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lunedì 3 febbraio 2014

Fabio Sabatini: cos'è diventato il M5s?


Da Il Fatto quotidiano


Che cosa è diventato il Movimento 5 Stelle?

Varie volte, in questi giorni in cui toni e modi dei grillini sono sotto accusa, mi è capitato di leggere il ritornello: è sbagliato parlare di fascismo per via di qualche sciocchezza detta o fatta da poche mele marce. Ciò che conta è la forza propositiva del movimento, unica vera forma di opposizione in Italia. Tale ragionamento viene avanzato, di solito, dai tantissimi attivisti a Cinque stelle per bene, seri e animati da sincere intenzioni costruttive.

No, cari attivisti, è troppo semplice risolvere la questione in questo modo. Anzitutto, l’opposizione portata finora dal movimento cui partecipate è stata risibile e inconcludente. Ma non è questo il punto.

Il punto è che dovete chiedervi in quale parte dell’arco costituzionale voi, persone per bene, siete finiti a fare politica attiva. Un movimento che si caratterizza per un totale e ostentato controllo da parte dei suoi due leader, per l’immediata repressione di ogni forma di dissenso interno, per il manifesto disprezzo delle istituzioni e per la sua crescente tendenza anti-parlamentare, per le esplicite e reiterate pulsioni xenofobe, sessiste e razziste (non solo tollerate ma anche aizzate dal capo supremo), per i toni e il linguaggio estremi e volgari, per gli incitamenti sempre più frequenti alla violenza (soprattutto di genere), per lo squadrismo digitale (tempeste di insulti e di minacce rivolte con svizzera precisione a chiunque osi criticare il movimento, dall’interno o dall’esterno), per le liste di proscrizione dei giornalisti non amici, per il dileggio collettivo della cultura e degli intellettuali, per il rifiuto ostinato di ogni forma di complessità, e per la sbarazzina superficialità con cui viene liquidata la storia recente del nostro paese. 
Un movimento in cui la grandissima maggioranza dei partecipanti non batte ciglio né prova la benché minima forma di preoccupazione nella lettura di decine e decine di commenti che incitano alla violenza sessuale sulla pagina Facebook del capo, o nel veder diventare virali sui social network foto che mostrano il rogo dei libri scritti dal dissidente di turno.

Ecco, un movimento così è, oggi, la casa naturale dei fascisti. Perciò è logico che chi abbia delle tendenze fasciste voglia rifugiarsi lì.

E voi che siete persone per bene, serie e animate da sincere intenzioni costruttive non potete più ignorarlo. Ci sono momenti in cui bisogna prendere posizioni dolorose. Siete finiti nella casa naturale dei fascisti in un paese che il fascismo l’ha già rovinosamente sperimentato, neanche tanto tempo fa, e che sta attraversando la più dura crisi economica del dopoguerra. Siete in compagnia di tante, tantissime persone che sono, chi più, chi meno, portatrici di idee e di modi non democratici. Se questo non vi fa sentire a disagio, è il momento di porsi delle domande. Se tollerate, e omettete di stigmatizzare, il fascismo che sta fiorendo proprio accanto a voi, ne siete responsabili anche voi.

E con questo non voglio in alcun modo sostenere che dobbiate andare a parare a sinistra. Al contrario. I partiti di sinistra sono stati finora la più mortale delle delusioni, per me come per tanti di voi. Né penso che i tratti antidemocratici del movimento di Grillo debbano far passare in secondo piano l’eversione sistematica e organizzata dall’alto di cui è stato ed è tuttora portatore il berlusconismo. Anzi.  L’incapacità della sinistra, l’eversione berlusconiana e lo squadrismo grillino sono aspetti parimenti gravi della tragedia politica in cui è sprofondato il nostro paese.

A quale porta possano bussare oggi i delusi francamente non lo so. Al punto che, per la prima volta nella vita, ho smesso di considerare esecrabile l’astensione, e anzi provo la massima empatia per chi a votare proprio non ci riesce più. E anche per i tanti colleghi e amici che hanno i mezzi, il coraggio, e l’età per lasciare questo paese sempre più povero di speranza. Ma noi che rimaniamo, pur delusi, dobbiamo almeno riattivare i nostri anticorpi democratici, prima che sia tardi.

 

domenica 2 febbraio 2014

M5s, le parole sono pietre...

Da Il Fatto Quotidiano

Di Antonello Caporale

Le parole sono pietre. Ed è incosciente pensare di poterle usare in modo così rovinoso, ingiustificabile, degradante. Qualunque ragione ha bisogno della logica per affermarsi, e anche della tutela della propria dignità, della buona educazione, del rispetto altrui.

E’ la realtà, le scelte che si compiono e quelle che si ostacolano, le battaglie che si fanno, anche se si perdono, a dare conto dell’impegno, del rigore, delle buone idee.

Sono sempre stato un elettore pellegrino, un perdente nato. Eppure non mi sarei mai aspettato di essere sollevato dal fatto di non aver concesso alle ultime politiche il mio voto al M5S. Spero che ciascuno lotti per le sue idee come può e come sa. E’ nel suo diritto. Ma non infierisca più con le frasi che risuonavano come negli anni venti, con gli insulti gratuiti, gonfi solo di odio. E chi è parlamentare senta su di sè una responsabilità più grande, e colga nella misura (si chiama continenza) il senso del proprio impegno. Le parole sono pietre.

giovedì 5 settembre 2013

Errori, voluti e non, dei parlamentari PD ( ma chi li guida?)

Approvata contro il parere dell'esecutivo la mozione della Lega che impegna a fermare per 12 mesi 
nuove sale online e in luoghi pubblici. Democratici a favore, ma Casson dice: "Ci siamo sbagliati" 
Nessun errore invece nella bocciatura del testo M5S che abrogava lo sconto previsto dal dl sull'Imu
La Lega festeggia l'approvazione, il sottosegretario Giorgetti (Pdl) annuncia il ritiro delle deleghe. Passa contro il parere del governo la mozione del Carroccio che impegna il governo a bloccare per un anno l'apertura di nuove sale online e in luoghi pubblici. "Si rischia un danno da sei miliardi", dice Giorgetti mentre il Pd fa sapere di avere sbagliato a votare: "C'era confusione" spiega Casson. Solo 76 voti favorevoli, invece, per il testo dei 5 stelle che proponeva la cancellazione dell'articolo 14 del decreto IMU che condona i debiti delle società concessionarie. Dei 98 miliardi di multa, ricalibrati a 2,5 miliardi dalla Corte dei Conti, le società dovranno solo le briciole: 611 milioni di euro

Il Pd blocca le nuove slot (per sbaglio) Ma conferma il condono ai concessionari ,o

Parlamentari 5 stelle: portavoce di un blog ( anche brutto, tra ll'altro...)

