martedì 10 dicembre 2013
Belle parole di Alfano, ma parole...E la Prefetta di Imperia?
lunedì 26 agosto 2013
Il "giovane" Holden-Angelino sale al Quirinale...
Italia
Angelino Alfano
Angelino Alfano
L’uomo camaleonte oltre i falchi e le colombe
Da leader del partito post Cavaliere si è trasformato presto in lealista
Da leader del partito post Cavaliere si è trasformato presto in lealista
Dice un amico (suo): «È come quegli attori di provincia che cambiano berretto per cambiare personaggio». Una volta dicevano che Angelino Alfano fosse duttile. Era una qualità: convesso coi concavi e concavo coi convessi. Fedele al capo, tollerante coi dissidenti, dialogante con gli avversari. Beneducato ma non remissivo, pugnace all’occorrenza, sempre con la mano tesa. Cattolico ma non baciapile, laico ma non laicista, democristiano ma non nostalgico, giovane ma legato alle sane tradizioni, difficilmente iscrivibile a una corrente e di conseguenza iscrivibile a tutte. Da ragazzino, in Sicilia, stava con Gianfranco Miccichè, poi scelse Totò Cuffaro, infine Renato Schifani, però sempre col giusto distacco. Lettiano prima che Enrico Letta diventasse premier, a tratti non troppo lettiano ora che lo è diventato. Ci si ritrova ai tavolini del bar a fare il gioco dell’estate: ma Alfano è falco o colomba?
Dicono gli amici (suoi): «Qualche sera fa, lui e i suoi sodali colombe si sono ritrovati a cena a organizzare il partito di domani, quello deberlusconizzato». Sarà uno dei tanti pettegolezzi che misurano la politica di oggi, così senza spina dorsale. Sarà una fantasia maligna ma dà il senso di come è evoluta l'opinione su Alfano nel corso dei due anni e due mesi, dal giugno 2011, quando diventò segretario del Pdl. Si reinterpretava il jingle della pubblicità di una camomilla (lo si faceva con garbo, con la simpatia che ispirava il quarantenne designato alla successione): «Angelino / che meraviglia / piace al papà, alla mamma e alla figlia». A proposito di amore filiale, sabato, ad Arcore, spalleggiando i suoi sodali falchi nella scelta per la fatale ridotta, ha detto a Silvio Berlusconi: «Ti voglio bene come a un padre». Lo ha detto così, in mezzo a tutti, con lo slancio di chi non arrossisce a squadernare i sentimenti più intimi. Che strano tipo che è Alfano: falco o colomba? Se è colomba che colomba è, la colomba che progetta il futuro a capo accantonato? E se è falco che falco è, il falco che va dal capo e gli confessa il legame più dolce e profondo?
Non se ne viene a capo. Quando nel 2008 Berlusconi lo scelse per l’incarico di Guardasigilli, si disse che metteva lì il valletto. I vignettisti disegnavano Angelino da ragazzo di bottega o da cameriere, coi calzoni corti e il vassoio in mano. Si pronosticavano gli sfracelli, riforme sanguinose, carriere separate a colpi d’ascia. Mai c’era stato un ministro della Giustizia di così evidente emanazione berlusconiana. E invece - capolavoro - fu l’inquilino di largo Arenula che ebbe meno problemi coi magistrati. Niente contrasti, lontane secoli le zuffe con Giovanni Conso, Alfredo Biondi, Filippo Mancuso, Giovanni Maria Flick, Roberto Castelli. Fece esattamente come si deve fare: non fece nulla. Qualche ritocco politicamente trascurabile alla giustizia civile e semplice supervisione garbata a quella penale, più un lodo che avrebbe dovuto garantire a Berlusconi un quinquennio al riparo dai processi. Macché. Però garantì ad Alfano la riconoscenza del leader e il titolo di ragazzo di buona volontà.
