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martedì 14 febbraio 2017

L'ultimo azzardo del leader ( Sorgi)

LA STAMPA

Cultura

L’ultimo

azzardo

del leader

Alla direzione del Pd che dopo i risultati del referendum doveva decidere sui destini della legislatura, del governo, e di conseguenza del Paese, è andato in scena il più classico del dialogo tra sordi, tra Renzi e la sua maggioranza che ha lasciato avvertire qualche scricchiolio, da una parte, e gli avversari della minoranza dall’altra. Al di là di qualche pallido tentativo di ritorno alle buone maniere, tra gente che in molti casi non si rivolge più la parola da tempo e si parla solo attraverso interviste a giornali e tv, i due schieramenti, divisi in quattordici correnti, sono rimasti ciascuno sulle sue posizioni. 

Renzi punta a far svolgere il congresso del suo partito in tempi brevi, entro aprile o maggio, per andare alle elezioni anticipate entro giugno, o al massimo settembre. Bersani ha chiesto che la legislatura arrivi alla sua scadenza naturale, in nome della necessità di dare al governo la possibilità di affrontare i più urgenti problemi italiani, e di posporre l’esigenza del Pd di rilegittimare il proprio vertice, misurando consensi e dissensi tra i propri iscritti ed elettori.

Ma poiché ridurre all’essenziale - Renzi sì o no - il dibattito interno, incarognitosi e giunto alle soglie di una scissione a meno di dieci anni dalla nascita del Pd, non sarebbe stato possibile, senza aggravare il penoso clima interno, e peggiorare in diretta tv l’immagine del più grande partito di governo, per quattro ore si è assistito a un confronto non del tutto mediocre sui destini della sinistra mondiale insidiata dal populismo arrembante, dalla destra trumpista e xenofoba vincente, dalla globalizzazione calante. Una discussione a tratti perfino interessante, per chi voglia farsi un’idea del panico e del senso di accerchiamento che accompagna una delle poche classi dirigenti di centrosinistra rimaste alla guida di un Paese importante come l’Italia, mentre tutt’attorno, dall’Inghilterra alla Francia all’Olanda, i nostri maggiori partners provano come possono a fronteggiare le proprie crisi politiche e quella più complessiva dell’Unione Europea. E una prova abbastanza esplicita - sebbene si sia trattato dell’inizio abbastanza estemporaneo di un dibattito destinato a proseguire - che anche il Pd, come quasi tutti i democratici e i socialisti nel mondo, di fronte alle sfide che tutt’insieme s’è trovato davanti non ha altre risposte che una sorta di indietro tutta, rispetto all’assunzione dì responsabilità che avevano caratterizzato le sinistre dell’inizio degli Anni Novanta, oggi guardati quasi come il momento di un grande errore e l’occasione di un tradimento delle idee e dei bisogni tradizionali del proprio elettorato. Dunque, basta mercati, privatizzazioni, liberalizzazioni delle regole del lavoro, terze vie tra capitalismo e socialismo, e via libera alle nostalgie d’altri tempi, statalismo, interventi pubblici, assunzioni (pagate con chissà quale capitolo del bilancio statale, oberato dal debito). Il tutto, coniugato con le parole-chiave del successo di Trump in America, declinate ovviamente a sinistra e nella lingua nazionale: «Prima l’Italia!» e «Protezione».

Ora, è lecito dubitare che al di là di qualche slogan elettorale - non dissimile da quelli adoperati, per perdere, dal leader laburista Corbyn in Inghilterra o dall’aspirante e sconfitto dalla Clinton candidato democratico Sanders in Usa -, queste proposte possano trasformarsi in soluzioni per i pesanti e crescenti problemi italiani. Come manifesto per una sinistra che voglia tornare all’opposizione sono perfette, e può darsi che servano anche a recuperare una parte di voti perduti, ma non la maggioranza che serve a governare. E va da sé che se questo dovesse diventare il programma del Pd, Renzi non potrebbe più esserne il leader: al dunque, questo sembra il vero obiettivo dei compagni ritrovati.

L’accelerata verso il congresso dell’ex premier, e tra qualche giorno segretario dimissionario del Pd, nasce di qui: sarà il suo ultimo azzardo, per cercare di non soccombere alle sirene del passato, di certo il più rischioso della sua recente avventura.

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Marcello Sorgi


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martedì 31 gennaio 2017

Sorgi: la minaccia all'ex premier

LA STAMPA

Cultura

La minaccia

all’ex premier

Per capire cosa sta accadendo nel Pd non bisogna andare troppo lontano.

E neppure troppo indietro nel tempo. Come nel 1993, dopo il referendum del 18 aprile che sancì la fine della Prima Repubblica, il maggior partito di governo è scosso da tensioni politiche, orizzontali, verticali, trasversali, che non riguardano solo la maggioranza renziana e la minoranza bersaniana, ma tutte le correnti al loro interno, per gli esiti del voto referendario del 4 dicembre 2016. Che ha sancito una sorta di inversione a “U” della politica italiana, dalla Seconda Repubblica alla Prima, dal maggioritario al proporzionale, dall’epoca delle leadership forti, a quella, durata quarantacinque anni, dal 1948 appunto al ’93, della partitocrazia e dei governi nati in Parlamento.

Ventiquattro anni fa i Popolari (ex Dc) e il Pds (ex Pci), cioè i due principali soci del Pd, arrivarono all’appuntamento del referendum consapevoli, ma impreparati. E pur avendo contribuito all’approvazione della nuova legge elettorale, il «Mattarellum», che inoculava nel meccanismo maggioritario scelto dagli elettori una quota del vecchio proporzionale, alla resa dei conti si dimostrarono incapaci di partecipare al gioco, presentandosi divisi nelle elezioni del 27 marzo 1994 e favorendo la vittoria di Berlusconi.

Subito dopo, abili nella manovra parlamentare di cui erano maestri nella Prima Repubblica, detronizzarono l’ex Cavaliere, capovolgendo, grazie a un «ribaltone», la sua maggioranza nelle Camere, e lo sconfissero, stavolta coalizzati, nelle urne nel ’96, approfittando della scelta di Bossi di rompere l’alleanza di centrodestra. Fin qui, è ormai storia. Come lo è il fatto che solo Prodi, nel ’96 e nel 2006, sia riuscito a vincere su Berlusconi, mentre i leader della coalizione giunti alla guida del governo per vie parlamentari, come D’Alema e Amato, non poterono presentarsi con la loro faccia, e anche gli altri, vedi Rutelli e Veltroni, pur conseguendo risultati elettorali lusinghieri, nella partita uno contro uno risultarono sconfitti.

Era poi evidente, in tutti questi anni, che una larga parte del centrosinistra rimpiangesse la vecchia partitocrazia. Lo si intuiva dal modo in cui si erano battuti contro le riforme costituzionali e soprattutto contro la legge maggioritaria a due turni proposte da Renzi, e se n’è avuta conferma in occasione del referendum del 4 dicembre, quando il Pd, formalmente, aveva preso posizione per il «Sì», ma una larga fetta del suo apparato, D’Alema e Bersani in testa a tutti, s’è schierata con il «No».

Ma il paradosso è che di fronte a una situazione nuova - o vecchia, secondo i punti di vista - come quella del ritorno al proporzionale, Renzi rischi di fare un errore eguale, ancorché opposto, a quello compiuto da Occhetto e Martinazzoli nel ’93. Mentre Berlusconi ha subito intuito il cambiamento, ha raffreddato di molto i rapporti con i suoi ex alleati e si prepara a correre per Forza Italia, costi quel che costi, sapendo che la partita vera si aprirà dopo il voto, il segretario del Pd si muove ancora con la logica dell’uomo forte con cui ha guidato il partito e il governo. Sottovalutare le numerose candidature alla guida del suo partito, gli annunci di scissione, le promesse di collaborazione che seguono alle separazioni, significa non aver capito che tutto ciò che sta accadendo è frutto della riedizione (o brutta copia) del sistema partitocratico, in cui ognuno porta la sua piccola dote a un ammasso di cui niente si sa, ma di cui presto o tardi salterà fuori un federatore. Può darsi, come Renzi si augura, che il suo Pd, benché acciaccato, raggiunga il 40 per cento, conquistando a dispetto di ogni previsione il premio di maggioranza che la Corte costituzionale ha collocato nell’iperuranio. Ma se non ci riesce, il rischio vero, per il Rottamatore, è ritrovarsi all’opposizione, sepolto dalle macerie della Seconda Repubblica.

