Italia
venerdì 8 dicembre 2017
Berlusconi e la carta Calenda “Premier per le larghe intese”
Italia
Berlusconi e la carta Calenda
sabato 11 novembre 2017
Il Cavaliere adesso“tifa” per il mondo radical anti-dem
Italia
Con la sinistra divisa Berlusconi
sogna i seggi delle Regioni rosse
Il Cavaliere adesso“tifa” per il mondo radical anti-dem
Il Cavaliere adesso“tifa” per il mondo radical anti-dem
Mai Piero Grasso si sarebbe aspettato che, ai fan della sua discesa in campo, si aggiungesse il Condannato con la maiuscola, l’uomo politico cui la giustizia italiana ha dato la caccia per un quarto di secolo, insomma Berlusconi. Chiaramente, il Cav “tifa” Grasso non per le sue idee politiche o per la lotta alla mafia. Desidera che il presidente del Senato abbia successo in quanto lo ritiene un grimaldello con cui scassinare il deposito aureo del Pd, le regioni “rosse” della dorsale appenninica. Se il centrodestra facesse bottino perfino là, allora Silvio (con Salvini e la Meloni) avrebbe praticamente l’Italia in pugno. Per riuscirci, i tre devono dividere le forze avversarie, scommettere sulla diaspora alla sinistra del PdR (partito di Renzi) e dunque puntare sulla figura più evocativa di quel mondo, che è senza dubbio Grasso. Se n’è ragionato intorno al desco di Palazzo Grazioli, quando Berlusconi è calato a Roma due sere fa. «Sarebbe fantastico», ha convenuto con i suoi capigruppo, scettico e speranzoso al tempo stesso.
Nelle regioni storiche di sinistra, Mdp raggiunge spesso la doppia cifra. Ciò significa che il Pd è destinato a calare di conseguenza. E dove prima i “dem” viaggiavano indisturbati a quota 35-40, adesso devono guardarsi alle spalle. Quasi tutti i collegi maggioritari del Centro Italia diventano virtualmente contendibili dal centrodestra e, in qualche caso, dai Cinquestelle. Già da un mese Renato Brunetta lo andava spiegando a quanti (tanti), nel suo partito manifestavano dubbi sulla convenienza del “Rosatellum”: «Voi non capite», si accalorava, «che questa legge elettorale ci farà vincere perfino dove eravamo sempre andati a sbattere. Perché una sinistra così divisa avrà l’effetto di proiettarci quasi dappertutto al primo posto nei 232 collegi maggioritari». Circolano fior di sondaggi a sostegno della tesi. I primi li aveva tirati fuori Nando Pagnoncelli per Ipsos, lasciando Renzi abbastanza incredulo. Sulla base delle percentuali odierne, che assegnano al centrodestra unito un 34-38 per cento, l’alleanza berlusconiana conquisterebbe alla Camera tra i 240 e i 270 seggi. Questo perlomeno risulta dalle parti di Arcore. Un successo di Grasso aggiungerebbe al centrodestra altri 10-15 seggi. Cosicché per superare la maggioranza assoluta (metà più uno di 630 deputati e 315 senatori) basterebbe davvero poco. Uno scandalo, una gaffe, uno scarto improvviso della pubblica opinione...
L’ipotesi di “ribaltone” ci sta tutta, specialmente in Liguria. Già oggi il centrodestra amministra l’83 per cento della regione e, secondo il governatore “azzurro” Giovanni Toti, questo antico bastione social-comunista «dimostra che nulla ci è precluso». Genova ponente e La Spezia (ultime sacche di resistenza) potrebbero cadere. A quel punto il centrodestra farebbe “cappotto”: 6 collegi maggioritari a zero. In Toscana resteranno al Pd Firenze e Pisa, ma sarà dura battaglia a Lucca e in Versilia, a Grosseto, Arezzo e Pistoia. Neppure l’Emilia Romagna potrà considerarsi al sicuro dalle forze oscure della reazione in agguato (le destre, come venivano bollate una volta). Si difendono Modena, Reggio, Ravenna e Bologna, ma nessuno metterebbe la mano sul fuoco per Piacenza, Rimini e Ferrara. «La buona amministrazione Pd è un mito crollato, quello dei Cinquestelle non è mai nato», sostiene da destra Annamaria Bernini, «e le divisioni a sinistra faranno il resto».
ugo magri
giovedì 9 novembre 2017
“Ignoriamo Matteo"
Italia
Centrodestra
Centrodestra
”
Il diktat di Berlusconi
per non aiutare Grillo
Il Cav ritiene il leader Pd quasi finito
“Chi va in tv non parli di larghe intese”
Il Cav ritiene il leader Pd quasi finito
“Chi va in tv non parli di larghe intese”
D’ora in avanti, vietatissimo parlare di larghe intese con Renzi, di possibili alleanze post-elettorali con Renzi, di governi magari un giorno con Renzi... Anzi, per non sbagliare, il nome Renzi meglio evitarlo del tutto. È il consiglio, praticamente un ordine, che Silvio Berlusconi impartisce a tutti quanti vanno a rendergli omaggio in queste ore. Lui per primo ha dato l’esempio nelle dichiarazioni dopo il voto in Sicilia: non ha infierito vigliaccamente sul Pd, questo no; però nemmeno ha difeso Matteo dalla muta di cani che lo insegue. L’ha ignorato e stop, sostenendo che «la vera sfida d’ora in avanti sarà coi Cinquestelle» (così ripete pure su Twitter). Allo stesso modo Berlusconi vuole che si regolino gli esponenti “azzurri” nelle loro comparsate tivù e, a quanto risulta, l’intero ambaradan mediatico che ruota intorno a Forza Italia, social network compresi.