Proclamato segretario, avrebbe perso rapidamente parte della stima. La storia che non aveva il quid, per diagnosi di Silvio, la conoscono tutti. Non è nemmeno il punto. L’aspetto più strano della vicenda è che a governo caduto, e insediato l’esecutivo dei tecnici di Mario Monti, il mondo intero si convinse che Berlusconi non si sarebbe mai più candidato, e se ne convinse anche Alfano, che col mondo è sempre in sintonia. E poi tutti gli dicevano che era il suo turno. Si sarebbero fatte le primarie e lui le avrebbe vinte. Però Berlusconi è un tipo strano, si sa. Un giorno diceva che le primarie andavano bene e il giorno dopo che erano una solenne cretinata. Un giorno che Alfano era il suo erede politico e il giorno successivo che i sondaggi erano un disastro. «Non siamo barzellettieri», esclamò il quarantenne l’unica volta in vita sua in cui abbia perso la calma in pubblico. Pareva che d’un tratto avesse scovato il quid. Era il capo incontrastato dei «primaristi», ma allo stesso modo divenne il capo incontrastato dei lealisti mezzora dopo che Berlusconi aveva annunciato che niente, il partito restava com’era, l’aspirante premier «sono io». E Alfano, che nel frattempo era andato (con tutte le colombe, Fabrizio Cicchitto, Gaetano Quagliariello, Beatrice Lorenzin...) a Italia Popolare, la convention romana di Monti, smise con altrettanta franchezza di essere montiano. Ne chiese le dimissioni da senatore a vita. Riprese a marciare al passo dell’oca. Si batte su ogni fronte. È al governo ma va bene se il governo cade, va a trattare con Letta ma va bene se Berlusconi delle trattative se ne impipa, parla col Quirinale ma il Quirinale che potrà fare mai? Sarà falco o sarà colomba, di certo sa dove mettere il becco.
Mattia Feltri
mercoledì 24 luglio 2013
Quanta fretta (anche della radicale Bonino?) nel caso Ablyazov
da Il Fatto Quoridiano
Caso Ablyazov, non solo Alfano: la fretta fatale di Cancellieri e Bonino su Alma
Dopo cinque giorni dall’espulsione, il ministro della Giustizia era convinto che fosse stato giusto spedire la moglie del dissidente nelle braccia del dittatore kazako. Anche se gli avvocati della famiglia avevano consegnato due fax per affermare la validità del passaporto
Ministro contro ministro. Se per il responsabile della giustizia della Repubblica Centrafricana il passaporto rilasciato alla moglie di Ablyazov era perfettamente regolare, per il ministro della giustizia italiano, Anna Maria Cancellieri, le cose non stanno così. “Mi sono subito informata e le procedure (dell’espulsione di Alma Shalabayeva, ndr) sono perfette. Tutto è in regola e secondo la legge”, così il ministro aveva sentenziato il cinque giugno scorso. Quanto afferma il ministro centroafricano Sende al Fatto Quotidiano è una clamorosa smentita dell’incauta dichiarazione. Dopo cinque giorni dall’espulsione, Cancellieri era ancora convinta che fosse stato giusto, formalmente, spedire una donna e una bambina di sei anni nelle braccia del principale nemico del padre, ricercato e dissidente. Tanto che il governo kazako ha precisato che il solo Ablyazov era ricercato, non certo la moglie e la figlia.
Cancellieri basava quel suo giudizio sulle decisioni del giudice di pace e delle procure di Roma, sia quella ordinaria che quella dei minori. Il giudice di pace aveva convalidato il provvedimento dellaprefettura di Roma che disponeva il trattenimento presso il CIE di Ponte Galeria. Quella decisione del giudice di pace, che solo recentemente è finita nel mirino degli accertamenti del ministro Cancellieri, legittimò il 31 maggio alle 19 l’espulsione via aereo di Alma e figlia. Alle 15 e 30 di quel giorno la Procura ordinaria tentò di bloccare la procedura quando l’aereo noleggiato dal governo kazako era già sulla pista. Gli avvocati dello studio Olivo, che difendono la famiglia Ablyazov, avevano infatti consegnato due fax rispettivamente provenienti dall’ambasciatore della Repubblica Centroafricana a Bruxelles e a Ginevra, che affermano l’autenticità e la validità del passaporto diplomatico della signora.
Alma Ayan (così denominato in quel documento) era titolare di un passaporto diplomatico del paese africano in qualità di consigliere del presidente. Quel passaporto però era falso, almeno secondo la Polizia di frontiera italiana che aveva realizzato una perizia (sulla base di quattro elementi, tra i quali spiccavano due errori ortografici e la numerazione delle pagine). Il giudice di pace, tra la Polizia di frontiera e i fax dei diplomatici africani, si era fidato della prima e aveva convalidato il trattenimento. Anche il pm Eugenio Albamonte della Procura di Roma, ricevuta la nota della Polizia di frontiera, alla fine aveva concesso il nulla osta al decollo. Un nulla osta, va precisato, che non entra nel merito della correttezza dell’espulsione, e che riguarda solo l’indagine sulla presunta falsità del passaporto che è ancora oggi aperta. Sostanzialmente il pm diceva alla Polizia che poteva rimpatriare Alma perché questo non avrebbe danneggiato l’indagine sul passaporto. Non perché era giusto farlo. La competenza sull’espulsione era del giudice di pace della Polizia. Ed entrambi pensavano che il passaporto fosse falso.
