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sabato 11 novembre 2017

Il Cavaliere adesso“tifa” per il mondo radical anti-dem

LA STAMPA

Italia

Con la sinistra divisa Berlusconi

sogna i seggi delle Regioni rosse

Il Cavaliere adesso“tifa” per il mondo radical anti-dem

Mai Piero Grasso si sarebbe aspettato che, ai fan della sua discesa in campo, si aggiungesse il Condannato con la maiuscola, l’uomo politico cui la giustizia italiana ha dato la caccia per un quarto di secolo, insomma Berlusconi. Chiaramente, il Cav “tifa” Grasso non per le sue idee politiche o per la lotta alla mafia. Desidera che il presidente del Senato abbia successo in quanto lo ritiene un grimaldello con cui scassinare il deposito aureo del Pd, le regioni “rosse” della dorsale appenninica. Se il centrodestra facesse bottino perfino là, allora Silvio (con Salvini e la Meloni) avrebbe praticamente l’Italia in pugno. Per riuscirci, i tre devono dividere le forze avversarie, scommettere sulla diaspora alla sinistra del PdR (partito di Renzi) e dunque puntare sulla figura più evocativa di quel mondo, che è senza dubbio Grasso. Se n’è ragionato intorno al desco di Palazzo Grazioli, quando Berlusconi è calato a Roma due sere fa. «Sarebbe fantastico», ha convenuto con i suoi capigruppo, scettico e speranzoso al tempo stesso.

La sbornia del «Rosatello»

Nelle regioni storiche di sinistra, Mdp raggiunge spesso la doppia cifra. Ciò significa che il Pd è destinato a calare di conseguenza. E dove prima i “dem” viaggiavano indisturbati a quota 35-40, adesso devono guardarsi alle spalle. Quasi tutti i collegi maggioritari del Centro Italia diventano virtualmente contendibili dal centrodestra e, in qualche caso, dai Cinquestelle. Già da un mese Renato Brunetta lo andava spiegando a quanti (tanti), nel suo partito manifestavano dubbi sulla convenienza del “Rosatellum”: «Voi non capite», si accalorava, «che questa legge elettorale ci farà vincere perfino dove eravamo sempre andati a sbattere. Perché una sinistra così divisa avrà l’effetto di proiettarci quasi dappertutto al primo posto nei 232 collegi maggioritari». Circolano fior di sondaggi a sostegno della tesi. I primi li aveva tirati fuori Nando Pagnoncelli per Ipsos, lasciando Renzi abbastanza incredulo. Sulla base delle percentuali odierne, che assegnano al centrodestra unito un 34-38 per cento, l’alleanza berlusconiana conquisterebbe alla Camera tra i 240 e i 270 seggi. Questo perlomeno risulta dalle parti di Arcore. Un successo di Grasso aggiungerebbe al centrodestra altri 10-15 seggi. Cosicché per superare la maggioranza assoluta (metà più uno di 630 deputati e 315 senatori) basterebbe davvero poco. Uno scandalo, una gaffe, uno scarto improvviso della pubblica opinione...

Ipotesi «cappotto»

L’ipotesi di “ribaltone” ci sta tutta, specialmente in Liguria. Già oggi il centrodestra amministra l’83 per cento della regione e, secondo il governatore “azzurro” Giovanni Toti, questo antico bastione social-comunista «dimostra che nulla ci è precluso». Genova ponente e La Spezia (ultime sacche di resistenza) potrebbero cadere. A quel punto il centrodestra farebbe “cappotto”: 6 collegi maggioritari a zero. In Toscana resteranno al Pd Firenze e Pisa, ma sarà dura battaglia a Lucca e in Versilia, a Grosseto, Arezzo e Pistoia. Neppure l’Emilia Romagna potrà considerarsi al sicuro dalle forze oscure della reazione in agguato (le destre, come venivano bollate una volta). Si difendono Modena, Reggio, Ravenna e Bologna, ma nessuno metterebbe la mano sul fuoco per Piacenza, Rimini e Ferrara. «La buona amministrazione Pd è un mito crollato, quello dei Cinquestelle non è mai nato», sostiene da destra Annamaria Bernini, «e le divisioni a sinistra faranno il resto».

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ugo magri


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domenica 25 ottobre 2015

Bersani e Consoli: il Tenco isola felice purché non diventi una riserva indiana

LA STAMPA

Spettacoli

Bersani e Consoli: il Tenco isola felice
purché non diventi una riserva indiana

Imprevedibili percorsi della musica popolare fanno quasi coincidere gli psichedelici MTV EMA di stasera a Milano, con la più vetusta e nota Rassegna italiana della Canzone d’Autore. Il Premio Tenco che si è chiuso ieri conosce un rinnovato momento di spolvero grazie alla dedica dei tre giorni, sotto il titolo «Tra la via Aurelia e il West», al suo socio più prestigioso. Trascinato qui in tutta la sua immensa presenza, pur se refrattario alle celebrazioni, Francesco Guccini ha fatto la sua parte di giorno come protagonista e di sera come spettatore: ieri ha parlato da scrittore, unica sua attività da quando ha abbandonato la musica. «Ammetto di essere snob, ma preferisco un mio racconto in un’antologia che non 13 miei LP», ha confessato lasciando un po’ d’amaro in chi le sue canzoni ancora canta. 
Va detto che la platea era soprattutto over 50, così come la congrega del team, e ospiti di riguardo come Carlin Petrini e Sergio Staino, venuti a omaggiare il Maestrone e troppo rilevanti per non rimanere ancora a lungo numeri uno.
Il problema del rinnovamento si fa sentire in questa come in altre organizzazioni culturali: ma le serate (impreziosite da 1 pezzo gucciniano per ogni ospite), erano popolate da artisti di spessore di ogni età. Questo dev’essere poi l’arte, più che una questione di anagrafe. Da Vecchioni a John De Leo, da De Scalzi e Giovanardi a Cristina Donà. Da Pieraccioni fino al supergruppo che ha chiuso ieri sera, tutti ex musicisti di Guccini sempre in tour con il suo repertorio (Flaco Biondini, Marangolo, Tempera e altri, ai quali si sono aggiunti qui Jimmy Villotti e Deborah Kooperman). 
Samuele Bersani (premiato con Pacifico per Le storie che non conosci, con un cameo dello stesso Guccini) e Carmen Consoli, due delle più significative presenze artistiche a questo Tenco, credono che la rassegna abbia ancora una missione. «Sono per mantenere la tradizione purché non diventi una riserva indiana - dice Samuele -. Anch’io a 45 anni sono un reduce, ma è positivo poter ascoltare tutte insieme tante poetiche nelle quali ti puoi riconoscere. Guccini poi è uno dei primi che ho incontrato con Lucio Dalla, amo i suoi dischi meno verbosi, come Parnassus». Per problemi di voce ieri non ha potuto cantare, mentre Carmen Consoli, all’Ariston con una personalissima Il vecchio e il bambino, rileva «la spaccatura in Italia fra “profilo” e “pop”. Il Tenco è una piccola isola dove si manifesta la necessità di elaborare le cose con il tempo, diventato così prezioso che nessuno ormai lo utilizza. Dopo 6 anni di assenza dalle scene, rilevo che lo spazio è più in direzione pop, se percorri le strade dei locali è diventato persino difficile esibirsi». Sempre più difficile. 
marinella Venegoni

sabato 24 agosto 2013

Altroché giaguaro... Bersani vorrebbe smacchiare Renzi...!

LA STAMPAweb

Italia

D’Alema e Bersani già divisi sul dopo Letta

I fedelissimi del sindaco di Firenze: autoritaria l’idea di cancellare il congresso, sarebbe il suicidio del Pd

Già in luglio, quando ancora doveva arrivare la sentenza, gli ex diessini di fede dalemiana andavano dicendo che in caso di condanna di Berlusconi un precipitare degli eventi in autunno avrebbe potuto produrre in chiave interna «il male minore: lasciare Palazzo Chigi a Renzi senza consegnargli pure il partito». Gli altri però, cioè la tribù bersaniana, già prefigurava un altro schema, puntare tutto su Letta congelando Epifani alla segreteria. Se dunque si arrivasse ad una sfida Renzi-Letta per la premiership, il blocco ex diessino del Pd si spaccherà come una mela, visto che oggi puntualmente le due tesi vengono a galla. Gli uomini di Bersani addirittura non escludono si possa incoronare Letta come candidato alle urne senza passare per le primarie, tesi scartata perfino dagli uomini più vicini al premier. «Considero un esercizio di stile parlare di elezioni come se fossero scontate, ma siccome Letta sta facendo bene il premier, in questo momento è il miglior candidato: ma per sceglierlo andrebbero seguite le procedure ordinarie», dice Marco Meloni, lettiano doc. D’Alema invece punta su Renzi per Palazzo Chigi e su Gianni Cuperlo per la segreteria. E anche gli ex Ppi sono nel marasma. «Perché se il Pdl tira troppo la corda Enrico non si farà logorare e se rinunciasse al governo per difendere i nostri principi, potrebbe giocarsi poi al meglio questa carta nella sfida con Matteo», ragiona uno dei più alti in grado nel Pd che col premier parla due volte al dì.