LA STAMPA

Italia

Il Movimento

Tra i 5 Stelle divisi torna

l’ombra delle espulsioni

Grillo dal blog annuncia: “Siamo in guerra”. In arrivo il terzo “V Day”

C’è una cosa - forse solo quella - su cui i senatori Cinque Stelle, schiavi della loro dolorosa e magnetica diretta streaming, sono definitivamente d’accordo. Che così è uno schifo. E’ un problema umano. Di relazione. Persino di rispetto. Che anticipa, amplificandolo, quello politico. Prima delle alleanze con gli altri, bisognerebbe pensare alle alleanze con se stessi. C’è qualcosa che ci lega, ragazzi? Carlo Martelli, per esempio, duro e puro della prima ora, dice che in questi giorni il collegamento whatsapp con cui i colleghi-cittadini di Palazzo Madama comunicano tra loro è diventato «la cloaca maxima degli insulti». E aggiunge che quelli che hanno scaricato nella chat le accuse peggiori si sono presentati come se nulla fosse. «Ci siamo rivisti e mi hanno detto: ehi, come stai, ti vedo abbronzato. Ma io pretendo spiegazioni». Il bizzarro mondo di internet. Davanti alla tastiera le regole banali della civiltà pesano come carta velina. Alza la voce Martelli - non è da lui - e nei suoi occhi è possibile vedere i pensieri che ruotano attorno all’abisso. «Con i giornalisti dovrebbero parlare solo i capigruppo. Lo avevamo anche votato».

Sulla tribunetta opposta, anche il pacato medico Maurizio Romani, toscano, antirenziano viscerale, considerato un trattativista, ha una cosa da dire. «È emerso un grande astio qui dentro. Anche se nessuno ha il coraggio di ammetterlo. Siamo già divisi in due gruppi. Forse tre. Ma se volete che io smetta di parlare con i giornalisti, beh, allora buttatemi fuori». Lo streaming rimanda impietoso ogni singola parola. È fatto così il futuro?

I talebani di Grillo e Casaleggio guardano il dottore di Firenze stringendo gli occhi. Lo vedono sfocato, annacquato come un riflesso in una pozzanghera. Se fosse una squadra di calcio sarebbe facile dire che lo spogliatoio è spaccato.

Esseri umani che non si amano. Idee politiche che non combaciano. Luis Orellana, che i colleghi volevano candidare alla presidenza del Senato pochi mesi fa, dopo uno sfogo contro il capo della comunicazione Claudio Messora («non ha più la mia fiducia») dice che anche questa storia dell’impossibilità di immaginare un cammino con il Pd lo ha stufato. «Sono per il dialogo. Parliamo solo di se, ma non bisogna avere tabù. Del resto in Sicilia siamo alleati con Crocetta». I colleghi Campanella e Bocchino sembrano approvare. «Chiediamo alla rete che cosa pensa». Le amazzoni del Movimento - la Taverna, la Bottici, la Bertorotta, donne decise, che difficilmente hanno la grazia di giocatrici di badminton - lo inceneriscono verbalmente. Vito Crimi e Nicola Morra sorridono enigmatici. Crack. All’improvviso il pianeta 5 Stelle più che un mondo totalitario sembra un mondo incasinato.

Una sensazione che devono avere anche Grillo e Casaleggio, perché è in quell’istante che decidono di postare la loro ultima invettiva. Letteralmente una chiamata alle armi. «Chi vuole guardarsi l’ombelico si tiri fuori, il M5S non è il suo ambiente», scrive il Caro Leader. Parla a Orellana. A quelli come lui. Fa il riassunto delle puntate precedenti, annunciando l’arrivo del terzo V Day. Campagna elettorale. La senatrice Paglini applaude entusiasta. «Siamo in guerra, una guerra che deciderà il destino del Paese per i prossimi decenni», aggiunge il Caro Leader. Per nulla frenato dall’idea di usare un linguaggio bellico mentre la Siria esplode. Gli interessa solo che i suoi tornino a rivolgersi a lui con lo sguardo ardente tipico dei religiosi ferventi. Non c’è spazio per alleanze. O il mondo è a Cinque Stelle o non è. «Il M5S è una variabile che il Sistema, non solo quello nazionale, non aveva previsto e ha quindi reagito con ogni mezzo possibile per escluderlo dal gioco». Non solo quello nazionale.

Inutile che un gruppo di senatori cerchi di ragionare in modo diverso, di appellarsi al volere della rete. «Siamo portavoce dei cittadini o di un blog?». Domanda inutile, direbbe Battisti. Quando mai la ragione ha avuto la meglio su un’ossessione amorosa? La riunione si scioglie. Non è servita a niente. Salvo a farsi male. Ma il quadro è chiaro. Chi non si adegua è fuori. Torna l’ombra delle espulsioni. Così, nel suo studio, a tarda sera Luis Orellana si sente sgradevolmente solo. Un’impressione così profonda che vorrebbe una parola più grande, certamente più larga, per spiegarla. Curioso per chi credeva di viaggiare sulle spalle di otto milioni e mezzo di elettori. Illuso.

Andrea Malaguti


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lunedì 2 settembre 2013

Uno strappo negli Stellati?

LA STAMPAweb

Italia

Oggi il faccia a faccia su alleanze e democrazia interna

“Subito al voto”, “No, serve dialogo”

I senatori del M5S verso lo strappo

La riforma della legge elettorale e la posizione da tenere in caso di caduta del governo, soprattutto. Ma anche la tanto annunciata - e mai realizzata - piattaforma online per raccogliere le proposte e i pareri della base. La prima riunione post estiva dei senatori del Movimento Cinque Stelle, in programma oggi alle 17, si preannuncia tesissima. E nel mirino finirà anche il blogger Claudio Messora, che si occupa della comunicazione al Senato.

