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martedì 27 agosto 2013

Gomez: B. verso la vittoria. Per assenza degli avversari...


Da Il Fatto Quotidiano

Decadenza, Berlusconi verso la vittoria. Per assenza degli avversari


“Chi è veramente esperto nell’arte della guerra sa vincere l’esercito nemico senza dare battaglia, prendere le sue città senza assediarle e rovesciarne lo Stato senza operazioni prolungate”. Bisogna leggere la plurimillenaria opera del grande generale e filosofo cinese Sun Tzu, autore de L’Arte della Guerra, per avere la fotografia esatta della piega presa dal dibattito sulla decadenza da senatore del pregiudicato Silvio Berlusconi. Senza aver sparato un solo colpo il Cavaliere è a un passo dalla vittoria. Intimoriti dal volteggiare dei falchi, blanditi dal tubare delle colombe, ammaliati dal sibili ricattatorii della Pitonessa, i sempre più teorici avversari dell’ex premier paiono prepararsi alla ritirata.

L’annuncio è stato significativamente dato da due dei supposti dieci saggi di Giorgio Napolitano.Secondo Valerio Onida (saggio in quota Sel) e Luciano Violante (saggio in quota Pd) la legge Severino sulla decadenza dei condannati va sottoposta all’esame della Corte Costituzionale. Entrambi sono certi che la norma, approvata pochi mesi fa dal parlamento quasi al completo, sia perfettamente legittima. Tutti e due spiegano che non è una legge penale e che quindi ha valore retroattivo. Ma con salto carpiato aggiungono che sollevare un’eccezione davanti alla Consulta non sarebbe una “dilazione”, ma l’applicazione della Costituzione. Anzi, spiega Violante, Berlusconi tanto che c’è potrebbe pure rivolgersi pure alla Corte Europea dei diritti dell’uomo.

Lasciamo ad altri il dibattito sulla questione giuridica. I pareri in proposito si sprecano e sono nel 99 per cento dei casi concordi nell’affermare che la giunta per le immunità del Senato non può sollevare la questione davanti alla Corte. Anche perché un parlamento che impugna una legge chiarissima appena fatta entrare in vigore è materia da esperti in malattie mentali, non da tecnici del diritto.

Più interessante è invece capire la strategia seguita dal Cavaliere frodatore del fisco per tentare di uscire dai guai. Un piano che, se realizzato, potrebbe permettergli di restare a Palazzo Madama, non per mesi, ma per anni.

La manovra ideata prevede più tappe. Il ricorso alla Consulta, che tanto piace agli uomini più vicini al Colle, se otterrà il via libera parlamentare partirà infatti solo a metà autunno. Tenuto conto dei tempi della Corte difficilmente verrà esaminato prima della tarda primavera o dell’estate del 2014. E anche se verrà respinto ci vorranno poi altri mesi per votare la decadenza.

Ipotizzare che il Cavaliere arrivi al 2015 ancora indossando il laticlavio non è insomma troppo sbagliato.

Contemporaneamente, come fatto balenare dallo stesso Berlusconi durante il vertice di Arcore di sabato 24 agosto, l’ex premier chiederà l’affidamento in prova ai servizi sociali. In questo modo la Corte di Appello di Milano e poi la Cassazione che dovranno stabilire la durata della sua interdizione dai pubblici uffici saranno costrette a venirgli incontro. Visto il suo buon comportamentol’interdizione non sarà più di tre anni (il massimo consentito), ma molto inferiore. Forse un anno o un anno e mezzo.

Anche qui poi ci vorrà un voto dell’assemblea per arrivare alla decadenza. Ma già in passato - è accaduto nel caso del forzista Gianstefano Frigerio condannato per corruzione, concussione, finanziamento illecito e ricettazione – i parlamentari hanno finito per ritenere estinta l’interdizione dai pubblici uffici dei propri colleghi pregiudicati “in conseguenza dell’esito positivo dell’affidamento in prova ai servizi sociali”. Non c’è quindi ragione per ritenere che Berlusconi subisca un trattamento diverso da quello di Frigerio.

A quel punto si entra in nuovi affascinanti scenari: è divertente (o agghiacciante, a seconda dei punti di vista) immaginare cosa accadrà se il Senato dovesse calendarizzare il voto sul Berlusconi interdetto dai pubblici uffici prima di quello sul Berlusconi decaduto a causa della legge Severino.

Da una parte i colleghi gli diranno che può restare con loro perché ormai riabilitato, dall’altra dovranno (o dovrebbero) espellerlo in virtù di norme ideate per tutelare la reputazione delleistituzioni infangate dalla presenza di condannati al loro interno. Lo faranno con facilità? Dubitare è lecito. Più semplice è credere che assisteremo a nuove settimane di snervanti discussioni, magari in attesa della Corte europea dei diritti dell’Uomo, i cui tempi sono ancora più lunghi rispetto a quelli della Consulta.

Certo, Berlusconi ha anche altri processi in corso. Nel 2014 si dovrebbe, per esempio, celebrare l’appello per il caso Ruby. Ma questo, per il momento, non è un problema. Anche in caso di conferma della condanna in secondo grado la Cassazione non si esprimerà prima del 2015 o forse anche più in là, visto che i reati contestati non si prescrivono.

