene il silenzio e promette di occuparsi solo di temi cittadini: in questa situazione complicata – con il governo fibrillante davanti alle posizioni inconciliabili di Pd e Pdl sulla decadenza dal Senato di Berlusconi – dirà la sua venerdì 30, due Feste democratiche nella rossa Emilia Romagna una dopo l’altra, Forlì e Reggio Emilia, in una farà un comizio e nell’altra un’intervista. L’indomani sarà alla Festa nazionale di Genova, poi a Bologna. Mentre lui tace, però, il suo nome viene citato da importanti esponenti del Pd. «In caso di primarie la mia opinione è che il candidato più probabile sarebbe Renzi», dice l’ex premier Massimo D’Alema.

Uno schema, quello a cui pensa l’ex ministro degli Esteri, che prevederebbe il rottamatore toscano candidato a Palazzo Chigi («non ho fatto endorsement proprio a nessuno», spiega però D’Alema, «ho detto di ritenere che sarebbe il candidato verso il quale andrebbe il consenso della maggioranza dei nostri elettori, credo che sia una valutazione oggettiva») e il deputato Gianni Cuperlo alla segreteria del partito. Ipotesi che lo stesso Cuperlo non vuole commentare («al congresso è bene che ciascuno si senta libero, dagli ex segretari del Pd fino agli ultimi degli iscritti, di scegliere la piattaforma e la candidatura politica, la proposta che più lo convince»), mentre viene vista con scetticismo dalla governatrice (renziana) del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani: «Sono passati i tempi in cui le cose si potevano fare a tavolino, spostando le persone come si spostano le figurine Panini. Credo che non siano più quei tempi».

L’ipotesi di precipitare verso una crisi di governo e quindi della necessità di primarie per individuare il candidato premier, continua a essere nell’aria. E anche il timore di qualcuno che, un’eventuale fine del governo, possa far saltare il congresso: «Epifani intervenga a garantire nel più breve tempo possibile lo svolgimento del congresso» chiede infatti il candidato alla segreteria Gianni Pittella, «se qualcuno all’interno del Pd tifa per la crisi di governo per evitare il congresso e conservare così la propria piccola rendita di potere, vuol dire che siamo ormai alla follia suicida». Ma Renzi si deve tenere pronto a scendere in campo in vista di imminenti elezioni? «Non ci risulta ci sia nessuna partita in corso», tagliano corto dall’entourage del primo cittadino di Firenze, deciso a non commentare nulla fino alle uscite pubbliche.

Il fatto è che il fantasma della crisi non può essere cacciato dopo le parole di Alfano di ieri («la decadenza di Berlusconi da senatore è impensabile e costituzionalmente inaccettabile») e le risposte risolute del Pd. «Possiamo comprendere il travaglio che sta affrontando il Pdl, ma non per questo è pensabile che si possano eludere le leggi e non rispettare le sentenze», chiude subito il responsabile organizzazione del partito, Davide Zoggia. «Questa è una vicenda su cui per il Pd non è possibile arretrare di un millimetro», ricorda il candidato alla segreteria Gianni Cuperlo, e lo stesso D’Alema ribadisce che la questione della decadenza «non è oggetto di una trattativa politica». «Spero che nessuno voglia utilizzare le vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi per danneggiare il Paese, come sarebbe provocare una crisi di governo», aggiunge l’ex presidente del Consiglio, un governo che «è di transizione, nel senso che la normalità democratica è l’alternanza tra centrosinistra e centrodestra» e in cui «Letta ha legato il suo impegno a questa difficile e importantissima transizione». Anche se, è parere di molti nel Pd, potrebbe essere protagonista anche dopo questa fase di «transizione».

francesca schianchi


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La Santanché detta a B. i tempi della crisi...

P.S. Chi l' avrebbe detto che la Garnero di Busca (ora Santanché) avrebbe così validamente contribuito alla catastrofe finale italiana...?

LA STAMPA

Italia

Il Cavaliere sfida Napolitano

“L’ho ascoltato, ma non ho avuto nulla in cambio”. E poi bacchetta le “colombe” del partito

Berlusconi spinge la sfida verso il punto di non ritorno. Si rivolge al Pd, a Letta e a Napolitano con modi così ultimativi, talmente provocatori, che sembra averli scelti apposta per farsi sbattere la porta in faccia. La crisi incombe.

Neppure è detto che il governo arrivi in carica al 9 settembre, quando la Giunta delle elezioni si pronuncerà sulla decadenza del Cavaliere.