Gasato dai sondaggi che quotano il centrodestra nettamente in testa, l’ex premier non si accontenta più di un pareggio. Alle prossime elezioni politiche vuole fare bottino pieno. E l’idea di venire a patti con la sinistra gli suona a questo punto rinunciataria, quasi insultante. Ecco perché Renzi ad Arcore non è più di moda. Ma c’è una seconda ragione: evocare in campagna elettorale l’”inciucio” col Pd sarebbe un assist pazzesco ai Cinquestelle. Berlusconi non è in vena di fare regali a Grillo e nemmeno a Salvini che per un verso sarà alleato ma per un altro verso duro competitor nella quota proporzionale. Infine (ecco il terzo perché), il Cav considera Renzi un pugile alle corde, politicamente quasi un “appestato” dal quale stare alla larga per non subirne il contagio. Così vanno le cose del mondo, quando cadi in disgrazia: tutti ti scansano e Silvio non fa eccezione. Dovendo proprio coltivare rapporti a sinistra, non si sa mai, l’uomo preferisce tenerli con Paolo Gentiloni, che in caso di stallo metterebbe a Palazzo le radici, al limite con Dario Franceschini. Addirittura, secondo fonti a lui molto prossime, Berlusconi non si strapperebbe le vesti se anziché in marzo si votasse a maggio, consentendo così ai “Dem” di regolare con calma i conti col segretario.
In base a un puro calcolo di convenienza, Berlusconi adesso punta tutto su Salvini e Meloni, coi quali si è visto a Catania dopo mesi di dispetti, senza peraltro chiarire nulla. Quei due, a loro volta, continuano a considerarlo vecchio e ingombrante. Tuttavia si rendono conto che, ancora per un giro, il Cav rimarrà imprescindibile. Così si vanno acconciando alle possibili intese, convessi in pubblico e concavi in privato. Sul terreno di più aspra contesa, che sarà la spartizione dei collegi, già si affaccia qualche mediazione. Si immagina ad esempio di calcolare il numero complessivo dei seggi spettanti a Forza Italia, alla Lega e a Fd’I sulla base dei sondaggi più attendibili. Quindi di ripartirli in base a uno schema più volte collaudato: tot collegi sicuri a Berlusconi, tot a Salvini, tot a Meloni; stessa percentuale di collegi incerti all’uno, all’altro e all’altra ancora. Con un occhio al radicamento territoriale dei candidati, in modo da ottimizzare le chance collettive. I forzisti del Sud sono in fermento perché temono che, con questa scusa, la Lega si cucchi tutte le meglio poltrone. Però Maurizio Gasparri, esperto di queste trattative, è fiducioso: «Sentiremo urla e strepiti, qualcuno farà finta di rovesciare il tavolo, ma alla fine dalla stanza uscirà un accordo. Come è sempre stato in passato, solo con meno fumo di sigarette».
Ugo Magri
mercoledì 2 luglio 2014
Plenel: " Sarkozy, come Berlusconi, usava lo Stato per tutelarsi"
Esteri
“Anche lui come Berlusconi
usava lo Stato per tutelarsi”
Plenel (Mediapart): quante amicizie imbarazzanti
Plenel (Mediapart): quante amicizie imbarazzanti
Edwy Plenel, ex direttore di «Le Monde», è il fondatore e direttore di Mediapart, temibile sito d’informazione specializzato nel fare le pulci a una classe politica che ne ha decisamente troppe. Sono stati i suoi segugi a pubblicare le imbarazzanti telefonate di Nicolas Sarkozy ai suoi amici giudici.
mercoledì 14 maggio 2014
Eravamo a pochi giorni dal crack
Cultura
A pochi giorni
dal crack
Ma quale sovranità lesa? Una unione monetaria rende interdipendenti. Già i guai di uno Stato piccolo come la Grecia avevano recato gravi danni a tutti gli altri. L’Italia era forse troppo grande per poter essere salvata, in quell’estate-autunno del 2011. Minacciava di trascinare nel baratro tutta la cordata. Per questo era vitale che cambiasse strada.
La nostra economia è tre volte più grande rispetto a Irlanda, Grecia e Portogallo messi assieme. Lo stesso Silvio Berlusconi alla fine si persuase che un cambio di guida nel governo e un allargamento della maggioranza erano indispensabili. Altrimenti, perché il Popolo delle libertà avrebbe votato la fiducia al governo Monti, mischiando i propri voti a quelli del Partito democratico e dell’Udc?
Eravamo a pochi giorni dal crack, non per un complotto di pochi grandi speculatori, ma per una fuga di massa di risparmiatori anche piccoli e anche italiani. Dalla primavera dell’anno prima la Bce tentava di sostenere i Paesi deboli con acquisti dei loro titoli. Li interruppe quando pareva diventata una fatica di Sisifo, di fronte all’incapacità del nostro governo di tornare credibile.
Le rivelazioni dell’ex segretario al Tesoro americano servono casomai a rendere ancor più evidente ciò che manca alla costruzione europea. Così come in ogni comunità democratica la libertà di ogni cittadino non può estendersi fino a nuocere ad un altro cittadino, nell’area euro la sovranità di ogni Stato è di fatto limitata dal danno che indebolendo la moneta comune può portare agli altri Stati.
Il guaio è che non ci sono strumenti trasparenti per governare questa interdipendenza. Si arrivò così – apprendiamo adesso – a una maldestra richiesta al forte alleato americano perché aiutasse i governi europei a troncare un nodo che si sentivano incapaci di sciogliere da soli. Il dilemma però era reale: sostenere l’Italia rischiava di essere troppo oneroso perfino per la florida Germania; lasciar crollare l’Italia le avrebbe causato danni difficili da calcolare in anticipo.
Negli stessi giorni, la Grecia scoprì che, tenuta in piedi dagli aiuti altrui, non aveva più la sovranità per indire un referendum pro o contro l’euro. Data la nostra maggiore dimensione, il nostro caso era assai più grave. L’Italia, si disse allora, era troppo grande per essere lasciata fallire – too big to fail – eppure forse anche, appunto, too big to be saved.
Mario Draghi, da poco alla testa della Banca centrale europea, già allora pensava – ci dice Timothy Geithner – a quegli interventi di portata potenzialmente illimitata con cui poi, nell’estate del 2012, avviò la risoluzione della crisi. Ma la Germania e gli altri Paesi forti non avrebbero mai accettato l’«azzardo morale» ovvero il sostegno purchessia a governi incapaci di agire.
Vogliamo dimenticare che Silvio Berlusconi e il suo ministro dell’Economia Giulio Tremonti non si parlavano nemmeno più? Si doveva mettere in pericolo la stabilità finanziaria del mondo intero per salvare questo stato di cose? Per fortuna il cambiamento maturò all’interno del nostro Paese, e fu sanzionato, con la fiducia a Mario Monti da una larghissima maggioranza di eletti. Maturò anche in Grecia. In Irlanda e in Portogallo i governi erano già cambiati nella prima metà del 2011. Furono le politiche nuove a rendere possibile la successiva mossa di Draghi.