Dunque si capisce che lo sbocco delle urne non lo esclude più nessuno, casomai si discute sulla tempistica (marzo il mese più gettonato) posto che tutti son consci che Napolitano farà ogni cosa in suo potere per non sciogliere le Camere senza una nuova legge elettorale. Massimo D’Alema è il primo a parlar chiaro spiazzando i bersaniani che vorrebbero riuscire nell’ardua impresa di mettere insieme un ampio fronte anti-Renzi: un resoconto del «Fatto Quotidiano» di un suo discorso in un piccolo borgo dell’Umbria, liquidato come «distorto e forzato» dallo staff di D’Alema, apre comunque uno squarcio su quale sarà lo scenario nel Pd di qui alle prossime settimane: una lotta all’arma bianca. D’Alema infatti scarta a priori una ricandidatura di Letta, «un leader di transizione per un governo momentaneo, non sarà utile una seconda volta», ma si dice convinto che alla fine non ci sarà una crisi perché se si andasse alla conta in aula il centrodestra potrebbe dividersi. «Ma se vogliono andare ad elezioni, Berlusconi sa che con Renzi leader siamo 15 punti avanti a lui».

E se non si può sapere cosa ne pensi Renzi di questo schema, «a ora l’unica corsa che c’è è quella per la segreteria, certo che lui punti a fare il premier non è un mistero, poi si vedrà», risponde il suo staff, ad alzare un fuoco di sbarramento contro i bersaniani ci pensano i suoi parlamentari. «Se dovesse precipitare tutto è evidente che più che un segretario andrà scelto un candidato premier», dice a Omnibus il responsabile organizzazione Davide Zoggia. Facendo capire che il nodo potrebbe essere sciolto negli organi dirigenti dove l’ex segretario ha ancora la maggioranza. «L’assemblea è sovrana. Personalmente mi pare che Letta abbia dimostrato una statura anche internazionale che va tenuta in grandissima considerazione». E scoppia la bagarre. «Chi la pensa così non è solo fuori di testa ma non fa i conti con Renzi e con la stragrande maggioranza dei nostri militanti che dopo l’ultima performance contro il giaguaro vorrebbero finalmente vincere di due lunghezze», reagisce tranchant Roberto Giachetti, renziano in servizio permanente effettivo. Duro al pari del collega Dario Nardella che si scaglia contro «questa idea autoritaria e autoreferenziale che potrebbe innescare una spirale suicida per il Partito democratico».

Stando così le cose, in una sfida tra Renzi e Letta per la premiership, il primo potrà contare sull’appoggio delle truppe dalemiane, a patto che accetti di non correre anche per la segreteria; e il secondo sull’asse Franceschini-Bersani-Epifani e su tutti gli ex Ppi alla Fioroni. Ha buon gioco quindi l’azzurro Osvaldo Napoli a trarre la conclusione che «nel Pd si stanno sbranando, con la scusa di Berlusconi, per piazzare ciascuno il proprio cavallo per la corsa elettorale».

carlo bertini


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lunedì 3 giugno 2013

La truffa della non-abolizione del finanziamento pubblico dei partiti ...

LA STAMPA

Cultura

Soldi ai partiti e significato delle parole

Sul finanziamento pubblico dei partiti si possono avere le idee più diverse. Oggi, come vent’anni fa, è molto popolare l’idea che debba essere abolito integralmente. Ma anche l’idea opposta, e cioè che qualche forma di finanziamento pubblico debba esserci, è tutt’altro che priva di buone ragioni.

Qui vorrei non entrare nel merito della questione, perché tanto ognuno resta della propria idea.

E quale sia la mia opinione personale è del tutto irrilevante. Quello che però vorrei dire con forza è che, come cittadino, ho trovato offensiva – per non dire beffarda – l’impostazione del disegno di legge appena proposto dal governo. Provo a spiegare perché.

Il primo articolo del disegno di legge recita «E’ abolito il finanziamento pubblico dei partiti». Nella lingua italiana la parola «abolito», in assenza di ulteriori qualificazioni, significa soppresso, tolto, eliminato, azzerato. Inoltre, per il cittadino italiano medio, la parola «finanziamento pubblico dei partiti» designa l’insieme di risorse pubbliche che affluiscono ai partiti: rimborsi elettorali, finanziamento dei gruppi politici a livello centrale e locale, agevolazioni fiscali e tariffarie, contributi alla stampa di partito. Dunque, il cittadino pensa: i partiti non avranno più soldi pubblici, e se vorranno essere finanziati i soldi dovranno chiederceli direttamente.

Leggendo il Disegno di legge, invece, si scopre che le cose non stanno così. Nel 2013 non cambia nulla. Nel 2014, se il Disegno di legge sarà approvato entro quest’anno, i rimborsi elettorali attuali cominceranno ad essere limati un po’, e spariranno del tutto solo nel 2017 (nel 2018 se il Disegno di legge dovesse essere approvato solo nel 2014). In compenso, fin dal 2014 scatteranno agevolazioni fiscali alle donazioni private, nonché finanziamenti ai partiti attraverso un meccanismo di «destinazione volontaria del 2 per mille dell’imposta sul reddito». Non solo: lo Stato assicurerà alle forze politiche la disponibilità di locali e spazi televisivi.

Non è necessario entrare nei dettagli del disegno di legge per rendersi conto di almeno quattro cose.

Primo. Il disegno di legge non tocca né il finanziamento dei gruppi parlamentari, né il finanziamento dei gruppi dei Consigli regionali, due voci molto consistenti del finanziamento pubblico ai partiti.

Secondo. Lo Stato continuerà a sostenere dei costi per il finanziamento dei partiti, sia in forma diretta, sia in forma indiretta (le detrazioni fiscali, l’uso di immobili, gli spazi televisivi hanno un costo).

Terzo. Nel triennio transitorio (2014-2016), nulla assicura che la decurtazione dei rimborsi elettorali non venga compensata, o addirittura più che compensata, dal meccanismo del 2 per mille.

Quarto. Anche a regime (dal 2017 o dal 2018), nulla esclude che il finanziamento possa essere uguale o superiore a quello previsto dalla legislazione attuale, dovuta al governo Monti (l’articolo 4, anziché fissare un tetto preciso all’uso del 2 per mille, dice che la spesa non potrà superare «XXX», una cifra indeterminata che potrebbe persino essere maggior di quella attuale).

Ecco perché dicevo all’inizio che ho trovato offensivo l’articolo 1 che recita «E’ abolito il finanziamento pubblico dei partiti».

No. Questo disegno di legge prova a ridisegnare una parte del finanziamento pubblico dei partiti secondo nuovi principi (proprio come aveva auspicato Bersani in campagna elettorale), ma non lo abolisce affatto. Berlusconi e Renzi, a parole paladini dell’abolizione totale, devono farsene una ragione. Può anche darsi che alla fine i partiti costino al contribuente un po’ di meno di oggi, ma nulla fa pensare che costeranno molto di meno o che costeranno nulla.

Perciò, una sola preghiera. Cari politici, che quando ci aumentate le tasse vi rifugiate codardamente dietro il verbo «rimodulare», ora che state effettivamente rimodulando il finanziamento dei partiti abbiate almeno il coraggio di non usare il verbo «abolire». Perché abolire vuol dire abolire, abolire, abolire (direbbe Gertrude Stein), e se voi dite «abolire» quando non state abolendo affatto, noi ci sentiamo presi in giro. Insomma, se proprio non riuscite ad avere rispetto per noi, abbiatene almeno per la lingua italiana.