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Marcello Sorgi


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giovedì 12 giugno 2014

Continua ( nel segreto dell'urna) la " carica dei 101"

LA STAMPA

Italia

Torna lo spettro dei centouno
Il Pd ricade sui suoi fantasmi

Civati: “C’è sciatteria, ma anche un segnale al governo”. Morani: “Rimedieremo al Senato”

Un vecchio spettro torna ad aggirarsi dalle parti del Pd: i famosi 101 franchi tiratori che affossarono un Presidente della Repubblica in pectore contro le indicazioni del partito sono tornati a colpire nel segreto dell’urna e anche stavolta si lasciano dietro uno strascico di veleni. Il tema è di quelli particolarissimi: il rapporto tra giustizia e politica. E non si dica che si sono mossi senza capire il peso dell’operazione. Con l’emendamento Pini che rovescia la legge Vassalli sulla responsabilità civile, infatti, accodandosi al centrodestra che sul tema conduce una battaglia da anni, si va intenzionalmente a rinfocolare un incendio che si era appena sopito.

Che siano più o meno un centinaio i voti che sono mancati alla maggioranza, lo dicono i numeri. «È stato un sì trasversale - rimarca Simone Baldelli, di Forza Italia, felicissimo del voto - perché ci sono stati 187 voti a favore e noi del centrodestra in Aula eravamo una sessantina».

Ora, a parte Roberto Giachetti che ha rivendicato in Aula il suo voto in dissenso dal gruppo del Pd, e che per questa limpida posizione s’è beccato un sacco di insulti sui sociali network, è evidente che molte anime democrat sono confluite nel voto contro i magistrati. «A lume di naso - dice un parlamentare del Pd che conosce bene i suoi colleghi - lì in mezzo ci sono quelli dalemiani che da sempre soffrono i magistrati, quelli che vogliono mandare un segnale a Renzi, e quelli che non hanno mandato giù la gestione del caso Genovese. Fate le somme e escono quei sessanta o settanta che hanno votato contro l’indirizzo del governo e del Gruppo».

«Non drammatizzerei troppo l’accaduto, però. Rimedieremo al Senato», dice Alessia Morani, responsabile Giustizia del Pd. «Io penso che non ci sia nessun segnale particolare per nessuno. Tantomeno il tentativo di intimidire la magistratura, anche se noi non nascondiamo che l’esigenza di rivedere la legge è giusta. Ma non così, non con i blitz. C’è stata un po’ di sottovalutazione, però, questo sì. È mancata forse la giusta dose di allerta. Ma dovete rendervi conto che questa proposta non è mai stata discussa. È un emendamento presentato direttamente in Aula».

La Morani insomma ammette un pizzico di disattenzione. Si racconta che il sottosegretario alla Presidenza, Sandro Gozi, l’abbia accolta con un gestaccio quando lei s’è avvicinata al banco del governo.

La stanchezza nel seguire questa legge forse è comprensibile: martedì pomeriggio hanno discusso all’infinito sui succhi di frutta, ieri si sono scannati sulla caccia, e di colpo, verso l’ora di pranzo, ai deputati è stato chiesto di votare un emendamento che rivoluziona i cardini del nostro sistema giudiziario... Ed è stato scivolone.

«I motivi, a mio parere, sono diversi. Il voto è la somma tra una certa sciatteria e l’intento politico di chi voleva dare un segnale al governo», sostiene Pippo Civati, il dissidente.

A questo punto, però, la frittata è fatta. Al Pd non resta che promettere di rovesciare i numeri al Senato. Dove però i margini della maggioranza, come è noto, sono assai più ristretti. E dove c’è qualche mal di pancia di troppo tra i centristi, alle prese con la riforma drastica del Senato medesimo.

Poi, certo, a confondere la situazione ci si sono messi i grillini, con la loro astensione. Operazione sommamente tattica: non voto, così è più evidente come votano gli altri. E tanti saluti al merito delle leggi. Danilo Leva, del Pd, ha un diavolo per capello: «Ancora una volta i grillini in Aula danno una mano al centrodestra. La botta dei risultati elettorali non è bastata. E così passa un emendamento inutile, che verrà modificato al Senato, ma che soprattutto non tiene conto di un dibattito complesso che richiede un intervento organico sulla responsabilità civile dei giudici. Insomma tanto rumore per nulla».

francesco grignetti



mercoledì 11 settembre 2013

Gramellini: Super Partes

LA STAMPA

Prima Pagina

Super partes

Il Pd è peggio del Pdl, afferma nell’aula di Montecitorio un oratore dei Cinquestelle, Di Battista. E la presidente Boldrini subito lo interrompe: non offenda. Tre volte - non offenda, non offenda, non offenda - per sottolineare la gravità inaudita del paragone. Dopo avere consultato l’ufficio Arrampicata sugli Specchi siamo pronti a credere alla teoria dell’equivoco: l’imperativo che Boldrini ha intimato con la consueta voce marmorea dai riflessi color ghiacciolo era rivolto al tono del Di Battista più che al contenuto. Altrimenti dovremmo pensare che il nome di uno dei partiti rappresentati alla Camera da lei presieduta sia da considerarsi un insulto. «Pdl a me? Badi come parla: Pdl sarà sua sorella». «Sai che hai proprio una bella faccia da Pdl?». Oppure uno spauracchio da utilizzare con i bambini più impressionabili. «Se non mangi la verdura, da adulto diventerai un capogruppo del Pdl». «Se non smetti di piangere, chiamo una Pdl con la faccia di plastica e la scopa di pitone».

Naturalmente ciascuno può avere sul Pdl l’opinione che crede. Berlusconi, per dire, ne ha una talmente pessima che ha deciso di rottamarlo. Però rimane il fatto che alcuni milioni di italiani lo hanno votato. Questo accidente, piuttosto frequente in democrazia, non giustifica - per quanto ne so - un trattamento preferenziale per qualche leader di quel partito che eventualmente incappasse in una sentenza di condanna definitiva. Ma dovrebbe indurre i rappresentanti delle istituzioni a una forma elementare di rispetto. Dire che il Pd è peggio del Pdl non è un insulto. Anche se, dal punto di vista politico, non è nemmeno un complimento.

Massimo Gramellini


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domenica 8 settembre 2013

Il sondaggio che dà Renzi al 78%alle primarie...

Da Giornalettismo

Il sondaggio che dà Matteo Renzi al 78% alle primarie

di  - 08/09/2013 - E che fa arrabbiare i bersanian

Maria Teresa Meli, giornalista del Corriere della Sera che spesso è stata criticata dai bersaniani, fa sapere oggi che c’è un sondaggio riservato tra gli iscritti al Partito Democratico che dà Matteo Renzi al 78% nella corsa per le primarie da segretario:

Un sondaggio che non lascia spazio ai dubbi, tant’è vero che ha convinto più d’uno a saltare in corsa sul carro di Renzi e ha spinto altri, come D’Alema, per esempio, ad ammettere pubblicamente, davanti a militanti e iscritti, che il sindaco di Firenze vincerà. Quel numero che ha convinto molti e infastidito tutti i bersaniani ha due cifre: 78 per cento. Sì, è proprio questa la percentuale che il sondaggio dà a Renzi in caso di primarie per il segretario.

Numeri ancora non definiti, certo:

È chiaro che si tratta di una rilevazione fatta a bocce ferme, quando ancora Gianni Cuperlo non è entrato nel pieno della sua campagna elettorale. Al candidato di D’Alema (e ora anche di Bersani e di Marini) mancano ancora degli «endorsement» eccellenti, come quello che gli verrà a tempo debito dall’ex ministro Fabrizio Barca. Il quale, ancora fino a pochi giorni fa, ha subito il pressing di Rosy Bindi che lo vorrebbe candidato alla leadership.


sabato 7 settembre 2013

Geremicca: "Ora Renzi dice qualcosa alla sinistra"

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Cultura

Ora Renzi dice qualcosa alla sinistra

Che problemi può avere un leader che riscuote la fiducia del 50% degli italiani (in crescita, +3%, mentre calano sia Berlusconi, -5%, che Letta, -3%), che in una sfida elettorale staccherebbe di 18 punti il Cavaliere?

E che per l’84% degli elettori democratici ha fatto bene a candidarsi alla segretaria del Pd? Nessun problema. E infatti Matteo Renzi - titolare di quelle percentuali da record - non ne ha. O meglio: non ha alcun problema di quantità di consensi, ma di «qualità» dei sostegni che gli piovono addosso, forse sì.

