ebook di Fulvio Romano

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giovedì 16 novembre 2017

Le ambizioni grilline crescono nonostante la Sicilia ( Sorgi)

LA STAMPA

Italia


Per quanto limitato a incontri non di primissimo piano - segno di curiosità, ma anche di cautela rispetto a qualsiasi tentativo di accreditamento - il viaggio in Usa di Luigi Di Maio e i contatti, di cui s’è avuta conferma, con il Vaticano, dopo le polemiche sugli immigrati, rivelano che la sconfitta nelle elezioni regionali siciliane non ha affatto frenato le ambizioni dei 5 stelle per le prossime elezioni politiche. Anche perché, se è vero che in Sicilia il Movimento ha mancato l’obiettivo della guida della Regione, lo è altrettanto che, almeno per ciò che riguarda il voto sul presidente, quel 35 per cento raccolto dal candidato Cancelleri è l’indicatore del vero potenziale politico pentastellato, la soglia che potrebbe raggiungere e superare nel voto di primavera.

Una percentuale così elevata, specie di fronte al default quasi scontato del centrosinistra (il tentativo di Fassino di riannodare Pd e sinistra non sembra sortire grandi risultati), rende inaspettatamente competitivo M5s anche nei collegi uninominali in cui saranno eletti un terzo dei parlamentari, e dove la competizione, nelle intenzioni dei partiti che avevano fatto approvare il Rosatellum in funzione anti-5 stelle, doveva essere riservata a centrosinistra e centrodestra. Invece, se la tendenza del centrosinistra a presentarsi diviso sarà confermata, si avrà una riedizione in chiave nazionale della partita siciliana tra centrodestra e 5 stelle, una sorta di rivincita.

Inoltre la sera del voto, oltre a non sapere, per la prima volta dopo venticinque anni, chi sarà il vincitore chiamato a formare il governo, occorrerà cominciare a fare i conti con il ritorno del proporzionale, che prevede che l’incarico sia assegnato al partito che, avendo più voti, dovrebbe avere più possibilità di mettere insieme una maggioranza. In altre parole, gli occhi di tutti gli osservatori non dovranno più guardare, com’è avvenuto fino al 2013, la tabella delle coalizioni, per capire se è meglio piazzato il centrosinistra o il centrodestra. Ma quella dei partiti: nella quale, a meno di sorprese inimmaginabili, i 5 stelle dovrebbero essere largamente primi, con un vantaggio da cinque a dieci punti sul Pd, che arriverebbe secondo, e con un terzo e un quarto classificato - si vedrà se Forza Italia e Lega o viceversa - che avranno percentuali pari più o meno alla metà dei voti M5s. Se nessuno degli aspiranti sarà in grado di dimostrare di aver costruito alleanze e accordi politici solidi per formare il governo, sarà difficile per Mattarella evitare di consentire a Di Maio di fare il primo tentativo.

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Marcello

Sorgi


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sabato 4 novembre 2017

L’isola specchio d’Italia (Sorgi)

LA STAMPA

Cultura

L’isola

specchio

d’Italia

Sulle elezioni siciliane di domani si sta concentrando un’attenzione mai vista prima. Se ne occupano, non solo i media nazionali, ma anche giornali, siti e tv straniere, a dimostrazione che l’appuntamento del 5 novembre è considerato decisivo, non solo dai leader che battono le piazze delle maggiori città, e non soltanto per i destini dell’isola, ma dell’Italia e perfino dell’Europa. L’ipotesi, non del tutto fuori dalla realtà, che i 5 Stelle possano conquistare la Regione - ipotecando un’eventuale vittoria anche nel prossimo voto delle politiche e rompendo la rete di sicurezza che ha fin qui impedito ai principali Paesi europei di finire nelle mani dei populisti -, sta creando un’ansia simile a quella vissuta quest’anno alla vigilia delle consultazioni in Francia, Olanda, Germania e Austria, per non dire del pasticcio della Catalogna.

Naturalmente non è affatto detto che succeda per davvero, e conviene prendere con le pinze i sondaggi che vedono testa a testa il candidato del centrodestra Musumeci, favorito fino a un mese fa con oltre 10 punti di vantaggio e ora in affanno, e quello M5S Cancelleri, che negli ultimi giorni lo ha agganciato. 

Che una sorta di Vespri siciliani si sentano ribollire nella pancia dei cittadini vessati da cinque anni di pessima amministrazione Crocetta, il presidente trionfatore della volta precedente, rivelatosi completamente inadeguato ad affrontare i gravi problemi dell’isola, è sicuro; così com’è certo che Crocetta abbia trascinato con sé nel disastro il centrosinistra che lo aveva sostenuto nel 2012 e ha cercato rimedio invano nella scelta di un successore «civico», cioè non politico di professione, ma quasi completamente sconosciuto: il rettore dell’Università di Palermo Micari, oggi a rischio di piazzarsi quarto, nella gara, alle spalle perfino dell’avversario della sinistra radicale Fava.

Vincere o perdere in Sicilia vuol dire da molti anni ipotecare metà del risultato delle elezioni politiche. Il Nord Italia essendo da tempo abbonato alla destra, e il Centro, anche se progressivamente meno, alla sinistra, è nel Lazio e nell’isola che si giocano gli equilibri nevralgici, e nell’ultimo quarto di secolo è andata così: chi ha vinto nelle due popolose regioni, quasi sempre ha conquistato l’Italia. Anche se colpisce, va detto, che alla fine di una legislatura dominata dal centrosinistra, dopo tre governi guidati da esponenti del Pd, uno dei quali, il più durevole, dal segretario (aiutati da tutta o in parte la coalizione ex berlusconiana), e con quindici amministrazioni regionali su venti in mano allo stesso partito, in Sicilia Renzi e i suoi alleati siano considerati fuori gioco, e debbano rassegnarsi all’opposizione, o sperare di poter collaborare in un ruolo subalterno con il vincitore di domenica: Musumeci o Cancelleri.