Luca Ricolfi


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giovedì 30 maggio 2013

Il Buongiorno di Gramellini. Galletti rossi.

LA STAMPAweb

Prima Pagina

Galletti rossi

Dice il saggio zen: la tua debolezza sarà la tua forza. Non so se al momento dell’illuminazione il saggio zen avesse in mente le correnti del Pd, però la massima buddista si adatta perfettamente al partito più caciarone del globo. Qual è il limite da sempre riconosciuto al centrosinistra italiano? Di essere un’accozzaglia di feudatari senza re, di galletti in perpetua baruffa fra loro, la cui preoccupazione principale non consiste nel cercare una strada propria, ma nel tagliare quella del vicino di pollaio. Ebbene, nel voto per pochi intimi di domenica scorsa gli unici a salvare parzialmente le ossa sono stati i galletti democratici, preferiti un po’ ovunque ai capponi della concorrenza.

Il problema dei movimenti padronali è che l’identificazione degli elettori scatta soltanto nei confronti del capo. Il resto è truppa, selezionata sulla base della fedeltà anziché del carattere. Là dove comanda uno, al massimo due, i talenti sono soffocati in ruoli gregari e i mediocri impazzano, credendosi fenomeni. Nel Pd invece comandano tutti, quindi nessuno, ma quello che su scala nazionale è un difetto catastrofico, a livello locale diventa la garanzia di personalità riconoscibili dall’elettorato. Dopo i risultati di domenica, un partito banale si batterebbe per il ripristino dei collegi nelle elezioni politiche, così da sfruttare il proprio punto forte. Un partito banale, ma non il Pd: ieri ha affossato a maggioranza quella proposta per la ragione inoppugnabile che a presentarla era stato uno dei propri parlamentari. Appresa la notizia, il saggio zen autore della massima è stato ricoverato per esaurimento nervoso.

Massimo Gramellini


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venerdì 19 aprile 2013

Bersani annuncia dimissioni, ma non le dà....

Da LINKIESTA


19 aprile 2013palazzo / partiti
Il Vietnam del Pd e il paese in panne

Bersani, un gesto di dignità politica: dimissioni

Marco Alfieri
Il nostro editoriale di stasera che chiedeva il passo indietro al segretario


Pier Luigi Bersani
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La conferma del capogruppo di Sel, Gennaro Migliore, che il voto dei suoi deputati (R. Prodi) rappresenta la volontà di distinguersi e non farsi conteggiare tra i franchi tiratori, è la prova finale che quei cento voti a perdere che sono mancati a Prodi per salire al Quirinale, sono tutti interni al Pd. Il Vietnam è tutto nelle stanze del partito democratico, partito in dissoluzione, gonfio di parlamentari grazie al famigerato Porcellum, nonostante la "non vittoria" di fine febbraio. Un partito incapace di fare e farsi una analisi franca e veritiera del voto e delle sue conseguenze, sfasciato e privo di bussola politica, basti vedere la gincana impazzita di questi ultimi due mesi: prima una campagna elettorale giocata in surplace e rivolta esclusivamente al proprio mondo, sicuri della vittoria in tasca; poi dopo la vittoria mutilata il corteggiamento mal ricambiato a Grillo; poi ancora la virata improvvisa verso un accordo sul Colle con il Caimano Berlusconi, attraverso il nome di Franco Marini. Affondato impietosamente alla prova della prima chiama. Infine, stamattina, un altro reverse e il ritorno di fiamma grillino, con la proposta in teoria unificante del padre nobile ulivista Romano Prodi. Scelta salutata in un'assemblea lampo Pd dall'applauso unanime dei grandi elettori. Paradossale. Per concludere, due ore fa, il tracollo del Prof dopo Marini, sommerso da cento franchi tiratori: non solo la cinquantina di dalemiani ed ex popolari preventivati, ma un ulteriore drappello di cinquanta che si è sfilato dall'ordine di scuderia.

Insomma un Vietnam continuo, ribadito, sfibrante, inarrestabile, che non può non suonare come una sfiducia fragorosa e rotonda al timoniere Bersani, ormai incapace di tenere insieme un partito diviso in bande rivali. Prima di abbozzare qualsiasi altra ipotesi per il Colle, qualunque sia, prima ancora di denunciare il solito teatrino della politica mentre il paese soffre la crisi e i mercati internazionali ci stanno a guardare, prima ancora dell'ennesima nottata di trattative e di lunghi coltelli, prima ancora delle accuse congiunte ai traditori, e prima ancora di vedersi impallinare l'ennesimo big, si compia un gesto di bonifica del campo. Bersani abbia la dignità di dimettersi. Il segretario ci ha provato (maldestramente), è andata male. Lo diciamo con dispiacere verso una persona generosa, pragmatica, buon ministro in passato. Ma basta accanimento terapeutico. I guai del partito non cominciano certo con lui, anzi, né il suo gesto sarebbe risolutivo per cambiare un Pd distante anni luce dal paese reale e dal senso comune. Ma a questo punto diventa un atto dovuto. Un gesto di dignità.



I

Bersani, un "futuro ex segretario in apparente stato confusionale"...

Da Il Fatto Quotidiano

Quirinale 2013: Bersani e il Pd, c’è della logica in questa follia?
di Peter Gomez | 18 aprile 2013

Più informazioni su: Beppe Grillo, Inciucio, PD, PDL, Pier Luigi Bersani, Presidenza della Repubblica, Silvio Berlusconi, Stefano Rodotà.

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Più osservi Pierluigi Bersani nella corsa per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica e più ti convinci che pure sul suicidio aveva ragione Voltaire. “Non che ammazzarsi sia sempre follia” scriveva nel ’700 il filosofo francese, “Ma in genere non è in un eccesso di ragione che ci si toglie la vita”.

E così ha fatto anche il futuro ex segretario del (futuro ex?) Pd. Sprezzante della logica, delle richieste degli elettori (i suoi) e di un pezzo importante del partito, Bersani ha scelto la strada dell’accordo con Silvio Berlusconi e si è schiantato.

Ora però gli resta un problema. Il Pd è duro a morire. Il sostegno al governo Monti, la non sua non campagna elettorale – con conseguente disastroso risultato nelle urne – e la “bella sorpresa” della candidatura al Colle di Franco Marini, non sono bastate al segretario per dare il colpo di grazia ai democratici. Dalle parti del Pd c’è ancora vita. Non si per quanto, ma il caro estinto non è ancora tale. E anzi basterebbe poco per rivitalizzarlo e tentare di rivitalizzare con lui il Paese.

Ma Bersani non sembra capacitarsi di dover trapassare da solo. E da vero e coriaceo leader, per rassicurare tutti, dice: “Riuniremo l’assemblea dei grandi elettori, vedrete che una soluzione si troverà”.

Non ne dubitiamo. Il fatto è però che una soluzione non va trovata, perché c’è già. E si chiama Stefano Rodotà.

Capirlo non è difficile e dovrebbe arrivarci anche un futuro ex segretario in apparente stato confusionale. Rodotà è stimato dagli elettori di centro sinistra, è invocato a gran voce dalla base, è un giurista di caratura internazionale, ha insegnato nelle università di mezzo mondo (dalla Sorbona a Stanford), ha un lontano passato di politico – spesso critico nei confronti dell’apparato – e per la gioia della maggioranza dei piddini è stato addirittura presidente del Pds. Certo è molto anziano, ma visto che Bersani aveva detto di sì a Marini, non si capisce perché per lui ora la cosa possa costituire un problema.

Non basta. Il Partito Democratico, nelle prime due votazioni per il Colle, si è pure reso conto che Rodotà, di suo, ha più di 200 grandi elettori (M5S e Sel). Per farlo salire al Quirinale, visto che il Pd di voti ne ha quasi 500, ci vuole davvero poco. E subito dopo, Beppe Grillo lo ha detto pubblicamente martedì 16 aprile, il dialogo per far partire un governo comincerà.

