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domenica 8 settembre 2013

Ampuero:"Facile celebrare Allende senza dirsi la verità"

LA STAMPA

Cultura

“Anche noi della sinistra siamo stati responsabili per la fine del presidente”

Roberto Ampuero, scrittore e ministro della Cultura cileno,

nel ’73 giovane comunista: “Facile celebrare, senza dirsi la verità”

«È ora che la sinistra, soprattutto quella estrema, si chieda come mai Salvador Allende morì completamente solo. Altrimenti stare qui a celebrarlo diventa solo un esercizio inutile». Roberto Ampuero oggi è uno scrittore famoso, pubblicato in tutto il mondo, e di mestiere fa il ministro della Cultura in Cile. Quarant’anni fa, però, era tutta un’altra storia: «Militavo nel movimento dei giovani comunisti».

Ricorda cosa fece, il giorno del golpe? «Molto bene, come tutti i cileni. Quando seppi dei primi disordini andai all’università, perché la consegna del partito era questa. In caso di golpe, ognuno al suo posto: i lavoratori in fabbrica, gli studenti in aula». Cosa trovò? «Andai all’Instituto Pedagógico, e con grande sorpresa vidi i miei compagni che bruciavano i propri documenti identificativi. Così li imitai anch’io». Perché? «Volevamo cancellare la nostra identità e la nostra militanza. Poi notai un’altra cosa, che non dimenticherò mai: all’università c’erano solo ragazzi, nessun leader politico. Nessun capo del movimento. Erano tutti scappati». E lei cosa fece? «Non c’era rimasto molto da fare. Saltai il muro di cinta, perché i soldati avevano bloccato i cancelli, e andai a casa. Era una giornata cupa, silenziosa. Ogni tanto si sentiva qualche sparo, ma erano episodi isolati. Salii sul tetto, e guardai da là gli aerei che bombardavano il Palazzo della Moneda. Quindi mi sintonizzai su Radio Mosca, perché era l’unica maniera per sapere cosa stava succedendo al mio paese. Qualche tempo dopo scappai, rifugiandomi nella Germania Est». Perché non dimenticherà mai di non aver visto politici in strada? «Fino alla settimana prima, tutti cantavano: “Allende, el pueblo te defiende”. Quando cominciarono a volare i proiettili, però, erano tutti spariti. Morì da solo: con lui c’era solo il medico e qualche amico. Non dico che dovevano fare i martiri e sacrificarsi per salvarlo, ma potevano dare almeno un po’ di sostegno politico». Perché non lo fecero? «Bisognerebbe chiederlo a loro: molti sono ancora vivi. Dovrebbero guardarsi allo specchio e domandarsi: io cosa feci di sbagliato? Quale contributo diedi a quella tragedia?». Lei ha scritto che tutti sono un po’ colpevoli della morte di Allende. «Certo. La sinistra ha contribuito a spingerlo su posizioni estreme, rendendo il Cile ingovernabile, ma poi si è sfilata perché lui non era abbastanza rivoluzionario, minacciando di prendere le armi per rovesciarlo. La destra e i militari ne hanno approfittato, per fare il golpe. Gli Usa e l’Europa occidentale lo avevano abbandonato da tempo, considerandolo un nemico, e l’Urss non lo aveva aiutato perché doveva già sostenere Cuba, e creare un’altra Cuba in Sud America sarebbe stato troppo costoso. Tutti hanno una responsabilità, e sarebbe ora di ammetterla: è facile celebrare, senza dirsi la verità». Secondo lei perché fu abbandonato? «Perché nessuno lo considerava davvero uno di loro. Per la destra e i militari era un nemico, e questo era noto. Per i comunisti e i socialisti non era un vero rivoluzionario, ma solo un riformista. Quindi avevano radicalizzato il governo, ma quando si erano accorti che le cose non funzionavano lo avevano mollato. Per i democristiani, invece, proprio il fatto di essere un riformista era la sua colpa imperdonabile». Come mai Allende non capì che lo stavano mettendo in trappola, e non resistette alle pressioni degli estremisti? «Lui era un sognatore, un idealista con una grande visione. Sul piano amministrativo, però, l’economia era un disastro, e su quello politico non era mai riuscito a tenere sotto controllo i partiti della Unidad Popular, che in teoria avrebbero dovuto sostenerlo, ma nella pratica minacciavano di prendere loro il potere con le armi». L’anno scorso lei ha pubblicato un libro intitolato El ultimo tango de Salvador Allende. Come ha immaginato le drammatiche ore conclusive della sua vita? «Credo che abbia voluto morire. Penso che si sia ucciso per punire i suoi nemici: la destra e i militari che lo avevano rovesciato, l’alleanza internazionale contro di lui, i socialisti che lo avevano lasciato solo. Se ci pensate bene, è un’immagine molto cristiana: si è immolato. Si è sacrificato affinché il Cile, dopo il terribile processo della dittatura, potesse ritrovare democrazia e giustizia».