Non fu una bella pagina di storia, la gestione di quella crisi. Per evitare che si ripeta l’Europa, invece di innovare le sue istituzioni, ha preferito legarsi a regole di bilancio che comportano prezzi pesanti in materia di posti di lavoro e di crescita. Il voto del 25 maggio dovrebbe indicare una via diversa; per ora la campagna elettorale dà scarse speranze.
Stefano Lepri
mercoledì 9 aprile 2014
Berlusconi, Hillman e il " memento mori"...
Italia
Dall’eterna fuga dalla vecchiaia
allo slalom tra le carrozzine
Berlusconi alla Baggina? Se è vero che il leader di Forza Italia dovrà scontare la sua pena occupandosi d’anziani disabili, non c’è dubbio che si tratta di un evidente contrappasso per chi ha fatto del corpo lo strumento principale della propria ascesa politica, il simbolo incarnato di una giovinezza senza età e senza mende.
V’immaginate Silvio che si occupa di pannoloni e di cateteri, che spinge carrozzine, che aiuta, come se fosse una badante moldava, una signora con le stampelle a salire le scale o imbocca una nonna inabile? Vecchio tra i vecchi, lui che è ricorso al lifting, si è trapiantato i capelli, ha ritardato in ogni modo il decadimento fisico del corpo, nascondendo sino all’altro ieri le rughe dietro il cerone e il trucco d’abili estetiste. Una condanna maliziosa, dunque, per un settantenne fidanzato con una ventinovenne, una sorta di «memento mori» che dovrebbe servire a rieducare il condannato ad un rapporto più corretto con le persone e con le cose. Chissà se i giudici che pensano di affidarlo ai servizi sociali hanno letto «La forza del carattere» di James Hillman, per cui la senilità non è un accidente o una dannazione ma piuttosto il momento culminante della vita, in cui il carattere si compie e si conferma.
Secondo lo psicanalista junghiano invecchiare non è tanto un processo fisiologico, quanto una vera e propria «struttura estetica» cui siamo chiamati al culmine della nostra esistenza. Ma per fare questo, dice Hillman, bisogna coltivare il proprio carattere, plasmarlo con metodo e costanza. In verità, questo nutrimento progressivo della propria senectute Silvio Berlusconi nel corso della sua esistenza non sembra averlo perseguito. In lui l’età è sempre stata una continua fuga all’indietro, un arretramento verso età precedenti, via via che entrava in quella della maturità, e poi nell’inarrestabile vecchiaia. Vecchio non ha mai voluto esserlo, e anche adesso che lo è per l’anagrafe, il leader di Forza Italia fa fatica a dichiararlo. Semmai in lui prevale il complesso di Peter Pan, quello dell’eterno ragazzo, che, come ha sottolineato Francesco M. Cataluccio in «Immaturità» (Einaudi), appare proprio all’inizio del Novecento. Alla Baggina, o in altro ospizio milanese cui verrà destinato, Berlusconi saprà cavare dal proprio irresistibile repertorio attoriale l’ennesima maschera, che si calerà sul viso, perché, più ancora che il giovane svolazzante di J. M. Barrie, Silvio è un eterno Zelig, un camaleonte che cambia sempre aspetto pur restando sempre se stesso. Tuttavia, al contrario del personaggio interpretato da Woody Allen, che non ha in sé una vera personalità, e perciò può assumere quella di coloro che lo circondano, Berlusconi di personalità ne ha troppa, e con quella seduce gli astanti attraverso l’irresistibile simpatia, il carisma trasformistico che lo fa essere giovane con i giovani, vecchio con i vecchi. Racconterà barzellette, farà battute, scherzerà e di sicuro farà divertire gli anziani ricoverati, perché sa benissimo che tra di loro ci sono molti dei suoi spettatori di trent’anni fa, allevati attraverso trasmissioni come «Colpo grosso» di Smaila, oggi come oggi i suoi unici elettori sicuri. Siatene certi, non se li lascerà scappare, alla faccia di chi vuole impedirgli di fare campagna elettorale. Anche nel luogo dell’addio la sua maschera avrà stampato un sorriso sul volto, dato che il sole in tasca, celebre slogan del suo successo d’imprenditore televisivo, non brilla più. Vecchi sono sempre gli altri.
Marco Belpoliti
sabato 7 dicembre 2013
Il mondo ha Mandela, noi Sivion Mandeloni...
Prima Pagina
Il nipote di Nelson
Alla notizia della morte di Nelson Mandela, milioni di persone hanno inviato un pensiero riconoscente al leader della lotta al razzismo. Qualcuno già da tempo aveva disincarnato l’uomo per trasformarlo in un santino buono per tutte le cause, un’icona del politicamente corretto. Ma nell’insieme, per una volta, ci si è ritrovati in tanti a coltivare emozioni positive e unificanti intorno a una bella figura e a una bella idea. Per mezzo minuto nessuno ha pensato esclusivamente ai fatti propri. Nessuno tranne uno. Lui.
Nel dettare alle agenzie di stampa il coccodrillo sull’esimio scomparso, ha mescolato narcisismo e capacità mimetica per calarsi con voluttà nei panni di Silvion Mandeloni. Riga dopo riga, dietro l’uomo che ha sconfitto l’apartheid ne affiorava un altro di nostra conoscenza, «un eroe della libertà capace di non arrendersi mai, anche quando le forze del male sembravano imbattibili». E anziché i razzisti sudafricani, venivano alla mente i magistrati norditaliani e i presidenti napolitani. Il finale era all’insegna dell’immedesimazione totale: «Mi auguro che molti, tra coloro che in queste ore ne tessono le lodi, imparino a praticare la riconciliazione nella verità e nel rispetto reciproco». Praticamente ha brandito il ritratto dello zio d’oltremare, imprigionato per reati di opinione, pur di chiedere alla sinistra nostrana la grazia per un evasore fiscale. Mandela ci mancherà. Ma, a suo modo, anche il nipote.
Massimo Gramellini
venerdì 6 settembre 2013
Sorgi (miglior interprete dei pensieri di Napolitano): "L'unica strada possibile".