A voler spaccare il capello in quattro e ad esser perfezionisti, è questo il problema (piccolo problema, naturalmente) che il sindaco di Firenze ha intravisto e deciso di affrontare: l’assalto degli «ex democristiani» - da Fioroni a Franceschini, con le sue truppe di ex Ppi - rischia infatti di «scoprire» eccessivamente Renzi a sinistra, e di regalare un argomento polemico agli ex Ds ancora in cerca di una linea capace di contenere e limitare il successo del giovane sindaco di Firenze.

Non è questione nuova quella di un Renzi considerato - magari anche solo strumentalmente - troppo «di destra». L’argomento fu molto propagandato dai sostenitori di Bersani nella campagna per le primarie: sì, forse prenderebbe molti voti da quelli che stanno «dall’altra parte»- si diceva - ma non vuol bene al Pd, sembra un corpo estraneo, non è «uno dei nostri». La tesi - più o meno discutibile - ebbe una qualche efficacia: e accoppiata a regole che limitarono di molto la partecipazione al ballottaggio di quelle primarie, forse pesò non poco nella sconfitta del sindaco di Firenze. Commise un errore, Renzi, a sottovalutare gli argomenti dei suoi avversari? Può darsi. Ma è certo che stavolta non si ripeterà...

E così, bilanciare è diventata la parola d’ordine di queste settimane. Dario Franceschini annuncia che voterà per lui? Bene: lo stesso giorno, una opportuna intervista di Fassino a «la Repubblica» serve a dimostrare che non sono solo gli ex Dc a scegliere Renzi. Ancora: Beppe Fioroni - altro ex democristiano molto forte nel Lazio - lascia intendere che alle primarie potrebbe anche lui votare per il sindaco di Firenze? Ottimo: però Renzi viene a Roma per mostrarsi e stringere intese con Ignazio Marino. Magari la preoccupazione è esagerata, considerata la quantità (crescente) di sindaci e governatori di provenienza Ds che vanno schierandosi con Renzi: ma bilanciare certo male non può fare...

Quindi, grande visibilità ad adesioni di dirigenti e amministratori «di sinistra» e poi una rinnovata insistenza su temi cari agli ex Ds e al sindacato (altra spina per il sindaco di Firenze). E il primo tema è, inevitabilmente, quello del lavoro. Renzi ha scelto ieri una platea operaia e storicamente sensibile come Piombino per affrontare la questione. Le proposte che farà potranno piacere o meno alla Cgil - per esempio - ma testimoniano, quanto meno, di un rinnovato interesse verso temi cari alla sinistra e al sindacato. Quanto servirà, lo si vedrà: ma certo la piccola svolta spunta un’arma ai suoi avversari.

«Se fossi in Renzi - annotava ieri Gianni Pittella, altro candidato alla segreteria Pd - sarei un po’ preoccupato per l’affollarsi delle adesioni in queste ore». Suggerimento gentile ma forse inutile, visto - appunto - che il sindaco di Firenze ha già fiutato il vento e preparato le contromosse. La prima, come detto, è provare a riequilibrare un po’ «a sinistra» la platea sempre più larga dei suoi sostenitori; la seconda è lanciare - o far lanciare - qualche segnale alla moltitudine di «rottamandi» che spingono per salire sul suo carro. Certe adesioni, infatti, potrebbero affievolire la sua spinta propulsiva.

Ieri Massimo D’Alema lo ha detto con una battuta: «Matteo parla di rivoluzione ma è una strana rivoluzione, la sua. Con lui si è schierata gran parte dei dirigenti del Pd: è come se i rivoluzionari avessero assalito la Bastiglia insieme al Re, la Regina, i conti ed i marchesi...».

Solo una battuta, appunto. Ma come al solito, al vetriolo...

Federico Geremicca


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giovedì 5 settembre 2013

Errori, voluti e non, dei parlamentari PD ( ma chi li guida?)

Approvata contro il parere dell'esecutivo la mozione della Lega che impegna a fermare per 12 mesi 
nuove sale online e in luoghi pubblici. Democratici a favore, ma Casson dice: "Ci siamo sbagliati" 
Nessun errore invece nella bocciatura del testo M5S che abrogava lo sconto previsto dal dl sull'Imu
La Lega festeggia l'approvazione, il sottosegretario Giorgetti (Pdl) annuncia il ritiro delle deleghe. Passa contro il parere del governo la mozione del Carroccio che impegna il governo a bloccare per un anno l'apertura di nuove sale online e in luoghi pubblici. "Si rischia un danno da sei miliardi", dice Giorgetti mentre il Pd fa sapere di avere sbagliato a votare: "C'era confusione" spiega Casson. Solo 76 voti favorevoli, invece, per il testo dei 5 stelle che proponeva la cancellazione dell'articolo 14 del decreto IMU che condona i debiti delle società concessionarie. Dei 98 miliardi di multa, ricalibrati a 2,5 miliardi dalla Corte dei Conti, le società dovranno solo le briciole: 611 milioni di euro

Il Pd blocca le nuove slot (per sbaglio) Ma conferma il condono ai concessionari ,o

domenica 25 agosto 2013

D'Alema (con i sindaci PD) lancia Renzi...

LA STAMPA

Italia

D’Alema lancia Renzi: ha più voti

L’ex premier: “Non è un endorsement ma una constatazione: con lui la maggioranza dei nostri elettori”

Il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, tornato dalla California, mantiene il silenzio e promette di occuparsi solo di temi cittadini: in questa situazione complicata – con il governo fibrillante davanti alle posizioni inconciliabili di Pd e Pdl sulla decadenza dal Senato di Berlusconi – dirà la sua venerdì 30, due Feste democratiche nella rossa Emilia Romagna una dopo l’altra, Forlì e Reggio Emilia, in una farà un comizio e nell’altra un’intervista. L’indomani sarà alla Festa nazionale di Genova, poi a Bologna. Mentre lui tace, però, il suo nome viene citato da importanti esponenti del Pd. «In caso di primarie la mia opinione è che il candidato più probabile sarebbe Renzi», dice l’ex premier Massimo D’Alema.

Uno schema, quello a cui pensa l’ex ministro degli Esteri, che prevederebbe il rottamatore toscano candidato a Palazzo Chigi («non ho fatto endorsement proprio a nessuno», spiega però D’Alema, «ho detto di ritenere che sarebbe il candidato verso il quale andrebbe il consenso della maggioranza dei nostri elettori, credo che sia una valutazione oggettiva») e il deputato Gianni Cuperlo alla segreteria del partito. Ipotesi che lo stesso Cuperlo non vuole commentare («al congresso è bene che ciascuno si senta libero, dagli ex segretari del Pd fino agli ultimi degli iscritti, di scegliere la piattaforma e la candidatura politica, la proposta che più lo convince»), mentre viene vista con scetticismo dalla governatrice (renziana) del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani: «Sono passati i tempi in cui le cose si potevano fare a tavolino, spostando le persone come si spostano le figurine Panini. Credo che non siano più quei tempi».

L’ipotesi di precipitare verso una crisi di governo e quindi della necessità di primarie per individuare il candidato premier, continua a essere nell’aria. E anche il timore di qualcuno che, un’eventuale fine del governo, possa far saltare il congresso: «Epifani intervenga a garantire nel più breve tempo possibile lo svolgimento del congresso» chiede infatti il candidato alla segreteria Gianni Pittella, «se qualcuno all’interno del Pd tifa per la crisi di governo per evitare il congresso e conservare così la propria piccola rendita di potere, vuol dire che siamo ormai alla follia suicida». Ma Renzi si deve tenere pronto a scendere in campo in vista di imminenti elezioni? «Non ci risulta ci sia nessuna partita in corso», tagliano corto dall’entourage del primo cittadino di Firenze, deciso a non commentare nulla fino alle uscite pubbliche.

Il fatto è che il fantasma della crisi non può essere cacciato dopo le parole di Alfano di ieri («la decadenza di Berlusconi da senatore è impensabile e costituzionalmente inaccettabile») e le risposte risolute del Pd. «Possiamo comprendere il travaglio che sta affrontando il Pdl, ma non per questo è pensabile che si possano eludere le leggi e non rispettare le sentenze», chiude subito il responsabile organizzazione del partito, Davide Zoggia. «Questa è una vicenda su cui per il Pd non è possibile arretrare di un millimetro», ricorda il candidato alla segreteria Gianni Cuperlo, e lo stesso D’Alema ribadisce che la questione della decadenza «non è oggetto di una trattativa politica». «Spero che nessuno voglia utilizzare le vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi per danneggiare il Paese, come sarebbe provocare una crisi di governo», aggiunge l’ex presidente del Consiglio, un governo che «è di transizione, nel senso che la normalità democratica è l’alternanza tra centrosinistra e centrodestra» e in cui «Letta ha legato il suo impegno a questa difficile e importantissima transizione». Anche se, è parere di molti nel Pd, potrebbe essere protagonista anche dopo questa fase di «transizione».

francesca schianchi


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giovedì 22 agosto 2013

Rusconi: il Pd deve accettare la sfida del voto...

