sabato 29 agosto 2015

Migranti. Come per l’euro la chiave è la Germania

LA STAMPA

Cultura


Arrivano, e continueranno ad arrivare. Sono 340 mila i migranti che sono entrati nei Paesi dell’Unione Europea nei primi sette mesi del 2015. Non li fermano le difficoltà e i pericoli di un cammino incerto fatto di traversate di un mare che ha già inghiottito centinaia di disperati o di passaggi di frontiere ostacolati dalla polizia e dai fili spinati. Il tutto in presenza di trafficanti senza scrupoli pronti a depredare le loro vittime, spesso trasportate – sia via mare che via terra – con modalità che comportano il rischio della stessa vita. Il «tir della morte» abbandonato in Austria con dentro settantuno persone morte asfissiate è un ennesimo, ma purtroppo non l’ultimo, episodio di questa grande tragedia.

Una tragedia europea, e non solo, come qualcuno aveva sostenuto, una tragedia italiana prodotta dalla combinazione di geografia (la vicinanza delle nostre isole alle coste nordafricane) e di un mancato rigore nel difenderci da un’invasione insostenibile e pericolosa dal punto di vista della sicurezza. 

Ebbene, risulta ora che anche Paesi che non sono certo sospettabili di «buonismo» non sembrano in grado di arrestare questo flusso umano, e non lo saranno nemmeno una volta costruiti muri e sbarramenti che qualche governo ha preannunciato.

Il confine solo teoricamente invalicabile tra Stati Uniti e Messico, con i suoi alti muri e le sue inflessibili pattuglie, dovrebbe insegnare qualcosa. 

E risulta anche che il Mediterraneo è soltanto una delle rotte della disperazione, mentre nelle ultime settimane è la via terrestre – quella che, partendo dalla Grecia, attraversa i Balcani per puntare sulla Germania e i Paesi scandinavi – a far registrare il maggiore incremento del flusso di migranti.

Ma forse sta proprio in questo la speranza che finalmente si possa accantonare, in Europa, il miope ed utopico tentativo di salvarsi da soli, di chiudere le proprie frontiere sperando che questa inquietante marea umana si diriga verso altre destinazioni. Anche in questo caso, come per i problemi dell’economia e della finanza, la chiave sta a Berlino. Ed è proprio dalla Germania che, in queste terribili giornate di tragedia umana, provengono segnali che rendono possibile sperare che finalmente ci si renda conto dell’entità del problema e delle sue profonde implicazioni politiche e morali. Scontrandosi con frange non irrilevanti di opinione pubblica, e denunciando l’azione violenta di gruppi anti-immigrati, Angela Merkel ha parlato di doveri di umanità e solidarietà che dovrebbero indurci a farci carico di una colossale tragedia umana. Come misura concreta, il governo tedesco ha detto che nessun rifugiato siriano sarà respinto, quale che sia stata la via di arrivo in Germania.

Non sarà facile, ma l’Unione Europea ha i mezzi per gestire la situazione in modo sia efficiente che umano. Finora quello che è mancato è stata la volontà politica. Il primo passo sarà quello di distinguere, all’interno della categoria «migranti» i rifugiati dai migranti economici. Mentre nel caso dei migranti economici si giustificano sia una valutazione basata sulla situazione dell’occupazione in ciascun Paese sia l’applicazione di accordi di riammissione nei Paesi di origine, chi rientra nei criteri della Convenzione del 1950 ha il diritto di essere accolto, e i Paesi hanno il dovere di accoglierli. Il problema, in questo caso, è determinare chi in concreto abbia questo dovere. Attualmente il Trattato di Dublino impone che esso spetti al primo Paese di ingresso, e registrazione, del richiedente asilo. Si tratta di un sistema insostenibile, come l’Italia ha da tempo segnalato: sulla base di questo criterio Italia e Grecia dovrebbero farsi carico della quasi totalità dei rifugiati. Andrà modificato. Se ci chiediamo come, è ancora dalla Germania che proviene un’interessante indicazione, capace di evitare che la distribuzione dei rifugiati avvenga sulla base di un precario mercanteggiamento fra i vari Paesi membri. In Germania vige un sistema (denominato «Easy») che prevede la ripartizione automatica dei rifugiati fra i vari Länder sulla base di criteri obiettivi quali il livello economico del Land (misurato dalle entrate fiscali) e la popolazione. 

Si obietterà di certo che in questo caso, a differenza della Ue, siamo in presenza di un sistema federale. E’ vero, ma questo dimostra appunto, per l’ennesima volta che non esiste, per l’Unione Europea, la possibilità di far fronte né ai problemi economici, né alla sicurezza né a sfide come quella delle migrazioni se non con quel costante spostamento in avanti, verso quella integrazione di tipo sempre più federale che non è il sogno irreale di alcuni idealisti ma una necessità. Potremo certo ignorarla e chiuderci in un illusorio e sordo nazionalismo dalle tinte xenofobe, ma solo a prezzo di colossali catastrofi umane, disastri economici, crescente irrilevanza sulla scena mondiale.

Non ci salveremo da soli. 

Roberto Toscano


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