Se a vincere sarà il secondo, in poche settimane un secondo capovolgimento, dopo quello catalano, sarà avvenuto in Sicilia, con Palermo nei panni di Barcellona, un futuro che nessuno immagina e ha progettato, e Roma, come Madrid, al bivio tra la mano forte e un dialogo improbabile, per non dire irrealizzabile, con i «conquistadores» a 5 stelle. Se invece a prevalere sarà il primo, il «fascista per bene» - assai ammorbidito, in verità, nelle idee, e sostenuto da liste locali, che i sondaggi non misurano, irrobustite da conversioni e tradimenti dell’ultimo minuto e dalle immutabili amicizie siciliane -, il ritorno del centrodestra alla guida della Regione si potrà leggere in due modi: che in conclusione è a questo schieramento, pur con i suoi limiti e usure evidenti, che gli elettori preferiscono affidarsi, quando avvertono che la posta si fa seria. La bandiera dell’antipopulismo alzata da Berlusconi, tra ironie e sberleffi anche dei suoi alleati Salvini e Meloni, sarebbe risultata così più credibile di quella di Renzi, che pure si accinge a sostenere in tv la sfida con il candidato premier M5S Di Maio. Oppure, e sarebbe la seconda spiegazione, che alla fine di questi venticinque in cui le hanno provate tutte per cambiare, la Sicilia, e appresso a lei l’Italia, si accingono a tornare democristiane: la rivoluzione sarà per un’altra volta.

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Marcello Sorgi


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giovedì 26 ottobre 2017

La legislatura finisce tra le macerie ( M. Sorgi)

LA STAMPA 

Italia


delle riforme

È stato un po’ il suggello finale a una legislatura che sta per finire e si era aperta con un altro suo intervento, pronunciato alla Camera il 22 aprile 2013 in occasione della sua rielezione al Quirinale: e chi si aspettava un discorso dirompente, destinato a scuotere ancora una volta il centrosinistra tormentato dalle sue divisioni, ha potuto ascoltare invece un severo richiamo alle regole e alla qualità perdute della vita parlamentare, nel frangente dell’approvazione finale del Rosatellum al Senato a colpi di fiducia. Anche qui: Napolitano non ha affatto escluso che il governo, sia pure sottoposto a «forti pressioni», potesse farvi ricorso (la forzatura c’è stata, ma la questione di fiducia comunque era legittima). Ma ha spiegato pacatamente, da senatore di grande esperienza, come tutto poteva essere condotto con più accortezza, senza inutili esagerazioni, considerato che la legge elettorale è una delle materie più delicate che il Parlamento possa affrontare.

Più in generale, tutti hanno colto l’amarezza dell’ex capo dello Stato per i risultati del lavoro sulle riforme, che proprio su sua sollecitazione (aveva detto senza mezzi termini, quattro anni e mezzo fa: o le fate o mi dimetterò denunciando la vostra incapacità) era stato avviato e doveva dare un senso a una legislatura nata zoppa, senza un vincitore delle elezioni e senza alcuna maggioranza precostituita. Partiva di lì stagione delle larghe (e poi meno larghe) intese che ha consumato tre governi, ha visto l’approvazione e poi la bocciatura nel referendum del 4 dicembre 2016 delle riforme costituzionali, il varo (anche quello grazie alla fiducia) della legge elettorale a due turni Italicum, poi dichiarata incostituzionale, l’accordo sulla parodia del sistema tedesco affossato a giugno dai franchi tiratori, e adesso la scialuppa del Rosatellum, su cui sono saliti in extremis Pd, Ap, Forza Italia e Lega, e che comincia la sua incerta navigazione tra le proteste di piazza e i senatori dell’opposizione bendati in aula, oltre a essere costata la rottura definitiva della maggioranza e l’uscita dal governo di Mdp. In altre parole, la legislatura finisce tra le macerie di ciò che ha inutilmente cercato di costruire; e la nuova legge elettorale, con i suoi evidenti limiti (il principale, non garantire la formazione di una maggioranza nelle urne), è l’ultimo approdo possibile per evitare di andare a votare con i due moncherini delle leggi elettorali precedenti, il Porcellum e l’Italicum, che la Consulta aveva dichiarato illegittimi, salvandone giusto le parti indispensabili per consentire di rieleggere comunque le Camere.

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Marcello

Sorgi



mercoledì 13 settembre 2017

Sorgi: Le occasioni da non sprecare nel finale

LA STAMPA

Prima Pagina

Le occasioni

da non sprecare

nel finale

Non sprecare questi ultimi mesi, non trasformarli in ennesima occasione di scontro su testi di legge calendarizzati che magari non saranno mai approvati. Dovrebbe essere questo l’imperativo categorico dei parlamentari che si accingono a concludere una legislatura tra le più difficili e al contempo sorprendenti della storia parlamentare. Difficile, si sa, perché nata morta, con la cosiddetta «non vittoria» del Pd e l’assenza di maggioranze precostituite al Senato; e sorprendente perché, malgrado tutto, ha messo a segno una serie di riforme importanti (anche quelle successivamente bocciate nelle urne del referendum), mai approvate tutte insieme nel corso di un solo mandato parlamentare.