LA STAMPAweb

Cultura

Ma il pd deve accettare

la sfida del voto

Caro Direttore, consenta che esponga sul giornale sul quale scrivo da tanti anni, alcune riflessioni che non piacciono ad alcuni degli autorevoli commentatori che si dicono preoccupati del «bene del Paese». E ai professori che un giorno sì e l’altro pure, fanno esercizio di «realismo politico». Tanto le mie parole non avranno alcuna rilevanza politica. Ma spero di farmi capire.

A mio parere, il Partito democratico, dopo aver votato a favore della decadenza del senatore Berlusconi, deve accettare senza paura che il Pdl faccia cadere il governo Letta, deve andare alle elezioni anche con questo vergognoso sistema elettorale e fare la più grandiosa campagna elettorale della sua storia.

È di questo che ha paura il gruppo dirigente del Pd. Teme di non avere argomenti forti per scuotere l’elettorato. Anzi, argomenti deboli di fronte a quelli che useranno i suoi avversari: il guadagno netto del non pagamento dell’Imu e «il martirio di Silvio». Ma questi sono davvero argomenti forti? O non mettono piuttosto finalmente di fronte alla pochezza e alla ambiguità dei grandi discorsi il Pdl sulla crescita e sulla giustizia?

Possibile che il Pd non abbia argomenti per contrastare questa pochezza e ambiguità? Il Pd deve rompere il circolo vizioso in cui si è fatto rinchiudere dagli avversari e da chi ritiene che la tenuta di questa legislatura sia il bene sommo della nazione. Il Pd deve mobilitare il suo potenziale elettorato sconcertato e reso passivo da un prepotente e ripetitivo circuito mediatico. Deve recuperare dal fondo non ancora perduto dell’astensionismo e rimotivare chi è passato al M5S. Deve scatenare (se il termine non turbasse), le energie degli uomini e delle donne che ora si stanno logorando in beghe interne – dimenticando quali ideali li unisce. Sì, parlo di «ideali» a costo di far ridere i consumati professionisti del partito attuale. Altrimenti il Pd dichiari bancarotta politica.

E lo spread, i mercati, l’Europa, la Germania della cancelliera Merkel? Ma non ci si rende conto che la risposta non è un «armistizio» continuo, sotto continuo ricatto, bensì un governo sicuro delle proprie certezze, al di là della aritmetica elettorale. Tale non è il governo di Enrico Letta, che nel migliore di casi è un governo innocuo – di fronte ai mercati, allo spread, alla cancelliera Merkel.

Non abbiamo imparato nulla dalla disavventura del governo di Mario Monti, salutato come il più europeo dei governi, anzi il più «tedesco»? Pateticamente ci si aspettava la salvezza del Paese e invece è affogato nel giro di pochi mesi tra lo stupore e poi il disinteresse della stessa cancelliera tedesca. La Merkel adesso si guarderà bene dal prendere troppo sul serio il governo Letta o qualunque altra formazione governativa che non goda di un solido consenso elettorale ma è costretto a muoversi su equilibrismi «istituzionali». Anzi, in fondo dall’alto della solidità della struttura politica tedesca la Cancelliera fa persino fatica a capire di che si tratta.

Ma siamo al punto. In questa nostra infelice situazione come si fa a raggiungere un solido consenso elettorale se non ci si butta?

Gian Enrico Rusconi


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mercoledì 21 agosto 2013

Prepariamoci a tenerci il Porcellum...!

LA STAMPA

Cultura

Elettorale la riforma improbabile

Il re è nudo. Lo ha detto forte e chiaro, prendendo un po’ tutti in contropiede, il non-più-mite Renato Schifani. Sulla legge elettorale non c’è alcun accordo tra Pd e Pdl, così come non c’era nella scorsa legislatura. Lo sapevamo da tempo, non è uno scoop, altrimenti la riforma della Calderoli sarebbe già bella che fatta.

Il Pdl non vuole il ritorno al Mattarellum perché i suoi candidati sono meno riconoscibili sul territorio, dunque meno competitivi nei collegi uninominali. Per ora usa l’alibi che di una nuova legge elettorale si potrà parlare solo alla fine della Grande Riforma della Costituzione, quando (chissà quando) sarà possibile uno scambio del tipo: noi (Pdl) vi concediamo il doppio turno di collegio se voi (Pd) ci date l’elezione diretta del presidente della Repubblica. Ma forse confida nella bocciatura del Porcellum da parte della Corte Costituzionale, prevista per dicembre, per riproporre la richiesta di alcuni «correttivi», come l’inserimento di una soglia che impedisca di assegnare il premio di maggioranza, in modo da non perdere, anche in caso di sconfitta, l’attuale potere di interdizione.

Per il neo-partito di Grillo, il sistema proporzionale con preferenza unica, in pratica un rinculo politico che ci rispedisce dritti dritti alla Prima Repubblica, è la best option, perché gli assicura un potere di veto e comunque una lunga vita. Ma i pentastellati sono disponibili a discutere sia di correttivi alla Calderoli sia di un ritorno alla Mattarella. Purché il teatrino sulla legge elettorale non diventi una scusa per rinviare all’infinito il ritorno alle urne, ha detto proprio ieri il capogruppo al Senato Nicola Marra.

Una parte del gruppo parlamentare Pd considera preferibile e praticabile proprio quest’ultima soluzione, peraltro richiesta da un milione e mezzo di cittadini che in venti giorni, nel settembre 2011, durante le feste de l’Unità, sottoscrissero un apposito quesito referendario. Ma il Pd è attraversato dalla faglia tra le due alternative in campo.

Da un lato, alla Camera, c’è la mozione Giachetti, sulla linea pro-Mattarella, su cui potrebbero convergere Sel, M5S, Scelta Civica e Lega. Dall’altro Finocchiaro e Zanda che, al Senato, lavorano per la linea Violante che punta a un accordo con il Pdl, ad estrema difesa delle larghe intese.

L’ultima proposta avanzata dall’ex presidente della Camera, illustrata anche ieri l’altro in un’intervista alla Stampa, non è nuova e nemmeno insensata: se nessuna coalizione raggiunge il 45% dei voti al primo turno, il premio di maggioranza viene assegnato a chi vince lo spareggio, al secondo turno, tra le due coalizioni più votate. Questo modello (proporzionale con premio di maggioranza in due turni) è stato introdotto nel dibattito italiano da Gianfranco Pasquino nella prima metà degli Anni Ottanta (Restituire lo scettro al principe, 1986). Augusto Barbera, facendo da sponda parlamentare ai referendum Segni, ne promosse l’adozione per i comuni sopra i 15.000 abitanti, nel 1993. Lo stesso modello fu ripreso dalla bicamerale D’Alema (1997) ed è poi riapparso in diverse varianti per arrivare sino ai saggi di Napolitano. Dovrà muoversi tra la padella delle liste bloccate e la brace delle preferenze, ma garantisce la governabilità senza mettere un dito nell’occhio al centrodestra.

La linea Violante potrebbe dimostrarsi efficace se le larghe intese fossero davvero quel che si dice: una collaborazione eccezionale e transitoria tra forze politiche antagoniste, volta a porre le condizioni per tornare al voto dando ai cittadini la possibilità di scegliersi un governo di legislatura. Siccome le Grandi Riforme potrebbero non essere alla portata della 17a legislatura, Pd e Pdl dovrebbero almeno accordarsi per mettere in salvo la legge elettorale, in una chiave bipolare. Ma se invece le larghe intese sono solo uno stato di necessità tattico, dovuto ai timori degli attuali dirigenti Pd e Pdl (i primi perché hanno un Renzi alle porte, i secondi perché ancora non l’hanno trovato), allora nella maggioranza che sostiene il governo Letta la linea Violante non passerà. E però nel Pd, almeno fino al prossimo congresso, non passerà la linea Giachetti. Quindi, se è così, prepariamoci a tenerci il Porcellum!