Cultura
L’unica strada possibile
Un leader normale - ma non Berlusconi - valuterebbe il messaggio uscito ieri sera dal Quirinale per quel che è: il massimo di legittimazione politica che il Presidente della Repubblica poteva offrire a un capopartito, condannato per un reato pesante come l’evasione fiscale, che da oltre un mese invoca per sé l’agibilità, cioè il diritto di continuare a svolgere il suo compito nel rispetto dei nove milioni di elettori che gliel’hanno affidato. Napolitano s’è infatti rivolto al Cavaliere appellandosi al suo senso di responsabilità, ricordandogli quante volte, fin dal giorno della dura sentenza della Cassazione nei suoi confronti, abbia ribadito che non ci sarebbero state conseguenze per il governo e riconoscendogli in pratica il ruolo dell’unico che a questo punto possa salvarlo.
Si può solo immaginare cosa dev’essere costato al Presidente, che dopo la nota di Ferragosto si era ripromesso di non tornare più sull’argomento, licenziare questo messaggio.
Parole che pesano ancor di più nel giorno in cui vengono rese note le motivazioni di un’altra condanna, quella dei giudici di appello contro Marcello Dell’Utri per i suoi rapporti con la mafia, da cui vien fuori che Berlusconi, ormai quasi quarant’anni fa, si incontrò con uno dei boss di Cosa Nostra più potenti di Palermo. Ma tant’è: al momento la caduta del governo sarebbe talmente rovinosa per l’Italia - interrompendo il percorso virtuoso che ha portato il Paese a riguadagnare la fiducia perduta sul piano internazionale e riprecipitandolo nel vortice della crisi economica dalla quale sta cominciando ad uscire - che il Capo dello Stato, come ha detto nella seconda parte del suo messaggio, non considera possibile pagare questo prezzo.
Ma per far sì che l’auspicio del Presidente si avveri, è indispensabile che anche Berlusconi prenda atto del frangente drammatico in cui il Paese si trova e si risolva a fare un sacrificio. Il leader normale che il Cavaliere non è soppeserebbe la scelta di buttare giù Letta, senza lasciarsi andare al risentimento verso i suoi alleati-avversari del Pd (ma davvero poteva pensare che, davanti all’occasione di far rotolare la sua testa, avrebbero passato la mano?). Per misurare, invece, l’ipotesi di una rottura, se non dal punto di vista dell’interesse generale, sempre predicato, mai realmente considerato, almeno sotto il profilo delle convenienze e dei costi-ricavi per la sua parte. Anche se non è detto che, caduto il Letta-uno, subito nascerebbe il Letta-bis, con l’appoggio di una maggioranza mezza di sinistra, con Vendola, e mezza di transfughi del Movimento 5 Stelle e del Pdl, è sicuro al cento per cento che Napolitano non scioglierebbe le Camere, nè darebbe il via a nuove elezioni anticipate: da celebrarsi, per altro, con il Porcellum che la Corte costituzionale si prepara a cancellare entro dicembre. Così, sia che si arrivi al bis, sia che il Capo dello Stato con la sua fantasia trovi un’altra soluzione, il risultato, per Berlusconi, che attualmente ha quasi la metà dei ministri, sarebbe di ritrovarsi all’opposizione di un governo, o di un governicchio, che avrebbe al primo punto del programma la definizione di una nuova legge elettorale, da approvarsi con o senza il consenso del centrodestra, per tornare al voto la prossima primavera. Bel capolavoro, non c’è che dire.
Per quanto duro sia da accettare, Berlusconi deve rendersi conto che non c’è una soluzione che passi per la cancellazione o il rinvio sine-die del suo conto con la giustizia. Anche se si ritiene vittima di un’ingiustizia e lamenta da tempo l’accanimento di una parte della magistratura nei suoi confronti, quel conto, il Cavaliere, deve pagarlo. Tutto o in parte, dato che è possibile - Napolitano a Ferragosto non lo ha escluso - che a un certo punto intervenga in suo aiuto la grazia o un altro provvedimento di clemenza.
Non è affatto facile, va detto, prendere una decisione del genere. Ancor di più per un uomo come Berlusconi, che da vent’anni domina la scena politica italiana e gode ancora di un larghissimo seguito popolare. Ma la crisi di governo non cambia in nulla il dramma di questa scelta. Semmai lo aggrava.
Marcello Sorgi
Sondaggi: il pdl vola... Sondaggisti: solo Renzi batterà B.
da Il Fatto quotidiano
Sondaggi elettorali, Berlusconi condannato e il Pdl vola: “Si riprende i voti”
Perché con un leader con un piede fuori dal Senato e con una sentenza definitiva per frode al fisco sulle spalle il partito continua a crescere? Secondo gli esperti i motivi sono molti: una base fidelizzata (a prescindere dall'attualità), il ritorno degli ex delusi. E l'impalpabilità del Pd. Ma per qualcuno per il Popolo della Libertà, al contrario, potrebbe essere la vigilia del crollo definitivo
I voti tornano all’ovile perché le alternative (Scelta Civica, Movimento Cinque Stelle) hanno deluso e – nonostante il Pdl – Silvio Berlusconi è una sicurezza. Intanto i voti restano e aumentano perché il Pdl è Berlusconi e viceversa: gli elettori del Cavaliere lo sceglierebbero anche se rapinasse un supermercato in diretta televisiva. E poi la fenomenale abilità politica dell’uomo (che ha portato al trionfo dell’abolizione dell’Imu, tema elettorale imposto da lui stesso a tutti gli altri). E su tutto, infine, l’impalpabilità della concorrenza: cercasi Pd. Sono le risposte che sondaggisti e sociologi danno a una domanda che potrebbe forse valere per un intero ventennio: come cavolo è mai possibile che ilPopolo delle Libertà – un partito che ha un leader condannato in via definitiva per frode fiscale, con un piede fuori dal Senato, con la “agibilità politica” apparentemente ridotta al lumicino – continui a veleggiare nei sondaggi? Antonio Noto, Renato Mannheimer e Roberto Weber ne parlano con ilfattoquotidiano.it e non si dimostrano per niente sorpresi.