Solo sulla base di questa pretesa falsità Alma è stata consegnata agli emissari del governo kazako. Alma non aveva consegnato altri due documenti che le avrebbero permesso di restare in Italia ma che – secondo lei – l’avrebbero messa in pericolo con la sua famiglia, poiché rivelavano la sua identità di moglie di un ricercato. Resta il fatto però che il documento mostrato, quello diplomatico del Centroafrica, era vero e valido secondo l’unica autorità che poteva certificarne l’autenticità: ilGoverno Centrafricano. E non il giudice di pace o la polizia italiana. A rendere ancora più assurda questa storia è che Alma Shelbayeva era titolare di un regolare permesso di soggiorno in Lettonia, per ragioni di lavoro, che le permetteva di circolare legalmente nel territorio europeo compresa l’Italia. E di un secondo permesso di soggiorno in Gran Bretagna perché aveva ricevuto l’asilo in quanto moglie di un dissidente del regime kazako.
Le dichiarazioni del 5 giugno del ministro Cancellieri sono particolarmente gravi perché non arrivavano a caldo, prima che si conoscesse lo status di rifugiato di Alma Shalabayeva, ma dopo le prime polemiche sorte in Italia e nel mondo. Cancellieri sapeva che la donna aveva asilo politico in Gran Bretagna. Lo sapeva dalla stampa e già a quella data il ministro aveva i mezzi per saperlo ufficialmente. Questa notizia era nota alla Polizia italiana dal 4 giugno, che ne aveva ricevuto comunicazione via lettera dal capo della Polizia dell’immigrazione di Scotland Yard. Né il ministero della Giustizia, né quello degli Interni e nemmeno quello degli Esteri hanno contattato mai il ministro centroafricano. Oggi Emma Bonino riferirà in Parlamento e magari ci spiegherà anche il perché.
da Il Fatto Quotidiano del 24 luglio 2013
giovedì 18 luglio 2013
Buongiorno di Gramellini. Il ministro ombra
Il ministro ombra
È possibile che travestire una palestra da prima casa sia colpa infinitamente più grave che consegnare moglie e figlia di un dissidente al satrapo di un Paese fornitore di petrolio. Quindi non le dimissioni della perfida Idem si pretendono dal timido Alfano, ma semmai un’immissione sulla poltrona di ministro dell’Interno, che per sua stessa ammissione è attualmente disabitata. Alfano ha un vero talento nel non abitare le poltrone che occupa. Sarà per questo che gliene offrono in continuazione. Se fosse stato effettivamente il segretario del Pdl, quando il proprietario del partito gli fece ringoiare la promessa delle primarie avrebbe dovuto dimettersi. Ma lui non è il segretario del Pdl, lui non è il ministro dell’Interno, lui probabilmente non è neanche Alfano, ma un cortese indossatore di cariche per conto terzi. Tra le tante squisitezze che ha pronunciato l’altro giorno al Senato vi è l’affermazione perentoria che al cognato della signora kazaka (o kazakistana, per citare quell’acrobata del vocabolario di La Russa) i poliziotti non abbiano torto un capello. E pazienza se nell’intervista al nostro Molinari il cognato racconta di essere stato preso a pugni e ceffoni, come conferma il verbale del pronto soccorso pubblicato dall’«Espresso». Alfano era e rimane all’oscuro di tutto: pugni, ceffoni, cognati, forse anche che esista una polizia e che sia alle sue dipendenze.
Rimane la speranza che certi giudizi come questo lo offendano a morte e che in un soprassalto di dignità il ministro ombra di se stesso si dimetta, preferendo passare per responsabile che per inutile. Ma la nostra è, appunto, solo una speranza.
mercoledì 17 luglio 2013
Alfano
martedì 16 luglio 2013
Scajola: Alfano non poteva non sapere...