Se solo si riflette sulle leggi realizzate nei mille giorni del governo Renzi, dal Jobs Act, alla scuola, alla legge elettorale (pur dichiarata in parte illegittima dalla Corte Costituzionale), alle unioni civili, e - ripetiamo - alle riforme costituzionali, che avrebbero potuto certo essere migliori, e probabilmente non cadere sotto la mannaia del voto del 4 dicembre, se a un certo punto del percorso non si fosse arrivati al muro contro muro tra Palazzo Chigi, indisponibile a riscrivere parte dei testi, e le opposizioni, decise a impedirne a qualsiasi costo il varo.

E se si aggiungono i risultati del governo Gentiloni, a cominciare dal salvataggio delle banche, è quasi impossibile rintracciare nel passato il precedente di una legislatura così fertile. E i differenti punti di vista, le legittime valutazioni diverse sui contenuti delle riforme, sia di quelle cancellate prima di entrare in vigore, sia delle altre sopravvissute, non dovrebbero impedire a nessuno di cogliere l’eccezionalità del lavoro di questo Parlamento, che sta per andare a casa. Un Parlamento, non va dimenticato, in cui anche parte delle opposizioni, al di là dei normali obblighi di propaganda, ha saputo dar prova di responsabilità, e in molte circostanze, soprattutto al Senato, consentire il passaggio di provvedimenti altrimenti destinati al fallimento.

Ora appunto, come hanno cominciato a fare ieri i capigruppo di Palazzo Madama, si tratta di decidere cosa fare di questi cinque, sei, forse anche sette ultimi mesi di vita delle Camere, prima della scadenza naturale della primavera 2018 che tutti i partiti, più o meno, sembrano aver accettata o messa in conto. Già il 2017 finora, dopo il risultato del referendum costituzionale e la decisione della Consulta di cassare in parte l’Italicum, è trascorso nel dubbio che si potesse arrivare a uno scioglimento anticipato delle Camere, e il governo, tutelato in questo dal Quirinale, ha dovuto guadagnarsi testardamente, giorno dopo giorno, spazi di agibilità che la ripresa economica, via via sempre più robusta, alla fine ha premiato. Lo stesso si può dire della soluzione trovata per il problema degli sbarchi fuori controllo degli immigrati: anche questa, costruita dal ministro Minniti con paziente lavoro di tessitura internazionale, diplomatica e non solo, non avrebbe visto la luce se la legislatura si fosse conclusa prima.

Occorre, però, tenere i piedi per terra, per cercare di dare senso e concretezza a una fine di legislatura già gravata da forti tensioni elettorali, non soltanto per le prossime regionali siciliane del 5 novembre. Scrivere un libro dei sogni, non serve. Né stilare lunghi elenchi di tutto ciò che potrebbe essere fatto e invece non sarà. Né piangere sul latte versato di riforme utili e opportune - come ad esempio lo Ius soli, tra l’altro rinviato ieri, o il bio-testamento - ma ormai forse troppo divisive per affrontare il periglioso iter parlamentare senza affondare tra una Camera e l’altra. Tanto vale concentrarsi su un paio di scadenze, queste sì, davvero improcrastinabili, e impegnare tutte le scarse risorse che rimangono per costruire un corridoio di salvezza, che consenta di rispettare gli impegni più urgenti. Il patto non scritto, la tregua che dovrebbe intervenire tra la maggioranza, o quel che ne rimane, e le opposizioni, riguarda innanzitutto la legge di stabilità, che dovrebbe trovare un percorso virtuoso, per arrivare all’approdo entro dicembre, rispettando le scadenze imposte anche dal calendario di Bruxelles e evitando di ripetere il solito mercato delle vacche sugli emendamenti, e sui singoli, contrastanti interessi corporativi che a ogni occasione affollano le anticamere parlamentari. Subito dopo c’è, sarebbe più giusto dire ci sono, le leggi elettorali, che da due, quante ne hanno lasciate in piedi le sentenze della Corte Costituzionale, dovrebbero essere ridotte a una, ma che sia in grado di produrre una vera maggioranza nelle prossime Camere.

Non è affatto un programma semplice da realizzare. Ma è necessario. Chissà che al di là degli scontri e degli insulti che hanno accompagnato questi ultimi cinque anni, i «morituri» di questo Parlamento non siano in grado di sorprenderci l’ultima volta.

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Marcello Sorgi



martedì 14 febbraio 2017

L'ultimo azzardo del leader ( Sorgi)

LA STAMPA

Cultura

L’ultimo

azzardo

del leader

Alla direzione del Pd che dopo i risultati del referendum doveva decidere sui destini della legislatura, del governo, e di conseguenza del Paese, è andato in scena il più classico del dialogo tra sordi, tra Renzi e la sua maggioranza che ha lasciato avvertire qualche scricchiolio, da una parte, e gli avversari della minoranza dall’altra. Al di là di qualche pallido tentativo di ritorno alle buone maniere, tra gente che in molti casi non si rivolge più la parola da tempo e si parla solo attraverso interviste a giornali e tv, i due schieramenti, divisi in quattordici correnti, sono rimasti ciascuno sulle sue posizioni. 

Renzi punta a far svolgere il congresso del suo partito in tempi brevi, entro aprile o maggio, per andare alle elezioni anticipate entro giugno, o al massimo settembre. Bersani ha chiesto che la legislatura arrivi alla sua scadenza naturale, in nome della necessità di dare al governo la possibilità di affrontare i più urgenti problemi italiani, e di posporre l’esigenza del Pd di rilegittimare il proprio vertice, misurando consensi e dissensi tra i propri iscritti ed elettori.