Si tratta di un’ascesa che, se raffrontata ai dati dell’autunno scorso, fa rimanere a bocca aperta. Il Pdl era un partito moribondo alla fine del 2012, quando stancamente parlava di primarie e di successione di un leader che pareva volersi accontentare del ruolo di padre nobile. Il Popolo delle Libertà arrancava nei sondaggi tra il 15 e il 17. Poi tornò in campo il Cavaliere che lo trascinò per i capelli al sorprendente pareggio acciuffato nel giro di due mesi. E ora? Le rilevazioni più recenti parlano di un partito in uno stato di salute invidiabile: al 27%, decimale più, decimale meno. Secondo Ipr Marketing è al 27,5, secondo Swg è al 27,9, tanto per citare due sondaggi tra i più recenti. A febbraio – solo 6 mesi fa – il Pdl arrivò al 21 per cento. E’ l’unico partito che aumenta sensibilmente, insieme a Sinistra Ecologia e Libertà che evidentemente raccoglie qualcosa di ciò che perde il Pd che sarebbe intorno al 24-25 per cento e cioè paralizzato.
Il ritorno dell’elettore
Prima spiegazione della nuova vita del partito di Berlusconi: tornano gli elettori che avevano provato a cambiare strada. Lo spiega Antonio Noto, direttore di Ipr Marketing: “Scelta Civica perde metà del suo consenso, dall’8 al 4%, il Movimento Cinque Stelle cala più o meno del 6″. Gli elettori, spiega Noto, si sono accorti che il partito di Monti non esiste: “Non condiziona le decisioni del governo, non ha un leader forte e carismatico: insomma, non rappresenta un’alternativa”. Dall’altra parte coloro che hanno provato a votare Grillo hanno fatto presto a non riconoscersi in alcune battaglie dei “grillini”. “Non c’è un giudizio politico sul governo – riflette Noto – Ma è un momento di riattrazione dell’elettorato ancora deluso”. Ma nella delusione scelgono ancora l’unica sicurezza: Berlusconi.
L’elettore fedelissimo (a prescindere)
Di lato a questa spiegazione che fotografa il momento ce n’è una storica, che – si può dire – si ripresenta ciclicamente. “L’affezione tra la base del Pdl e Berlusconi – dice Renato Mannheimer, guida dell’Ispo – Raramente la vediamo in altri partiti. Anzi, possiamo dire che non c’è in questi termini. Quando domandiamo agli elettori di Berlusconi se è colpevole o innocente, l’80% è sempre con lui. C’è una forte identificazione con il leader e d’altra parte l’abbiamo visto con la campagna elettorale durante la quale è riuscito a recuperare una grande mole di consensi”. Conferma Roberto Weber, fondatore e presidente per trent’anni di Swg (dal primo settembre ha lasciato ogni carica): “Ci sono profili valoriali, antropologici e culturali diversi tra i vari elettorali. E’ una valutazione non di merito, ma una constatazione. Su alcuni aspetti una parte dell’elettorato è più sensibile e un’altra molto meno. E’ una distinzione che non nasce oggi: è secolare”.
Le notizie non contano (e nemmeno le condanne)
Le notizie non contano. L’attualità non pesa quasi niente sulle opinioni. “Il 36% delle persone che abbiamo intervistato si è detto favorevole a dare un’agibilità politica a Berlusconi. Ebbene, questi si sono dichiarati tutti elettori di centrodestra” spiega Noto. Weber chiarisce: “I media hanno un’importanza rilevante, ma esiste un humus che prescinde dalle notizie di attualità”. In più, secondo Weber, c’è una divaricazione sempre più pronunciata tra le sfere di fattualità, quella della rappresentazione e quella del percepito: “In altri momenti e in altri Paesi le tre sfere si sovrappongono – spiega – Qui, invece, le distanze sembrano dilatarsi. La rappresentazione è sempre quella di un Paese in declino e ha un effetto su quanto percepiscono le persone”.
L’Imu (ovvero l’abilità politica del Cavaliere)
Nessuno poi deve dimenticarsi – a prescindere dal curriculum giudiziario non invidiabile – dell’abilità politica dell’ex presidente del Consiglio. “E’ fenomenale” dice Weber. Prendiamo l’Imu. “Avrà certamente un appeal – dice l’ex presidente di Swg – su un elettorato che in questi casi reagisce subito. Non solo: accanto a questo bisogna ricordare la sua capacità di dettare l’agenda”. Fu Berlusconi a introdurre l’Imu come principale tema della campagna elettorale, e tutti dietro. E ora l’abolizione dell’imposta sugli immobili è stata cancellata almeno per il 2013: promessa mantenuta, successo politico acclarato. “Peserà tanto nelle prossime rivelazioni – prosegue Mannheimer – L’abolizione è ovviamente piaciuta alla base del Pdl. E’ vista come una vittoria di Berlusconi e i suoi elettori lo capiscono”. Anche se, secondo i dati su una domanda specifica, i dati di Ipr dicono cose leggermente diverse: “Il 60% degli intervistati ha risposto che avrebbe preferito che fossero abbassate le tasse sul lavoro”.
L’insostenibile leggerezza del Pd
Tutti sono d’accordo. Il Pdl vince perché il Pd non si trova. Innanzitutto è in aumento l’astensione. “Noi l’abbiamo calcolata al 30%, a febbraio era al 25 – afferma Antonio Noto – E questo colpisce soprattutto il Pd” che ha un elettorato solitamente più fidelizzato e non “pesca” da altre aree, men che meno da quella di centrodestra. Parla di “debolezza” Mannheimer: “Le fratture interne non attirano l’elettorato che invece vuole certezze – dice – Sappiamo che le divisioni ci sono anche all’interno del Pdl, ma all’esterno ne esce un’immagine più salda”. Punto di vista simile quello di Weber: “C’è un limite di offerta nel centrosinistra: non riesce mai ad attirare altre aree elettorali. Quello che viene proposto non è sufficiente”.
Pdl? A rischio crollo. Se il Pd offre una “concorrenza forte”
Una via d’uscita il Pd ce l’ha e corrisponde anche con la possibile discesa del Pdl, nonostante i numeri da sballo di queste settimane. Tanto che Weber arriva a dire di “non aver mai visto il centrodestra messo così male”. L’ex presidente di Swg infatti spiega che – anche grazie a movimenti come quello dei Cinque Stelle – la “forma mentale dell’elettore è cambiata”. Quindi i partiti principali potranno riassumere, sì, pezzi di elettorato perduti. Ma questi continueranno a portare avanti le istanze di cambiamento e rinnovamento dal di dentro. Ecco che qui si inserisce l’unica opportunità che ha il Pd per fare uno scatto in avanti, perché “ora sono tutti contenti solo perché Grillo non cresce, ma non è questo il punto”. Neanche il ritorno a Forza Italia (che a destra vedono come il completamento della rinascita dell’avventura berlusconiana) potrebbe reggere, secondo Weber, il colpo di una “concorrenza forte” da parte del centrosinistra. Tradotto: Matteo Renzi. “Se invece l’offerta resterà la stessa, Berlusconi se la potrà ancora cavare”.
lunedì 26 agosto 2013
venerdì 23 agosto 2013
B.: meglio le urne...
