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sabato 11 novembre 2017

Grasso nei sondaggi vale fino al 10 per cento

LA STAMPA

Italia

Grasso nei sondaggi

vale fino al 10 per cento 

E il Pd già lo attacca

Documento di Orlando per ricucire con Mdp 

Tutti i big del Pd renziano, con l’apporto di Dario Franceschini, all’attacco di Pietro Grasso. Al Nazareno non hanno digerito le parole del presidente del Senato, da poco uscito dal partito e in pole position per guidare una lista di sinistra, che giovedì sera ha detto che «dopo la guida di Bersani il Pd non c’è più, ha smarrito i suoi valori». Renzi si chiama fuori dalla contesa, «le polemiche le ricevo non le faccio», ma lo stato maggiore dem s’incarica di rintuzzare le accuse: «Il suo giudizio sprezzante nei confronti del nostro partito è inaccettabile, parla come un esponente politico che è sceso in campo contro il Pd», tuona il capogruppo Ettore Rosato. Lorenzo Guerini: «Chiedo rispetto per il Pd, come ne ho per il piccolo partito di cui Grasso aspira a diventare leader». Il vicesegretario Maurizio Martina rivendica «con orgoglio il lavoro fatto dal Pd in questi anni nel solco dei nostri valori». Anche Franceschini giudica «assolutamente non condivisibili» le parole del presidente del Senato e si dice «dispiaciuto». 

Tra i sondaggisti il nuovo soggetto di sinistra non è stato ancora ufficialmente testato. «Finora abbiamo raccolto la somma delle varie sigle, da Mdp a Sinistra italiana e sono intorno al 6,5%», spiega Fabrizio Masia di Emg. «A nostro avviso il potenziale è tra il 9 e il 10%, ma non è un risultato scontato. Molto dipenderà dal tipo di campagna che avremo e dall’appello del Pd al voto utile». Concorda il presidente di Ixè Roberto Weber: «Per noi si collocano tra il 6 e il 10%. Circa la metà dei voti arriveranno dalla ex sinistra radicale, altrettanti da elettori delusi dal Pd». Secondo Weber, «la figura di Grasso non ha un potenziale elettorale in sé. Per la sinistra è indispensabile la figura di un federatore che trasmetta simbolicamente l’idea di unità». Diverso il tema dei collegi delle regioni rosse. Secondo Masia e Weber la divisione tra Pd e sinistra potrebbe far perdere ai dem tra 20 e 30 collegi. «Quelli dove il vantaggio Pd è meno sensibile», dice Masia. Weber annota che, «come è avvenuto in Sicilia con i voti al candidato grillino Cancelleri superiori a quelli della lista, il voto in uscita dal Pd si sta orientando più verso il M5S che verso la sinistra. I grillini vengono percepiti dagli elettori dem delusi come un più solido argine contro Berlusconi. Un argomento destinato a pesare soprattutto in Emilia e Toscana». 

Una preoccupazione, quella per i collegi a rischio, che continua ad animare la discussione dentro il Pd. Le minoranze di Andrea Orlando, Gianni Cuperlo e Cesare Damiano hanno preparato un ordine del giorno per i gruppi Pd (che si potrà anche trasformare in un documento per la direzione) in cui si ribadisce la richiesta di costruire una coalizione anche con Mdp. E per farlo si propone di «riaprire un confronto sulla disciplina dei licenziamenti disciplinari e collettivi», quando arriveranno in Aula (tra una decina di giorni) le proposte di legge delle sinistre sul ripristino dell’articolo 18. Altre due richieste riguardano il superamento del superticket e la revisione del meccanismo per l’età pensionabile. «Se si cominciasse a ragionare sulle scelte compiute sarebbe l’avvio di una fase nuova», commenta il bersaniano Alfredo D’Attorre. «Ma non credo che sarà questa la linea del gruppo dirigente Pd».

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andrea carugati


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venerdì 6 settembre 2013

Sondaggi: il pdl vola... Sondaggisti: solo Renzi batterà B.

da Il Fatto quotidiano


Sondaggi elettorali, Berlusconi condannato e il Pdl vola: “Si riprende i voti”

Perché con un leader con un piede fuori dal Senato e con una sentenza definitiva per frode al fisco sulle spalle il partito continua a crescere? Secondo gli esperti i motivi sono molti: una base fidelizzata (a prescindere dall'attualità), il ritorno degli ex delusi. E l'impalpabilità del Pd. Ma per qualcuno per il Popolo della Libertà, al contrario, potrebbe essere la vigilia del crollo definitivo


I voti tornano all’ovile perché le alternative (Scelta Civica, Movimento Cinque Stelle) hanno deluso e – nonostante il Pdl – Silvio Berlusconi è una sicurezza. Intanto i voti restano e aumentano perché il Pdl è Berlusconi e viceversa: gli elettori del Cavaliere lo sceglierebbero anche se rapinasse un supermercato in diretta televisiva. E poi la fenomenale abilità politica dell’uomo (che ha portato al trionfo dell’abolizione dell’Imu, tema elettorale imposto da lui stesso a tutti gli altri). E su tutto, infine, l’impalpabilità della concorrenza: cercasi Pd. Sono le risposte che sondaggisti e sociologi danno a una domanda che potrebbe forse valere per un intero ventennio: come cavolo è mai possibile che ilPopolo delle Libertà – un partito che ha un leader condannato in via definitiva per frode fiscale, con un piede fuori dal Senato, con la “agibilità politica” apparentemente ridotta al lumicino – continui a veleggiare nei sondaggi? Antonio Noto, Renato Mannheimer e Roberto Weber ne parlano con ilfattoquotidiano.it e non si dimostrano per niente sorpresi. 