Paolo Mastrolilli


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sabato 7 settembre 2013

Geremicca: "Ora Renzi dice qualcosa alla sinistra"

LA STAMPAweb

Cultura

Ora Renzi dice qualcosa alla sinistra

Che problemi può avere un leader che riscuote la fiducia del 50% degli italiani (in crescita, +3%, mentre calano sia Berlusconi, -5%, che Letta, -3%), che in una sfida elettorale staccherebbe di 18 punti il Cavaliere?

E che per l’84% degli elettori democratici ha fatto bene a candidarsi alla segretaria del Pd? Nessun problema. E infatti Matteo Renzi - titolare di quelle percentuali da record - non ne ha. O meglio: non ha alcun problema di quantità di consensi, ma di «qualità» dei sostegni che gli piovono addosso, forse sì.

A voler spaccare il capello in quattro e ad esser perfezionisti, è questo il problema (piccolo problema, naturalmente) che il sindaco di Firenze ha intravisto e deciso di affrontare: l’assalto degli «ex democristiani» - da Fioroni a Franceschini, con le sue truppe di ex Ppi - rischia infatti di «scoprire» eccessivamente Renzi a sinistra, e di regalare un argomento polemico agli ex Ds ancora in cerca di una linea capace di contenere e limitare il successo del giovane sindaco di Firenze.

Non è questione nuova quella di un Renzi considerato - magari anche solo strumentalmente - troppo «di destra». L’argomento fu molto propagandato dai sostenitori di Bersani nella campagna per le primarie: sì, forse prenderebbe molti voti da quelli che stanno «dall’altra parte»- si diceva - ma non vuol bene al Pd, sembra un corpo estraneo, non è «uno dei nostri». La tesi - più o meno discutibile - ebbe una qualche efficacia: e accoppiata a regole che limitarono di molto la partecipazione al ballottaggio di quelle primarie, forse pesò non poco nella sconfitta del sindaco di Firenze. Commise un errore, Renzi, a sottovalutare gli argomenti dei suoi avversari? Può darsi. Ma è certo che stavolta non si ripeterà...

E così, bilanciare è diventata la parola d’ordine di queste settimane. Dario Franceschini annuncia che voterà per lui? Bene: lo stesso giorno, una opportuna intervista di Fassino a «la Repubblica» serve a dimostrare che non sono solo gli ex Dc a scegliere Renzi. Ancora: Beppe Fioroni - altro ex democristiano molto forte nel Lazio - lascia intendere che alle primarie potrebbe anche lui votare per il sindaco di Firenze? Ottimo: però Renzi viene a Roma per mostrarsi e stringere intese con Ignazio Marino. Magari la preoccupazione è esagerata, considerata la quantità (crescente) di sindaci e governatori di provenienza Ds che vanno schierandosi con Renzi: ma bilanciare certo male non può fare...

Quindi, grande visibilità ad adesioni di dirigenti e amministratori «di sinistra» e poi una rinnovata insistenza su temi cari agli ex Ds e al sindacato (altra spina per il sindaco di Firenze). E il primo tema è, inevitabilmente, quello del lavoro. Renzi ha scelto ieri una platea operaia e storicamente sensibile come Piombino per affrontare la questione. Le proposte che farà potranno piacere o meno alla Cgil - per esempio - ma testimoniano, quanto meno, di un rinnovato interesse verso temi cari alla sinistra e al sindacato. Quanto servirà, lo si vedrà: ma certo la piccola svolta spunta un’arma ai suoi avversari.