Per avere un’idea del clima, basta dare un’occhiata alle ultime dichiarazioni: Luis Alberto Orellana, senatore che sostiene la necessità di «dialogare» con le altre forze politiche, ieri ha ricordato che anche «Crimi e la Lombardi dialogarono in streaming con Bersani su un’ipotesi di governo» e che oggi, «solo per aver ipotizzato qualcosa di simile, sono diventato un traditore». Due giorni prima la collega Laura Bottici gli aveva spedito un bel «vaffa». Oggi si confronteranno faccia a faccia e c’è già chi ipotizza uno strappo.

Dalla parte di Orellana sono in tanti a Palazzo Madama, almeno dieci. Una minoranza, certo, ma molto determinata. Di tornare al voto con il Porcellum, come sostiene Grillo, non ne vogliono sentir parlare. «Facciamo i presìdi per difendere la Costituzione - butta lì Lorenzo Battista - e poi siamo i primi a non rispettarla. La Carta dice che, nel caso in cui cadesse il governo, non si può tornare subito alle urne. Il Presidente della Repubblica deve prima cercare altre maggioranze. E io dico che il Movimento dovrebbe nono solo valutare maggioranze alternative, ma proporre un governo con personalità di alto profilo. Cosa che purtroppo non è mai stata fatta». Ma sull’altra sponda i colleghi sono perfettamente allineati con Grillo: «Se sei su una macchina che si sta per schiantare contro un muro - prova a spiegare il fedelissimo Alessandro Di Battista -, cosa faresti? Io mi lancerei dal finestrino, sperando di salvarmi anche se rischio di farmi male. Ecco perché bisogna tornare alle urne immediatamente». Anche con quella «schifezza del Porcellum».

Oggi gli «aperturisti» torneranno a chiedere di introdurre la piattaforma online per consultare la base: facciamo decidere gli elettori. A maggio, durante l’incontro di Grillo con i parlamentari, Filippo Pittarello (un uomo della Casaleggio) assicurò: «Sarà pronta entro luglio». Per ora, però, non c’è traccia. Le decisioni vengono prese dalla maggioranza dei parlamentari. «Ma gli input - allarga le braccia Battista - arrivano da uno solo».

venerdì 30 agosto 2013

Il Porcellum ora piace a Grillo, ma non a tutti i grillini...

LA STAMPA

Italia

Battista contro Grillo

«Vuole il Porcellum?
Voterei il Letta bis»

«Se dovesse essere l’extrema ratio per cambiare la legge elettorale allora sì, sarei pronto a votare un Letta-bis». A dirlo è Lorenzo Battista, senatore del Movimento 5 Stelle, all’Huffington Post. A creare scompiglio tra le file dei grillini è stata la posizione di Beppe Grillo, pronto ad andare a votare anche con il Porcellum e incassare con essa, secondo il leader del Movimento, una probabile vittoria. «Abbiamo fatto della riforma della legge elettorale uno dei temi della nostra battaglia politica e adesso cambiamo idea? - si domanda Battista - Napolitano, se cade il governo, tenterà di formare una nuova maggioranza per cambiare la legge di Calderoli. E noi a quel punto che facciamo, diciamo di no?».


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mercoledì 28 agosto 2013

5 Stelle. Aria da resa dei conti

LA STAMPAweb

Italia

Letta-bis e Porcellum spaccano i Cinque Stelle

La fibrillazione politica di questi giorni forse non farà cadere il governo, ma di sicuro sta mettendo sotto pressione i 5 Stelle. Toccando i nervi scoperti del Movimento, in primis la democraticità dei processi decisionali interni. Fare da stampella a un eventuale Letta-bis? Tornare alle urne con il Porcellum oppure chiedere a gran voce che prima venga riformata la legge elettorale?

Questa volta è la tattica politica a dividere i grillini fra «aperturisti» e ortodossi. I primi sono favorevoli a un dialogo con il Pd e vogliono puntare i piedi per cambiare il Porcellum, i secondi, fedeli alla linea dettata dall’home page del famigerato blog di Grillo, vogliono andare al voto il prima possibile, sconfiggere «Pd e Pd meno elle» ed entrare finalmente nella stanza dei bottoni. «Solo qualche “anima bella” pensa di poter correggere il Porcellum ora» ha tuonato Grillo, dopo aver accusato alcuni dei suoi di «giocare a fare i piccoli onorevoli». «Andare a nuove elezioni con il Porcellum è una pericolosa contraddizione per chi non l’ha mai accettato» gli ha risposto il dissidente Francesco Molinari, paragonandolo a D’Alema.

Lo scontro, che fino a qualche mese fa sarebbe stato bollato come «invenzioni giornalistiche», questa volta sta avvenendo alla luce del sole. La posta, dopotutto, non è mai stata così alta. Al Senato i numeri sono risicati e se davvero la maggioranza dovesse avere dei problemi, gli «aperturisti» (c’è chi li quantifica in 10-15), potrebbero avere un ruolo decisivo.

I toni si sono alzati ieri mattina con l’intervista rilasciata dalla senatrice Alessandra Bencini al Secolo XIX. Alla Bencini, che da buona toscana non le manda certo a dire, i diktat di Grillo, ma soprattutto di Matteo Incerti e Claudio Messora (i portavoce non-eletti del M5S a Palazzo Madama) hanno fatto andare di traverso le vacanze in camper a Stoccolma. «Basta coi dittatori, il governo con il Pd è meglio del voto». Apriti cielo. C’è chi le ha dato della voltagabbana su Facebook e chi c’è andato giù molto più pesante. È il caso della senatrice Paola Taverna, che senza citare direttamente la collega di partito, ha pubblicato una poesia in romanesco, «Er Senatore», subito rilanciata da beppegrillo.it: «…So io quella sbagliata che ha perso er movimento? O te come bandiera ora giri insieme al vento... Ma quanti sete 5, 7, 20... Perché nun ve ne andate felici e contenti/ Lasciate che sto sogno che in tanti ancor vediamo/ Possa spiccare er volo.../ E voi state lontano…».

