lunedì 31 agosto 2015

Il business dei rifiuti della Liguria. Ora Torino vuole l'ecotassa.

LA STAMPA

Italia

La Liguria dipende dal Piemonte

ma ora Torino vuole l’ecotassa

Venti euro in più a tonnellata. La giunta Toti studia una nuova filiera

La Liguria è un cliente fisso del Piemonte dal 2014: nei mesi scorsi si è fatta viva anche la Valle d’Aosta. La Lombardia si è prestata a dare una mano alla Liguria, che ha chiesto aiuto anche ad Emilia e Toscana, solo per il tempo necessario a gestire gli effetti dell’ultima alluvione. Si potrebbe continuare.

In Italia, e dall’Italia all’estero, è un andirivieni di rifiuti, prevalentemente su gomma: prodotti da regioni che non sono in grado di smaltirli, del tutto o in parte, e da queste girati a quelle che dispongono di inceneritori e/o discariche e/o impianti di trattamento. Una scelta obbligata per le prime, un business per le seconde. Più in generale, la fotografia di un Paese a due velocità al quale il governo intende rimediare con il decreto “Sblocca Italia”: prevede l’aumento della capacità di produzione di energia (quindi di smaltimento) degli inceneritori già operativi e la costruzione di una nuova rete di impianti. Tra le resistenze di chi non li vuole, ovviamente. Non solo comitati di cittadini: la Regione Piemonte, nella persona dell’assessore all’Ambiente Alberto Valmaggia, ha già avvertito che l’inceneritore torinese del Gerbido e il cementificio Buzzi a Robilante, nel Cuneese, soddisfano il fabbisogno («Lo dimostreremo con i numeri»). Claudia Maria Terzi, assessore all’Ambiente nella giunta Maroni, ricorda che la Lombardia ha impugnato l’articolo 35 del decreto: «Siamo contrari ad accogliere i rifiuti di altre Regioni».

Non è il caso del Piemonte. Nel 2014 la Liguria - orfana della discarica di Scarpino, a corto di volumetrie nelle altre discariche, priva di inceneritori e di impianti di trattamento dell’organico, con una raccolta differenziata che viaggia su una media minimale del 33% - ha conferito al Piemonte 50 mila tonnellate di rifiuti indifferenziati. Quest’anno ne porterà 149 mila al prezzo di 110 euro a tonnellata, più il costo del trasporto: quasi 86 mila tonnellate sono già state trasferite nel primo semestre. Un fiume di denaro per i bilanci delle aziende piemontesi della filiera dei rifiuti. Da settembre anche per quello della Regione Piemonte, orientata ad applicare l’ecotassa - sulla falsariga della Lombardia - per la quota di pattume che finisce all’inceneritore del Gerbido: «Si può arrivare a 20 euro a tonnellata – calcola Roberto Ronco, funzionario dell’assessorato all’Ambiente -, soldi per investimenti in campo ambientale». 

Ne sa qualcosa Giacomo Giampedrone, assessore all’Ambiente della giunta guidata da Giovanni Toti, costretto a pagare per smaltire i rifiuti liguri nel vicino Piemonte: parte finiscono al Gerbido, parte nelle discariche subalpine. «Per noi il Piemonte è l’interlocutore quasi unico, purtroppo sono soldi che togliamo ai nostri cittadini - spiega l’assessore -. Tra l’altro, esportiamo rifiuti indifferenziati: quindi di pessima qualità». Come se ne esce? «Dobbiamo partire praticamente da zero. La discarica di Scarpino, di vecchia concezione, non riaprirà a breve. L’obiettivo, entro il 2017, si articola in tre fasi: imporre ai Comuni sotto i 15 mila abitanti una raccolta differenziata spinta, al 65%; aprire un impianto di trattamento dell’organico in ogni provincia, così da abbattere del 50% la produzione; trovare un partner regionale per le eccedenze». Obiettivo non da poco, dato che un impianto di trattamento costa tra 5 e 8 milioni. 

La panoramica fornita da Legambiente - convinta che il problema, a livello nazionale, si risolva non con un’iniezione di inceneritori ma puntando sulla raccolta differenziata e su una rete capillare di impianti di trattamento dell’organico - allarga il perimetro del traffico del pattume. «Le difficoltà della Liguria e persino della Valle d’Aosta dimostrano che c’è un Sud anche al Nord – spiega Stefano Ciafani, vicepresidente nazionale di Legambiente -. Ma la Liguria non è un’eccezione. Roma, dove da due anni ha chiuso la discarica di Malagrotta e con una differenziata al 40%, smaltisce rifiuti indifferenziati in provincia di Forlì. Non solo. Ogni giorno dalla capitale partono 160 camion carichi di organico diretti agli impianti di digestione anaerobica di Este e Maniago, in provincia di Padova e Pordenone. La Campania, dal 2002 priva anche delle discariche di Tufino e di Parapoti, convoglia tutto quello che può nell’inceneritore di Acerra. Per il resto, si appoggia prevalentemente alle discariche della Puglia e, per l’organico differenziato, agli impianti di Salerno e del Nord Italia». Quanto alla Calabria, «quello che eccede rispetto alla capacità di smaltimento dell’inceneritore di Gioia Tauro prende la strada degli impianti di trattamento di Toscana e Campania». 

Un business per le Regioni e per le aziende delle Regioni che ospitano i rifiuti altrui, ma anche per chi li trasporta. «Parliamo di un comparto che da anni campa su questi trasferimenti, con le luci e le ombre del caso – conclude Ciafani -. Ci sono tutte le condizioni per cui a molti convenga che le cose vadano avanti così». 

alessandro mondo


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