Ma poiché ridurre all’essenziale - Renzi sì o no - il dibattito interno, incarognitosi e giunto alle soglie di una scissione a meno di dieci anni dalla nascita del Pd, non sarebbe stato possibile, senza aggravare il penoso clima interno, e peggiorare in diretta tv l’immagine del più grande partito di governo, per quattro ore si è assistito a un confronto non del tutto mediocre sui destini della sinistra mondiale insidiata dal populismo arrembante, dalla destra trumpista e xenofoba vincente, dalla globalizzazione calante. Una discussione a tratti perfino interessante, per chi voglia farsi un’idea del panico e del senso di accerchiamento che accompagna una delle poche classi dirigenti di centrosinistra rimaste alla guida di un Paese importante come l’Italia, mentre tutt’attorno, dall’Inghilterra alla Francia all’Olanda, i nostri maggiori partners provano come possono a fronteggiare le proprie crisi politiche e quella più complessiva dell’Unione Europea. E una prova abbastanza esplicita - sebbene si sia trattato dell’inizio abbastanza estemporaneo di un dibattito destinato a proseguire - che anche il Pd, come quasi tutti i democratici e i socialisti nel mondo, di fronte alle sfide che tutt’insieme s’è trovato davanti non ha altre risposte che una sorta di indietro tutta, rispetto all’assunzione dì responsabilità che avevano caratterizzato le sinistre dell’inizio degli Anni Novanta, oggi guardati quasi come il momento di un grande errore e l’occasione di un tradimento delle idee e dei bisogni tradizionali del proprio elettorato. Dunque, basta mercati, privatizzazioni, liberalizzazioni delle regole del lavoro, terze vie tra capitalismo e socialismo, e via libera alle nostalgie d’altri tempi, statalismo, interventi pubblici, assunzioni (pagate con chissà quale capitolo del bilancio statale, oberato dal debito). Il tutto, coniugato con le parole-chiave del successo di Trump in America, declinate ovviamente a sinistra e nella lingua nazionale: «Prima l’Italia!» e «Protezione».

Ora, è lecito dubitare che al di là di qualche slogan elettorale - non dissimile da quelli adoperati, per perdere, dal leader laburista Corbyn in Inghilterra o dall’aspirante e sconfitto dalla Clinton candidato democratico Sanders in Usa -, queste proposte possano trasformarsi in soluzioni per i pesanti e crescenti problemi italiani. Come manifesto per una sinistra che voglia tornare all’opposizione sono perfette, e può darsi che servano anche a recuperare una parte di voti perduti, ma non la maggioranza che serve a governare. E va da sé che se questo dovesse diventare il programma del Pd, Renzi non potrebbe più esserne il leader: al dunque, questo sembra il vero obiettivo dei compagni ritrovati.

L’accelerata verso il congresso dell’ex premier, e tra qualche giorno segretario dimissionario del Pd, nasce di qui: sarà il suo ultimo azzardo, per cercare di non soccombere alle sirene del passato, di certo il più rischioso della sua recente avventura.

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Marcello Sorgi


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martedì 31 gennaio 2017

Sorgi: la minaccia all'ex premier

LA STAMPA

Cultura

La minaccia

all’ex premier

Per capire cosa sta accadendo nel Pd non bisogna andare troppo lontano.

E neppure troppo indietro nel tempo. Come nel 1993, dopo il referendum del 18 aprile che sancì la fine della Prima Repubblica, il maggior partito di governo è scosso da tensioni politiche, orizzontali, verticali, trasversali, che non riguardano solo la maggioranza renziana e la minoranza bersaniana, ma tutte le correnti al loro interno, per gli esiti del voto referendario del 4 dicembre 2016. Che ha sancito una sorta di inversione a “U” della politica italiana, dalla Seconda Repubblica alla Prima, dal maggioritario al proporzionale, dall’epoca delle leadership forti, a quella, durata quarantacinque anni, dal 1948 appunto al ’93, della partitocrazia e dei governi nati in Parlamento.

Ventiquattro anni fa i Popolari (ex Dc) e il Pds (ex Pci), cioè i due principali soci del Pd, arrivarono all’appuntamento del referendum consapevoli, ma impreparati. E pur avendo contribuito all’approvazione della nuova legge elettorale, il «Mattarellum», che inoculava nel meccanismo maggioritario scelto dagli elettori una quota del vecchio proporzionale, alla resa dei conti si dimostrarono incapaci di partecipare al gioco, presentandosi divisi nelle elezioni del 27 marzo 1994 e favorendo la vittoria di Berlusconi.

Subito dopo, abili nella manovra parlamentare di cui erano maestri nella Prima Repubblica, detronizzarono l’ex Cavaliere, capovolgendo, grazie a un «ribaltone», la sua maggioranza nelle Camere, e lo sconfissero, stavolta coalizzati, nelle urne nel ’96, approfittando della scelta di Bossi di rompere l’alleanza di centrodestra. Fin qui, è ormai storia. Come lo è il fatto che solo Prodi, nel ’96 e nel 2006, sia riuscito a vincere su Berlusconi, mentre i leader della coalizione giunti alla guida del governo per vie parlamentari, come D’Alema e Amato, non poterono presentarsi con la loro faccia, e anche gli altri, vedi Rutelli e Veltroni, pur conseguendo risultati elettorali lusinghieri, nella partita uno contro uno risultarono sconfitti.

Era poi evidente, in tutti questi anni, che una larga parte del centrosinistra rimpiangesse la vecchia partitocrazia. Lo si intuiva dal modo in cui si erano battuti contro le riforme costituzionali e soprattutto contro la legge maggioritaria a due turni proposte da Renzi, e se n’è avuta conferma in occasione del referendum del 4 dicembre, quando il Pd, formalmente, aveva preso posizione per il «Sì», ma una larga fetta del suo apparato, D’Alema e Bersani in testa a tutti, s’è schierata con il «No».

