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giovedì 12 settembre 2013

PdL: La commedia per far contento l'impresario... pensando già alla prossima scrittura...

LA STAMPA

Italia

La fretta di Berlusconi Mettere in salvo il patrimonio

I figli gli hanno sottoposto una domanda di grazia

Altri sette giorni di fibrillazione, nell’attesa che la Giunta si decida a decidere. Ancora una settimana appesa agli umori del «pregiudicato che tiene tutti in ostaggio», come nella spietatissima barzelletta propalata dal web. Fino a mercoledì o giovedì, chissà quante altre volte la fine del mondo sarà annunciata e poi rimangiata... Gli amici del Cavaliere ci scherzano bonariamente («Oggi l’hai visto su? Lo troveremo giù?»). Sugli alti e bassi di Berlusconi, Vespa regola il suo barometro serale. Ma alla gente, quella che l’indomani deve pagare le bollette, che è in ansia per una possibile guerra alle porte di casa, che dalla politica cerca soluzione ai propri guai, da tutto questo sta ricavando noia. Non risulta ci siano sondaggi in grado di quantificare al Cavaliere questo fastidio collettivo per i suoi tentennamenti. Ma tra i più saggi intorno a lui, il pericolo dell’assuefazione è ben colto. Come nella favola di Esopo, evocare tutti i santi giorni la crisi senza poi mai metterla in atto determina alla lunga l’«effetto sbadiglio», la sensazione che neppure nelle minacce Silvio vada preso sul serio.

Neanche ieri è giunto alla determinazione finale. Solita riunione con gli avvocati Coppi e Ghedini, consueta partecipazione dei figli al dibattito mille volte ripetuto se convenga domandare la grazia. I rampolli del Cavaliere pare abbiano sottoposto al padre una richiesta di clemenza già scritta e solo da firmare. Lui, per il momento, si sarebbe rifiutato. Corre voce che la vera segretissima ragione di questi ripetuti summit consista in una sistemazione patrimoniale avviata da Berlusconi a favore dei figli, una corsa contro il tempo per evitare contraccolpi giudiziari della condanna (sequestri di pacchetti azionari e provvedimenti simili) sui vasti interessi dell’azienda di famiglia. Sarà una coincidenza, ma ieri il titolo Mediaset è passato parecchio di mano con un aumento in Borsa di oltre il 3 per cento.

Verso metà pomeriggio Berlusconi è stato interrotto da una telefonata di Nitto Palma, l’ex-ministro, che molto l’ha messo in agitazione con un rapporto sul clima in Giunta parecchio allarmato e allarmista: sebbene il relatore Augello sia riuscito a rinviare il voto fino a metà della prossima settimana, compiendo quasi un miracolo, per il Cav è troppo poco, bisogna tergiversare all’infinito. La Santanché gli sussurra all’ orecchio: «Fai cadere il governo, così si tornerà alle urne e il Senato non farà in tempo a votare la tua decadenza». Su questo lei e Quagliariello giorni fa si erano già amabilmente confrontati, poiché il ministro delle Riforme è certissimo che le elezioni anticipate esistano solo nella mente dei «falchi», Napolitano non le concederà mai, e comunque si voterebbe troppo in là per scongiurare la decadenza...

È in questo clima di confusione strategica che il Pd si appresta alla battaglia finale. Da segnalare il grande pessimismo di Alfano, fin qui segretario e colomba di pace, che alla festa del «Giornale» a Sanremo ha esibito un piglio battagliero, tipico di chi considera la fase politica ormai consunta: «Non ho un gran dialogo col Pd, ci considerano avversari e la cosa è reciproca... Si stanno comportando in Giunta come se dovessero alzare un trofeo contro di noi... In qualsiasi modo finisca, Berlusconi non si zittirà». Parole tutte da interpretare anche nelle logiche interne di un partito dove i duri e puri già sono alla caccia dei potenziali «traditori» e li accusano di voler fare con Casini un partito neo-democristiano... Spiega uno dei rari saggi rimasti nel Pdl: «Tutti stanno recitando una commedia per far contento l’impresario, cioè Berlusconi. Ma si capisce che già pensano alla prossima scrittura...».