Elisabetta Gualmini


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mercoledì 24 luglio 2013

PD e PDL "costretti" a rendere libero il WI-FI, ma tagliano la banda larga...

Da La Stampa


Agenda Digitale

Il Wi-Fi pubblico torna libero. Tagliati i fondi alla banda larga

Il Wi-Fi torna libero. Dopo le roventi polemiche seguite all’emendamento al dl «Fare» che ne aveva di fatto bloccato la liberalizzazione, a metterci una pezza c’hanno pensato le commissioni Affari costituzionali e Bilancio della Camera che, dopo aver «riesaminato» il provvedimento rinviato dall’Aula, hanno cambiato diametralmente rotta. Con un nuovo emendamento per effetto del quale «l’offerta di accesso alla rete Internet al pubblico tramite tecnologia Wi-Fi non richiede l’identificazione personale degli utilizzatori. Quando l’offerta di accesso non costituisce l’attività commerciale prevalente del gestore del servizio». Come ad esempio, nel caso degli Internet point.

Ma proprio nella stessa seduta in cui è arrivato il semaforo verde al Wi-Fi libero, le commissioni Bilancio e Affari costituzionali della Camera hanno riscontrato problemi di copertura finanziaria nel dl «Fare». Risultato: anche la banda larga è finita nell’elenco delle voci che hanno subito una sforbiciata per recuperare i circa 20 milioni (sui 150 stanziati per l’Agenda digitale con il decreto «Crescita 2.0», ndr) necessari per garantire, invece, i fondi destinati alle tv locali. Una scelta che rischia di mettere in crisi l’obiettivo di eliminare il «digital divide» entro il 2014, ricorrendo ad investimenti pubblici, per mettere tutti gli italiani del Centro-Nord in condizione di navigare su Internet ad almeno 2 Megabit.

Un traguardo che, a meno di modifiche al testo del decreto nel prossimo passaggio al Senato (a Montecitorio è stata posta la fiducia), sarà rinviato a data da destinarsi. Resta invece salvo lo stanziamento di 100 milioni per finanziare i bandi per le regioni del Sud, dove il ministero ha già avviato le prime gare per la banda ultralarga (dai 30 ai 100 Megabit) a cominciare dalla Campania. Se gli effetti negativi del taglio dei fondi si faranno sentire, quindi, nelle regioni del Centro-Nord, Lombardia, Marche e provincia di Trento, che si sono mosse con dovuto anticipo, dovrebbero comunque essere al riparo.

E mentre il Partito democratico, con Marco Meloni, rivendica la scongiurata «retromarcia sulla liberalizzazione del Wi-Fi», Sergio Boccadutri di Sel annuncia un «ordine del giorno che impegna il governo a ripristinare i fondi» per il Piano nazionale sulla banda larga, «spariti» dal decreto per una «svista» dell’esecutivo e della «strana maggioranza». E anche Stefano Quintarelli di Scelta civica boccia la scelta di dirottare le risorse verso le tv locali: «Se così fosse ci troveremmo davanti a un grave errore di prospettiva».

ANTONIO PITONI


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mercoledì 12 giugno 2013

Storcono il naso, ma Renzi per le loro elezioni lo usano...

LA STAMPA

Italia

La ricetta dietro alla riscossa dei sindaci

Rosso addio, basta D’Alema, far vedere solo Renzi: così il Pd è tornato vincente

«Il Pd non si intesti questa vittoria», ha avvisato il sindaco di Firenze già lunedì sera, in tv. «Il lavoro è il lavoro nostro, prima che del partito», spiegava ieri mattina Giovanni Manildo davanti a Ca’ Sugana, sede del comune di Treviso appena sottratto alla Lega dopo 19 anni di era Gentilini.

Ecco, è come se a Treviso, Brescia, Imperia, Siena, nella stessa Roma, i sindaci del Pd avessero maturato l’idea che si può vincere, ma quasi smarcandosi dal Pd, un parente di cui ci si vergogna forse un po’. Volete sapere che cosa avevano in comune Manildo, appunto, e Emilio Del Bono a Brescia, o Carlo Capacci a Imperia, e persino un sindaco assai diverso da loro, Ignazio Marino a Roma? Per vincere hanno scolorito l’appartenenza, diluito la pesantezza politica del voto. Marino lo diceva fin dagli slogan (a parte il «daje»), «non è politica, è Roma». Convinzione che si è tradotta un po’ in tutti i vincitori in uno stratagemma elementare: il simbolo del Pd non compariva nei siti delle campagne elettorali o negli spot (chi li ha fatti), era quasi assente negli slogan (tranne che nella campagna di Siena, ma ci torneremo). Insomma, in questo sono stati tutti super-renziani; non c’era il logo del Pd, nello show del Renzi delle primarie.

Lo slogan in quasi tutti è stato «cambiare», o almeno darne l’idea. Manildo ha sottolineato l’inclusione («Il sindaco di tutti i trevigiani», «con me tutti i trevigiani saranno il sindaco»), ma anche la partecipazione, con concessione lessicale all’espressione «beni comuni», ossia, strizzatina d’occhio a tutto il mondo-Pisapia, la sinistra partecipata e dal basso, trasversalità, non solo neocentrismo democristiano. I colori di Manildo erano l’azzurro tenue (dello scout), l’arancione (della democrazia dal basso), il giallo e il verde, al limite il rosa. Le magliette, azzurre e col logo di Superman, «superManildo». Il messaggio chiave di Renzi è diventato uno slogan, un sms con un semplice «dai che a Treviso ce la facciamo». Così come Del Bono a Brescia puntava su un «cambiare si deve», due soli colori forti, il blu e il rosso, assieme al forte ambientalismo di «respiriamo»; e Carlo Capacci - che a Imperia ha sommato al centrosinistra anche un pezzo di centrodestra anti Scajola - proponeva «cambiamo insieme Imperia», oppure «il vento è girato davvero», e Ignazio Marino «liberiamo Roma».

Al nord hanno accettato come testimonial in campagna elettorale solo Renzi, un po’ di Serracchiani o Civati; poco si sono viste le facce - poniamo - di D’Alema, dei turchi, di Bersani. A Roma Marino ha speso, oltre alla sua, solo due immagini non casuali: Serracchiani e Pisapia. Soltanto Valentini, a Siena, ha usato nei cartelloni il logo del partito e lo sfondo rosso; ma Siena è Siena; e Valentini aveva il problema di dover tenere comunque insieme una strana alleanza in cui lui, renziano sia pure dell’ultima ora, firmava una tregua con l’area Ceccuzzi, l’ex sindaco della giunta dimissionaria.

Si vince così, magari perdendo voti; oppure, come in Sicilia, con tantissime liste civiche che affiancano quella ufficiale del Pd. Sono tempi strani. Bisogna sapercisi muovere come in un Vietnam della politica. Mimetizzandosi.

jacopo iacoboni


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giovedì 16 maggio 2013

Renzi temporeggiatore...

LA STAMPA

Italia

Pd, pressing per far candidare Renzi

Molti dei suoi lo incitano a rompere gli indugi. E per Epifani “sfida delle piazze” con Grillo e Berlusconi

«Altro che il Chiampa, deve scendere in campo Matteo, ma se lui non c’è Sergio è un profilo spendibile», dice un renziano doc e il suo pensiero coincide con quello di buona parte dei parlamentari di fede renziana che in queste ore stanno esercitando un pressing sul «rottamatore» perché si candidi a guidare il Pd.

E il motivo per cui Renzi non ha ancora speso neanche una parola in favore di Chiamparino è proprio questo: deve ancora decidere se candidarsi o meno alla segreteria in prima persona, se benedire un nome con un profilo a lui affine o se nascondersi dietro una candidatura «unitaria» che gli possa rendere più agevole la partita della premiership. Una scelta complessa con molte variabili: la prima è capire che respiro temporale può avere il governo Letta, la seconda è se verrà stabilita la separazione tra segretario del partito e candidato premier; separazione che D’Alema dà già per acquisita dopo la deroga concessa da Bersani a Renzi per le primarie dello scorso autunno, ma che molti «puristi» del Pd non vogliono affatto avallare. Ma nelle prossime settimane il «rottamatore» dovrà sciogliere il nodo, ben sapendo che non è affatto detto che diventare segretario del Pd gli faccia mantenere all’esterno quell’appeal che gli consentirebbe di vincere le elezioni, ma anche che non è affatto detto che il treno delle urne passi nel breve-medio termine.