Ma il paradosso è che di fronte a una situazione nuova - o vecchia, secondo i punti di vista - come quella del ritorno al proporzionale, Renzi rischi di fare un errore eguale, ancorché opposto, a quello compiuto da Occhetto e Martinazzoli nel ’93. Mentre Berlusconi ha subito intuito il cambiamento, ha raffreddato di molto i rapporti con i suoi ex alleati e si prepara a correre per Forza Italia, costi quel che costi, sapendo che la partita vera si aprirà dopo il voto, il segretario del Pd si muove ancora con la logica dell’uomo forte con cui ha guidato il partito e il governo. Sottovalutare le numerose candidature alla guida del suo partito, gli annunci di scissione, le promesse di collaborazione che seguono alle separazioni, significa non aver capito che tutto ciò che sta accadendo è frutto della riedizione (o brutta copia) del sistema partitocratico, in cui ognuno porta la sua piccola dote a un ammasso di cui niente si sa, ma di cui presto o tardi salterà fuori un federatore. Può darsi, come Renzi si augura, che il suo Pd, benché acciaccato, raggiunga il 40 per cento, conquistando a dispetto di ogni previsione il premio di maggioranza che la Corte costituzionale ha collocato nell’iperuranio. Ma se non ci riesce, il rischio vero, per il Rottamatore, è ritrovarsi all’opposizione, sepolto dalle macerie della Seconda Repubblica.

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Marcello Sorgi


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venerdì 11 luglio 2014

Dal Bicameralismo perfetto al Senati delle autonomie: da un'anomalia all'altra...

LA STAMPA

Cultura

Linizio

di una nuova

transizione

Perduto e ritrovato nel giro di poche ore, l’accordo che consentirà lunedì di far approdare nell’aula di Palazzo Madama il testo della riforma del Senato non sarà storico (troppe volte l’aggettivo è stato usato a vanvera).

Ma questo testo è certamente rilevante, anche se occorrerà aspettare la fine del primo giro di votazioni per valutarne in pieno la portata. Dopo tanti fallimenti (sono trenta e più anni che si parla di cambiare la Costituzione) l’intesa tra centrosinistra, centrodestra e Lega, pur destinata a scontare una folta pattuglia trasversale di dissidenti, con tutti i limiti possibili rappresenta un’applicazione del metodo costituente, quello con cui, quasi settant’anni fa, partiti di diverse o opposte tradizioni e culture politiche cercarono e trovarono un compromesso sul testo della Carta che oggi si cerca di rinnovare.

In tempi in cui la politica è ridotta com’è ridotta, non è poco. A risultato raggiunto, se davvero ci si arriverà – non va dimenticato che questa è la prima di quattro letture, da svolgersi a intervalli non inferiori a tre mesi –, Renzi incasserà la maggior parte del merito, ma tutti i contraenti del patto, Berlusconi, Alfano, Salvini, i centristi delle diverse sponde, ne ricaveranno un vantaggio in termini di credibilità e di ruolo politico.

La lunga transizione degli ultimi vent’anni si era infatti arenata sulla convinzione sbagliata che ognuno potesse farsi la Costituzione da solo. Dopo la fine della Prima Repubblica e la nascita della Seconda con i referendum elettorali del 1991 e ’93, tutti i tentativi di incontro, le commissioni bicamerali, i patti segreti provati e riprovati nel corso di due decenni erano miseramente falliti. Il risultato era stato che, prima il centrosinistra, con la raffazzonata riforma del Titolo V (poteri esclusivi delle regioni) nel 2001, e poi il centrodestra con la Devolution (versione assai approssimativa del federalismo chiesto dalla Lega) nel 2006, si erano fatti ciascuno la propria riforma. Un fallimento dopo l’altro e una quantità di conflitti istituzionali finiti sulle scrivanie dei giudici della Corte Costituzionale erano stati i soli effetti di quest’anomala stagione riformatrice.

Per ritentare, e costringere forze politiche ormai incapaci di costruire relazioni politiche, neppure normali, ma minimamente serie, ci voleva Renzi, con la sua voglia di cambiare e la sua volontà di ferro. Ma prima ancora, va ricordato, c’era voluto Napolitano. Quando un sistema politico giunto all’impotenza e non in grado di eleggere la carica più alta dello Stato s’era rivolto a lui, poco più d’un anno fa, per chiedergli la disponibilità ad accettare un secondo mandato, l’anziano Presidente aveva posto una sola condizione: si facciano le riforme, e se non si fanno, il primo a dimettermi sarò io. Ciò che è accaduto dopo è dipeso da questo.

Non siamo tuttavia alla fine della transizione. Siamo purtroppo nuovamente all’inizio. La riforma del bicameralismo era indispensabile per cercare di avvicinare l’Italia a tutte le democrazie moderne in cui i meccanismi istituzionali funzionano più rapidamente e con più efficacia del nostro. Ma il problema, è inutile nasconderselo, non era solo la ripetitività del lavoro di due Camere che facevano esattamente le stesse cose. Piuttosto che le facevano con due maggioranze differenti e, nei fatti, spesso opposte: tal che il governo che proponeva ai deputati un certo provvedimento sapeva che a un sì eventuale o condizionato della Camera sarebbe corrisposto poco dopo un no secco del Senato, o viceversa.