ugo magri


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mercoledì 11 settembre 2013

Gramellini: Super Partes

LA STAMPA

Prima Pagina

Super partes

Il Pd è peggio del Pdl, afferma nell’aula di Montecitorio un oratore dei Cinquestelle, Di Battista. E la presidente Boldrini subito lo interrompe: non offenda. Tre volte - non offenda, non offenda, non offenda - per sottolineare la gravità inaudita del paragone. Dopo avere consultato l’ufficio Arrampicata sugli Specchi siamo pronti a credere alla teoria dell’equivoco: l’imperativo che Boldrini ha intimato con la consueta voce marmorea dai riflessi color ghiacciolo era rivolto al tono del Di Battista più che al contenuto. Altrimenti dovremmo pensare che il nome di uno dei partiti rappresentati alla Camera da lei presieduta sia da considerarsi un insulto. «Pdl a me? Badi come parla: Pdl sarà sua sorella». «Sai che hai proprio una bella faccia da Pdl?». Oppure uno spauracchio da utilizzare con i bambini più impressionabili. «Se non mangi la verdura, da adulto diventerai un capogruppo del Pdl». «Se non smetti di piangere, chiamo una Pdl con la faccia di plastica e la scopa di pitone».

Naturalmente ciascuno può avere sul Pdl l’opinione che crede. Berlusconi, per dire, ne ha una talmente pessima che ha deciso di rottamarlo. Però rimane il fatto che alcuni milioni di italiani lo hanno votato. Questo accidente, piuttosto frequente in democrazia, non giustifica - per quanto ne so - un trattamento preferenziale per qualche leader di quel partito che eventualmente incappasse in una sentenza di condanna definitiva. Ma dovrebbe indurre i rappresentanti delle istituzioni a una forma elementare di rispetto. Dire che il Pd è peggio del Pdl non è un insulto. Anche se, dal punto di vista politico, non è nemmeno un complimento.

Massimo Gramellini


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mercoledì 21 agosto 2013

Prepariamoci a tenerci il Porcellum...!

LA STAMPA

Cultura

Elettorale la riforma improbabile

Il re è nudo. Lo ha detto forte e chiaro, prendendo un po’ tutti in contropiede, il non-più-mite Renato Schifani. Sulla legge elettorale non c’è alcun accordo tra Pd e Pdl, così come non c’era nella scorsa legislatura. Lo sapevamo da tempo, non è uno scoop, altrimenti la riforma della Calderoli sarebbe già bella che fatta.

Il Pdl non vuole il ritorno al Mattarellum perché i suoi candidati sono meno riconoscibili sul territorio, dunque meno competitivi nei collegi uninominali. Per ora usa l’alibi che di una nuova legge elettorale si potrà parlare solo alla fine della Grande Riforma della Costituzione, quando (chissà quando) sarà possibile uno scambio del tipo: noi (Pdl) vi concediamo il doppio turno di collegio se voi (Pd) ci date l’elezione diretta del presidente della Repubblica. Ma forse confida nella bocciatura del Porcellum da parte della Corte Costituzionale, prevista per dicembre, per riproporre la richiesta di alcuni «correttivi», come l’inserimento di una soglia che impedisca di assegnare il premio di maggioranza, in modo da non perdere, anche in caso di sconfitta, l’attuale potere di interdizione.

Per il neo-partito di Grillo, il sistema proporzionale con preferenza unica, in pratica un rinculo politico che ci rispedisce dritti dritti alla Prima Repubblica, è la best option, perché gli assicura un potere di veto e comunque una lunga vita. Ma i pentastellati sono disponibili a discutere sia di correttivi alla Calderoli sia di un ritorno alla Mattarella. Purché il teatrino sulla legge elettorale non diventi una scusa per rinviare all’infinito il ritorno alle urne, ha detto proprio ieri il capogruppo al Senato Nicola Marra.