Il tempo che voleva, insomma, l’ex premier sente di averlo ormai quasi in tasca. Per questo adesso ha ordinato ai suoi di tacere. Dal Colle il segnale che chiedeva, tramite Violante e Onida, è arrivato. Ora spera in quello del Pd. Ma non ha fretta. Bisogna lasciar lavorare la Giunta. I generali impazienti, insegna Sun Tzu, perdono le guerre. E lui almeno quelle politiche da vent’anni a questa parte è abituato a vincerle. Di solito per la momentanea assenza del nemico.

mercoledì 21 agosto 2013

Prepariamoci a tenerci il Porcellum...!

LA STAMPA

Cultura

Elettorale la riforma improbabile

Il re è nudo. Lo ha detto forte e chiaro, prendendo un po’ tutti in contropiede, il non-più-mite Renato Schifani. Sulla legge elettorale non c’è alcun accordo tra Pd e Pdl, così come non c’era nella scorsa legislatura. Lo sapevamo da tempo, non è uno scoop, altrimenti la riforma della Calderoli sarebbe già bella che fatta.

Il Pdl non vuole il ritorno al Mattarellum perché i suoi candidati sono meno riconoscibili sul territorio, dunque meno competitivi nei collegi uninominali. Per ora usa l’alibi che di una nuova legge elettorale si potrà parlare solo alla fine della Grande Riforma della Costituzione, quando (chissà quando) sarà possibile uno scambio del tipo: noi (Pdl) vi concediamo il doppio turno di collegio se voi (Pd) ci date l’elezione diretta del presidente della Repubblica. Ma forse confida nella bocciatura del Porcellum da parte della Corte Costituzionale, prevista per dicembre, per riproporre la richiesta di alcuni «correttivi», come l’inserimento di una soglia che impedisca di assegnare il premio di maggioranza, in modo da non perdere, anche in caso di sconfitta, l’attuale potere di interdizione.

Per il neo-partito di Grillo, il sistema proporzionale con preferenza unica, in pratica un rinculo politico che ci rispedisce dritti dritti alla Prima Repubblica, è la best option, perché gli assicura un potere di veto e comunque una lunga vita. Ma i pentastellati sono disponibili a discutere sia di correttivi alla Calderoli sia di un ritorno alla Mattarella. Purché il teatrino sulla legge elettorale non diventi una scusa per rinviare all’infinito il ritorno alle urne, ha detto proprio ieri il capogruppo al Senato Nicola Marra.

Una parte del gruppo parlamentare Pd considera preferibile e praticabile proprio quest’ultima soluzione, peraltro richiesta da un milione e mezzo di cittadini che in venti giorni, nel settembre 2011, durante le feste de l’Unità, sottoscrissero un apposito quesito referendario. Ma il Pd è attraversato dalla faglia tra le due alternative in campo.

Da un lato, alla Camera, c’è la mozione Giachetti, sulla linea pro-Mattarella, su cui potrebbero convergere Sel, M5S, Scelta Civica e Lega. Dall’altro Finocchiaro e Zanda che, al Senato, lavorano per la linea Violante che punta a un accordo con il Pdl, ad estrema difesa delle larghe intese.

L’ultima proposta avanzata dall’ex presidente della Camera, illustrata anche ieri l’altro in un’intervista alla Stampa, non è nuova e nemmeno insensata: se nessuna coalizione raggiunge il 45% dei voti al primo turno, il premio di maggioranza viene assegnato a chi vince lo spareggio, al secondo turno, tra le due coalizioni più votate. Questo modello (proporzionale con premio di maggioranza in due turni) è stato introdotto nel dibattito italiano da Gianfranco Pasquino nella prima metà degli Anni Ottanta (Restituire lo scettro al principe, 1986). Augusto Barbera, facendo da sponda parlamentare ai referendum Segni, ne promosse l’adozione per i comuni sopra i 15.000 abitanti, nel 1993. Lo stesso modello fu ripreso dalla bicamerale D’Alema (1997) ed è poi riapparso in diverse varianti per arrivare sino ai saggi di Napolitano. Dovrà muoversi tra la padella delle liste bloccate e la brace delle preferenze, ma garantisce la governabilità senza mettere un dito nell’occhio al centrodestra.

La linea Violante potrebbe dimostrarsi efficace se le larghe intese fossero davvero quel che si dice: una collaborazione eccezionale e transitoria tra forze politiche antagoniste, volta a porre le condizioni per tornare al voto dando ai cittadini la possibilità di scegliersi un governo di legislatura. Siccome le Grandi Riforme potrebbero non essere alla portata della 17a legislatura, Pd e Pdl dovrebbero almeno accordarsi per mettere in salvo la legge elettorale, in una chiave bipolare. Ma se invece le larghe intese sono solo uno stato di necessità tattico, dovuto ai timori degli attuali dirigenti Pd e Pdl (i primi perché hanno un Renzi alle porte, i secondi perché ancora non l’hanno trovato), allora nella maggioranza che sostiene il governo Letta la linea Violante non passerà. E però nel Pd, almeno fino al prossimo congresso, non passerà la linea Giachetti. Quindi, se è così, prepariamoci a tenerci il Porcellum!

Elisabetta Gualmini


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