Da questo punto di vista, va detto, la riforma che sta per essere votata non dà affatto la garanzia di fornire una soluzione al problema. Perché, è vero che il compito di dare la fiducia ai governi e di affrontare la gran parte delle materie legislative sarà riservato ai deputati; ma è altrettanto vero che sui testi più delicati i senatori avranno il diritto di contestare, richiamandole e discutendole autonomamente, le decisioni appena prese dai loro colleghi di Montecitorio, che dovranno a loro volta riconfermarle con nuove votazioni se non vorranno accettare le richieste di modifiche avanzate dalla Camera alta. Inoltre, con l’elezione indiretta dei senatori da parte dei consigli regionali, e con la distribuzione proporzionale dei seggi tra tutte le Regioni, ciò che prima era possibile (ma è sempre accaduto), le maggioranze diverse tra Camera e Senato, diventa sicuro. Avremo, anzi, un Senato a maggioranze variabili, politiche e geografiche, in cui le appartenenze politiche si mescoleranno, chissà come, alle radici locali e ai caratteri personali. In altre parole, usciamo da un’anomalia – il bicameralismo perfetto – per infilarci in un’altra, che non a caso doveva chiamarsi Senato delle autonomie, al plurale. Che Dio ce la mandi buona.

Marcello Sorgi


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martedì 10 giugno 2014

Un risultato che rischia di far anticipare le politiche ( M. Sorgi )

LA STAMPA


Italia

Questi risultati

rischiano

di anticipare

le politiche

Se serviva una conferma dell’importanza del sistema elettorale, per valutare gli effettivi rapporti di forza, specie in fase di forte cambiamento, i risultati del ballottaggio l’hanno data. E non perchè la corsa di Renzi ha rallentato o s’è fermata, come è stato osservato a caldo - tra l’altro, pur perdendo Livorno, città simbolo, il centrosinistra aumenta il numero dei comuni conquistati -, piuttosto, perché, con il ritorno al maggioritario, e soprattutto in un ballottaggio, il centrodestra e il Movimento 5 stelle, dati per sconfitti al primo turno, in questo caso sono apparsi competitivi. Se si tornasse a votare per le politiche con un sistema elettorale simile a quello dei comuni, nonché a quello che la Camera ha già approvato, nessuno potrebbe scommettere facilmente su un nuovo trionfo di Renzi.

Anche a motivo che - ed è la seconda novità uscita dal voto di domenica - pur di non far vincere il centrosinistra, gli elettori di centrodestra e quelli grillini sono stati pronti ad allearsi come avevano già fatto più volte i parlamentari dei due schieramenti nell’attuale Parlamento. Ma mentre è possibile, seppur tutt’altro che facile, governare due gruppi parlamentari portandoli verso convergenze occasionali, non era prevedibile che lo stesso potesse verificarsi tra gli elettori, e senza neppure un grande impegno da parte dei leader. Invece è accaduto a Livorno, e non solo lì, e questo vuol dire che il “voto contro”, così come l’astensione, rientra tra le scelte ragionate dell’elettorato, esattamente come nei paesi in cui la democrazia maggioritaria e più radicata, e come era cominciato ad accadere anche in Italia ai tempi del Mattarellum e del voto nei collegi uninominali: se il candidato presentato non era gradito, i cittadini, per punire il partito che l’aveva imposto, votavano per l’avversario.

Valutazioni come queste sono all’ordine del giorno ai vertici dei tre maggiori partiti, che comunque escono stralunati da questa tornata di europee e amministrative. Renzi, di sicuro, ne trarrà motivo per accelerare l’ondata di rinnovamento e di ricambio generazionale all’interno del Pd. I parlamentari di centrosinistra che sentiranno di nuovo il vento della rottamazione cercheranno di fargliela pagare in Parlamento. Dove poi, c’è da scommetterci, Berlusconi e il centrodestra da una parte, e Grillo dalla sua, di favorire la marcia delle riforme avranno poca voglia, e cercheranno di scaricare sul premier l’incapacità di arrivare ai risultati che aveva promesso entro i tempi annunciati.

La verità è che, come già si era avvertito dopo il 25 maggio, e forse ancora di più per via dei risultati variegati delle città, questo voto chiama altre elezioni. Non sarà per l’autunno, ma per la prossima primavera, sono in tanti a pensarci.

Marcello

Sorgi

sabato 7 giugno 2014

Rigore addio alla vigilia della presidenza italiana UE

LA STAMPA

Economia

Addio al rigore

alla vigilia

della presidenza

italiana dell’Ue

Sul piano economico, gli effetti della decisione di Mario Draghi di abbassare al minimo assoluto, mai toccato prima, i tassi bancari nell’area euro si vedranno tra qualche mese. Ma su quello politico si intuiscono già, e proprio perchè cadono alla vigilia del semestre italiano di presidenza europea contrassegnano la volontà del presidente della Bce di incoraggiare una svolta nella politica di rigore imposta finora dalla Germania, e contestata ormai apertamente dai paesi che più hanno avvertito la scossa dei movimenti populisti nel voto del 25 maggio, Francia e Inghilterra.

Senza correre troppo, si può dire che si stanno creando le condizioni per un ruolo diverso e nevralgico dell’Italia nella complicata partita che s’è aperta: un compito politico, di mediazione ma anche di decisione, tra la Germania che ha accolto positivamente l’intervento della Bce e gli altri paesi che premono per un allentamento dei vincoli e per dare ossigeno alle sofferenti economie nazionali, specie in vista di scadenze elettorali, come quelle attese proprio a Londra e a Parigi.