Italia
Il vertice ad Arcore
Il vertice ad Arcore
Ma Berlusconi rifiuta il salvagente del rinvio e insiste: meglio le urne
Le squadre di soccorso che tentano di salvare Berlusconi hanno un problema: Silvio non desidera affatto essere tirato a riva. Anzi, respinge quasi con rabbia il salvagente lanciato dalle «colombe» (e da certi ambienti vicini al premier) che stanno cercando di rinviare la sua decadenza da senatore, purché lui rinunci a far saltare il governo. L’obiettivo del Cavaliere è invece proprio quello di provocare la crisi e di tornare alle urne il più presto possibile, senza perdere altro tempo. Questa frenesia ha una spiegazione. Prima incomincerà la campagna elettorale, e più a lungo Berlusconi vi potrà partecipare a piede libero; dopo il 15 ottobre, invece, penderà sul suo capo la condanna a un anno di carcere (nove mesi effettivi da scontare), per cui un ritardo delle urne lo costringerebbe a guardarsi gli ultimi comizi dalla televisione. Poi c’è un altro calcolo che spinge l’uomo a stringere i tempi della crisi: da novembre gli scatteranno come una tagliola le pene accessorie, tra cui l’interdizione dai pubblici uffici. Se vorrà ricandidarsi al Parlamento, dovrà averlo fatto prima. Ma non c’è già la legge Severino che lo rende incandidabile? Già, rispondono dalle parti di Arcore, ma contro quella si può sempre fare ricorso al Tar e tenere viva quantomeno la speranza...
Insomma, chi ha sentito ieri Berlusconi l’ha trovato incrollabile. Per scatenare la crisi, prenderà pretesto dalla decisione della Giunta, che il 9 settembre voterà la sua cacciata (sebbene Verdini gli abbia promesso di far cambiare idea a 3-4 commissari Pd). Qualche esponente Pd vicino a Letta, come Sanna, sostiene che Berlusconi dovrebbe decadere da senatore, ma che la Giunta potrebbe ascoltare le sue ragioni a patto che lui si presenti a illustrarle con serietà. Peccato che il Cavaliere, di recarsi in Giunta, non ci pensi nemmeno. La grazia sembra non interessargli, a meno che si tratti di «un risarcimento per quello che i magistrati mi hanno fatto passare»: ipotesi del tutto fantascientifica.
Alfano è andato a fargli visita e a riferirgli che il 30 agosto l’Imu verrà cancellata: «A quel punto come giustificheremmo la crisi?». Sottinteso: ci prenderebbero per matti. Ma Berlusconi non si scompone. È assai soddisfatto dell’apologo, sfoderato in un’intervista a «Tempi», con cui conta di spiegare al volgo la rottura col Pd: «Se due amici sono in barca e uno dei due butta l’altro a mare, di chi è la colpa se poi la barca sbanda?». Tra l’altro Letta (il nipote, non zio Gianni) lo convince sempre meno. Ai suoi occhi è in forte disgrazia. Capezzone, Verdini e la Santanchè gli hanno insinuato il sospetto che Enrico voglia guadagnarsi la «nomination» del Pd soffiandola a Renzi, quindi potrebbe ritrovarselo come avversario, dunque basta sostenerlo.
Il dado sembra tratto. E quanti tra i suoi strateghi l’hanno esortato a fare bene i conti con Napolitano, il quale mai scioglierebbe le Camere senza una riforma preventiva del Porcellum, si sono sentiti rispondere così: «Se il Quirinale resisterà, i parlamentari Pdl si dimetteranno in massa, e a quel punto il Capo dello Stato non potrà non prenderne atto...». Gasparri l’aveva teorizzato già mesi addietro. E certi senatori, come Minzolini, quella lettera di dimissioni ce l’hanno già pronta in tasca. Grande soddisfazione hanno suscitato, specie tra i «falchi», le esternazioni di Grillo, lanciatissimo verso le urne. Si sussurra nel Pdl di contatti riservati coi Cinque Stelle per spianare il terreno delle elezioni, si vocifera di un Casaleggio ansioso di godersi lo scontro apocalittico di cui saranno protagonisti Berlusconi e Grillo, il mago delle tivù contro il genio della rete.
ugo magri
mercoledì 21 agosto 2013
Martino: " Sarà leader dai domiciliari e ci farà prendere un sacco di voti"...
Italia
Martino: “Sarà leader dai domiciliari
e ci farà prendere un sacco di voti”
“Uscire dal governo è un errore. La crisi la cerca il Pd, ma non vuole sporcarsi le mani”
“Uscire dal governo è un errore. La crisi la cerca il Pd, ma non vuole sporcarsi le mani”
MATTIA FELTRI
martedì 20 agosto 2013
Feltri su B: "non ci capisco più niente"
Da IL FATTO QUOTIDIANO
Feltri: “Berlusconi doveva scappare finché aveva il passaporto”
Per il giornalista "la grazia chiesta a Napolitano non sta in piedi e l'amnistia è esclusa". Inoltre "il Cavaliere non si rende conto che non esiste nessuna via d'uscita. E nemmeno i quotidiani a lui vicini. La verità? Che non ci capiamo più niente"
“Capisco la tigna di Berlusconi, sul piano emotivo, umano, psicologico: ma concretamente non lo porterà da nessuna parte. Sarò anche pessimista, ma questa volta credo sia davvero finita”. Vittorio Feltri snocciola tutte le opzioni per salvare B. senza trovarne neanche una realistica: “Napolitanonon vedo cosa possa fare. La grazia non sta in piedi, perché esistono procedure particolari e non mi pare che Berlusconi le gradisca: non la chiederebbe mai. L’amnistia è esclusa. Il Parlamento, poi, non si lascerebbe sfuggire l’occasione per togliersi definitivamente dai piedi il nemico di sempre, quindi immagino che la maggioranza dei parlamentari voterà per far sì che Berlusconi decada da senatore”.