Insomma, qui è la ragione che dovrebbe spingere Bersani e i suoi a votare Rodotà. A questo punto qualunque altra scelta (a partire da Massimo D’Alema, che tanto piace a Berlusconi, fino a Piero Grasso o Sabino Cassese) non può più essere giustificata con l’intelletto

Per questo, se il segretario nelle prossime ore muoverà altri passi verso l’assassinio del suo partito, o ammette di essere uno stupido, o annuncia finalmente agli elettori che c’è qualcosa che non sanno. Che tra i vertici del Pd (nelle loro varie forme) e quelli del Pdl (nella loro unica forma) c’è almeno un patto, un ricatto, un accordo magari ventennnale. Un qualcosa che possa rendere, non diciamo accettabile, ma almeno ragionevole questa follia.

giovedì 18 aprile 2013

PD a nervi tesi ...

Da La Stampa

18/04/2013 - IL CASO
Pd a nervi tesi, la rabbia della base
In piazza con i cartelli per Rodotà

Manifestazione organizzata in Piazza Montecitorio da alcuni tesserati al Partito Democratico per sostenere la candidatura di Stefano Rodotà

E Burlando dice: «Non voglio essere complice di un suicidio politico»
La rabbia della base di centrosinistra esplode davanti a Montecitorio, nelle mail che intasano le caselle di posta dei giornali, sui social network. Nel mirino c’è Bersani, si legge su un cartello, «il sicario del Pd». E ancora: «Non fatelo, non vi votiamo più», «Rodotà senza se e senza ma», «Rodotà presidente», «Rodotà è il cambiamento, Marini il fallimento», «Com’è triste la vostra (ir)responsabilità».

I manifestanti gridano il nome del costituzionalista (indicato da M5S) e «dateci gente onesta». Un manifestante espone una riproduzione dell’Urlo di Munch con un buco dove mette la sua faccia, un altro la prima pagina del `manifesto´ con la foto di Rodotà e il titolo «Giusto lui».
«Bersani ha detto che Berlusconi è impresentabile e poi fa l’accordo con lui per il Quirinale», commenta uno dei manifestanti, Marco Quaranta, di Roma. «Mi vergogno di essere rappresentata da un parlamento che rifiuta una figura come Rodotà», aggiunge Gabriella Magnano, romana anche lei.
Su Twitter corre la dichiarazione del presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando, che non vuole essere «complice di un suicidio». «È la prima volta che disobbedisco in 40 anni -scrive, e il suo messaggio rimbalza sul web -. Ma non volevo essere complice di un suicidio. Ieri ho votato contro. E chi oggi vota non può non sentire la rabbia e il dolore». «Fermatevi», ha scritto questa mattina su Twitter il segretario dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini.

Ai militanti non va giù neppure la foto di Bersani che abbraccia Alfano in aula. Dice ad esempio Andrea Orlando, responsabile Giustizia del Pd: «La maggioranza del nostro gruppo ha molti neoparlamentari eletti dopo il vaglio delle primarie. Tra ieri sera e questa mattina ognuno di noi e’ stato bersagliato da sms e twitter perlopiù contrari all’opzione Marini. Quanti deputati li hanno fatti pesare nella loro scelta di voto?’».

Un partito che rinnega in un colpo passato e futuro...

Da La Stampa, Geremicca:

In un solo colpo il partito
è riuscito a rinnegare
il suo passato e il suo futuro

Questa elezione sarebbe l’ultima vittoria del “vecchio Pd”


È un partito ben strano quel partito che nel passaggio più delicato di questa confusa e interminabile fase di post-voto, riesce a ferire e mortificare contemporaneamente il suo passato, il suo presente e il suo futuro. E però è precisamente quanto accaduto ieri al Pd nell’arco di una giornata dura e tesa, conclusasi con l’indicazione di Franco Marini per il Quirinale, tra la rabbia e la protesta della base scatenatasi sul web.

E’ furioso Matteo Renzi, cioè il futuro del Pd, il leader che domani dovrebbe e potrebbe riportarlo alla vittoria, secondo un giudizio che però pare radicato sempre più fuori che dentro il partito; è scettico e perplesso il presente del Pd, con Ignazio Marino (candidato sindaco a Roma) contrario all’indicazione di Marini, la candidata governatore in Friuli (Debora Serracchiani) che punta l’indice contro «una scelta gravissima» e la tenuta della coalizioni - cioè il rapporto con Sel - che rischia di andare in frantumi; ed è probabilmente assai turbato (per usare un eufemismo) il passato del Partito Democratico, cioè il professor Romano Prodi, visto che Sandra Zampa, deputata da sempre a lui assai vicina, annuncia: «Non voterò mai per Marini, è l’uomo che ha distrutto il governo ulivista, il più amato di questi venti anni».

Il quadro è pesante, il barometro indica burrasca e gli effetti di tanto nervosismo rischiano di deflagrare già stamane nella prima votazione per l’elezione del Presidente della Repubblica. A fronte dei 672 voti necessari per essere eletti (maggioranza dei due terzi nelle prime tre votazioni) Franco Marini dispone sulla carta di 739 voti. Ma sulla carta, appunto. Il margine di vantaggio è esiguo: una settantina di voti scarsi. E considerato che i renziani, parte dei giovani turchi, i prodiani e perfino molti veltroniani potrebbero non votare per Marini, si vede bene come la partita sia ad altissimo rischio per il candidato-presidente e per l’intero stato maggiore del Pd. Se ne è avuta una avvisaglia già ieri sera, nel voto con il quale i grandi elettori del Partito democratico hanno dato il via libera al nome di Marini: solo 222 i sì (su un totale, ma molti erano gli assenti, di 436).

La base in subbuglio, i giovani del partito in rivolta, Vendola che chiude la serata dicendo «se insistessero su Marini mi metterei di traverso e sarebbe la fine del centrosinistra»; e in più, gruppi di militanti arrabbiati davanti al teatro dove i grandi elettori davano l’ok alla candidatura di Marini. La giornata, insomma, si chiude peggio di come fosse cominciata: tanto che a sera tarda erano davvero in pochissimi disposti a giurare che Franco Marini sarà eletto - già stamane - Presidente della Repubblica. Un fallimento farebbe ripiombare la situazione nel caos più completo: e mostrerebbe una volta di più le difficoltà in cui si trovano le vecchie leadership.

Infatti è difficile sfuggire alla sensazione che - a dirlo con approssimazione - intorno alla partita dell’elezione del Capo dello Stato si sia giocato all’interno del Pd uno scontro durissimo tra «vecchi» e «giovani». Non è questione che riguardi solo il lungo duello Bersani-Renzi, perché la sensazione è che molte altre energie giovani comincino a scalpitare, insofferenti alle vecchie leadership. Se Franco Marini oggi dovesse farcela, potremmo esser però di fronte a quella che si potrebbe definire l’ultima vittoria del «vecchio Pd», di un gruppo dirigente - cioè - che fa quadrato, difende le proprie roccaforti e impone scelte che i «giovani» non sono più disposti ad accettare senza discutere e senza votare. Se Franco Marini dovesse invece soccombere sotto i colpi dei «franchi tiratori», è chiaro che la resa dei conti all’interno del Pd non potrebbe che esser accelerata, attraverso percorsi e atti perfino traumatici.

Oggi si capirà da che parte soffia il vento, e il rischio è che soffi così forte da far tornare in alto mare la soluzione dei doppio rebus (Quirinale-governo) che da quasi due mesi ormai paralizza la vita politica e le istituzioni del Paese. Per altro, di governo si continua a non parlare. A meno che, come ipotizzano Vendola e i critici verso un possibile accordo con Berlusconi, il patto stipulato da Bersani per Marini al Quirinale, non preveda un esecutivo di larghe intese col Cavaliere. Fosse così, però, la tenuta del Pd sarebbe davvero a rischio. Tanto che perfino una sostenitrice dichiarata di Marini, come Rosy Bindi, avverte che «se lui fosse il Presidente delle larghe intese, non sarebbe il mio Presidente»...

Federico Geremicca
Copyright 2013 La Stampa

mercoledì 17 aprile 2013

E così Bersani alla fine riuscirà ad affossare insieme il PD e il Paese... ( cosa vuol dire avere in questi momenti degli incapaci al potere!)