La novità, legata anche alla scadenza del semestre, potrebbe segnare un cambiamento anche rispetto all’ultima volta in cui il governo italiano giocò un ruolo da protagonista sullo scenario dell’Unione. Mentre infatti Mario Monti, nel 2011 e 2012, aveva messo a frutto tutto il peso della sua credibilità personale di europeista ed ex-commissario Ue, inizialmente per evitare che l’Italia finisse come la Grecia, nella morsa dell’intervento dall’alto delle autorità europee, e successivamente, da super tecnico delle procedure e dei regolamenti che governano le stesse autorità, adoperando il diritto di veto per spostare gli equilibri in senso anti-Merkel, Matteo Renzi, da politico a tutto tondo, e da presidente in carica del semestre, potrebbe tentare di affiancare la Merkel e cercare di pilotare insieme a lei lo scongelamento della politica di rigore, che la Germania, se isolata, non sarebbe più in grado di evitare.

Il modo in cui è cominciato il negoziato sulle nomine e la rinuncia, da parte della Cancelliera, alla candidatura di Juncker come presidente della Commissione, vanno sicuramente in questa direzione. La mossa di Draghi altrettanto. E la possibile firma di un documento comune, proprio sulla politica economica, potrebbe rappresentare nel prossimo vertice Ue la rivelazione di un movimento che allo stato è possibile soltanto intuire. In questa materia, si sa, ogni cautela è d’obbligo. E di qui a parlare di un asse tra il SuperMario di Francoforte e il Matteo di Roma, ce ne corre. Ma in politica, dice un vecchio detto, chi ha più filo tesse.

Marcello

Sorgi


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giovedì 3 aprile 2014

Il "Consultellum" prende quota...

LA STAMPA

Italia

Il nervosismo

di Berlusconi

minaccia Renzi

Tra le ragioni che hanno portato a un improvviso raffreddamento nei rapporti tra Berlusconi e Renzi, dopo una luna di miele c’è soprattutto il nervosismo del Cavaliere per l’incerta vigilia delle decisioni dei giudici di Milano sul suo destino di condannato. Ma ce n’è anche un’altra, che riguarda i sondaggi più recenti in vista delle europee, anche quelli solitamente più favorevoli a lui. Da tre settimane infatti Forza Italia oscilla tra il 21 e il 18%, secondo che le rilevazioni prevedano Berlusconi in campo, in che modo non si sa, dato che spetterà alla magistratura riconoscergli o meno la possibilità di partecipare alla campagna, oppure impedito dal prendervi parte, per effetto degli arresti domiciliari o dell’affidamento ai servizi sociali. Nell’un caso o nell’altro il partito del Cavaliere, tendenzialmente sfavorito nelle consultazioni europee, si piazzerebbe terzo, dietro Pd e 5 stelle. Un risultato che, se dovesse ripetersi poi alle successive politiche vedrebbe Forza Italia esclusa dal ballottaggio.

A quel punto, il rischio di una libera uscita dei suoi elettori verso i due finalisti della competizione sarebbe alto. Parte dell’elettorato moderato berlusconiano, temendo la vittoria di Grillo, potrebbe orientarsi verso il Pd; altra parte, più radicale, com’è già accaduto nelle politiche del 2013, potrebbe andare a ingrossare le file dei 5 Stelle. Un incubo «alla francese», per dirla con le parole di chi è andato a prospettare a Berlusconi questo scenario, ricordando il caso dell’ultima rielezione di Chirac, in cui i socialisti francesi furono costretti a votare il candidato gollista perchè al loro posto in ballottaggio era entrato Le Pen.

Logico che un timore del genere stia spingendo al ripensamento Forza Italia proprio sulla legge elettorale. Il Cavaliere aveva accettato il secondo turno pensando che sarebbe stato un classico braccio di ferro sinistra-destra. «Alla fine ce la vedremo io e tua figlia Marina», lo aveva lusingato Renzi, per convincerlo. Se invece il pericolo è quello di restare esclusi, diventa preferibile andare al voto con qualsiasi sistema elettorale, perfino il “Consultellum” uscito dalla sentenza della Consulta che ha cancellato il Porcellum. Di qui i dubbi e la frenata su tutta la partita delle riforme, da parte di Berlusconi: che in questo campo, si sa, non è nuovo a far saltare il banco all’ultimo minuto.

Marcello Sorgi

martedì 10 settembre 2013

Sorgi: Verso il disastro...

LA STAMPA

Italia

Il rebus della maggioranza alternativa

La crisi di governo temuta ed esorcizzata tante volte negli ultimi giorni è tornata ad aleggiare pesantemente ieri pomeriggio.

E le ventiquattro ore di sospensione delle ostilità - decise a tarda sera dopo il pomeriggio di guerriglia procedurale nella giunta per le elezioni del Senato tra il centrodestra, da una parte, e Sel e 5 stelle dall’altra, con il Pd in mezzo - sono l’ultima remota possibilità per cercare un compromesso e tentare di salvare Letta e le larghe intese. Sul salvataggio di Berlusconi, infatti, non scommette più nessuno: lui stesso, l’interessato, punta solo a un allungamento dei tempi, sperando che l’intreccio tra il nuovo giudizio della corte d’appello di Milano, annunciato per il 19 ottobre, l’inevitabile successivo ricorso per Cassazione che i suoi legali proporranno, nonché il pronunciamento della Corte europea per i diritti dell’uomo a cui s’è rivolto, producano un’inestricabile matassa giudiziaria e un rinvio sine die della condanna che lo riguarda.

Una pura illusione, stando all’atteggiamento con cui gli esponenti di M5s e il presidente Stefano (Sel) della giunta del Senato si sono presentati a Sant’Ivo alla Sapienza (nello stesso luogo in cui vent’anni fa Giulio Andreotti fu mandato a processo per mafia), obbligando il Pd a schierarsi con la linea dura che voleva arrivare subito, già nella prima seduta della giunta, a bocciare la relazione del Pdl Augello, favorevole a coinvolgere la Corte costituzionale nel riesame della legge Severino e ad aspettare la Corte europea prima di decidere.