Una parte del gruppo parlamentare Pd considera preferibile e praticabile proprio quest’ultima soluzione, peraltro richiesta da un milione e mezzo di cittadini che in venti giorni, nel settembre 2011, durante le feste de l’Unità, sottoscrissero un apposito quesito referendario. Ma il Pd è attraversato dalla faglia tra le due alternative in campo.

Da un lato, alla Camera, c’è la mozione Giachetti, sulla linea pro-Mattarella, su cui potrebbero convergere Sel, M5S, Scelta Civica e Lega. Dall’altro Finocchiaro e Zanda che, al Senato, lavorano per la linea Violante che punta a un accordo con il Pdl, ad estrema difesa delle larghe intese.

L’ultima proposta avanzata dall’ex presidente della Camera, illustrata anche ieri l’altro in un’intervista alla Stampa, non è nuova e nemmeno insensata: se nessuna coalizione raggiunge il 45% dei voti al primo turno, il premio di maggioranza viene assegnato a chi vince lo spareggio, al secondo turno, tra le due coalizioni più votate. Questo modello (proporzionale con premio di maggioranza in due turni) è stato introdotto nel dibattito italiano da Gianfranco Pasquino nella prima metà degli Anni Ottanta (Restituire lo scettro al principe, 1986). Augusto Barbera, facendo da sponda parlamentare ai referendum Segni, ne promosse l’adozione per i comuni sopra i 15.000 abitanti, nel 1993. Lo stesso modello fu ripreso dalla bicamerale D’Alema (1997) ed è poi riapparso in diverse varianti per arrivare sino ai saggi di Napolitano. Dovrà muoversi tra la padella delle liste bloccate e la brace delle preferenze, ma garantisce la governabilità senza mettere un dito nell’occhio al centrodestra.

La linea Violante potrebbe dimostrarsi efficace se le larghe intese fossero davvero quel che si dice: una collaborazione eccezionale e transitoria tra forze politiche antagoniste, volta a porre le condizioni per tornare al voto dando ai cittadini la possibilità di scegliersi un governo di legislatura. Siccome le Grandi Riforme potrebbero non essere alla portata della 17a legislatura, Pd e Pdl dovrebbero almeno accordarsi per mettere in salvo la legge elettorale, in una chiave bipolare. Ma se invece le larghe intese sono solo uno stato di necessità tattico, dovuto ai timori degli attuali dirigenti Pd e Pdl (i primi perché hanno un Renzi alle porte, i secondi perché ancora non l’hanno trovato), allora nella maggioranza che sostiene il governo Letta la linea Violante non passerà. E però nel Pd, almeno fino al prossimo congresso, non passerà la linea Giachetti. Quindi, se è così, prepariamoci a tenerci il Porcellum!

Elisabetta Gualmini


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domenica 18 agosto 2013

E adesso la destra scopre la politica 2.0...

LA STAMPA

Italia

Tutti sui social e lezioni con gli esperti

Pdl e Lega “scoprono” la politica 2.0

A settembre il nuovo sito di Forza Italia e il Carroccio” istruisce” i parlamentari

L’ultimo aggiornamento del sito di Forza Italia risale al novembre 2007. «Il governo Prodi nella sua precarietà è pericoloso», sentenziava quel giorno Cicchitto. Poi Berlusconi salì sul predellino in piazza San Babila e cambiò tutto: nome del partito, alleanze, logo e pure portale Internet. Oggi il cerchio virtuale si chiude: mentre il capo archivia il Pdl e rispolvera la sua prima creatura politica, in rete c’è già chi prepara la trasmigrazione. «Il passaggio avverrà a settembre», annuncia Antonio Palmieri, deputato responsabile della comunicazione online berlusconiana. Funzionerà così: chi digiterà «pdl.it» su Internet verrà reindirizzato al nuovo sito «forzaitalia.it». Poi ci sono i social: «Abbiamo contattato Twitter per creare un nuovo account verificato di Forza Italia. Ma la vera interazione con i militanti avviene su Facebook», spiega Palmieri.