Da Il Fatto Quotidiano:
Caso Kazakistan, Scajola: “Alfano non poteva non sapere”
L'ex ministro dell'Interno spiega: "Vedevo tre volte al giorno il mio capo di gabinetto: mattina, pomeriggio e sera e mi aggiornava su qualsiasi cosa. Procaccini era il vice". E sul Kazakistan dice: "L'Eni lì ha investito tanto e ci sono affari importanti in corso"
Pronto, onorevole Claudio Scajola. “Mi dica, cosa butta di nuovo? Io, l’uomo a sua insaputa, sono ancora di moda?”.
Il mezzanino al Colosseo non c’entra nulla.
Quanto ho sofferto. Ho aspettato tre anni per sapere che davvero non sapevo: in udienza, e giuravano, le sorelle Papa e l’architetto Zampolini hanno negato le accuse. Ammetto, mi è scesa una lacrimuccia.
Angelino Alfano, a buon diritto, è un uomo a sua insaputa?
Che devo rispondere? La questione kazaka è delicata. Io parlo, voi cosa scrivete?
Ascoltiamo.
Io conosco il Viminale, non vi faccio perdere tempo.
Quante stanze separano l’ufficio del ministro e quello del capo di gabinetto?
Non più di tre, pochi metri, pochi passi.
Giuseppe Procaccini riceve i diplomatici kazaki, vogliono cacciare un dissidente: come fa il ministro a essere informato?
Aspetti.
Cosa?
La formulazione è sbagliata. Come fa un ministro a non essere informato?
Fatta la domanda, si dia una risposta.
Procediamo per esclusione ed esperienza. I due non si possono incontrare per caso, per esempio non possono ritrovarsi in bagno.
Perché?
Il ministro ha uno spazio riservato, non condivide questo tipo di bisogni. Però, per dire, il capo di gabinetto è il filtro per i dipartimenti e, viceversa, il ministro non può che compulsare questo filtro.
Al giorno, quante volte?
Io ricevevo il capo di gabinetto ogni mattina entro le 8: leggevo la posta privata, fissavo l’agenda e lui mi aggiornava sui fatti accaduti di notte. Poi ci vedevamo prima di pranzo per capire gli appuntamenti e le pratiche più urgenti. Non lasciavo il ministero, a tarda sera, se non avevo l’ultimo colloquio che faceva il punto conclusivo. Se non ci vedevamo di persona, era tassativo sentirci al telefono.
Conosce Procaccini?
Era il vice del mio capo di gabinetto, non avevo rapporti diretti con lui. Ma al Viminale conoscono la gerarchia e la fanno rispettare.
Perché un prefetto dovrebbe assumersi una responsabilità che va oltre i suoi poteri e mettere ai margini il ministro?
La gerarchia, le ripeto, la gerarchia è fondamentale.
I kazaki vanno al Viminale, la polizia organizza l’irruzione, la donna viene trasportata in un centro di accoglienza per immigrati e poi viene espulsa assieme a una bambina di sei anni. Passano 48 ore. Come può restare all’oscuro un ministro?
La sceneggiatura è ottima, convincente. Mi consenta, e utilizzo un’espressione berlusconiana, di fare una citazione. Diceva il mio maestro, ex ministro al Viminale, Paolo Emilio Tavani: “Quando ti accorgi di non avere la fiducia dei tuoi sottoposti, vattene via”.
Alfano o sapeva e ha agito male oppure non sapeva e non controlla il ministero.
Concordo. Non ci sono spiegazioni alternative.
In sintesi: il vicepremier non è all’altezza per essere un erede di Taviani al Viminale?
Sì. Però le abitudini sono fondamentali. Io mi comportavo così, vedevo regolarmente il capo di gabinetto e i miei predecessori – da Cossiga a Taviani – mi hanno insegnato questo atteggiamento, non saprei onestamente valutare la gestione moderna di Angelino… Io me lo ricordo per la sua attività politica.
Che deve fare, ora, Alfano?
Io me ne sono andato per un errore a mia insaputa, ma non posso suggerire una reazione di Angelino. Vengo da tre anni durissimi, botte da destra e sinistra, soprattutto da destra sì.
Quanto conta il Kazakistan per l’Italia?
Tantissimo. Al Viminale non ho avuto contatti, però allo Sviluppo Economico, era il 2009, ci fu un bilaterale con numerosi diplomatici. La nostra Eni ha investito somme ingenti in quel paese, c’è un giro d’affari molto importante. Mi creda: molto importante.