Molti non hanno gradito e in serata l’ideologo grillino Paolo Becchi ha cercato di stemperare la tensione via Twitter: «Non ci sono né ortodossi né aperturisti, ma un movimento, il M5S, che ha un unico obbiettivo, quello di mandarli tutti a casa». Ma si respira aria da resa dei conti.

francesco moscatelli


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mercoledì 19 giugno 2013

A forza di espellere alla fine ... Ne rimarrà solo UNO!

La Stampa

Un’altra deputata verso l’espulsione

Pinna sotto accusa per l’intervista a “La Stampa”

Quando finirà la guerriglia? Quando smetteranno di avventarsi tra di loro come gatti selvatici sulla carne fresca? Quando terminerà l’operazione di «dimagrimento» del Movimento, via gli infedeli per lasciare il campo agli illuminati seguaci del Verbo casaleggese?

Il giorno dopo la richiesta di espulsione della senatrice Adele Gambaro, il deputato Andrea Colletti, rigoroso avvocato pescarese, fissa sull’autolesionistico bersaglio Cinque Stelle il profilo della prossima reproba da colpire in fronte. «Ho fatto richiesta al mio capogruppo per porre la questione di una eventuale espulsione della deputata Paola Pinna per l’intervista rilasciata a La Stampa», annuncia con una certa fierezza. Lui buono. Lei, che ha attaccato il Caro Leader («tra la schiavitù e la libertà, tra Grillo e la Gambaro, scelgo la libertà») cattiva. Lui ortodosso. Lei furbetta. Lui puro. Lei traditrice. C’è una logica spietatamente polpottiana in questa inesauribile lavatrice del buonsenso. Il collega che dissente diventa nemico, uno zero, il nulla. «Pinna chi?», rincara la dose su Facebook l’ex capogruppo di Montecitorio Roberta Lombardi, raccogliendo l’applauso tiepido dei neppure cento attivisti arrivati davanti alla Camera per esprimere la propria solidarietà a Grillo. Un sit in di poche ore, che si svolge contemporaneamente a quello dei soldati di Berlusconi, riuniti per giurare come sempre fedeltà al Divino Generale. C’è differenza tra Genova e Arcore?

Nel Palazzo, braccata dai cronisti, Paola Pinna si rifugia in Aula. Sa che la sua avventura pentastellata rischia di essere al capolinea. Ma il suo disagio, e quello della Gambaro, non possono essere più archiviati come lo sgangherato tumulto di qualche guitto destinato a non spaventare nessuno. Adesso ci sono i numeri a descrivere matematicamente la distanza tra i taleban e i dialoganti. I voti per rimettere alla sacra Rete il destino della senatrice bolognese sono stati 79. I no 42, 9 le astensioni. Senza contare i 30 assenti. Non è chiaro chi sia l’azionista di maggioranza dei gruppi. Grillo vuole sapere. I suoi fedelissimi stanno preparando un dossier con le interviste dei presunti dissidenti e aspettano con ansia il fine settimana, quando arriverà il momento della rendicontazione ufficiale della diaria. A quel punto sarà facile capire chi è attratto dall’odore dei soldi. A quel punto sarà inevitabile chiedere ai riottosi di rispondere all’assemblea congiunta - e presumibilmente alla famelica Rete - delle proprie dichiarazioni ai media.

Il Movimento rischia l’implosione non per differenze sulla linea politica (al momento piuttosto debole) quanto per problemi di organizzazione, struttura, relazione col leader, incapacità di selezione della classe dirigente.

Il senatore Lorenzo Battista ironizza sui proclami da Highlander del suo Capo: «Ho votato contro l’espulsione della Gambaro. Voterò contro quella della Pinna. Altrimenti qui ne resterà soltanto uno». Piccoli affondi, che chiariscono come lo scontro non sia finito. Adele Gambaro, con l’indugio autointerrogativo di chi ha voglia di aprire la profondità di se stessa, rinuncia per qualche istante al silenzio prima di entrare in seduta. «C’è tanta amarezza per quello che sta accadendo. Ma sento anche tanta vicinanza». Altri se ne andranno con lei? «Non è escluso, perché i mal di pancia sono molti, E forse questo potrebbe essere il momento. Ma non c’è nessun contatto con il Pd». È tutto insopportabile. A Montecitorio, parlando del debito pubblico salito a 2.041 miliardi, la deputata Carla Ruocco, fedelissima di Grillo, cita Svetonio: «Il buon pastore deve tosare le proprie pecore, non scorticarle». Ottimo consiglio per il governo. Anche quello del suo Movimento.

martedì 18 giugno 2013

Il Buongiorno di Gramellini. Cittadina realtà.

LA STAMPA

Prima Pagina

Cittadina Realtà

«Salve, cittadino Cinquestelle, sono un disoccupato senza casa e pieno di debiti, deluso dai partiti che pensano soltanto ai fatti loro. Voi invece siete qui per aiutarmi, giusto?». «Puoi dirlo forte, cittadino disoccupato senza casa e pieno di debiti. Noi ci occupiamo dei problemi veri del Paese. Oggi per esempio stiamo decidendo se mettere ai voti la diretta streaming della riunione in cui si deciderà se sottoporre al voto della Rete la decisione di cacciare dal movimento una cittadina senatrice infetta che ha osato dire che Grillo ogni tanto sbaglia».

«Capisco le esigenze della democrazia diretta, cittadino Cinquestelle. I miei problemi possono aspettare fino a domattina». «Domattina abbiamo un’altra emergenza, cittadino. Dovremo rendicontare in diretta streaming gli scontrini dei cornetti del bar di Montecitorio, dividendo i cornetti alla crema da quelli al cioccolato e i cornetti dei buoni cittadini dai cornetti dei cittadini infetti». «Potrei avere un cornetto, cittadino? Anche infetto». «Per darti un cornetto devo fare lo scontrino e per fare lo scontrino devo chiedere il permesso alla Rete in diretta streaming. Il problema è che per chiedere la diretta streaming è necessario convocare una riunione del gruppo». «Convocala, cittadino: sto morendo di fame». «Impossibile, cittadino, il gruppo è già riunito». «Per fare che?». «Te l’ho già detto: per decidere se cacciare o no la senatrice infetta». «Ma quando comincerete a occuparvi della realtà?». «La cittadina Realtà? Va disinfettata, cittadino. E se oppone resistenza, va cacciata. A meno che abbia richiesto lo scontrino».