A ben guardare tutto il centrodestra si sta convertendo alla politica 2.0. Una conversione a inseguire: Renzi, Civati, Vendola, Pisapia e Zingaretti da anni imperversano con discreto successo sui social. Per non parlare di Grillo e Casaleggio, che hanno trasformato i meetup virtuali in un movimento politico. Ora pare che a destra siano stufi di fare da spettatori: a cominciare da Alemanno, che in rete raccoglie adesioni al suo nuovo manifesto politico.

Gli ultimi arrivati sono i leghisti. Il sindaco di Verona Flavio Tosi prepara il salto nell’arena politica nazionale arruolando Marco Benatti, «guru» digitale e presidente dell’agenzia FullSix. «Io il Casaleggio di Tosi? No, perché non ho le sue ambizioni di voler predire il futuro dell’umanità», risponde il manager al telefono da Singapore. «Il mio lavoro sarà più simile a quello fatto da Giorgio Gori per Renzi. Non ho votato Carroccio, oggi la ricetta giusta è “più fatti e meno ideologie”». Anche la «Lega 2.0» di Maroni sembra preferire le piazze virtuali al prato di Pontida. La comunicazione online è nelle mani di Stefano Fantinelli, che su Twitter si definisce «community manager» del Carroccio. «Siamo partiti con anni di ritardo», ammette. «Adesso la sfida è portare su Facebook e Twitter tutti i parlamentari. Tre settimane fa sono stato a Roma per la prima lezione di politica 2.0 a deputati e senatori – rivela Fantinelli -. C’è molto lavoro da fare, in pochi sapevano che cosa fosse un hashtag».

L’altra notizia è che su Internet il Cavaliere è già in campagna elettorale. La grancassa mediatica lavora a pieno regime in vista del ritorno al «brand» Forza Italia. Sui siti da lunedì scorso campeggia lo slogan «Partecipa anche tu alla campagna “Ancora in campo per l’Italia”». Il vecchio logo è tornato ad affiancare il simbolo del Pdl sulla pagina ufficiale del partito. Ai 260 mila iscritti di forzasilvio.it è stata recapitata una mail con i compiti per le vacanze: coinvolgere amici e conoscenti.

I parlamentari partecipano ringalluzziti alla mobilitazione virtuale. Elio Vito pubblica una sua foto d’annata con la spilla di Forza Italia e qualche capello in più. Giancarlo Galan posta l’immagine dei nuovi manifesti. «Rieccoci», scrive Lucio Malan. Anche le nuove leve si danno da fare. «C’eravamo, ci siamo, ci saremo», twitta Laura Comi. Annagrazia Calabria - che quando nasceva Forza Italia faceva la quinta elementare - cinguetta convinta: «Silvio ci ha insegnato ad amare l’Italia. Tutti i giovani di FI sono al suo fianco». Su YouTube qualcuno ha ripubblicato l’inno del 1993, musica di Serio Renato e parole di Berlusconi Silvio: «Per fare e per crescere … e siamo tantissimi...». Per ora l’effetto vintage non funziona: appena 770 visualizzazioni.

gabriele martini


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mercoledì 24 luglio 2013

PD e PDL "costretti" a rendere libero il WI-FI, ma tagliano la banda larga...

