ebook di Fulvio Romano

giovedì 10 luglio 2014

Bossolasco, alla corte del signor Bellavista

LA STAMPA

Cultura

Bossolasco, alla corte

del signor Bellavista

Nel suo albergo-ristorante dell’Alta Langa Demetrio Veglio

ha ospitato scrittori e artisti, da Fenoglio e Arpino a Casorati

e Guttuso. E il presidente Einaudi, e l’Avvocato Agnelli

«Eccellente questo barolo: me ne mandi mille bottiglie. Ma io ne avevo solo cinquecento... E così l’Avvocato, sì, Gianni Agnelli, si rassegnava...». Tutto è ancora qui, tutto è ancora presente. Demetrio Veglio è il patriarca delle Langhe, un patrimonio dell’Umanità. Fra il ’43 e il 1980 dominus dell’albergo-ristorante Bellavista, che calamiterà scrittori, pittori, statisti, capitani d’industria, un ideale consesso, via via vedendo mutare l’Italia (dalla carrozza alla Giardinetta). In autunno saranno novantanove anni. Il secolo è a un passo. Lo raggiungerà e lo valicherà: perché no? Magari al volante della Panda 4x4 che sicuramente guida. Raggiungendo ogni tanto il camposanto, dove riposa Rina, la consorte, una «donna motore», come l’avrebbe innalzata Giovanni Arpino. Ogni giorno vigilando sulla sua tenuta, di orto in scuderia, in laghetto, dove le carpe attendono il giusto amo.

Bossolasco, il paese delle rose, nessuna dimora senza una corona di petali. Il signor Bellavista, mentalmente e non solo, è sempre lì, tra la cucina e la salle à manger. Sempre sostando, percorrendo scalinata Dante Alighieri, dinanzi alla bacheca che narra una suatrouvaille: affidare le insegne delle indigene botteghe, affinché le rigenerassero, le reinventassero, agli egregi Maestri, Caiazzo e Calandri, Tabusso e Ramella, Menzio e Casorati (Francesco), Riccardo Chicco e Ettore Fico, il magister del glicine.

C’era un volta... Demetrio, una sentinella del mare color del vino che è la Langa, un gentiluomo del gusto, intrecciando il desco e la pittura e la natura. «Era a misura di gentiluomini il mio Bellavista. Lo stile che, per esempio, e gli esempi sono mille, interpretava Giovanni Arpino». Sostando a Bossolasco fra una visita ai violini di Eso Peluzzi, in Monchiero, e un saluto al sassofonista Ugo d’Verdun, nella cantina medievale di Dogliani.

Stile Arpino. E stile Einaudi: «Il Presidente arrivava con il suo segretario. Si informava: “Caro Demetrio, gli affari vanno bene?”. Talvolta appariva Donna Ida. Mia moglie non mancava di donarle, quando si accomiatava, una toma». Stile Pietro Ferrero: «A chi gli domandava: “Perché non quota la sua azienda in Borsa?” rispondeva: “Le mie borse si chiamano Valeria”, a indicare le donne che quotidianamente acquistano la Nutella, le uova Kinder, i Tic-Tac...».

Se la felicità ha un volto, la si scruti nelle sembianze di Demetrio Veglio. Tondo e gentile, come la nocciola locale. «Arpino, ovvero l’infinita sigaretta. E così Beppe Fenoglio, tra i miei ospiti. Arrivava di tanto in tanto durante la guerra civile, mai con un’arma: “L’è dui di cu mang nen, lè tre neucc cu deurm nen, a sôn sporc cu me smija d’aveì la rôgna. Dame ’n bôcôn, ’n lett, ’n bagn” (“Sono due giorni che non mangio, tre notti che non dormo, sono così sporco che mi sembra di avere la rogna. Dammi un piatto, un letto, un bagno”). Nelle mie stanze, 1962, si illuse di guarire. Ha composto molto al Bellavista. Dopo aver ascoltato e ascoltato ancora. Scendeva a Feisoglio, in osteria offriva una bottiglia, dando il “la” alle storie che avremmo ritrovate nelle sue pagine».

Fenoglio che avvertiva Calvino: «Sto rifinendo, per raccoglierli poi in volume, una quindicina di racconti: racconti di partigiani e di preti, di mendichi, di paesani e di reduci, di suicidi e di piccoli pittori». Piccoli e grandi pittori calamitati da Demetrio. Bizzarro Piemonte. Ora sbeffeggiando l’artista, un vocabolo che bolla come lestofante, baro, perditempo. Ora omaggiandolo, come nella Bossolasco d’antan.

«Come è nata la passione per la tavolozza? Dopo la guerra, Francesco Menzio, fra i Sei di Torino, che qui sfollò, giunse accompagnato da Marziano Bernardi. Il professore mi suggerì di leggere Saper vedere di Matteo Marangoni. Il resto verrà da sé». Ossia un andirivieni di pittori, via via componendo una pregiata collezione: «Ecco La luna e i falò di Paulucci. Con Pinot Gallizio e Fontana andavo a caccia di pernici, ma il fucile lo imbracciavo io. E Carlo Levi. E Tabusso, l’intera famiglia, il padre ingegnere, la madre, e lui, Tabussin. E Giacomo Soffiantino. E Mauro Chessa. E Renato Guttuso. E la marchesa Irene d’Invrea...».

Quando Fenoglio annuncerà alla marchesa: «Il mio prossimo libro centrerà Alba, città viva e “fermentosa”», sentendosi opporre: «Conosco Alba, non ha il minimo fermento». Di Langa in Langa. Demetrio Veglio alfiere dell’Alta Langa, la più ardua e quindi la più autentica: «Ricorda Fenoglio? “Questa Langa porca che ti piglia la pelle a montarla prima che a lavorarla”. Perché c’è Langa e Langa. Di certo non si incontrano, fra le mie zolle, i vërgnac, gli scansafatiche, i signorini, i damerini...».

L’Alta Langa memore della «malora». L’aringa a insaporire la polenta... Poi il menu lieviterà. Demetrio, a un’ideale confraternita di pittori che cosa offrire? «Antipasto: funghi - quando ci sono, certo - sott’olio o saltati in padella, con rosmarino, aglio e alloro, nonché carne cruda. Primo: tajarin di sugo concimati (ma rigorosamente burro e salvia per Ettore Fico). Secondo: pernici al ginepro. Dolce: Menelik. Vini: dolcetto e nebbiolo. Caffè e amari a scelta».

L’antico ragazzo che è Demetrio Veglio: «Quando ci si appartava con le ragazze sotto i gelsi... Mio figlio ha avuto la delicatezza di rinnovare i miei ricordi mettendo a dimora e il gelso bianco e il gelso nero». Che cosa desiderare ulteriormente? «Io di qui vedo l’intero mondo» si compiace il signor Bellavista. Aspettando che la fedele Mariuccia gli serva i tajarin fatti, beninteso, a mano: «Carlin Petrini le he proposto di insegnare all’Università di Pollenzo. Ma lei si è ritratta: “Come potrei insegnare se a me non hanno mai insegnato nulla?”». Pavesianamente, ieri e oggi: «Tacere è la nostra virtù».

Bruno Quaranta