venerdì 29 maggio 2015

Nel Beigua sono arrivati i lupi. Clacson per allontanarlli

LA STAMPAweb

Italia

Arrivano i lupi, suoniamo i clacson

Il ritorno del predatore nell’entroterra genovese crea preoccupazione tra gli abitanti

Una famiglia di allevatori per difendersi riproduce i rumori e il caos della città

Il primo ululato a Masone, entroterra genovese, lo hanno sentito a gennaio, dopo secoli. Un suono che ha rotto il silenzio delle colline di pini e funghi nel Parco del Beigua, quel «levare il muso alle stelle» narrato da Jack London in una delle sue opere più famose. Ora nel bosco il «richiamo della foresta» ha lasciato il posto al rumore della città, quello diffuso da alcuni grossi altoparlanti lungo tutto il recinto della famiglia Macciò, oltre 30 ettari per decine di vitelli, manzi, galline, conigli e pecore. Basta un movimento per far scattare clacson, cori e musica che sommergono il suono dei campanacci, fino a pochi secondi prima l’unico dell’intera vallata.

I nomi di queste zone hanno qualcosa di antico ed esotico per nulla lontani dal Klondike di London. Cascata del Serpente, Bric del Dente, Sardegna e Luviassi. L’accento si mescola e confonde genovese e piemontese, senza confini così come i lupi che da qualche mese hanno deciso di prendere casa in questo spazio del Parco del Beigua tornando ad azzannare pecore e capre.

I recinti non sono serviti e ora, in questa cascina isolata, bisogna correre ai ripari. «Dobbiamo raddoppiare le protezioni, ma intanto gli animali dormono nella stalla. E per noi è una perdita non da poco», sospira Francesca Macciò. L’onda della corrente elettrica della staccionata emette piccoli scatti ritmati, come un rubinetto. Che non basta più a tenere lontani i lupi.

«Siamo qui da quindici anni, io prima lavoravo da una parrucchiera ad Albaro. Sì, era un altro mondo. Ma qui ci siamo nati e vorremmo continuare a restare. Ma siamo preoccupati per noi, se i miei figli si trovassero davanti un lupo? Di solito non attaccano gli uomini. Per questo temiamo molto per i nostri animali - aggiunge il marito Oscar, in testa un berretto da alpino “adattato” alla funzione agricola e un bastone che sorregge i suoi quasi cinquant’anni fissandoli in un’immagine antica - Prenderemo cani da pastore per proteggere le pecore e speriamo che non comincino ad attaccare anche i cercatori di funghi».

In paese racconti di aggressioni e «avvistamenti» sono avvolti dalla stessa foschia che si alza appena si fa sera. Quasi sempre scambiati davanti a un bicchiere di «bianco» al bancone del bar, di ritorno da una mattinata per funghi. Solo un vecchio documento, custodito negli archivi del Comune, certifica la morte di una bimba di sette anni, azzannata nella cascina dei genitori nel 1670, sulla collina che domina Masone. Ora da quello stesso punto il paese si vede a fatica, coperto dal casello e dalle luci a intermittenza dell’autostrada. Tre secoli dopo alle parole si sono aggiunte le rilevazioni dell’Ente Parco del Beigua e le foto-trappole, sorta di autovelox a infrarossi, per sostituire i fucili usati nell’Ottocento per cacciare i lupi. Una passione da sempre per Alberto Pastorino, 23 anni, amante di questa «caccia al lupo» senza armi. Studia scienze naturalistiche a Pavia e la tesi specialistica sulla vita del Canis Lupus italiano pare scontata.

«Ogni branco difende il territorio e sono al massimo una decina, compresi i cuccioli, non sono pericolosi», spiega convinto. L’opposto di Enrico Piccardo, che è sindaco di Masone e non avrebbe mai pensato di dover aggiungere alla sua agenda politica l’«emergenza lupi». Piccardo elenca gli ultimi episodi, sbuffa e pesa le parole. «Abbiamo capito del loro arrivo dai tanti caprioli scappati in città. Così non possiamo andare avanti». Ma in paese si continua a sussurrare: «Il vero pericolo non è qui. Vada nelle grandi città, è lì che ci sono i lupi veri».

riccardo porcù


Level Triple-A conformance icon, W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0           Copyright 2015 La Stampa           Bobby WorldWide Approved AAA