Incredibile cosa significhi avere nei momenti cruciali della storia di un paese degli incapaci (per usare i guanti) alla guida del partito di maggioranza (super relativa). Bersani ha già fatto di tutto e di più. Le liberalizzazioni ai tempi del suo ministero sono state più che un fallimento che ha creato il caos nel mercato dell'energia, un sostegno ai grandi gruppi di interesse a scapito delle professioni liberali. La sua "opposizione" al governo Berlusconi è stata a dir poco inciuciata a più non posso (dietro le parole, solo parole, roboanti contro il cav). Il suo comportamento di fronte ai provvedimenti più odiosi di Monti e Fornero di piena complicità, tanto da far riuscire a B. di sganciarsi e fare lui l'opposizione. Non parliamo della campagna elettorale, dove ha fatto di tutto per non vincere, persino non rispondere alle domande dei giornalisti "amici" che lo invitavano a dire qualcosa (non "di sinistra" , soltanto "qualcosa", uno straccio di programma...)
Dopo le elezioni fa il filo a Grillo accattonando qualche voto per farsi dare la fiducia. A lui, perché ormai il suo delirio personalistico è diventato parossistico. Accetta persino di farsi insultare dalla spocchiosissima Lombardi, pur di raccattarli questi voti per una misera non sfiducia.
Poi, dopo che non gli riesce il colpo di far dimettere Napolitano ed eleggere un Presidente che gli dia , questo sì, l'incarico per un governo qualsiasi, si avvicina quattro quatto a Berlusconi cercando di patteggiare lo scambio Presidente- fiducia al suo governo.. Fa scegliere il candidato dell'inciucio a B. : Marini! Fottendosene dello iato che crea tra istituzioni e paese ... Lo eleggerà probabilmente e si farà poi fregare di nuovo da B.
Il dramma è che così contribuirà ad affossare definitivamente il paese.
Cosa vuol dire avere nei momenti difficili degli incapaci al potere!

giovedì 11 aprile 2013

Italia al 22° posto del “benessere infantile”... Che vergogna!

... battuti da Portogallo, Spagna, Polonia, Ungheria, Irlanda, Belgio, Slovenia, oltre che dai paesi notoriamente più civili...
E’ la classifica dell’Unicef, stilata a partire dalle condizioni di vita, di intervento pubblico etc a favore dei bambini...
Siamo al 22° posto, per il finanziamento a politici e partiti siamo al primo!! Lo sanno B. & B. che stanno facendo di tutto per salvarsi il lauto posto? Loro e le loro corti di Clientes?

Notiamo poi che se dalle condizioni di benessere passiamo al "grado di soddisfazione" dei bambini, la situazione varia, ma non di molto: qui siamo al 15° posto. Mentre ad esempio la Spagna sale dal 19° (meglio di noi) al 3°!!! Il che significa che la famiglia italiana, sfilacciata com’è ed egoista, non sa tessere una adeguata rete attorno ai bambini in questi anni di crisi economica (che da noi è particolarmente grave anche sotto il profilo etico e morale)!

Ma Bersani e Berlusconi di questo non discutono, il primo vuole fare il “suo” governo masturbatorio, il secondo vuole salvarsi dall’infamia delle condanne e della galera.

domenica 7 aprile 2013

Bersani e Berlusconi preparano il "biscotto" per Renzi....

Il finale del pezzo de La Stampa di oggi di Geremicca e Barbera su:


Sale la voglia di intesa Pdl-Pd
Bersani indebolito dai suoi
Al via la settimana decisiva: incontro tra i leader, e nome condiviso per il Colle


Ottimisti e pessimisti (il discrimine è la partenza della legislatura) continuano dunque a fronteggiarsi alla vigilia dell’avvio di una settimana nella quale tutti i nodi (o quasi tutti) dovranno esser sciolti, visto che a metà di quella successiva (il 18) il Parlamento comincerà a votare per l’elezione del nuovo Capo dello Stato. Entrambi i fronti, per altro, non hanno difficoltà ad individuare nell’annunciato faccia a faccia tra Bersani e Berlusconi il luogo e l’occasione per un chiarimento ed una decisione ormai non più rinviabili. La novità, rispetto ad ancora qualche giorno fa, è che il segretario del Pd sembra arrivare a quest’appuntamento notevolmente indebolito, per lo scarso successo raccolto sulla linea «o governo di cambiamento o elezioni» e per il lento ma progressivo sfarinamento dell’ampia maggioranza che lo ha fino ad ora sostenuto all’interno del Pd.

Quante possibilità ci sono che nell’atteso faccia a faccia la coppia Ber-Ber riesca a trovare un’intesa? A questo punto, non poche: elezioni anticipate già a giugno, infatti, sembrano sempre più una jattura per il Paese, e la forza delle cose - insomma - sembra ormai spingere decisamente verso un accordo. Il patto che i due leader tenteranno di stringere - anche per stoppare l’irruzione in campo di Matteo Renzi, vista da entrambi come il fumo negli occhi - dovrà però esser tale da non mortificare né l’uno né l’altro. Si tratterà di individuare un Presidente della Repubblica il cui nome non costituisca una chiara sconfitta per alcuno dei due, e quindi un premier stavolta super partes davvero. Non sarà facile, ma non è certo impossibile.

Resterà, poi, la faccenda del nome del governo da varare: non potrà chiamarsi “governissimo”, perchè Bersani non potrebbe accettarlo; ma nemmeno “tecnico”, perchè Berlusconi ne reclama uno “politico”. Se nascerà, allora, si chiamerà di scopo, “del Presidente” oppure di “transizione”, come suggeriva ieri Dario Franceschini. Perchè la sostanza è certo la cosa più importante: ma in faccende così, anche il come presentarla può essere decisivo...

federico geremicca
alessandro barbera

venerdì 5 aprile 2013

La sfida tra Renzi e Bersani è sull’onore del PD


La sfida
sull’onore
del Pd
di Luca RICOLFI

(da La Stampa)