Le dimissioni dei ministri berlusconiani sono nell’aria. Decisiva la riunione di governo che mercoledì si occuperà dell’Imu. Il comunicato del «Gran Consiglio» Pdl tenuto ad Arcore parla chiarissimo, urgono risposte immediate, basta tergiversare... Ma quelle poche righe, suggerite dai più scalmanati, e fatte proprie da Alfano con qualche ritocco, non sono nulla a confronto di quanto è uscito tra le quattro mura dalla bocca del Cavaliere. Un attacco frontale al Capo dello Stato, da cui Silvio si sente preso bellamente in giro. «Per dare retta a lui, mi sono dimesso due anni fa da premier senza nemmeno essere stato sfiduciato. Per ascoltare Napolitano abbiamo appoggiato prima Monti e poi addirittura il governo guidato da un esponente Pd. E che cosa ne abbiamo ricavato, in cambio? Zero. Io sono stato responsabile, eppure questo senso di responsabilità non è stato ripagato con eguale moneta, anzi». Dunque, adesso basta. Qualcuno ha udito la Santanché paragonarlo a un Cristo in croce, «come lui anche tu Presidente hai voluto porgere l’altra guancia». Al che Silvio l’ha subito interrotta: «Sì, sì, io ho dato entrambe le guance, ma adesso questi da me vogliono ben altro...». E pare sia stato l’unico sprazzo giocoso in un pomeriggio da tregenda, con la pioggia a scrosci sui finestroni di Villa San Martino.

«Non ci daranno niente. Non il Pd, non Letta, non certo Napolitano», è tornato subito cupo il Cavaliere, il tono di voce teso, le labbra imbronciate. Bacchettata a tutti quanti, da Lupi a Cicchitto, da Schifani a Quagliariello, erano intervenuti nella discussione sostenendo che nulla andrebbe lasciato di intentato, pur di risparmiare all’Italia lo stress della crisi. «Sarebbe tempo perso. Non possiamo contare sul loro aiuto, pensiamo semmai a salvarci con le nostre forze», ha proseguito apocalittico Berlusconi. Vistosi cenni di assenso col capo quando la «Pitonessa» ha scandito: «Se Napolitano si dimetterà per impedirci di tornare alle urne, saranno affari suoi... Si dimetta pure, noi andremo avanti lo stesso, faremo l’opposizione». La grazia non è più un obiettivo, forse non lo è mai stato. Di sicuro, spiega a un certo punto l’avvocato Ghedini lasciando attonite le «colombe», l’atto di clemenza non verrebbe a capo del problema numero uno, cioè l’ineleggibilità. Quindi inutile scomodare il Presidente della Repubblica per un gesto poco produttivo. Semmai bisognerebbe mettere mano di gran corsa alla legge Severino, chiarendo che non può essere retroattiva, quello sì che aiuterebbe... «Non se ne parla proprio», ha chiuso ogni speranza Alfano, «il Pd ci dice che un intervento del genere loro non lo farebbero nemmeno morti». Tira le somme il segretario Pdl, il quale mai ha dato l’impressione ieri di remare controcorrente: «Siamo dinanzi a un bivio. O crediamo ancora nella trattativa, pur sapendo che le probabilità di successo sono lo zero virgola zero zero uno. Oppure andiamo senza paura alle elezioni. Se questo hai deciso, Presidente Berlusconi, sappi che siamo tutti quanti uniti e compatti con te». Alle armi, alle armi. Angelino chiederà udienza a Napolitano e poi, tempo 3-4 giorni, si tireranno le somme.

È il trionfo dei super-falchi, Verdini e Capezzone in testa. L’agibilità politica per le «colombe» si fa sempre più precaria. Segnali di intolleranza nei confronti dei «cacadubbi». Boato di insofferenza quando Brunetta ha osato dire che sull’Imu, forse, ci si potrebbe anche accordare. Interrotti con poca creanza Cicchitto e Schifani quando hanno espresso dubbi. Prima di congedarsi, la battagliera Gelmini s’è sentita soavemente apostrofare dalla Santanché: «Ormai avrete capito anche voi qual è la posizione vera di Berlusconi...». Già, impossibile non capire. Eppure, si racconta che l’uomo non fosse alla fine così baldanzoso. Forse provato dalla tensione, l’hanno visto accasciarsi affranto e disperato su una poltrona. Non esattamente il piglio del condottiero che già pregusta la vittoria.

Ugo Magri


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