In tutto ciò, per la prima volta su un tema cruciale come questo, il gruppo dei renziani di Camera e Senato è spaccato a metà: da nord, centro e sud si levano le voci di quelli che gli chiedono di rompere gli indugi, i fiorentini a lui più vicini invece lo sconsigliano, «perché non è nelle sue corde» e i romani sono divisi tra pro e contro. Uno che fa capire chiaramente come la pensa è un pezzo forte del renzismo, l’emiliano Matteo Richetti, rimasto però fuori dai giochi di governo e sottogoverno. «Il paese sta chiedendo a Renzi di esercitare la sua leadership, la scelta, i modi e i tempi spettano a lui, ma non può sottrarsi a questa richiesta». Tradotto con le parole di un’altra pasdaran della candidatura diretta, che preferisce però restare anonima, «Matteo è indeciso e per questo non benedice nessun candidato, ma molti di noi gli stanno dicendo: il Chiampa è bravissimo, ma ora tocca a te buttarti nella mischia». Dunque, a distanza di 24 ore, c’è chi assicura che malgrado Chiamparino con Renzi negli ultimi tempi si sia sentito, «questa accelerazione non l’ha concordata con Matteo». Una ricostruzione secondo cui sarebbe stato Veltroni a chiamare Renzi - i due da tempo si sono riavvicinati - per chiedergli se avesse qualcosa in contrario rispetto ad una candidatura di Chiamparino. Ma un conto è dire «no, figuriamoci», dopo aver sponsorizzato il nome di Chiamparino per il Colle, altra cosa è un endorsement che ancora non c’è. Anche perché tra i pasdaran renziani aleggia il sospetto che Renzi abbia stretto, o stia valutando se farlo, un patto con l’apparato ex diessino - leggi D’Alema e i «turchi» - per appoggiare il candidato che sceglieranno loro per il Pd, in cambio di un impegno a farsi incoronare come candidato unico alle primarie di centrosinistra.

E in questa tortuosa ridda di ipotesi, una delle motivazioni che spingono alla prudenza il «rottamatore» è quella di non lanciare altri candidati per non intralciare il compito già arduo di chi si è insediato solo ieri al Nazareno, cioé Epifani. Che ha deciso di misurarsi con la «sfida delle piazze», sarà sul palco a San Giovanni con Marino venerdì 24 quando Grillo sarà a piazza del Popolo e Berlusconi con Alemanno al Colosseo; e di rinviare i nodi interni e la Direzione dopo le comunali. Quello stesso Epifani che dovrà decidere se offrire al renziano Luca Lotti la carica dell’Organizzazione nella nuova segreteria (che vorrebbe affiancata da un caminetto con tutti i veri big): le truppe sono guardinghe e temono che avendo già Lino Paganelli come responsabile delle feste del Pd, a Renzi sia concesso un altro incarico minore, ai circoli o agli enti locali, ma non le chiavi della «ditta».

carlo bertini


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mercoledì 15 maggio 2013

Il governo Letta si prepara a detassare i "fabbricati rurali"?



... Sembra farlo intendere la convocazione per fine settimana del consiglio dei ministri con all'odg l'esenzione ( o la sospensione ...) IMU per la prima casa e la sospensione (o esenzione?) per i fabbricati rurali... 
Sarebbe un altro regalo per l'elettorato tipico di Lega e Berlusconi, per la Coldiretti e uno schiaffo in faccia per i contribuenti "tipici" del nostro paese ( e cioè gli unici non protetti dai tempi della Dc in avanti)...

Ricordiamo che l'IMU di Monti prevedeva invece che:

FABBRICATI RURALI: la normativa IMU ( di Monti) cancellava l’esenzione ICI per i fabbricati rurali.

Risultano assoggettati all’IMU, sia ad uso abitativo (abitazione principale: 0,4% altri fabbricati ad uso

abitativo: 0,76%) sia ad uso strumentale (aliquota ridotta: 0,2%). 

Per i fabbricati rurali non accatastati, il cui obbligo di accatastamento scade il 30.11.12 il versamento dell’Imu dovrà essere effettuato entro il 17/12/2012 (non è dovuto niente in acconto).

Per i fabbricati ad uso strumentale (aliquota 2 per mille) entro il 18/06/2012 va versato l’acconto corrispondente al 30% dell’imposta dovuta. Il saldo a conguaglio entro il 17/12/2012 

Tolta questa elementare norma che fa pagare le villone che costellano le nostre campagne, Il PD si scava la fossa e regala un altro bel vantaggio elettorale a Berlusconi @ C... Rendendo la nostra situazione finanziaria ancora più pericolante...

lunedì 6 maggio 2013

E ora i grillini tentano il PD...

Da La Stampa di oggi:

E ora i grillini tentano il Pd
con le maggioranze variabili

Il M5S apre al taglio della tassa sulla casa solo per i più poveri: e spiazza

Abile mossa tattica dei grillini, che delle due l’una: o non sono così primitivi come qualcuno li dipinge, oppure hanno già imparato le malizie della politica. Il loro capogruppo Crimi promette un «sì» alla cancellazione dell’Imu sulla prima casa, che corrisponde al punto 17 del programma a Cinque Stelle. Fin qui nulla di strano. Nello stesso tempo modula l’offerta in modo tale da dividere il Pd (o perlomeno provarci) e da stringere nell’angolo il Cavaliere. Mette cioè come condizione che dall’Imu vengano esentate solo ed esclusivamente le fasce di reddito più basse, laddove chi se lo può permettere dovrebbe continuare a pagarle «anche sulla prima casa». E qui sta l’insidia, in quanto l’argomento è un richiamo forte alle ragioni dell’equità, quelle stesse motivazioni per cui in fondo sinistra e destra non sono né saranno mai la stessa cosa. Berlusconi notoriamente vorrebbe meno tasse per tutti, benestanti compresi, nella convinzione che la ricchezza sia una manna del Cielo; dunque l’Imu va cancellata a prescindere. Ieri l’ha ribadito.

Nel Pd, invece, mai come in questo momento ci si chiede «chi siamo» e «cosa vogliamo». L’insofferenza della base, l’occupazione delle sedi, il congresso in arrivo: sono in molti a non comprendere per quale ragione Letta dovrebbe cedere ai «diktat» berlusconiani, quando la nuova tassa sulla casa potrebbe essere riscritta d’intesa con Grillo. Si affaccia nella XVII legislatura il fantasma delle maggioranze «a geometria variabile», con i Democrats che cercano alleati un po’ qua e un po’ là fino a quando il gioco regge. E non soltanto sull’Imu. Le forti convinzioni del ministro Kyenge in tema di immigrazione, di cittadinanza, di centri d’accoglienza si annunciano come un ulteriore laboratorio di reazioni chimiche tra Pd e M5S. Idem sul nodo dei diritti. E non è nulla, a fronte di quanto potrà accadere il giorno in cui la riforma costituzionale affrontasse tabù come il presidenzialismo... Schifani, che di Crimi è dirimpettaio, già mette in guardia il governo: «Le maggioranze variabili su temi sensibili porterebbero a gravi danni». Se Letta si affida ai grillini, fa intendere Schifani, la sua sorte è segnata.

Il premier non ha bisogno che qualcuno glielo rammenti. Il suo rapporto col centrodestra regge al punto che un contributo di Ferrara, sul «Giornale» di ieri, veniva titolato: «Perché Letta-Alfano è la coppia giusta». Ma l’eventualità che il Pd possa farsi tentare da Grillo, quella sì viene messa in conto nello stato maggiore berlusconiano. Dove a tutto si sta pensando, tranne che a provocare crisi di governo. C’è stato negli ultimi giorni un generale, evidente abbassamento di toni. Unghie tagliate ai «falchi», grande tubare di «colombe». La rimozione della Biancofiore dalle Pari opportunità è stata incassata senza batter ciglio. Sull’Imu, Berlusconi continua a sventolare la sua bandiera ma sembra ora accontentarsi che intanto venga cancellata la rata di giugno, il resto si vedrà... Anche questo apparente sangue freddo, così come la mano tesa di Grillo, è figlio di un calcolo politico; pure in questo caso, la sfida è rivolta al Pd orfano di una leadership e dunque esposto a tutte le scorribande. Confida Brunetta, che nelle gerarchie Pdl è molto più in alto di quanto si possa pensare: «Se esplosione ci sarà, la scintilla scoccherà a sinistra. Se il governo Letta cadrà, sarà colpa degli altri... Da quella parte debbono ancora elaborare il lutto della mancata vittoria, e nell’attesa rimettono in campo l’anti-berlusconismo. Noi li aspettiamo sereni e tranquilli. Naturalmente, venderemo cara la pelle». E il Cavaliere, nei test di sopravvivenza, non teme rivali.

ugo magri

Copyright 2013 La Stampa

giovedì 18 aprile 2013

PD a nervi tesi ...