Dal Fatto Quotidiano del 16 luglio 2013
lunedì 6 maggio 2013
E ora i grillini tentano il PD...
E ora i grillini tentano il Pd
con le maggioranze variabili
Il M5S apre al taglio della tassa sulla casa solo per i più poveri: e spiazza
Abile mossa tattica dei grillini, che delle due l’una: o non sono così primitivi come qualcuno li dipinge, oppure hanno già imparato le malizie della politica. Il loro capogruppo Crimi promette un «sì» alla cancellazione dell’Imu sulla prima casa, che corrisponde al punto 17 del programma a Cinque Stelle. Fin qui nulla di strano. Nello stesso tempo modula l’offerta in modo tale da dividere il Pd (o perlomeno provarci) e da stringere nell’angolo il Cavaliere. Mette cioè come condizione che dall’Imu vengano esentate solo ed esclusivamente le fasce di reddito più basse, laddove chi se lo può permettere dovrebbe continuare a pagarle «anche sulla prima casa». E qui sta l’insidia, in quanto l’argomento è un richiamo forte alle ragioni dell’equità, quelle stesse motivazioni per cui in fondo sinistra e destra non sono né saranno mai la stessa cosa. Berlusconi notoriamente vorrebbe meno tasse per tutti, benestanti compresi, nella convinzione che la ricchezza sia una manna del Cielo; dunque l’Imu va cancellata a prescindere. Ieri l’ha ribadito.
Nel Pd, invece, mai come in questo momento ci si chiede «chi siamo» e «cosa vogliamo». L’insofferenza della base, l’occupazione delle sedi, il congresso in arrivo: sono in molti a non comprendere per quale ragione Letta dovrebbe cedere ai «diktat» berlusconiani, quando la nuova tassa sulla casa potrebbe essere riscritta d’intesa con Grillo. Si affaccia nella XVII legislatura il fantasma delle maggioranze «a geometria variabile», con i Democrats che cercano alleati un po’ qua e un po’ là fino a quando il gioco regge. E non soltanto sull’Imu. Le forti convinzioni del ministro Kyenge in tema di immigrazione, di cittadinanza, di centri d’accoglienza si annunciano come un ulteriore laboratorio di reazioni chimiche tra Pd e M5S. Idem sul nodo dei diritti. E non è nulla, a fronte di quanto potrà accadere il giorno in cui la riforma costituzionale affrontasse tabù come il presidenzialismo... Schifani, che di Crimi è dirimpettaio, già mette in guardia il governo: «Le maggioranze variabili su temi sensibili porterebbero a gravi danni». Se Letta si affida ai grillini, fa intendere Schifani, la sua sorte è segnata.
Il premier non ha bisogno che qualcuno glielo rammenti. Il suo rapporto col centrodestra regge al punto che un contributo di Ferrara, sul «Giornale» di ieri, veniva titolato: «Perché Letta-Alfano è la coppia giusta». Ma l’eventualità che il Pd possa farsi tentare da Grillo, quella sì viene messa in conto nello stato maggiore berlusconiano. Dove a tutto si sta pensando, tranne che a provocare crisi di governo. C’è stato negli ultimi giorni un generale, evidente abbassamento di toni. Unghie tagliate ai «falchi», grande tubare di «colombe». La rimozione della Biancofiore dalle Pari opportunità è stata incassata senza batter ciglio. Sull’Imu, Berlusconi continua a sventolare la sua bandiera ma sembra ora accontentarsi che intanto venga cancellata la rata di giugno, il resto si vedrà... Anche questo apparente sangue freddo, così come la mano tesa di Grillo, è figlio di un calcolo politico; pure in questo caso, la sfida è rivolta al Pd orfano di una leadership e dunque esposto a tutte le scorribande. Confida Brunetta, che nelle gerarchie Pdl è molto più in alto di quanto si possa pensare: «Se esplosione ci sarà, la scintilla scoccherà a sinistra. Se il governo Letta cadrà, sarà colpa degli altri... Da quella parte debbono ancora elaborare il lutto della mancata vittoria, e nell’attesa rimettono in campo l’anti-berlusconismo. Noi li aspettiamo sereni e tranquilli. Naturalmente, venderemo cara la pelle». E il Cavaliere, nei test di sopravvivenza, non teme rivali.
ugo magri
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