ebook di Fulvio Romano

giovedì 29 maggio 2014

Il ras dell'ambiente

LA STAMPA

Italia

Un quarto di secolo

di strapotere

del ras dell’ambiente

Ecco come il direttore controllava il dicastero

In fondo era un segreto di Pulcinella: il vero ministro dell’Ambiente è sempre stato lui, Corrado Clini. Giorgio Ruffolo, il primo titolare del dicastero, nel 1987 si portò a Roma come capo dell’ufficio studi questo giovane brillante che aveva cominciato il suo percorso politico nella sinistra cattolica, e si era laureato in Medicina del lavoro con una tesi sulla salute nelle acciaierie. Scoperto da Gianni De Michelis, era diventato amico di Renato Brunetta, Maurizio Sacconi, Franco Frattini e Letizia Moratti, e nel 1984 era stato eletto nell’assemblea nazionale del Psi di Craxi. Dal 1991 Clini è stato «il» direttore generale del ministero. Ministero che di fatto ha inventato, costruito nel tempo e poi materialmente diretto. Di volta in volta arrivavano nuovi ministri politici ad occupare senza interesse e competenza una poltrona ministeriale considerata di serie B. L’unica certezza, l’unico punto di riferimento era sempre e comunque lui.

Qualcuno ha parlato di «sistema Clini». Sempre che le gravissime accuse a suo carico vengano provate, è l’intero ministero dell’Ambiente a costituire il «sistema Clini». Di volta in volta socialista o (tiepidamente) berlusconiano, sostenitore del protocollo di Kyoto o suo aspro demolitore, nuclearista o sostenitore delle fonti rinnovabili, per qualcuno dei ministri (specie quelli meno competenti, come Altiero Matteoli e Stefania Prestigiacomo) Corrado Clini è stato letteralmente la salvezza. Qualcuno ha provato a spuntare i suoi artigli, come Willer Bordon nel 2000 e Alfonso Pecoraro Scanio nel 2007; alla fine loro se ne andarono e lui rimase a decidere e gestire. Un pochino meglio se la cavò Edo Ronchi dal 1996 al 1998, che riuscì almeno a limitarlo.

Clini è stato definito disinvolto (a volte spregiudicato) nei rapporti con i media, le imprese, gli ambientalisti. Che sia competente lo dicono tutti. Il suo «credo», da sempre, è che ambiente e imprese devono andare d’accordo. Una filosofia che secondo i critici lo ha portato prima a limitare drasticamente l’azione repressiva e preventiva sulle aziende inquinanti. Di certo ha sempre fatto l’ambasciatore della green economy italiana nel mondo. Il suo secondo principio è che se possibile bisogna evitare regole troppo rigide. Al Protocollo di Kyoto non ha mai creduto; nel 2000 cercò di portare l’Italia sulla linea degli Usa di Bush; nel 2008 cercò di sabotare il pacchetto Ue 20-20-20.

Ma la vera passione di Clini - e se sono vere le accuse dei magistrati, anche la causa della sua rovina - sono i rapporti internazionali. Fu proprio Bordon ad affidargliene la gestione. «Da allora - ricordò in un’intervista rilasciata appena nominato ministro di Monti - ho promosso e curato personalmente circa 600 progetti di cooperazione ambientale in 48 Paesi». Un’attività davvero frenetica, che però a ben vedere ha due stelle polari: la Cina e gli Usa. Del governo cinese Clini è stato consulente per lo sviluppo sostenibile, e in tutte le occasioni pubbliche non si è mai stancato di esaltare l’impegno titanico di quel Paese per modificare le sue politiche industriali. Di quello statunitense è stato sempre fedele amico, come ricordò in un’intervista l’ex-ambasciatore americano Mel Sembler. Del resto fu proprio Sembler uno dei firmatari dell’accordo per il recupero delle paludi in Mesopotamia finito nel mirino dei magistrati.

Paradossalmente, non appena nominato ministro dell’Ambiente da Mario Monti - fautore di una linea forzatamente europeista e filotedesca - Clini dovette aggiustare la sua linea, e riscoprire una «grande sintonia» con le strategie europee su clima energia e ambiente, che in realtà giudica dilettantistiche e autolesioniste. Ma anche se riuscirà a dimostrare che il conto svizzero «Pesce» non è suo, ormai per Corrado Clini la corsa è finita. La stella del «vero» ministro dell’Ambiente dell’Italia è ormai tramontata.

roberto giovannini


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