Da La Stampa

18/04/2013 - IL CASO
Pd a nervi tesi, la rabbia della base
In piazza con i cartelli per Rodotà

Manifestazione organizzata in Piazza Montecitorio da alcuni tesserati al Partito Democratico per sostenere la candidatura di Stefano Rodotà

E Burlando dice: «Non voglio essere complice di un suicidio politico»
La rabbia della base di centrosinistra esplode davanti a Montecitorio, nelle mail che intasano le caselle di posta dei giornali, sui social network. Nel mirino c’è Bersani, si legge su un cartello, «il sicario del Pd». E ancora: «Non fatelo, non vi votiamo più», «Rodotà senza se e senza ma», «Rodotà presidente», «Rodotà è il cambiamento, Marini il fallimento», «Com’è triste la vostra (ir)responsabilità».

I manifestanti gridano il nome del costituzionalista (indicato da M5S) e «dateci gente onesta». Un manifestante espone una riproduzione dell’Urlo di Munch con un buco dove mette la sua faccia, un altro la prima pagina del `manifesto´ con la foto di Rodotà e il titolo «Giusto lui».
«Bersani ha detto che Berlusconi è impresentabile e poi fa l’accordo con lui per il Quirinale», commenta uno dei manifestanti, Marco Quaranta, di Roma. «Mi vergogno di essere rappresentata da un parlamento che rifiuta una figura come Rodotà», aggiunge Gabriella Magnano, romana anche lei.
Su Twitter corre la dichiarazione del presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando, che non vuole essere «complice di un suicidio». «È la prima volta che disobbedisco in 40 anni -scrive, e il suo messaggio rimbalza sul web -. Ma non volevo essere complice di un suicidio. Ieri ho votato contro. E chi oggi vota non può non sentire la rabbia e il dolore». «Fermatevi», ha scritto questa mattina su Twitter il segretario dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini.

Ai militanti non va giù neppure la foto di Bersani che abbraccia Alfano in aula. Dice ad esempio Andrea Orlando, responsabile Giustizia del Pd: «La maggioranza del nostro gruppo ha molti neoparlamentari eletti dopo il vaglio delle primarie. Tra ieri sera e questa mattina ognuno di noi e’ stato bersagliato da sms e twitter perlopiù contrari all’opzione Marini. Quanti deputati li hanno fatti pesare nella loro scelta di voto?’».

Un partito che rinnega in un colpo passato e futuro...

Da La Stampa, Geremicca:

In un solo colpo il partito
è riuscito a rinnegare
il suo passato e il suo futuro

Questa elezione sarebbe l’ultima vittoria del “vecchio Pd”


È un partito ben strano quel partito che nel passaggio più delicato di questa confusa e interminabile fase di post-voto, riesce a ferire e mortificare contemporaneamente il suo passato, il suo presente e il suo futuro. E però è precisamente quanto accaduto ieri al Pd nell’arco di una giornata dura e tesa, conclusasi con l’indicazione di Franco Marini per il Quirinale, tra la rabbia e la protesta della base scatenatasi sul web.

E’ furioso Matteo Renzi, cioè il futuro del Pd, il leader che domani dovrebbe e potrebbe riportarlo alla vittoria, secondo un giudizio che però pare radicato sempre più fuori che dentro il partito; è scettico e perplesso il presente del Pd, con Ignazio Marino (candidato sindaco a Roma) contrario all’indicazione di Marini, la candidata governatore in Friuli (Debora Serracchiani) che punta l’indice contro «una scelta gravissima» e la tenuta della coalizioni - cioè il rapporto con Sel - che rischia di andare in frantumi; ed è probabilmente assai turbato (per usare un eufemismo) il passato del Partito Democratico, cioè il professor Romano Prodi, visto che Sandra Zampa, deputata da sempre a lui assai vicina, annuncia: «Non voterò mai per Marini, è l’uomo che ha distrutto il governo ulivista, il più amato di questi venti anni».

Il quadro è pesante, il barometro indica burrasca e gli effetti di tanto nervosismo rischiano di deflagrare già stamane nella prima votazione per l’elezione del Presidente della Repubblica. A fronte dei 672 voti necessari per essere eletti (maggioranza dei due terzi nelle prime tre votazioni) Franco Marini dispone sulla carta di 739 voti. Ma sulla carta, appunto. Il margine di vantaggio è esiguo: una settantina di voti scarsi. E considerato che i renziani, parte dei giovani turchi, i prodiani e perfino molti veltroniani potrebbero non votare per Marini, si vede bene come la partita sia ad altissimo rischio per il candidato-presidente e per l’intero stato maggiore del Pd. Se ne è avuta una avvisaglia già ieri sera, nel voto con il quale i grandi elettori del Partito democratico hanno dato il via libera al nome di Marini: solo 222 i sì (su un totale, ma molti erano gli assenti, di 436).

La base in subbuglio, i giovani del partito in rivolta, Vendola che chiude la serata dicendo «se insistessero su Marini mi metterei di traverso e sarebbe la fine del centrosinistra»; e in più, gruppi di militanti arrabbiati davanti al teatro dove i grandi elettori davano l’ok alla candidatura di Marini. La giornata, insomma, si chiude peggio di come fosse cominciata: tanto che a sera tarda erano davvero in pochissimi disposti a giurare che Franco Marini sarà eletto - già stamane - Presidente della Repubblica. Un fallimento farebbe ripiombare la situazione nel caos più completo: e mostrerebbe una volta di più le difficoltà in cui si trovano le vecchie leadership.

Infatti è difficile sfuggire alla sensazione che - a dirlo con approssimazione - intorno alla partita dell’elezione del Capo dello Stato si sia giocato all’interno del Pd uno scontro durissimo tra «vecchi» e «giovani». Non è questione che riguardi solo il lungo duello Bersani-Renzi, perché la sensazione è che molte altre energie giovani comincino a scalpitare, insofferenti alle vecchie leadership. Se Franco Marini oggi dovesse farcela, potremmo esser però di fronte a quella che si potrebbe definire l’ultima vittoria del «vecchio Pd», di un gruppo dirigente - cioè - che fa quadrato, difende le proprie roccaforti e impone scelte che i «giovani» non sono più disposti ad accettare senza discutere e senza votare. Se Franco Marini dovesse invece soccombere sotto i colpi dei «franchi tiratori», è chiaro che la resa dei conti all’interno del Pd non potrebbe che esser accelerata, attraverso percorsi e atti perfino traumatici.

Oggi si capirà da che parte soffia il vento, e il rischio è che soffi così forte da far tornare in alto mare la soluzione dei doppio rebus (Quirinale-governo) che da quasi due mesi ormai paralizza la vita politica e le istituzioni del Paese. Per altro, di governo si continua a non parlare. A meno che, come ipotizzano Vendola e i critici verso un possibile accordo con Berlusconi, il patto stipulato da Bersani per Marini al Quirinale, non preveda un esecutivo di larghe intese col Cavaliere. Fosse così, però, la tenuta del Pd sarebbe davvero a rischio. Tanto che perfino una sostenitrice dichiarata di Marini, come Rosy Bindi, avverte che «se lui fosse il Presidente delle larghe intese, non sarebbe il mio Presidente»...

Federico Geremicca
Copyright 2013 La Stampa

domenica 14 aprile 2013

Senza il PCI Berlusconi si sente solo...

Da La Stampa una chiara disamina del marasma in cui il gruppo dirigente del PD ha gettato e sta gettando, insieme alla sinistra, anche il paese...


Prodi manda in tilt Pd e Pdl

Il gradimento del M5S per il Professore rende più difficile le larghe intese. Avanza l’ipotesi Finocchiaro



Com’era previsto, le pubbliche uscite di Bersani e del Cavaliere non aumentano la comprensione reciproca. Il segretario Pd ripete da Roma che il «governissimo» non si può fare, mica «perché Berlusconi fa schifo» è l’argomento poco lusinghiero, bensì in quanto non sarebbe segno sufficiente di cambiamento. Con l’altro che a Bari, davanti a una vasta folla, va giù piatto: o «governissimo» e scelta condivisa del successore di Napolitano, oppure di corsa alle urne (dove Berlusconi si attribuisce 4 punti di vantaggio). Inutile aggiungere chi sarebbe in quel caso candidato premier del centrodestra... Quando all’elezione del nuovo Presidente mancano quattro giorni, siamo dunque ancora in pieno delirio propagandistico.