E’ da un po’ di tempo che me lo chiedo: la scissione del Pd avverrà a destra o a sinistra?
Sì, perché fino a ieri davo abbastanza per scontato che una scissione ci sarebbe stata. Vista la disastrosa conduzione di Bersani, vista la cocciutaggine del gruppo dirigente.
E vista la determinazione dei renziani a dare battaglia, riuscivo a immaginare solo due scenari.
Scenario 1 (scissione «a sinistra»): il Pd volta pagina, Renzi conquista il partito, gli irriducibili fondano un partito a sinistra del Pd (Rifondazione democratica?), magari con Vendola e gli avanzi della lista Ingroia.
Scenario 2 (scissione «a destra»): il Pd si compatta intorno a Bersani, non concede le primarie a Renzi, e induce il sindaco di Firenze a fare una lista propria.
Non tutti se ne ricordano, ma due scissioni del genere sono già avvenute negli anni scorsi, con esiti disastrosi per gli scissionisti. Nel 2008, erano stati gli irriducibili dei Ds (autodefiniti SD, ovvero Sinistra Democratica) a tentare l’avventura con la lista Arcobaleno, nel 2009 era stato Rutelli a fare l’irriducibile, con la mai decollata Alleanza per l’Italia. Molti indizi, a partire dai sondaggi, fanno ritenere che oggi le cose andrebbero diversamente: il Pd è così diviso che c’è spazio sia per una robusta scissione a sinistra, sia per una robusta scissione a destra.
Da ieri, tuttavia, sono meno convinto che il Pd finirà per spaccarsi a metà come una mela. Ieri infatti è successo un fatto nuovo: Renzi ha rotto il silenzio che si era imposto e, in una intervista al Corriere della Sera, ha detto tutto (o quasi tutto) quello che pensa. Molte delle cose che Renzi ha detto non sono nuove. Ce n’è una, però, che – per il suo contenuto e per la forza con cui è stata detta – potrebbe produrre effetti importanti. Mi riferisco ai passaggi nei quali Renzi denuncia l’arroganza dei parlamentari grillini («un’arroganza che non si vedeva dai tempi della prima Repubblica») e solidarizza con Bersani, raccontando il proprio sconcerto di fronte all’incontro Pd-Movimento Cinque Stelle trasmesso in diretta streaming qualche giorno fa: «mi veniva da dire: Pierluigi, sei il leader del Pd, non farti umiliare così».
Anch’io, che non sono certo un fan di Bersani, avevo provato una sensazione simile a quella di Renzi: un misto di sconcerto, di pena, di rabbia. Ho un’età che mi permette di ricordare molto bene che cos’erano i militanti del Pci negli anni ’70, cos’erano i dirigenti, cos’era il segretario del più grande partito comunista dell’Occidente. Il Pci aveva mille limiti (che la sinistra paga ancora oggi), ma di una cosa tutti noi nati prima del 1960 siamo assolutamente certi: Enrico Berlinguer non si sarebbe fatto umiliare così. Quel partito e il suo gruppo dirigente avevano una dignità, un orgoglio, una compostezza mi verrebbe da dire, che mai e poi mai avrebbero reso possibile quel che oggi accade. Non tanto il fatto che un comico e i suoi discepoli deridano, insultino, svillaneggino quotidianamente i rappresentanti del più grande partito della sinistra (questo non lo si può impedire), ma che quei medesimi dirigenti derisi e svillaneggiati porgano l’altra guancia, corteggino, lusinghino chi li disprezza così profondamente.
No, questo con Berlinguer non sarebbe mai potuto succedere. Ed è curioso che a restituire l’onore al Pd, o quantomeno a provarci, non siano i pasdaran di Bersani, che sulle «radici» e sull’identità del partito avevano puntato tutte le loro carte, ma sia questo ragazzino bizzoso e un po’ strafottente, che però della politica pare avere un’idea alta. Un’idea secondo cui la parola data si mantiene, quel che si pensa lo si dice, gli avversari si battono in campo aperto, gli elettori – tutti gli elettori – meritano rispetto. Come la politica, appunto, che non può e non deve rinunciare alla propria dignità.
Ecco perché dicevo che, dopo l’intervista di ieri, non escludo più che il Pd riesca a restare relativamente unito, e ci riesca proprio grazie a Renzi. Fino a ieri il sindaco di Firenze rappresentava solo la componente liberale e dialogante del Pd. Da oggi, Renzi sembra candidarsi alla guida del partito anche come colui che ne difende la dignità e le buone ragioni. E, a pensarci bene, è del tutto naturale che questa difesa venga proprio da lui, e non dalla vecchia guardia. Non solo perché la «fortezza Renzi» è così poco compromessa con il passato da risultare inespugnabile dal grillismo, ma perché Renzi è l’unico dirigente del Pd che ha capito fino in fondo quanto sia sbagliato, nonché autolesionistico, il disprezzo per l’avversario. Il trattamento che i grillini stanno riservando al Pd, fatto di derisione e disistima, è il medesimo che il Pd ha sempre riservato all’avversario di destra. E’ possibile che molti dirigenti del Pd non se ne siano ancora resi conto, o non se ne facciano una ragione, ma la realtà è che Grillo sta al Pd come il Pd sta al Pdl. Fuor di metafora matematica: per i grillini la classe dirigente del Pd è impresentabile, esattamente come per il Pd lo è quella del Pdl. L’umiliazione del Pd, accusato dal Movimento Cinque Stelle di ogni nefandezza, è una sorta di contrappasso per vent’anni di disprezzo verso gli avversari politici.
Non è detto che Matteo Renzi riesca nell’impresa di restituire al Pd l’onore perduto, se non altro perché il passato prossimo di quel partito non è particolarmente onorevole. E tuttavia già sarebbe un grande risultato che il tentativo di Renzi sortisse almeno un effetto: quello di far comprendere a tutti, e innanzitutto al suo partito, che il disprezzo dell’avversario, la sua derisione e la sua umiliazione, sono solo il vecchio della politica, le scorie di un passato che speriamo non ritorni mai.
Luca Ricolfi

mercoledì 3 aprile 2013

Renzi: stiamo perdendo tempo...

Da Il Fatto Quotidiano

Renzi spariglia il tavolo. Da una parte bolla come perdita di tempo la situazione politica e istituzionale totalmente bloccata. Dall’altra i parlamentari a lui vicini hanno depositato una proposta di legge per abrogare il rimborso elettorale ai partiti. Due circostanze che sembrano un modo per cercare di segnare la linea del partito o comunque per far intendere che l’aria deve cambiare. Il sindaco di Firenze non cita i saggi nominati da Napolitano e l’impasse governativa. Ma il riferimento è abbastanza esplicito. E punta dritto alla linea “attendista” del suo partito e del segretario Pier Luigi Bersani: “Stiamo perdendo tempo” dice Renzi. Il sindaco di Firenze spiega che “mentre il mondo ci chiede di correre a velocità doppia la politica che non sa correre produce soluzioni che non riesce a concretizzare”. “La politica che non sa correre – prosegue il “Rottamatore” – produce soluzioni che non riesce a concretizzare”. Per il primo cittadino di Firenze questo è un problema anche per le imprese perché “il tempo è scaduto, tante imprese sono sull’orlo della fine”. Secondo Renzi serve “credibilità politica e risposte sui temi del lavoro o rischiamo di perdere la strada per tornare a casa: ormai bisogna prendere atto che la clessidra e agli sgoccioli”. “Io non so quale sia la soluzione per il futuro – conclude Renzi – ma servono credibilità politico-istituzionale e risposte sui temi del lavoro”. Nel frattempo al Senato arriva la proposta di legge dei democratici che si ritrovano sulle posizioni di Renzi: “Il rimborso elettorale ai partiti va interamente abrogato – dicono – perché rappresenta una forma impropria di finanziamento pubblico alla politica. Il meccanismo disciplinato dalla legge attualmente in vigore, non fa alcun riferimento infatti alle spese sostenute dai partiti nelle competizioni elettorali ma eroga un finanziamento sulla base dei voti ricevuti”. A sostenere la proposta di legge Andrea Marcucci, Rosa Maria Di Giorgi, Stefano Collina, Nadia Ginetti, Roberto Cociancich, Laura Cantini, Mauro Del Barba, Isabella De Monte, Stefano Lepri e Mario Morgoni. “Bisogna ripartire dal referendum del 1993 che fu clamorosamente aggirato – spiegano i senatori – e abolire una legge giustamente invisa all’opinione pubblica, per poi studiare meccanismi alternativi che prevedano il contributo diretto dei cittadini, anche attraverso il credito di imposta. Il modello al quale ci ispiriamo stimola una larga partecipazione degli elettori, con l’obiettivo di incentivare micro versamenti volontari. In 40 anni di finanziamento dello Stato alla politica è venuto infatti meno l’obiettivo nobile che lo ispirava, ovvero la capacità di eliminare corruzione e malversazione, così purtroppo non è stato. Ci auguriamo che il nostro disegno di legge – concludono i senatori – trovi un ampio consenso trasversale in Parlamento e possa diventare segno tangibile di una politica che si rimette in discussione e si ispira a criteri di trasparenza e di sobrietà”.

martedì 2 aprile 2013

Ma dove sarebbero oggi " i Saggi" in Italia?...

I partiti hanno "toto corde" , ad una sola voce, criticato più o meno palesemente la scelta di Napolitano di non abdicare, come tutti avrebbero invece voluto. È questa la delusione vera di gran parte del PD, che sperava, eletto un loro nuovo presidente, di riavere il boccino in mano: o governo Bersani o minaccia di scioglimento delle Camere. Lo voleva la foia elettorale di B. goloso di cavalcare il consenso, aumentato dopo l'avvilente tentativo di Bersani.
Non potendo esprimere apertamente la loro delusione per il mancato abbandono di re Giorgio, adesso se la prendono con la formazione del gruppo di "saggi": sono vecchi, tutti maschi, uomini di apparato ecc. ecc. Le Donne sono indignate, i Giovani piagnucolano, i Partiti scalpitano: speravano di accelerare la spartizione di incarichi, prebende, e devono rinviare di affettare la torta...
Però, siamo seri. A parte il fatto che Re Giorgio ha voluto chiaramente non dei saggi ma uomini influenti presso i loro rispettivi partiti e gruppi di potere, perché si evitasse il salto nel buio finanziario ed istituzionale , mi chiedo: dove sarebbero oggi i "saggi" in Italia?
Anche scavando nei più nascosti recessi dell'informazione non me ne viene in mente uno...
Sono gli Intellettuali? C' è oggi in Italia un intellettuale che possa essere saggio in politica? L'esempio più banale, ma attuale, è quello del cantante assessore Battiato, che in situazione pubblica e "politica" se ne esce come se ne è uscito... Vogliamo mettere Dario Fo presidente della Repubblica? Ma allora non abbiamo capito niente del ruolo di un presidente...e vogliamo solo sminuire il ruolo per fini inconfessabili...
Aveva ragione Socrate: ognuno faccia bene il suo mestiere, questa è la virtù.
Saggi sono i giornalisti? Chi? E comunque, un bravo giornalista deve fare il giornalista, e non il politico...
Saggi sono i Giovani? Quali? Le Lombardi e i Crimi, emersi dalle scelte oculate della ditta Casaleggio&Grillo Associated?
D'altronde un paese che, come rivela Il Mulino, ha solo il 20% di cittadini con strumenti culturali adeguati ad una moderna democrazia, non può pretendere molto...E aggiungeremmo che non basta nemmeno questo, visto che il caos della avidità politica in Italia è tale da mettere in crisi anche quel 20%...!