Massimo Gramellini



venerdì 7 giugno 2013

M5s: comincia la ribellione...

LA STAMPAweb

Italia

La rivolta contro Crimi
“Tra di noi troppi infiltrati”

Il senatore Giarrusso attacca il capogruppo e minaccia di andarsene
Furnari e Labriola avranno un chiarimento con il leader a Taranto

Metà mattina, atrio principale di Montecitorio, il deputato tarantino Alessandro Furnari, già cittadino Cinque Stelle, firma la lettera con cui chiede ufficialmente di lasciare il Movimento e di passare al gruppo misto. Piega la testa sul bancone degli uscieri. E verga il suo nome con una bic nera. Addio. Adesso è ufficiale. Imbuca la sua missiva, destinata alla presidenza della Camera, assieme a quella della collega Vincenza Labriola. Respira a fondo. Ha lo sguardo triste, come se per legge qualcuno gli avesse vietato di guardare il cielo. Eppure si sente sollevato. Decide di offrirsi un caffè. Curva leggermente le spalle e si avvia in Transatlantico dove incontra il vice presidente della CameraLuigi Di Maio. Un dialogo amichevole. Spiegazioni. Comprensione. Dai aspetta. Non è più possibile. Ma perché lo fai? Cose così. Finché il telefono di Furnari squilla. È Grillo. Fuori tempo massimo. «Alessandro ma che cosa ti succede?». Alessandro glielo spiega. Venti minuti di dialogo. Il discorso più lungo che ha mai fatto col Capo. «Mi ha chiesto di aspettare ad ufficializzare la cosa. Sabato è a Taranto, casa mia e di Vincenza. E domenica ci sono i ballottaggi. L’ho ascoltato. Non voglio mettere in difficoltà il movimento». Ma il Movimento ha già deciso che lui è un traditore. «Scilipoti». «Vigliacco». «Hai sentito l’odore dei soldi , fai schifo». La sua pagina Facebook diventa un verminaio. Anche quella della Labriola. Le scrivono cose orrende. «Ognuno reagisce a modo proprio. L’avevo messo in conto», racconta lei. Spaventata? Un po’. Ma molto più leggera. «Quando uno ha le scarpe strette alla fine se le toglie». Ha dato appuntamento ad Alessandro a Palazzo Marini. Prendono un treno assieme. Lei lo guarda. Come se cercasse nei suoi occhi la pienezza delle proprie parole più che una risposta a quello che stanno facendo. «C’è un momento in cui ti rendi conto della distanza che passa tra l’utopia e la concretezza delle cose». Diranno che lo fai per soldi. «Lo so. Ma non è vero. Lo faccio perché nelle riunioni invece di discutere di lavoro, di politica, si parlava d’altro. Era diventato impossibile». Ha lo sguardo pulito. Non si sente in colpa. Furnari dice che anche la storia dell’Ilva ha contato parecchio. Il Movimento si è mosso senza chiedergli niente. E le posizioni di Grillo gli sono sembrate inconciliabili con le sue. «Ha parlato di dazi doganali. Io invece immagino una città che riscopre il turismo. Che non ha più paura di essere ammazzata dai tumori. Scriverò ogni cosa in un post. Sono stato sempre fedele al Movimento. Ma non ho mai smesso di ragionare con la testa di Alessandro Furnari.». Su Facebook gli insulti non si contano più. Buon viaggio.

Che cosa succede al Movimento? Ci può essere un giorno peggiore di questo giovedì 6 giugno? Immaginarlo è difficile. Soprattutto se si sposta l’attenzione dalla Camera al Senato. È come essere a teatro. Sul palco sale l’irascibile senatore siciliano Mario Michele Giarrusso. Uno spettacolo che dura forse tre ore. Diciamo dalle cinque alle otto. «Ho scritto al Presidente Grasso di essere sostituito nella Giunta per le Elezioni e le Immunità». È fuori di sé. Grida. Accusa. Ritratta. Precisa. Una furia. Molla tutto. Anzi, alla fine resta. Ma con chi se la prende? «Nel movimento ci sono infiltrati di Berlusconi. Lo segnaleremo a Beppe e li manderemo affanculo». Il suo stupefacente obiettivo è Vito Crimi, il suo capogruppo, che al momento di votare il candidato al Copasir - e cioè lui, Giarrusso - si è perso nei meandri del Palazzo. Sparito, risucchiato in un labirinto. Assente ingiustificato nel momento del bisogno. «È stata una Caporetto. Ma se ci hanno messo all’angolo non è solo per responsabilità esterne. Adesso apriamo la caccia al berlusconiano infiltrato. Ci sono delle mele marce. Se le ha il Pd perché non dovrebbero esserci tra noi? Vogliono salvare Berlusconi». Spara cannonate contro il pupillo di Grillo. E persino, per tre ore, si dimette. Poi si calma. Respira. Ritira le dimissioni. Mentre Crimi si scusa - «Ho commesso un errore. Mi dispiace» - e il Movimento si riunisce alla Camera nell’ennesima e sempre più vuota riunione fiume congiunta. Scricchiolii antipatici. Come fai a convincere un Paese che il tuo favoloso successo elettorale non è stato soltanto un biglietto della lotteria in un mondo di lanci di dadi a casaccio e di subbuglio senza fine?