Da La Stampa


Agenda Digitale

Il Wi-Fi pubblico torna libero. Tagliati i fondi alla banda larga

Il Wi-Fi torna libero. Dopo le roventi polemiche seguite all’emendamento al dl «Fare» che ne aveva di fatto bloccato la liberalizzazione, a metterci una pezza c’hanno pensato le commissioni Affari costituzionali e Bilancio della Camera che, dopo aver «riesaminato» il provvedimento rinviato dall’Aula, hanno cambiato diametralmente rotta. Con un nuovo emendamento per effetto del quale «l’offerta di accesso alla rete Internet al pubblico tramite tecnologia Wi-Fi non richiede l’identificazione personale degli utilizzatori. Quando l’offerta di accesso non costituisce l’attività commerciale prevalente del gestore del servizio». Come ad esempio, nel caso degli Internet point.

Ma proprio nella stessa seduta in cui è arrivato il semaforo verde al Wi-Fi libero, le commissioni Bilancio e Affari costituzionali della Camera hanno riscontrato problemi di copertura finanziaria nel dl «Fare». Risultato: anche la banda larga è finita nell’elenco delle voci che hanno subito una sforbiciata per recuperare i circa 20 milioni (sui 150 stanziati per l’Agenda digitale con il decreto «Crescita 2.0», ndr) necessari per garantire, invece, i fondi destinati alle tv locali. Una scelta che rischia di mettere in crisi l’obiettivo di eliminare il «digital divide» entro il 2014, ricorrendo ad investimenti pubblici, per mettere tutti gli italiani del Centro-Nord in condizione di navigare su Internet ad almeno 2 Megabit.

Un traguardo che, a meno di modifiche al testo del decreto nel prossimo passaggio al Senato (a Montecitorio è stata posta la fiducia), sarà rinviato a data da destinarsi. Resta invece salvo lo stanziamento di 100 milioni per finanziare i bandi per le regioni del Sud, dove il ministero ha già avviato le prime gare per la banda ultralarga (dai 30 ai 100 Megabit) a cominciare dalla Campania. Se gli effetti negativi del taglio dei fondi si faranno sentire, quindi, nelle regioni del Centro-Nord, Lombardia, Marche e provincia di Trento, che si sono mosse con dovuto anticipo, dovrebbero comunque essere al riparo.

E mentre il Partito democratico, con Marco Meloni, rivendica la scongiurata «retromarcia sulla liberalizzazione del Wi-Fi», Sergio Boccadutri di Sel annuncia un «ordine del giorno che impegna il governo a ripristinare i fondi» per il Piano nazionale sulla banda larga, «spariti» dal decreto per una «svista» dell’esecutivo e della «strana maggioranza». E anche Stefano Quintarelli di Scelta civica boccia la scelta di dirottare le risorse verso le tv locali: «Se così fosse ci troveremmo davanti a un grave errore di prospettiva».

ANTONIO PITONI


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sabato 23 marzo 2013

Grillo, sei Dylan Dog o Ponzio Pilato?

Da Il Fatto Quotidiano un articolo di Fabrizio Tonello:
Cui aggiungiamo, in coda, il post di un lettore dedicato al colpo di mano del ministro Clini...

Mentre a Roma si discute se un gruppo di senatori della Lega, o addirittura del Pdl, potrebbe uscire dall’aula del Senato per abbassare il quorum e far nascere così un governo Bersani, molti dimenticano che un governo ce l’abbiamo. Un governo di zombi, visto che è dimissionario dal 21 dicembre scorso, cioè da più di tre mesi. E gli zombi, i morti che ritornano, sono in genere vendicativi e feroci nei confronti dei vivi, almeno quanto il senatore a vita Mario Monti lo è nei confronti degli italiani.
Ogni giorno che passa dobbiamo registrare una nuova catastrofe, come la vicenda dei due soldati italiani che hanno ucciso dei pescatori indiani, sono stati arrestati, poi riportati in Italia “per votare”, poi riconsegnati alle loro famiglie violando un impegno solenne preso dal governo e, infine, rimandati in India dopo che qualcuno di buon senso nelle segrete stanze ha fatto capire allo zombi-ministro-degli-esteri che gli italiani non sarebbero più stati accettati nelle istituzioni internazionali neppure come lavavetri se si stracciavano gli accordi in questo modo (come il Fatto aveva immediatamente scritto). Se ci teniamo come ministro Giulio Terzi ancora una settimana ci farà sicuramente entrare in guerra con l’Austria, la Slovenia, la Croazia, la Serbia, l’Albania, il Montenegro e, chissà, magari anche con la Svizzera.