F.R.

lunedì 1 aprile 2013

Uno scenario, quello di Napolitano, che va bene a tutti...


di Stefano Feltri
per Il Fatto Quotidiano



Sorpresa: il nuovo governo non ci sarà. E quello di Mario Monti, ormai un esecutivo-zombie, un po' morto ma non del tutto, durerà almeno fino a maggio. Ma più probabilmente fino a luglio, o addirittura a ottobre, chissà.

Il 15 aprile si comincia a scegliere il nuovo capo dello Stato. Che dovrebbe insediarsi dal 15 maggio. A quel punto il mister (o Mrs) X che sarà al Quirinale, riceverà Monti. Il premier rimetterà il mandato - di nuovo - e il capo dello Stato dovrà decidere che fare. Potrà nominare un "governo del Presidente" che abbia come programma quello minimo elaborato - si spera - dai saggi che Giorgio Napolitano ha indicato oggi. Oppure dovrà rassegnarsi a sciogliere le Camere. E i tecnici di Monti rimarranno nel frattempo ancora in carica per gli affari correnti, attraversando così tre legislature.

Sembra un disastro? In realtà questo scenario va bene a tutti. Vediamo perché.

1- Silvio Berlusconi. Si presenta come uomo di Stato, è lui il vero "responsabile" che è pronto a far nascere ogni governo, era disposto a votare perfino Bersani. Nel caos attuale, può presentarsi come l'usato sicuro, deludente, certo, ma sempre meglio dei pasticcioni apparsi in seguito alla sua dipartita (tanto gli italiani hanno memoria breve, non si ricordano già più il Bunga Bunga e ildefault imminente).



In questa fase di negoziato permanente, il Cavaliere sa di essere un interlocutore per tutti, uno dei pochi punti fermi. E quindi, spera, le Procure non oseranno chiedere il suo arresto, i giudici saranno più miti, il Pd abbandonerà ogni intransigenza e archivierà sia il proposito di renderlo ineleggibile che quello di fare una vera legge sul conflitto di interessi.


2- Beppe Grillo. La sua è stata una profezia che si è auto-avverata: alla fine ci sarà la grande coalizione, o almeno questo è il tentativo, tra Pd e Pdl. Non per colpa della malasorte o per un disegno preciso del Pd, quanto per esclusiva responsabilità di Grillo. Il leader del Movimento a 5 stelle ha boicottato sia l'ipotesi di un accordo politico con i democratici perché, legittimamente, non poteva accordarsi con un avversario politico diretto come Pier Luigi Bersani. Ma ha affossato anche l'ipotesi del "governo dei migliori", quello che sarebbe stato guidato da un Rodotà o Zagrebelsky e che avrebbe realizzato una buona parte del programma a Cinque Stelle.


Ora Grillo è nella condizione che sperava: opposizione pura, anti-sistema, contro tutti, senza sfumature. Da lì spera di aumentare ancora i consensi, sempre che le gaffe e l'inadeguatezza manifestata finora dai suoi parlamentari, a cominciare dai capigruppo, non portino a una rapida disillusione degli elettori. Adesso il Movimento è sicuro che praticamente tutto il suo programma rimarrà su carta e che non si verificheranno più situazioni tipo quella che ha spinto alcuni deputati grillini a votare Pietro Grasso alla presidenza della Camera. Una vittoria tattica, al prezzo di una sconfitta strategica.

3- Mario Monti. Il premier in carica non ha più niente da perdere. Non si ricandiderà mai, il suo partito è nato morto, dopo un risultato elettorale pessimo. Al momento è fuori dalla corsa per il Quirinale. Quindi a lui va benissimo rimanere in carica e gestire il complesso avvio del "semestre europeo", cioè definire di raccordo con Bruxelles il bilancio dell'Italia per il 2014. Rimane in carica, ri-legittimato dal Quirinale dopo che il ministro degli Esteri Giulio Terzi, probabilmente per ambizioni personali, si è dimesso per il caso marò creando un danno di immagine notevole.

Il Professore è anche ministro degli Esteri ad interim, cosa che gli assicura il massimo della visibilità internazionale in questa fase. Può recuperare il suo ruolo di garante della politica italiana davanti a mercati e partner internazionali. Potrebbe guadagnarsi una riconferma nel prossimo governo, magari guidare lui un eventuale esecutivo del presidente (scelto dal prossimo capo dello Stato) o avere la presidenza delConsiglio europeo nel 2014.


4- Pier Luigi Bersani. Politicamente è morto. Ma poteva andare perfino peggio. Se Napolitano avesse provato subito con un governo del presidente, magari con un nome interessante, il Pd avrebbe potuto spaccarsi. Una parte a sostegno del governo, un'altra col segretario. Adesso Bersani guadagna tempo: può cercare di gestire la successione alla segreteria del Pd, tutelando il suo gruppo dirigente di fedelissimi (da sempre una priorità per Bersani).
Ha anche la possibilità di accompagnare Renzi alla candidatura a premier o alla segreteria, evitando lacerazioni nel partito. Cosa che aiuterà il Pd a restare compatto ma ridurrà di molto l'appeal del rottamatore. Formalmente è ancora il premier incaricato, ma le probabilità che al termine del lavoro dei saggi e dopo il voto al Colle riesca davvero a diventare presidente del Consiglio sono molto vicine allo zero.


5- Matteo Renzi. Il sindaco di Firenze temeva di bruciarsi in questa fase di transizione. Si è solo un po' strinato, il suo nome è circolato troppo. Comunque sia, ora è considerato il salvatore (del Pd, del Paese, della democrazia...). E non solo dagli elettori del Pd. Potrebbe vincere per acclamazione, anche oltre i suoi meriti. Il protrarsi del vuoto di potere è la condizione ideale per rafforzare la presa sul partito e chiarirsi le idee sulla strategia da seguire per arrivare a palazzo Chigi senza ripetere gli stessi errori di Grillo (squadra non all'altezza, difficoltà di comunicazione, programma vago ecc.).

giovedì 28 marzo 2013

Povero Crimi, non può parlare, se parla viene sconfessato dai due capi...

.. Uno a Milano, l'altro a Genova i due personaggi che oggi hanno in ostaggio l'Italia, prendono in giro il povero Bersani... Il fatto è che, oltre al paese, prendono in giro anche quel buon terzo di loro elettori che non sono talebani, né comici, né oscuri manager di Rete, e che non sono certo d'accordo con i due boss e con i loro "nominati" in parlamento...

Leggete da La Stampa:

27/03/2013
L'ultimo pasticcio di Crimi,
messo sulla graticola dei capi
La vera posizione del M5s, se Bersani fallisse, è: torneremo a chiedere noi l'incarico per un governo a cinque stelle
E niente, Crimi era stato più simpatico della Lombardi a molti degli osservatori - dopo l'incontro in streaming con Bersani - ma un'altra volta è finito vittima di un malinteso causato da lui stesso. Simpatico e quasi pacioso con Bersani, rispetto alle uscite sgradevoli della Lombardi, ma anche abbastanza pasticcione nei rapporti con i media. Ingenuo, a meno che non si voglia sospettare chissà quali - davvero cervellotiche - strategie di depistaggio operate apposta.

E' successo questo: inseguito per l'ennesima volta dai cronisti, il capogruppo M5s al Senato s'è infine lasciato scappare questa frase: "Se Napolitano fa un altro nome è tutta un'altra storia". Poi ha aggiunto: "E' bene che il Pd non lo faccia, altrimenti lo brucia. Non voteremo mai un governo targato Pd anche se guidato da una persona terza". E capirai, apriti cielo. In una situazione politicamente quasi di disperazione, molti hanno ritenuto che queste parole significassero un'apertura di Grillo a un'ipotetica opzione B, gestita da Napolitano. Con il quale, questo è vero, i rapporti non sono poi così cattivi; anzi, Grillo non ha fatto mistero, fin dall'inizio di questa tornata post voto, di voler parlare solo con il capo dello Stato, bypassando i leader di partiti che giudica morti.