ANDREA MALAGUTI



venerdì 31 maggio 2013

Via WhatsApp nasce l' "intergruppo parlamentare"...,

LA STAMPA

Italia

Il leader in battaglia per bloccare le sirene del dialogo a sinistra

Si allarga il fronte dei dissidenti pronti ad accordi con Pd e Sel

Si è incattivito. Ma perché si è incattivito tanto? Perché Beppe Grillo, nel suo ultimo iracondo post definisce Stefano Rodotà «un ottuagenario miracolato dalla rete a cui auguriamo di rifondare la sinistra»? Per l’intervista al «Corriere della Sera», in cui il Professore sostiene, tra le altre cose, che «Grillo sbaglia, la rete da sola non basta e si deve avere la capacità di confrontarsi con gli altri in Parlamento»? Anche. Ma non solo. Le dichiarazioni della ex divinità delle Quirinarie, il genio buono della lampada capace di riempire le piazze dell’indignazione popolare, non bastano a spiegare l’aggressività sgangherata del Megafono del Movimento, convinto di trovarsi di fronte alla Madre di tutte le Battaglie. Per capire la furia di Grillo bisogna partire da due parole metalliche, che abbinate finiscono per diventare quasi inascoltabili: intergruppo parlamentare. Il granello di sabbia che rischia di far saltare il suo sofisticatissimo ingranaggio.

Di che cosa si tratta? Di un’idea che galleggia in Parlamento da settimane. Un embrione di progetto su cui una sere di deputati e senatori di Sel, del Pd e del Movimento 5 Stelle, stanno ragionando per cercare di capire se esista un modo vero per rimettere in contatto le esigenze e la voglia di cambiamento di un popolo di sinistra che non riesce più a riconoscersi nella propria classe dirigente. Quelli a pensare all’autoconservazione. Loro - una platea di milioni di elettori insoddisfatti - da vent’anni disperatamente alla ricerca di quella visione solidale, condivisa e forte che proprio Rodotà sembrerebbe incarnare. E con lui Salvatore Settis. E Fabrizio Barca. Elite del progressismo democratico. Una sorta di criptonite per Superman Grillo, che da un lato ha lanciato la sua opa ostile agli elettori del Pd che vuole iglobare e dall’altro non sopporta più i suoi parlamentari «dialoganti» - e dunque eretici - che si moltiplicano all’interno del Palazzo disattendendo la linea calata dall’alto e rifiutando il sacro metodo («Voi non potete occuparvi di strategie politiche»). A cominciare da Adriano Zaccagnini che commentando il post del suo (ex?) Caro Leader, ha spiegato: «Voglio dare la mia piena solidarietà al Professor Rodotà per il modo in cui è stato apostrofato. Contro di lui si è mossa la macchina del fango. È un grande costituzionalista e deve essere trattato con rispetto». Un modo eroico per mettere la testa sulla ghigliottina? Forse. Ma la pattuglia di chi è affascinato dalle sue teorie si allarga. «Beppe non vuole un Movimento così ampio come è risultato alle politiche, Vuole contare su una falange di fedelissimi», chiosa Zaccagnini. Il contrario di quello che sostiene la ultraortodossa Laura Castelli. «Rodotà ha creduto alla macchina del fango che si è mossa contro di noi. Dovrebbe frequentarci di più».

Chiarito che cosa vuole Beppe - gladiatori pronti al sacrificio per arrivare a Gaia - che cosa vogliono invece gli architetti dell’intergruppo parlamentare, questa ipotetica nuova casa comune in cui progettare un Paese più pulito, senza i rigori da KGB dei Cinque Stelle e l’isteria fuori controllo del Partito Democratico?

Discutere, come è successo ieri all’incontro del settimanale Left, dove Salvatore Settis e Fabrizio Barca, di fronte a una platea del Piccolo Eliseo della quale facevano parte anche cinque deputati Cinque Stelle, hanno parlato della crisi di una democrazia dominata ormai da oligarchie finanziarie. Temi grillini. Declinati con maggior spessore. E da chi è formata questa nuova galassia parlamentare che potrebbe fare esplodere una parte del pianeta Cinque Stelle? In ordine sparso, e con visioni diverse: Pippo Civati, Laura Puppato, Sergio Cofferati, Corradino Mineo, Sonia Alfano e persino Roberto Giachetti, la cui proposta di legge elettorale ha prodotto la prima mossa strategica in Parlamento del Movimento. «È ora che il confronto venga fatto alla luce del sole», dice Pippo Civati, consapevole delle resistenze ancora forti all’interno dei Cinque Stelle. Un universo ultratecnologico in cui il dialogo informale avviene via WhatsApp. Peccato che a confrontarsi sulla linea messaggistica in tempo reale siano inclusi solo 69 dei 109 deputati. Sono cattivi gli altri 40? O semplicemente stanno cominciando ad aver voglia di tornare alla vita come la conoscevano un tempo, quando parlare con gli altri era non solo legittimo, ma persino piacevole?

andrea malaguti


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sabato 11 maggio 2013

Grillo, il "semplice portavoce" padrone del vapore...

LA STAMPA

Italia

Trenta dissidenti

pronti a un nuovo gruppo

Dalla diaria allo ius soli: “Beppe deve smetterla di trattarci come servi”

«Balle, balle, balle. Grillo la deve smettere di trattarci come servi». Il deputato Cinque Stelle è evidentemente nervoso. «Io? Siamo almeno in cinquanta. Questa storia è appena all’inizio. Potremmo anche uscire dal gruppo». Fuma ossessivamente nel cortile di Montecitorio mentre compulsa l’Ipad che restituisce le ultime esternazioni di Grillo. L’ennesima bolla papale da blog: «Houston abbiamo un problema. Di cresta. Ebbene va ammesso». Non erano i media a inventarsi i mal di pancia, dunque. Era lui a far finta di nulla. Adesso lo scontro è in campo aperto. «Chi non restituisce i soldi della diaria non rendicontati è fuori. Abbiamo firmato un contratto. Con tremila euro puoi viverci». Non vi piace l’aria che tira? Via. Raus. Bye Bye. Levatevi di mezzo. Non è un Movimento per mammolette, questo. La linea non si discute, si sposa. Questione di fede. «Ma di che cosa parla? Ma quale contratto? Sfido chiunque a portarmi un foglio dove c’è scritto che l’eccedenza va riconsegnata. A me di cinquecento euro in più non me ne può fregare di meno, ma passare per uno che bara proprio no». Gli suona il telefono. E’ un collega del Sud Italia. Il dialogo dura venti minuti. «Dobbiamo reagire». Fissano un incontro assieme a un drappello di riottosi per la prossima settimana. E’ arrivato il momento di contarsi. «Nel gruppo misto mai. Ma se fossimo venti qui e dieci al Senato potremmo dare vita a una costola indipendente, dobbiamo solo trovare il modo per spiegarlo alla base. Non siamo scilipotini». Qual è la distanza tra un piano rabbioso e la realtà? «Chi lo sa, di sicuro così non si può andare avanti. Eravamo il Movimento dell’uno vale uno. Siamo diventati l’armata brancaleone dell’uno vale zero. E quello zero siamo noi».