Ma la vera buccia di banana, su cui può ruzzolare l’intesa Pd-Pdl, l’ha piazzato Grillo (o Casaleggio, chi può dirlo?). Nella lista M5S dei dieci potenziali candidati per il Colle, compaiono alcuni nomi che sembrano studiati apposta per mettere in crisi il Pd. Il più ragguardevole è quello di Prodi, ma c’è pure Rodotà (già presidente dei Democratici di Sinistra) e così anche il costituzionalista Zagrebelsky: riferimenti sicuri per tutti quanti respingono l’«inciucio» col centrodestra. Prodi si schermisce, addirittura a Lucca per un convegno ieri ha fatto finta di bastonare con un giornale arrotolato un amico che lo chiamava «Presidente»; né sembra probabile che domani, quando i grillini pescheranno dal mazzo la candidatura definitiva, spunti fuori proprio il Professore. Tuttavia il mondo prodiano è in fermento, e non quello soltanto. Renzi, nei giorni scorsi, aveva espresso una chiara preferenza prodiana per il Quirinale. Contro il Cavaliere che spera solo di sfuggire alla giustizia (intesa come patrie galere) si lancia Tabacci, leader di Centro democratico... Insomma, la sola presenza di Prodi nella hit parade a Cinque Stelle, per quanto contestata da molti grillini, è sufficiente a far sognare quanti vorrebbero l’ex premier sul Colle in funzione anti-berlusconiana. Con il Cav che già annuncia sfracelli, casomai dovesse farcela il suo più acerrimo rivale: «Ci toccherebbe davvero scappare tutti all’estero», grida dal palco di Bari.

Senonché, si domandano al vertice del Pd, «se poi molliamo un ceffone del genere al Cavaliere, dove prendiamo i voti per far partire il governo del cambiamento?». Vendola è convinto che qualche soluzione si troverebbe, qualora il nuovo Capo dello Stato mandasse Bersani a cercarsi i voti in Parlamento. La paura di non essere rieletti spingerebbe magari alcuni grillini a sostenere il governo di minoranza targato Pd... Però a Largo del Nazareno sono in pochi quelli che farebbero l’esperimento. Prevale la convinzione che, eleggendo Prodi, si correrebbe a rotta di collo verso nuove elezioni. «Una cosa folle», va ripetendo a tutti gli interlocutori Casini. Il quale si è ripreso una certa autonomia da Monti che, pure per effetto del distacco Udc, ha fatto sapere tramite «Corsera» di voler togliere il suo nome dal simbolo di Scelta Civica, non sentendosi egli uomo di partito ma riserva della Repubblica.

Tutti questi calcoli, ed altri ancora, fanno sì che la strategia delle larghe intese, quantomeno per la scelta del prossimo Presidente, nonostante tutto resista. O perlomeno: ieri sera non risultava fosse definitivamente crollata. Tuttavia, ecco spuntare un ulteriore possibile inciampo. Ai negoziatori berlusconiani, guidati da Verdini, è giunta dall’altra sponda una soffiata: martedì Bersani martedì sottoporrebbe a Zio Silvio (così l’ha accolto il sindaco Pd di Bari, Emiliano) non una rosa di 4-5 nomi, ma una candidatura secca: prendere o lasciare. La personalità che lascia interdetti i «berluscones» si chiama Anna Finocchiaro, già presidente dei senatori Pd. Il Cavaliere invece vorrebbe poter scegliere tra Marini, D’Alema, Violante, con una predilezione con quanti vengono dal vecchio Pci. Non lo confesserà mai, ma senza i «comunisti» si sentirebbe solo.

venerdì 12 aprile 2013

Maledetti, mi amerete. Il Buongiorno a Matteo di Gramellini...

Da La Stampa

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Maledetti, mi amerete



C’era una volta, in una scuola pericolante, un bambino spigliato e ambizioso con un problema: era adorato dai compagni delle altre classi, ma detestato da quelli della sua. Gli tiravano i capelli, gli pestavano i piedi e appena si girava gli facevano lo sgambetto. «Vattene!», gridavano. «Tu non sei come noi. Hai gusti troppo diversi. A noi piace giocare a scannarci l’un l’altro, però tutti insieme, fingendo di essere amici. Tu invece vuoi sempre fare giochi nuovi e non ti metti mai in fila». Per tutta risposta il bimbo si candidò capoclasse, chiedendo all’intero istituto di votare per lui. E forse sarebbe accaduto davvero, se una bambina vecchissima, la sindacalista della classe, non avesse bloccato le porte dell’aula all’ultimo momento. Il bimbo fu sconfitto, ma rimase seduto al suo posto, tranquillo. Beh, più o meno: usciva di continuo in corridoio a prendersi gli applausi delle altre sezioni. Ma poi tornava sempre nella sua.

Un giorno alcuni compagni riuscirono a farlo inciampare dalle scale. Con le ginocchia sbucciate, il bambino venne convocato in presidenza: «Ho deciso di spostarti in terza D», esordì severo il preside. «Lì tutti ti amano e ti eleggeranno primo della classe per acclamazione». Il bambino pestò i piedi. «Non voglio lasciare la mia aula, io sono un alunno della terza C!». «Ma quelli della C ti odiano!» disse l’anziano professore in tono ultimativo. Il bambino estrasse un sorriso duro: «E’ proprio per questo che mi piacciono. Vedrà, signor preside, io li cambierò». Il preside gli diede un buffetto. «Non ho ancora capito se mi fai tenerezza o paura. Comunque per oggi torna a posto, Matteo».

Massimo Gramellini

martedì 2 aprile 2013

Feltri: Silvio, votare subito è inutile... ( un consiglio adatto anche agli ascari del PD)

Un consiglio, quello di Feltri, che andrebbe rivolto anche a molti esagitati ascari del PD che, dopo aver sbagliato quasi tutto, vorrebbero sbagliare proprio tutto... E lasciarci nella melma.


Da LA STAMPA

Il consiglio di Feltri:

“Silvio non corra troppo

Votare subito è inutile”



Per Vittorio Feltri, l’editorialista più ascoltato dalla destra, la mossa del presidente Giorgio Napolitano di nominare dieci «saggi» per superare lo stallo politico, «è una mossa geniale».

In che senso, direttore? «Perché è molto utile per arrivare con i minori danni possibili al 15 aprile, quando le Camere dovranno eleggere il nuovo presidente della Repubblica». Nel Pdl però molti hanno il mal di pancia e vorrebbero che Berlusconi ribaltasse il tavolo per andare subito ad elezioni. Lei da che parte sta? «Dalla parte pratica e credo che non si possa fare diversamente. Per giunta, dopo l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, bisognerà attendere che anche quello nuovo faccia i suoi tentativi per trovare un governo. In caso di fallimento ci vorrebbero altri 45 giorni per la campagna elettorale e tra una cosa e l’altra finiremmo per votare a fine giugno o ai primi di luglio, quando ormai già le mamme e i bambini sono in vacanza. Non mi sembra il caso». Quindi meglio un accordo a tutti costi tra Pd e Pdl? «Pdl e Pd se le sono date di santa ragione per anni e mi viene difficile pensare che adesso possano trovare un accordo. Certo, a volta per forze di causa maggiore si piegano anche i più inflessibili... Io credo di sicuro che si andrà a votare a breve ma non così presto. Anche perché andare a votare con la stessa legge elettorale di adesso, cosa cambierebbe? Non è che gli italiani nel frattempo sono cambiati». Quindi lei cosa suggerirebbe a Berlusconi, di aspettare? «Non tocca certo a me suggerire qualcosa a Berlusconi ma credo che al di là dei discorsi dei politici, noi giornalisti che siamo meno emotivi, sappiamo che dire sfasciamo tutto e andiamo a votare subito, non si può». Il Giornale ha titolato «il golpe di Napolitano». La pensa così? «Io rispondo solo di ciò che scrivo, non dei titoli. Comunque dobbiamo rilevare anche questo paradosso: Napolitano ha dimostrato che la Repubblica presidenziale è stata di fatto introdotta e da un ex comunista che non la voleva. Mentre la destra che l’ha sempre invocata, adesso mi sembra perplessa». Si potrebbe anche da noi fare a meno di un governo come in Olanda e in Belgio? «In Olanda e Belgio ci sono olandesi e belgi. In Italia ci sono gli italiani che sono un’altra cosa».
paolo colonnello