venerdì 28 agosto 2015

Quelle icone che ci guardano e cercano di ingoiarci

LA STAMPA

Cultura


Dal giornalista che filma l’omicidio dei colleghi alle atrocità dei jihadisti

Hans Bredekamp spiega il potere subdolo delle immagini nella nostra società

Pistola nella mano destra, smartphone nella sinistra. Vester Flanagan, ex dipendente di una televisione, spara e uccide due persone, una cronista e un operatore, quindi mette su Facebook il filmato della scena. Qual è la vera arma, la pistola o la telecamera? Nel gesto di Flanagan i corpi sono diventati immagini? Nel marzo del 2001 i talebani fanno esplodere due gigantesche statue buddiste a Bamiyan, è l’inizio della loro strategia iconoclasta. L’11 settembre del medesimo anno vengono abbattute le Torri Gemelle a New York: il mondo guarda attonito davanti agli schermi il rogo dei grattacieli. Hans Bredekamp, studioso di storia dell’arte, docente alla Humboldt-Universität di Berlino, si è interrogato in Immagini che ci guardano (a cura di Federico Vercellone, Cortina editore), su avvenimenti del genere: si possono creare immagini uccidendo persone o distruggendo altre immagini?

Scene efferate

Assistiamo su scala planetaria a quella che l’autore chiama la «guerra mondiale delle immagini», di cui la decapitazione dell’archeologo siriano Khaled Asaad a Palmira, con la macabra esposizione della testa tra le rovine dell’antica città, è solo l’ultimo episodio in ordine di tempo. Quando, durante la guerra in Iraq, le truppe americane entrano a Baghdad, uno dei primi atti è l’abbattimento delle statue di Saddam Hussein: le immagini vengono subito diffuse da tutti i media. Seguono quelle dei prigionieri in tuta arancione a Guantanamo, e poi gli scatti presi nella prigione irachena di Abu Ghraib, diffusi via Internet. Come abbiamo potuto osservare in questi ultimi quattordici anni la guerra ipertecnologica, ora condotta a colpi di droni – occhi alati e armati del XXI secolo – ha portato alla sostituzione dei corpi con le immagini stesse, così com’è avvenuto nel corso dell’ultimo anno con le ripetute esecuzione di ostaggi da parte dell’Isis (si vedano gli articoli: http://www.doppiozero.com/category/concetti-astratti/teste-tagliate).

I filmati di queste efferate scene, girate con regia accorta, sono un ulteriore capitolo della sostituzione in corso tra «cose» e «immagini». Ogni volta gli utenti accedono ai siti, che trasmettono immagini delle decollazioni, scrive Bredekamp, ciascuno di loro diventa di fatto complice di una politica dell’atto iconico: «Non vengono mostrati cadaveri quali immagini di morte, ma si uccidono delle persone per poterle utilizzare come immagini». Non si tratta di qualcosa di radicalmente nuovo; già i Disastri della guerra di Goya avevamo mostrato come funziona questa tecnica ora alla portata di tutti, come mostra l’atto visivo di Flanagan. Nel suo ampio studio Bredekamp ci ricorda come le immagini possiedano una vitalità simile a quella che siamo soliti attribuire agli atti linguistici («dire è fare»), ovvero la capacità di produrre performance che influenzano i comportamenti delle persone. Nonostante continuiamo a considerare le immagini come qualcosa di passivo, puri oggetti del nostro sguardo, bisogna fare i conti con la loro capacità di influenzarci. Negli ultimi decenni, data la potenza pervasiva dei mass media, dalla fotografia alla televisione, poi con il computer e il Web.2, è accaduto con sempre maggior frequenza che i corpi di uomini e donne siano stati maltrattati, torturati o distrutti per fini iconici.

Guernica velata

Tutto questo fa riflettere sul valore assunto dalle immagini. Bredekamp cita un esempio meno cruento ma significativo. Nel febbraio del 2003 il Segretario di Stato americano, l’ex generale Colin Powell, tiene una conferenza stampa nella sala del Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite dove è appeso un arazzo che riproduce Guernica di Picasso; l’immagine è coperta con un tessuto perché non rovini con il suo richiamo al bombardamento nazista il contenuto delle parole che il responsabile della politica estera sta per pronunciare. Nel suo volume lo storico dell’arte propone una serie di esempi partendo dall’arte neolitica per arrivare a Internet per dimostrare la forza performativa delle immagini. Per quanto sappiamo che le immagini siano opera di essere umani, grandi artisti o ignoti operatori visivi, oltre che di terroristi e assassini, noi non cessiamo d’attribuire loro una potenza magica.

Reciprocità

Non siamo solo noi a guardarle, ma le immagini ci guardano, come accade dinanzi ai ritratti di Jan van Eyck, Antonello da Messina o Lorenzo Lotto. Le immagini, scrive, lo studioso tedesco, possono decidere il destino di chi le guarda. L’atto iconico implica una reciprocità tra l’immagine e chi la osserva. In un passaggio di un suo seminario (I quattro concetti fondamentali della psicanalisi, Einaudi), lo psicoanalista francese Jacques Lacan cita l’esempio di una scatola di sardine che dondola sulle onde sotto il sole; l’oggetto sembra emettere messaggi luminosi, così da indurre l’idea in chi la guarda d’essere dotata di una vita propria. È l’idea di reciprocità, che Lacan ha racchiuso nel concetto di regarde: le cose ci guardano. Non solo ciò che vediamo – un quadro o un filmato su YouTube – è nel nostro occhio, ma io, dice Lacan sono nell’immagine.

Con la sua teoria Bredekamp cerca di individuare le forme di questa forza iconica, sul piano percettivo, del pensiero e anche del comportamento; la forza dell’immagine risiede prima di tutto nella reazione interattiva di chi la guarda.

Manipolati

Il gesto di Flanagan come quello dei talebani ci fa capire che l’immagine non è mai statica: agisce. Nel mondo contemporaneo, e questa è la vera novità, la moltiplicazione delle immagini è continua e inarrestabile; vi contribuiamo noi tutti attraverso i cellulari, i computer, le pagine dei social network. Bisognerà perciò tener conto che i nostri corpi, pur nella loro presenza viva, ora sono prima di tutto immagini: icone viventi e manipolabili.

Marco Belpoliti


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