Solo che, al momento, l'apertura non è nella realtà, almeno dei due fondatori e del loro gruppo. Quando le parole di Crimi sono state riferite a Milano e a Genova, sono state accompagnate da questa domanda: "Sarebbe possibile appoggiare un governo non del Pd, guidato da un altro nome rispetto a Bersani, e scelto direttamente da Napolitano?", la risposta è stata un secco no, che Crimi deve imparare a rispondere sì sì e no no anche agli assedi dei media. E stare al punto del momento, non tocca a lui proiettarsi in avanti. Non a caso, di lì a poco Crimi ha precisato, sostanzialmente smentendo.

La traduzione è che, per ora, se fallirà Bersani, ormai appeso davvero a un esilissimo filo, il Movimento 5 stelle riproporrebbe la sua richiesta: assumersi direttamente la responsabilità di governo (pronto, nel caso, anche a fare un nome). Toccherebbe naturalmente a Napolitano decidere a quel punto il da farsi, e eventualmente sparigliare questa impostazione con la sua opzione B. Solo in quel momento, ma quando questa via si sarà materializzata, staff e senatori si troverebbero a dover decidere che fare, "dentro, allora sì, un altro scenario", che al momento non c'è.
twitter @jacopo_iacoboni

mercoledì 27 marzo 2013

Chissà' quanti di fronte alla spocchia della Lombardi si sono pentitidi aver votato 5 stelle!

Sempre col sorrisino della professorina saccente, dispettosa e maligna, ripete la lezioncina imparata a memoria all'ultimo momento.. Possiamo esprimere la nostra sincera antipatia per la Lombardi, grillina di complemento eletta con una manciata di voti di preferenza alla Camera, nonché acclarata studiosa delle origini  del fascismo?
Non che il Crimi sia tanto meglio, ma almeno sfotte un po' di meno... Non i giornalisti, ma quelli che hanno votato Grillo e questi improbabili personaggi,  proprio perché facessero quello che invece non pensano manco lontanamente di fare... Contribuire a togliere il paese da una situazione ormai pericolosissima.. Certo non per lui, che se va male se ne va col suo autista nella sua Utopia ecologica e colonialista per miliardari... Ma per i poveri cristi appesi ad un filo.
Comunque l'incontro in streaming è andato come pensavamo... Di fronte a personaggi come Lombardi e Crimi, persino  Bersani giganteggia...!
Curioso di sapere quanti alle nuove elezioni voteranno ancora per personaggi come questi piccoli talebani di provincia, che ci fanno quasi rimpiangere la Bindi (il che è tutto dire!!!)

Il Buongiorno di Gramellini...(ma stai a vedere che dallo streaming ci guadagna Bersani...)

(P.S. : stai a vedere che dallo streaming ci guadagna Bersani...)

Da La Stampa:

Prima Pagina

La casa di vetro



Basta con la vecchia politica dei segreti e degli inciuci. Oggi i parlamentari di Grillo diranno vaffa a Bersani in streaming. Una telecamera inquadrerà lo storico evento e chiunque transiti nelle vicinanze di un computer potrà godersi l’incontro fra il presidente incaricato e la delegazione Cinquestelle. Tutto si svolgerà in una casa di vetro. Bersani farà le sue proposte, i parlamentari di Grillo le loro, si converrà che non c’è trippa per giaguari e ci si saluterà cordialmente, dandosi appuntamento alla prossima occasione. Questa è la democrazia che ci piace. O no?

Mio padre fu per tutta la vita amministratore di condominio. Dopo averne moderate più di un migliaio, giunse a teorizzare che la migliore assemblea, quella veramente produttiva di risultati, comporta sempre due tempi. Nel primo i condomini si rinfacciano incomprensioni e malumori, nel secondo gettano ponti e abbozzano compromessi: io cedo sul riscaldamento centralizzato, però tu mi concedi il lavatoio accanto al terrazzo condominiale. Ma, diceva, sarebbe impossibile giungere a questa suprema armonia delle dissonanze se i protagonisti si dovessero occupare delle forme. Se cioè agissero con la consapevolezza di essere visti e giudicati dall’esterno. Sapersi osservati induce a compiere uno sforzo di autocontrollo che sconfina nella finzione. Poiché l’orgoglio ti impone di mostrarti duro e puro agli occhi del mondo, perdi intelligenza, capacità di ascolto, elasticità. Almeno finché la telecamera rimane accesa, come dimostrano i pollai televisivi. Poi per fortuna il collegamento in streaming finisce, la casa di vetro abbassa le persiane e si comincia, orrore, a fare politica.

Massimo Gramellini

domenica 24 marzo 2013

Chi di Blog ferisce... Grillo si lamenta.

Leggete la notizia ANSA qui sotto, che riporta le lamentele di Grillo per le tonnellate di post critici riversati sul suo Blog... Non so, forse in parte ha ragione lui... Verrebbe però da pensare che chi di Blog ferisce... di Blog perisce (se non ora, quando?):



Da mesi orde di trolls, di fake, di multinick scrivono con regolarità dai due ai tremila commenti al giorno sul blog. Qualcuno evidentemente li paga per spammare dalla mattina alla sera’. E’ quanto si legge sul blog di Beppe Grillo, dal titolo ‘schizzi di merda digitali’. accusando tg e talk di fare ‘lerci e studiati ‘copia e incolla”.
BEPPE GRILLO E GLI SCHIZZI –  ’Questi schizzi di merda digitali – prosegue il post non firmato e dunque riconducibile al leader di M5S – si possono suddividere in alcune grandi categorie. Quella degli ‘appellanti’ per la governabilita’ per il bene del Paese, del ‘votaBersani, votaBersani’, o del ‘votaGrasso, votaGrasso’ (l’unico procuratore antimafia estimatore di Berlusconi). Quella dei ‘divisori’, venuti per separare cio’ che per loro e’ oscenamente unito, che chiedono a Grillo di mollare Casaleggio, al M5S di mollare Grillo e a tutti gli elettori del M5S di mollare il M5S per passare al sol dell’avvenire delle notti polari del pdmenoelle. Quindi – prosegue l’ex comico – arrivano, di solito nel tardo pomeriggio, i cosiddetti ‘ex’, ‘Grillo ti ho votato ma dopo che sei passato con il rosso con sprezzo delle istituzioni non ti voto piu’, oppure ‘Beppe, ti ho seguito dal primo Vday, ma il tuo autista, si legge in giro, e’ un narcotrafficante. Addio al mio voto’. Gli ‘ex’ si presentano anche con tutta la famiglia e persino con gli amici ‘Grillo, siamo un un gruppo di tuoi estimatori, io, mia moglie, le nostre due figlie e i loro fidanzati. Non ci rispecchiamo piu’ nel tuo comportamento antidemocratico. Il voto la prossima volta lo daremo al pdmenoelle che e’ piu’ serio”.
LE FORTUNE DI GRILLO E CASALEGGIO – ‘Non mancano gli ‘accusatori’ che si attaccano alle fortune che io e Casaleggio staremmo accumulando alle spalle del M5S ‘Chi prende i soldi del gruppo di comunicazione? Eh? Chi li prende? Trasparenza! Chiediamo trasparenza. Siete peggio di Berlusconi. E pensare che avevo convinto mio padre a darvi il voto, mai piu’. ‘Lo fate per gli ads e per gli ebook, a voi non ve ne frega un cazzo della democrazia’. Ci sono poi i ‘critici di giornata’ che arrivano in massa come le locuste. Qualunque cosa tu abbia appena detto o fatto viene ferocemente attaccata, spesso con lunghe e articolate argomentazioni di 2.000 caratteri. Da questa brodaglia i telegiornali e i talk show colgono fior da fiore, con lerci e studiati ‘copia e incolla’ per spiegare che Grillo e’ un eversivo, che il MoVimento 5 Stelle e’ spaccato. Di solito partono cosi’ ‘Il MoVimento 5 Stelle si divide sulla linea Grillo, ecco i commenti dal blog’. Dato che nel blog chiunque puo’ commentare questo non vuol dire nulla. Prima vomitano i commenti sul blog – conclude Grillo - e poi li rivomitano nelle televisioni’.
(ANSA).