Però, direttore, quel voto metterebbe in crisi il governo.
Il problema, piuttosto, è che Napolitano non ha nessuna intenzione di sciogliere le Camere: tenterebbe di fare un altro governo, magari basato su cinque punti programmatici – giusto per trovare un pretesto – a cui aderirebbero anche i Cinque stelle. E poi nel Pdl, che in questo periodo di sbandamento non riesce a ricompattarsi, ci sarebbe sicuramente una parte di parlamentari che, facendo appello al solito senso di responsabilità, aderirebbe a un Letta bis.
Il tradimento delle colombe?
Sono pensieri che faranno di sicuro. E lo stesso ragionamento passa già per le teste di Letta e Napolitano. La soluzione non c’è: Berlusconi non ne sarà contento, ma la sua frustrazione non cambia gli scenari.
Su Facebook il suo tono è però di sfida: “Non mollerò”, promette.
Lui resterà convinto fino alla fine di poter trovare una scappatoia, ma io non la vedo.
E l’ipotesi Marina? Sarebbe pronta a raccogliere il testimone?
Tutto è possibile, ma non credo che questa via darebbe molto sollievo al padre: lui vuole fare tutto personalmente, come ha dimostrato negli ultimi vent’anni. Non ha mai delegato nulla, e quando proprio ha dovuto ha scelto Alfano, che è tutto dire. Magari con Marina farebbe meno fatica, ma oltre al fatto che lei non ha mai fatto politica, c’è anche la questione delle aziende, che in famiglia hanno un bel peso. Insomma, immedesimandomi non saprei dove sbattere la testa.
Cosa farebbe al posto suo?
Sarei scappato quando ancora avevo il passaporto.
Quindi, come sostiene Giampaolo Pansa, il futuro politico del Cavaliere è davvero finito?
Sì, soprattutto considerando che il periodo di detenzione, che sia in carcere o ai domiciliari, è lungo. Dura più di nove mesi. È difficile, poi, rientrare .
Secondo lei come affronterà Berlusconi questa prova?
Il problema di queste esperienze tremende è che finché non succedono davvero non si riesce a valutarle a pieno. Ricordo Sallusti: prima di essere arrestato non era entrato psicologicamente nel ruolo del detenuto. Vale anche per Berlusconi. Ma dopo tre giorni ai domiciliari uno impazzisce.
Il Cavaliere evoca addirittura il carcere, giura che rinuncerebbe alla gabbia dorata di Arcore.
Una volta che non stavo tanto bene – cosa che non mi era mai capitata – non sono venuto al giornale e sono restato a casa: la giornata mi sembrò infinita. Ero da solo, come un cretino. E meno male, perché avessi avuto qualcuno lì con me ci avrei litigato.
Il Cavaliere, nelle sue ville, di solito si diverte.
Mah, solo a pensarci sudo freddo, tremo. Per ora è il supporto popolare a prevenire la disperazione, ma non credo che Berlusconi veda le cose chiaramente. Infatti cambia idea, e umore, ogni due giorni.
Non è l’unico: i quotidiani amici non sono affatto compatti. C’è chi lo dà per morto e chi lo supplica di resistere. Cosa succede?
L’ho notato anche io, ma è normale, perché questa vicenda è talmente nuova che ciascuno si sente libero di dire la sua. La verità è che non ci capiamo più niente. È il caos totale.
Twitter: @BorromeoBea
da Il Fatto Quotidiano del 20 agosto 2013
B. si prepara al grande bagno-lavacro elettorale...
Italia
Il sogno del Cavaliere: un grande bagno elettorale per la sfida decisiva
Ma Confalonieri e Doris temono contraccolpi negativi sulle aziende
Ma Confalonieri e Doris temono contraccolpi negativi sulle aziende
Additata dai compagni di partito come colei che aizza il Cavaliere, ne vellica gli istinti più bellicosi, e forte della sua protezione si permette di dettare la linea agli stessi ministri, Daniela Santanchè è nella realtà una moderata prudente educata interprete di quanto va uscendo dalla bocca di Silvio.
Silvio, col quale, ormai, la «Pitonessa» vive in simbiosi. Quando lei definisce la nota di Napolitano sulla grazia come «irricevibile, qualcosa che dall’arbitro istituzionale non mi sarei mai aspettata», si tratta di una rappresentazione (per quanto poco riguardosa sul piano istituzionale) ancora parecchio «chic» del pensiero berlusconiano. L’uomo rimane politicamente inavvicinabile. Asserragliato nel bunker di Arcore tra le zanzare, in seduta permanente con gli avvocati, quando forse due passi nella villa in Sardegna avrebbero fatto bene al suo spirito. Offeso con il Capo dello Stato, che si è guardato bene dal dichiararlo vittima dell’ingiustizia. Determinato a riabilitarsi da sé, attraverso un bagno elettorale, se non vi provvederanno di corsa le istituzioni. Dunque sempre decisissimo a sfilarsi dalla maggioranza, dal governo, da tutto, qualora il 9 settembre la Giunta delle elezioni al Senato ne chiedesse la decadenza.
Visto il tono pessimo dell’umore, rotto solo da qualche imitazione in accento partenopeo del giudice Esposito che l’ha condannato, figurarsi con quanto scetticismo Berlusconi osservi l’agitazione di queste ore tra le cosiddette «colombe» Pdl. Le quali di colpo si sono rese conto che il loro leader non scherza, anzi fa disperatamente sul serio. Per cui escono allo scoperto nel tentativo di scongiurare un patatrac. Accusano i «falchi» di puntare al martirio giudiziario di Berlusconi, laddove loro viceversa vorrebbero salvarlo. Invocano un passo ulteriore di Napolitano, uno sforzo in più del Quirinale (sebbene gli stessi avvocati del Cavaliere privatamente riconoscano come il Colle nulla può al fine di impedire la decadenza di Berlusconi e la sua ineleggibilità). Chiedono al Pd di non precipitare l’Italia nel caos della crisi se non dopo averci ben riflettuto per tutto il tempo necessario. La novità di queste ore è proprio il tentativo di stoppare le lancette dell’orologio, di imporre un «time out» che consenta a tutti di recuperare un briciolo di lucidità. In prima fila si segnalano la Gelmini e Cicchitto, Donato Bruno e lo stesso Schifani, fin qui sempre collocato a mezza via tra i «duri» e i «dialoganti». L’appiglio è quello offerto da alcune voci autorevoli del diritto come Capotosti, che nella legge Severino scorge «criticità» censurabili sul piano costituzionale. Secondo il presidente dei senatori Pdl, non sarebbe un’eresia chiedere che si pronunci preventivamente la Corte Costituzionale. E comunque, nessun verdetto su Berlusconi senza prima avere letto perlomeno le motivazioni della condanna, ascoltato il parere del relatore in Giunta, se necessario l’autodifesa dello stesso imputato... Tutto va bene, pur di guadagnare tempo.