Prendiamo un altro tecnico che non si rende conto della situazione: Francesco Profumo, lo zombi-ministro-dell’istruzione-dell’università-e-della-ricerca. A norma di Costituzione, i governi dimissionari sono in carica solo per gli affari correnti, cioè per garantire che gli stipendi vengano pagati e che se telefonano da Bruxelles ci sia qualcuno a rispondere. Tutto il resto è di competenza del governo che otterrà la fiducia delle due Camere dopo le elezioni.

E il nostro zombi cosa fa, invece? Prima straparla di ridurre la scuola superiore a quattro anni invece di cinque, come se questa fosse una riforma che si può decidere prendendo l’aperitivo in piazza Navona, poi addirittura si immagina che per entrare nella scuola superiore si possano fare i test d’ingresso: come ha scritto nel suo blog Marina Boscaino: “dalla scuola della Costituzione a quella della pre-selezione”. Che la funzione della scuola sia quella opposta, di combattere la disuguaglianza invece che di facilitarla, di permettere ai “privi di mezzi” di “raggiungere i gradi più alti degli studi” (art. 34) al nostro zombi è evidentemente ignoto. A chi avesse dubbi sulla deriva classista del sistema di istruzione italiano segnalo l’almanacco di Micromega sull’uguaglianza e, in particolare, il saggio di Michele Raitano sulle disuguaglianze fra generazioni.
Segue lo zombi-ministro-del-lavoro che, come ha scritto nel suo blog Alessandro Robecchi, ha prodotto “la peggior riforma del lavoro dai tempi di Ramsete II, perché la riforma Fornero ha avuto per i lavoratori precari italiani più o meno le stesse conseguenze del vaiolo sugli aztechi: una strage”.
Infine, lo Zombi-in-Chief Monti, che ha bloccato i pagamenti dello Stato alle imprese per oltre un anno (e ancora non li sblocca, nonostante le rassicuranti chiacchere di questi giorni su un decreto che rinvierebbe tutto al 2014) senza rendersi conto che, date le caratteristiche del tessuto industriale italiano formato in larga parte da microimprese familiari, una scelta del genere significava fare il deserto lì dove c’erano le fabbrichette che ci hanno finora evitato le sorti della Grecia.
Possiamo chiamare, per favore, Dylan Dog che ci liberi da questi mostri? Purtroppo, fino a oggi, Bersani e Grillo non sembrano rendersi conto che gli zombi divorano i vivi e che, se non si fa un governo subito, tra qualche settimana l’Italia sarà ridotta alle dimensioni della Città del Vaticano e con molti meno soldi in cassa di quanto ne abbia lo Ior. Il primo vuole continuare a governare con Monti e il secondo si chiama fuori. Caro Grillo, renditi conto che gli eroi come Dylan Dog intervengono quando c’è bisogno di loro. Gli altri, quelli che rifiutano di agire nel momento in cui c’è bisogno, passano alla storia come Ponzio Pilato.

Scrive Antonio:

Tonello, mi permetta di contestarle una grave mancanza: aver addirittura dimenticato il RE DEGLI ZOMBIE, cioè il ministro CLINI, il quale non ha, come Profumo, straparlato o immaginato. No, lui ha APPROVATO, 7 GIORNI PRIMA DELLE ELEZIONI, un Decreto Ministeriale che, nel consentire di incenerire rifiuti nei forni dei cementifici, costituisce uno sfregio permanente all'Ambiente (di cui è stato spregiudicatamente nominato ministro) e alla salute e alla vita dei cittadini, e nel contempo un regalo colossale alla potente lobby dei cementieri.