«Se fossi in Renzi - annotava ieri Gianni Pittella, altro candidato alla segreteria Pd - sarei un po’ preoccupato per l’affollarsi delle adesioni in queste ore». Suggerimento gentile ma forse inutile, visto - appunto - che il sindaco di Firenze ha già fiutato il vento e preparato le contromosse. La prima, come detto, è provare a riequilibrare un po’ «a sinistra» la platea sempre più larga dei suoi sostenitori; la seconda è lanciare - o far lanciare - qualche segnale alla moltitudine di «rottamandi» che spingono per salire sul suo carro. Certe adesioni, infatti, potrebbero affievolire la sua spinta propulsiva.

Ieri Massimo D’Alema lo ha detto con una battuta: «Matteo parla di rivoluzione ma è una strana rivoluzione, la sua. Con lui si è schierata gran parte dei dirigenti del Pd: è come se i rivoluzionari avessero assalito la Bastiglia insieme al Re, la Regina, i conti ed i marchesi...».

Solo una battuta, appunto. Ma come al solito, al vetriolo...

Federico Geremicca


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giovedì 28 febbraio 2013

L'appello di Viola a Grillo esplode sul Web...

Da LA STAMPA

“Collabora con la sinistra”
E l’appello esplode sul web

La lettera di Viola ( 24 anni) a Beppe ha già 50000 adesioni


«wow. È incredibile». Commenta così Viola Tesi, 24 anni, ex studentessa di scienze politiche con il sogno di aprire presto una gelateria a Firenze, la sua città. Certo non poteva neppure immaginare che il suo appello a Beppe Grillo, lanciato sulla piattaforma di petizioni online Change.org, potesse raggiungere in poco più di quattro ore quasi 50.000 persone. E le sottoscrizioni continuano a crescere di ora in ora.

La lettera di Viola inizia così: “Caro Beppe, mi chiamo Viola ho 24 anni e ho scelto di votare il M5S. Sono tra quei milioni di giovani che credono in una rivoluzione gentile: in un paese solidale, più pulito e giusto, capace di tutelare i cittadini, il loro lavoro, l’ambiente in cui vivono”. Viola continua dicendo che sa che il Parlamento avrà vita breve, ma che “gli eletti del M5S hanno un’occasione storica. Possiamo respingere il ritorno di Berlusconi e costringere Bersani ad accettare le sfide che i suoi stessi elettori vorrebbero raccogliesse.” Viola ha le idee chiare: «Ho scritto a lui perché ho paura. Paura dell’instabilità, paura di un paese che resta immobile e incapace di reagire. Vorrei che Grillo capisse che è ora di dialogare e rispondere alla fiducia che gli italiani hanno riposto in lui».

Che cosa ti aspetti dal M5S? «Non c’è molto tempo. Una nuova legge elettorale, delle norme per combattere la precarietà, i tagli ai costi della politica. Il conflitto di interessi». Nella tua lettera scrivi: “Sono impegni che possono raccogliere il consenso di molte persone. E non tutte hanno votato M5S”. «Sono tutti argomenti cari anche al Pd, sarebbe bello vederli collaborare. Il fine giustifica i mezzi no? E né Bersani né Grillo da soli riusciranno a combinare granché». Che cosa ti ha spinto a lanciare una petizione su Change.org? «Lo spunto me l’ha dato lo spettacolo teatrale di Marco Travaglio “È stato la mafia”. Quando è finito sono uscita da teatro con una rabbia costruttiva. Sono stufa di sentirmi impotente e mi sono decisa a fare qualcosa». Credi che Grillo ti risponderà? «Secondo me sì. Insomma il suo movimento è nato sul web, credo sia il più sensibile ai movimenti della rete». Si sente spesso dire che i voti dati al Movimento 5 Stelle sono “ di pancia”. Tu che ne pensi? «Il mio è un voto di speranza, di cambiamento. Per me questo non è il momento di distruggere, solo di ricostruire».
nadia ferrigo

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