Alla fine di un duro braccio di ferro s’è deciso di aspettare fino a stasera. Ma al di là della battaglia procedurale, politicamente il quadro è chiaro. La maggioranza Pd-Sel-5 stelle, con l’aggiunta solo leggermente più incerta di Scelta civica, manifestatasi contro Augello per bocciarlo, sarà la stessa che si raccoglierà a favore della decadenza di Berlusconi da senatore, non appena un nuovo relatore sarà nominato e la procedura potrà essere conclusa. Tempo previsto, al massimo, un mese, ma c’è chi pensa o dice anche una settimana.

Prima ancora, forse già stanotte, al più tardi domani, se la votazione della giunta avrà l’esito annunciato, il Cavaliere aprirà la crisi. Si vedrà allora se la nuova coalizione che ha preso corpo contro Berlusconi sarà in grado di esprimere un nuovo governo, che difficilmente, avendo una maggioranza diversa da quello attuale, potrebbe essere guidato da Letta. O se invece, malgrado gli sforzi di Napolitano per evitarle, si andrà a nuove elezioni. Un disastro.

Marcello Sorgi

venerdì 6 settembre 2013

Sorgi (miglior interprete dei pensieri di Napolitano): "L'unica strada possibile".

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Cultura

L’unica strada possibile

Un leader normale - ma non Berlusconi - valuterebbe il messaggio uscito ieri sera dal Quirinale per quel che è: il massimo di legittimazione politica che il Presidente della Repubblica poteva offrire a un capopartito, condannato per un reato pesante come l’evasione fiscale, che da oltre un mese invoca per sé l’agibilità, cioè il diritto di continuare a svolgere il suo compito nel rispetto dei nove milioni di elettori che gliel’hanno affidato. Napolitano s’è infatti rivolto al Cavaliere appellandosi al suo senso di responsabilità, ricordandogli quante volte, fin dal giorno della dura sentenza della Cassazione nei suoi confronti, abbia ribadito che non ci sarebbero state conseguenze per il governo e riconoscendogli in pratica il ruolo dell’unico che a questo punto possa salvarlo.

Si può solo immaginare cosa dev’essere costato al Presidente, che dopo la nota di Ferragosto si era ripromesso di non tornare più sull’argomento, licenziare questo messaggio.

Parole che pesano ancor di più nel giorno in cui vengono rese note le motivazioni di un’altra condanna, quella dei giudici di appello contro Marcello Dell’Utri per i suoi rapporti con la mafia, da cui vien fuori che Berlusconi, ormai quasi quarant’anni fa, si incontrò con uno dei boss di Cosa Nostra più potenti di Palermo. Ma tant’è: al momento la caduta del governo sarebbe talmente rovinosa per l’Italia - interrompendo il percorso virtuoso che ha portato il Paese a riguadagnare la fiducia perduta sul piano internazionale e riprecipitandolo nel vortice della crisi economica dalla quale sta cominciando ad uscire - che il Capo dello Stato, come ha detto nella seconda parte del suo messaggio, non considera possibile pagare questo prezzo.

Ma per far sì che l’auspicio del Presidente si avveri, è indispensabile che anche Berlusconi prenda atto del frangente drammatico in cui il Paese si trova e si risolva a fare un sacrificio. Il leader normale che il Cavaliere non è soppeserebbe la scelta di buttare giù Letta, senza lasciarsi andare al risentimento verso i suoi alleati-avversari del Pd (ma davvero poteva pensare che, davanti all’occasione di far rotolare la sua testa, avrebbero passato la mano?). Per misurare, invece, l’ipotesi di una rottura, se non dal punto di vista dell’interesse generale, sempre predicato, mai realmente considerato, almeno sotto il profilo delle convenienze e dei costi-ricavi per la sua parte. Anche se non è detto che, caduto il Letta-uno, subito nascerebbe il Letta-bis, con l’appoggio di una maggioranza mezza di sinistra, con Vendola, e mezza di transfughi del Movimento 5 Stelle e del Pdl, è sicuro al cento per cento che Napolitano non scioglierebbe le Camere, nè darebbe il via a nuove elezioni anticipate: da celebrarsi, per altro, con il Porcellum che la Corte costituzionale si prepara a cancellare entro dicembre. Così, sia che si arrivi al bis, sia che il Capo dello Stato con la sua fantasia trovi un’altra soluzione, il risultato, per Berlusconi, che attualmente ha quasi la metà dei ministri, sarebbe di ritrovarsi all’opposizione di un governo, o di un governicchio, che avrebbe al primo punto del programma la definizione di una nuova legge elettorale, da approvarsi con o senza il consenso del centrodestra, per tornare al voto la prossima primavera. Bel capolavoro, non c’è che dire.

Per quanto duro sia da accettare, Berlusconi deve rendersi conto che non c’è una soluzione che passi per la cancellazione o il rinvio sine-die del suo conto con la giustizia. Anche se si ritiene vittima di un’ingiustizia e lamenta da tempo l’accanimento di una parte della magistratura nei suoi confronti, quel conto, il Cavaliere, deve pagarlo. Tutto o in parte, dato che è possibile - Napolitano a Ferragosto non lo ha escluso - che a un certo punto intervenga in suo aiuto la grazia o un altro provvedimento di clemenza.

Non è affatto facile, va detto, prendere una decisione del genere. Ancor di più per un uomo come Berlusconi, che da vent’anni domina la scena politica italiana e gode ancora di un larghissimo seguito popolare. Ma la crisi di governo non cambia in nulla il dramma di questa scelta. Semmai lo aggrava.

Marcello Sorgi


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