Bisogna ricostruire la riunione di giovedì pomeriggio per capire meglio il clima avvelenato. Grillo arriva, parcheggia come lo zar di tutti i Palazzi nella pancia di Montecitorio e si precipita nella saletta dei gruppi dove l’aspettano inquieti i suoi parlamentari. Lui li gela. «Si discute di un principio. L’aderenza a patti liberamente sottoscritti. E l’adesione all’etica del Movimento. Nessuno ci farà sconti». Per chiarire che non sta giocando dà del «pezzo di merda» al deputato dell’assemblea siciliana Antonio Venturino che pretende di tenere l’intera indennità. Il vice-capogruppo alla Camera, Riccardo Nuti, condivide la raffinata analisi. «Sì, sì, lo è». A quel punto il senatore Francesco Campanella, ex sindacalista, uomo perbene e siciliano anche lui, si alza in piedi. «No Beppe. Venturino non è un pezzo di merda. Non è giusto trattare le persone così». Grillo lo guarda come se lo volesse radere al suolo. «Parli? Ma tu che cosa hai fatto negli ultimi due mesi?». Il tentativo di umiliarlo. Di dimostrare plasticamente che la loro esistenza politica è appeso al filo sottile che Lui stringe tra le dita. «Senza di me non siete nulla». E’ questa l’idea - pericolosa, potenzialmente distruttiva - che rimanda. Campanella regge lo sguardo. In questo due mesi è rimasto a Palazzo Madama dodici ore al giorno. «Non mi pare una domanda pertinente. Ma te lo dico. Ho lavorato nella Commissione Speciale e ora nella commissione Affari Costituzionali». Grillo lo ignora.

Ormai incapaci di lottare con le contraddizioni che sono state loro imposte, sono molti i deputati che prendono la parola. Grillo resta sorpreso. Si aspettava l’insoddisfazione di una manciata di eretici. Invece sono decine. Li ascolta. Si stranisce di fronte a chi gli racconta i propri casi familiari. «Ho tre figli», «Ho il mutuo», «Mi sballano le tasse». Visioni curiose che si fondono con obiezioni più concrete: «Il contratto non c’è. E lo sai». Così Grillo affonda nuovamente. «Nessuno farà la cresta», grida. «Vaffanculo al denaro». Il deputato Alessio Tacconi, eletto in Svizzera, si ribella. «In questo modo diventi offensivo. Qui la cresta non c’entra». Quattro ore da mal di testa. Che si chiudono apparentemente con un nulla di fatto. Invece, nel giro di 24 ore, Grillo spara nuovamente a zero. Uscendo dall’hotel dove ha passato la notte se la prende con Letta, chiude a una legge sul diritto di cittadinanza per chi nasce in Italia - incassando la curiosa contrarietà del fedelissimo Alessandro Di Battista, che prima si dice favorevole allo «ius soli», poi ritratta e si riallinea - e punta il dito contro chi ha fame di soldi. «Nessuna mediazione sul denaro».

A Palazzo Madama anche gli uomini della comunicazione rinforzano la tesi del Capo. «C’è gente che se ne vuole andare? Prego. Si accomodino. Resterà solo che crede davvero nel Movimento». Chi non fa domande? Chi non sgarra? Chi continua a marciare sulla via della gloria grillesco-casaleggese anche se è costretto a percorrere strade costruire su desideri altrui e, peggio, già esauditi? Chi?

ANDREA MALAGUTI


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venerdì 10 maggio 2013

Il blitz di Grillo sui rimborsi..

LA STAMPA

Italia

Blitz sui rimborsi

Ma la linea dura

di Grillo non passa

Stop alla “lista nera”, la decisione slitta ancora

Il taxista ci rimane di sasso quando l’autista di Beppe Grillo gli bussa sul vetro. «Ci siamo persi. Ci guida a Montecitorio?». Quello, esaltato, butta la cicca con gesto teatrale. «Seguitemi». E li porta fino a via della Missione dove l’auto del re dell’anticasta, il babau del potere inteso come privilegio, infila il portone al numero 8 facendo sussultare un antico commesso. «Neanche il presidente Napolitano si prende certe libertà. Se non piove parcheggia fuori e fa gli ultimi metri a piedi». Ma il divo-divinità vive in un contro-mondo tutto suo, in cui lui può e gli altri invece no. È splendente, giusto, lancillottesco. Anzi francescano, è così che dice. Se non fosse per un conto in banca non proprio da ultimo della Terra. In ogni caso è per questo che oggi è qui, inseguito da fotografi e telecamere, blandito come Wanda Osiris, ammirato dai suoi come Luigi XIV, il Re Sole. Per parlare ai suoi eletti della gestione dei soldi. Guai a chi svicola. Guai a chi mette in tasca i denari non rendicontati della diaria. Sacrilegio. E vergogna. Anche se il codice interno non lo specifica, è chiaro che chi sgarra rompe si chiama fuori dal Movimento. Come ha fatto il siciliano Venturino. «Tiene i soldi? È un pezzo di merda». Fucilato.

Nell’auletta dei gruppi i parlamentari stellati ci sono quasi tutti. Lo sanno che il papa ligure arriva minacciando la ghigliottina. Peggio la black list. Nudi davanti ai propri intransigenti elettori. «Metteremo nomi e cognomi di chi vuole tenersi i soldi», dice subito con una certa ferocia. Affonda, rosso come un fabbro che tira colpi di martello a un’incudine. «Non si fa la cresta su ciò che non è rendicontato». L’assemblea è muta. Nervosa. Sguardi torvi. Lui li percepisce. Per la prima volta il suo carisma non basta. Allora rallenta. Abbassa i toni. Prova a incantarli, come se avesse trovato il modo di riempire l’aria di pesci. Si lancia in un comizio in cui infila dentro tutto. Da Berlusconi «che in qualunque altro Paese civile sarebbe in galera» - come scrive in un suo post - ai nuovi rapporti da tenere con i media. «Evitate i talk show, ma andate in tv a spiegare le nostre idee. Fermatevi con i giornalisti per strada». Cerca di stordirli, di portarli altrove, ma quelli, appena il divo tace, ritornano secchi sull’unico argomento che li ha portati lì. «Il regolamento non dice di restituire l’eccedente». Uno, due, dieci. Le voci del dissenso si moltiplicano. Grillo prende tempo. Chiede al gruppo di votare la linea in un prossimo incontro. Passa l’idea che sarà necessario restituire i soldi ma che ciascuno potrà fare presente il proprio caso particolare.