Ciò che non risulta ben chiaro al Cavaliere è cosa serva posticipare. Se fosse una strada per rimetterlo in gioco, magari tramite un «salvacondotto» presidenziale di cui nessuno vede al momento i presupposti, chiaro che la sinistra non ci starebbe. Lo stesso Berlusconi, con il giusto realismo, ci spera poco o punto. Lupi gli ha riferito al telefono delle sue conversazioni con il premier, a margine del Meeting ciellino a Rimini, senza peraltro convincerlo che un rinvio della Giunta sarebbe risolutivo. «Avrebbe soltanto l'effetto di prolungare l’agonia, di farci prendere in giro una volta di più», pare sia il netto pensiero berlusconiano a riguardo. Per il momento lascia fare, convintissimo però che il tentativo estremo di mediazione «non andrà da nessuna parte e costituirà la prova finale della malafede Pd».
Destino segnato per il governo, dunque? Tutto farebbe ritenere di sì. A meno che, un attimo prima dell’irreparabile, Berlusconi non abbia un ripensamento. Magari sollecitato da quanti, come Ennio Doris e Fedele Confalonieri, metteranno sul piatto della bilancia l’interesse delle sue aziende. Che prosperano quando l’Italia va bene, e affondano se qualcuno la trascina nel caos.
UGO MAGRI
domenica 18 agosto 2013
Un classico: B. più falco dei suoi falchi ..
Italia
Berlusconi pronto allo scontro finale
Un ministro Pdl: “Se il Pd vota la decadenza, addio alleanza”. Ma ad Arcore si spera ancora in Napolitano
Un ministro Pdl: “Se il Pd vota la decadenza, addio alleanza”. Ma ad Arcore si spera ancora in Napolitano
Agli occhi di Berlusconi, il governo è già virtualmente caduto. Dai discorsi che faceva ieri in privato, e puntualmente filtrati all’esterno, la crisi sembra ineluttabile, forse pure nuove elezioni. Questione di settimane. Se il 9 settembre il Pd voterà in Giunta al Senato per cacciarlo dal Parlamento, entro pochi minuti i ministri Pdl rassegneranno le dimissioni perché, confida uno di loro, «perfino se Berlusconi non ce lo chiedesse, mai potremmo restare al fianco di chi avrà sancito la decadenza del nostro leader». Il Cavaliere è arci-convinto che l’esito sia scolpito nel marmo, che né i Democratici né Napolitano faranno nulla per scongiurare l’ineluttabile, anzi. Considera una pia illusione la speranza, coltivata tra le «colombe» del suo partito, di strappare al Pd almeno una dilazione. Si va convincendo che, se scontro finale dovrà essere, meglio affrontarlo subito con l’animo determinato di chi non ha più nulla da perdere, neppure la libertà personale. Per cui in queste ore, vissute nel centrodestra con un senso di crescente sfiducia nel Capo dello Stato, nel premier «che se ne lava le mani» e nelle larghe intese, il barometro politico volge decisamente al peggio. Berlusconi è più «falco» dei suoi «falchi».
C’è chi, come il presidente di Mediaset Confalonieri, ancora spera che Silvio si fermi un attimo prima del patatrac. Ma nel gruppo dirigente Pdl non c’è uno cui sfugga la gravità della situazione. È tutto un tambureggiare di altolà, un martellamento di ultimatum, confusamente rivolti al Pd, al Capo dello Stato o a entrambi. Capezzone: «Tutti sono chiamati a trovare una soluzione». Bondi: «Deve arrivare prima che si pronunci la Giunta, altrimenti sarebbe estremamente difficile, se non impossibile, continuare a sostenere questo governo». Osvaldo Napoli: «Se il Pd continua ad arrovellarsi su come far fuori Berlusconi, si accorgerà che dovrà prima far fuori il governo». Cicchitto: «Per tenere in piedi il governo occorrono spirito costruttivo e volontà di mediazione, cioè l’opposto di quanto mostrano alcuni esponenti del Pd, da Zanda alla Bindi».
La via d’uscita non c’è, eppure si vorrebbe che qualcuno la trovi. Lo stesso Berlusconi, secondo chi l’ha sentito, è vittima di una certa confusione. Da una parte manifesta sfiducia verso Napolitano, «non mi darà mai una mano»; dall’altra gradirebbe che fosse proprio il Presidente a tirarlo fuori dai guai giudiziari. E ciò sebbene risulti chiaro ai suoi avvocati (ieri Ghedini era inchiodato al lavoro) che il Quirinale nulla può. Neppure una grazia tanto generosa quanto immediata eviterebbe al Cavaliere la decadenza da senatore, in base alla legge Severino, con conseguente rischio di arresto su mandato di qualche Procura. Per restare in Parlamento, a Berlusconi servirebbe disinnescare la legge con l’aiuto (o la complicità) del Pd. Sa benissimo che non avrà né questa né quello. Dunque si prepara a vendere cara la pelle.
Pare crollata anche l’ultima diga capace di trattenere l’ira del Cavaliere: cioè la paura che dopo Letta non si torni immediatamente alle urne. E invece di sciogliere il Parlamento, Napolitano riesca a mettere in piedi un altro governo finalizzato a colpire il Pdl (riforma elettorale tipo Mattarellum) e le aziende del Biscione (legge sul conflitto d’interessi, tetti alla pubblicità televisiva). «Ci provassero», è la sfida lanciata da Arcore. Dove hanno fatto i loro conti, non credono che in Senato quel governo avrà mai i numeri. E pure se li trovasse, vivrebbe di vita effimera, un ottimo punching-ball per la campagna elettorale della destra.
ugo magri