Il senatore Maurizio Romani, avvertendo la fatica di una noia senza fine, è uno dei primi a lasciare questo incontro che durerà quattro ore. «Su questa storia ci siamo mossi col culo, non con la testa. Qui non ci sono solo ex disoccupati, ma anche gente che aveva - e ha - una vita strutturata». Lui, medico cinquantottenne, non ha voglia di farsi bacchettare come uno scolaretto. Non è l’unico a dimostrare disagio. La pugliese Giuliana Labriola spiega che la vita romana è costosa e che chi ha due figli e un marito - come lei - non può permettersi di trattare il denaro con leggerezza. «Noi restituiamo ogni mese 400 mila euro, oltre ai 42 milioni di rimborsi elettorali già dati. Direi che è abbastanza, no?». Non finisce qui. Sono troppi - almeno una cinquantina - i riottosi. Grillo abbraccia tutti. Ma nel fondo dei suoi accertamenti fisici dimostra indifferenza, come se il loro corpo e la loro immagine fossero una cosa differente. Saluta. Gigioneggia. «La diaria? La teniamo io e Casaleggio». Casaleggio. Il guru che non c’è. Rimasto a casa infastidito dalle voci sulle sue pressioni ai deputati che si occupano di bilanci. Soldi anche lì. Il papa ligure è di nuovo in auto. Stavolta la strada la conosce. «Siamo la vera protezione civile del Paese». Sgomma per Genova riponendo lo sguardo spiritato nella quotidianità della sera romana.[AND. MAL.]

Andrea Malaguti


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giovedì 9 maggio 2013

Grillo, il "semplice portavoce", deciderà sulla diaria

LA STAMPA

Italia

Diaria M5S, Grillo serra le fila

Il leader a Roma chiederà la restituzione dei soldi non rendicontati. Chi non ci sta rischia la futura candidatura

O i soldi o la poltrona. Alla fine sarà questo il messaggio infilato in bottiglia. Il papa ligure entra per la prima volta nel Palazzo. Beppe Grillo, signore dell’invettiva, divinità da piazza, fustigatore dei costumi, mette il suo sacro piede nel tempio del Potere, l’indistruttibile enclave dell’odiata casta. Oggi pomeriggio alle tre, 162 parlamentari del Movimento Cinque Stelle lo aspettano inquieti nell’auletta dei gruppi.

Cosa vorrebbe lui? Che lo ammirassero con sottomessa distanza come si fa con un imperatore, che lo abbracciassero come si fa con un antico genitore, e, infine, che gli dicessero umili: «Beppe, sulla diaria abbiamo peccato, anche se il regolamento che abbiamo firmato è ambiguo, ciascuno di noi giustificherà le spese e donerà in beneficenza l’eccedente». Perfetto.

Il problema è: che cosa diranno davvero loro? Alcuni, la maggioranza (meno di novanta) un banale sì. «Certo che restituiamo l’eccedente». Altri si barricheranno dietro un video che gli uomini della comunicazione parlamentare hanno prodotto per evitare lo scontro frontale. Un filmato strappa lacrime in cui singoli cittadini-deputati fanno presente le proprie difficoltà esistenziali. Cose del tipo: «I miei genitori vivono in una casa popolare e io sono nel loro stato di famiglia. Se il fisco farà riferimento alla mia busta paga rischiano di perdere l’alloggio pubblico. L’eccedenza mi serve». Altri parleranno dei figli, del divorzio, della solitudine. «Cose che questo Palazzo non conosce», spiega un uomo dello staff-comunicazione a Montecitorio.

Infine ci sarà una trentina di persone che reagirà così: «Caro Beppe, tu sei il leader, ma noi abbiamo firmato un accordo in cui non si parla delle eccedenze. I soldi in più, poche migliaia di euro, li teniamo». Un atteggiamento simile a quello avuto ieri dal vicepresidente dell’Assemblea siciliana Antonio Venturino. Che proprio per questo è stato di fatto espulso dal Movimento. Il papa ligure si può permette una frattura plateale di questo tipo? Difficile. Perciò, per evitare di frustare i propri fedeli senza rimorso come se fossero cani da slitta, ipotizzerà - o farà ipotizzare - una paio di scenari. Il primo: chi non restituirà l’eccedente finirà in una black list che sarà pubblicata sul suo blog. Il popolo della rete a quel punto si potrà sfogare facendo conoscere la propria presumibilmente poco pacata opinione sul tema. Gogna?

Il secondo: lo staff della comunicazione si preoccuperà di far sapere ai più riottosi che la mancata restituzione della parte di diaria non giustificata potrebbe portare - e porterà - alla mancata ricandidatura alla prossima tornata elettorale. Coerenza o ricatto?

Il gruppo sul tema è spaccato. E in queste ore di tensione parecchi deputati Cinque Stelle mostrano insofferenza per quello che considerano il « cerchio magico» del tandem Grillo-Casaleggio. Un gruppo ristretto di persone che comprenderebbe, oltre ai responsabili della comunicazione, i capogruppo alla Camera e al Senato, Crimi e Lombardi, Laura Castelli, Roberto Fico e Alessandro Di Battista. Figli più uguali degli altri chiamati a orientare le scelte collettive. E il principio dell’uno vale uno? «Il direttorio? Chi fa questi discorsi probabilmente è invidioso», commenta il pescarese Daniele Del Grosso. Forse. Ma è difficile che il disomogeneo gruppo Cinque Stelle possa continuare a camminare come se fossero perennemente sospesi su una fune da equilibristi.

ANDREA MALAGUTI


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