Si tratta di un’ascesa che, se raffrontata ai dati dell’autunno scorso, fa rimanere a bocca aperta. Il Pdl era un partito moribondo alla fine del 2012, quando stancamente parlava di primarie e di successione di un leader che pareva volersi accontentare del ruolo di padre nobile. Il Popolo delle Libertà arrancava nei sondaggi tra il 15 e il 17. Poi tornò in campo il Cavaliere che lo trascinò per i capelli al sorprendente pareggio acciuffato nel giro di due mesi. E ora? Le rilevazioni più recenti parlano di un partito in uno stato di salute invidiabile: al 27%, decimale più, decimale meno. Secondo Ipr Marketing è al 27,5, secondo Swg è al 27,9, tanto per citare due sondaggi tra i più recenti. A febbraio – solo 6 mesi fa – il Pdl arrivò al 21 per cento. E’ l’unico partito che aumenta sensibilmente, insieme a Sinistra Ecologia e Libertà che evidentemente raccoglie qualcosa di ciò che perde il Pd che sarebbe intorno al 24-25 per cento e cioè paralizzato.

Il ritorno dell’elettore
Prima spiegazione della nuova vita del partito di Berlusconi: tornano gli elettori che avevano provato a cambiare strada. Lo spiega Antonio Noto, direttore di Ipr Marketing: “Scelta Civica perde metà del suo consenso, dall’8 al 4%, il Movimento Cinque Stelle cala più o meno del 6″. Gli elettori, spiega Noto, si sono accorti che il partito di Monti non esiste: “Non condiziona le decisioni del governo, non ha un leader forte e carismatico: insomma, non rappresenta un’alternativa”. Dall’altra parte coloro che hanno provato a votare Grillo hanno fatto presto a non riconoscersi in alcune battaglie dei “grillini”. “Non c’è un giudizio politico sul governo – riflette Noto – Ma è un momento di riattrazione dell’elettorato ancora deluso”. Ma nella delusione scelgono ancora l’unica sicurezza: Berlusconi. 

L’elettore fedelissimo (a prescindere)
Di lato a questa spiegazione che fotografa il momento ce n’è una storica, che – si può dire – si ripresenta ciclicamente. “L’affezione tra la base del Pdl e Berlusconi – dice Renato Mannheimer, guida dell’Ispo – Raramente la vediamo in altri partiti. Anzi, possiamo dire che non c’è in questi termini. Quando domandiamo agli elettori di Berlusconi se è colpevole o innocente, l’80% è sempre con lui. C’è una forte identificazione con il leader e d’altra parte l’abbiamo visto con la campagna elettorale durante la quale è riuscito a recuperare una grande mole di consensi”. Conferma Roberto Weber, fondatore e presidente per trent’anni di Swg (dal primo settembre ha lasciato ogni carica): “Ci sono profili valoriali, antropologici e culturali diversi tra i vari elettorali. E’ una valutazione non di merito, ma una constatazione. Su alcuni aspetti una parte dell’elettorato è più sensibile e un’altra molto meno. E’ una distinzione che non nasce oggi: è secolare”. 

Le notizie non contano (e nemmeno le condanne)
Le notizie non contano. L’attualità non pesa quasi niente sulle opinioni. “Il 36% delle persone che abbiamo intervistato si è detto favorevole a dare un’agibilità politica a Berlusconi. Ebbene, questi si sono dichiarati tutti elettori di centrodestra” spiega Noto. Weber chiarisce: “I media hanno un’importanza rilevante, ma esiste un humus che prescinde dalle notizie di attualità”. In più, secondo Weber, c’è una divaricazione sempre più pronunciata tra le sfere di fattualità, quella della rappresentazione e quella del percepito: “In altri momenti e in altri Paesi le tre sfere si sovrappongono – spiega – Qui, invece, le distanze sembrano dilatarsi. La rappresentazione è sempre quella di un Paese in declino e ha un effetto su quanto percepiscono le persone”.

L’Imu (ovvero l’abilità politica del Cavaliere)
Nessuno poi deve dimenticarsi – a prescindere dal curriculum giudiziario non invidiabile – dell’abilità politica dell’ex presidente del Consiglio. “E’ fenomenale” dice Weber. Prendiamo l’Imu. “Avrà certamente un appeal – dice l’ex presidente di Swg – su un elettorato che in questi casi reagisce subito. Non solo: accanto a questo bisogna ricordare la sua capacità di dettare l’agenda”. Fu Berlusconi a introdurre l’Imu come principale tema della campagna elettorale, e tutti dietro. E ora l’abolizione dell’imposta sugli immobili è stata cancellata almeno per il 2013: promessa mantenuta, successo politico acclarato. “Peserà tanto nelle prossime rivelazioni – prosegue Mannheimer – L’abolizione è ovviamente piaciuta alla base del Pdl. E’ vista come una vittoria di Berlusconi e i suoi elettori lo capiscono”. Anche se, secondo i dati su una domanda specifica, i dati di Ipr dicono cose leggermente diverse: “Il 60% degli intervistati ha risposto che avrebbe preferito che fossero abbassate le tasse sul lavoro”. 

L’insostenibile leggerezza del Pd
Tutti sono d’accordo. Il Pdl vince perché il Pd non si trova. Innanzitutto è in aumento l’astensione. “Noi l’abbiamo calcolata al 30%, a febbraio era al 25 – afferma Antonio Noto – E questo colpisce soprattutto il Pd” che ha un elettorato solitamente più fidelizzato e non “pesca” da altre aree, men che meno da quella di centrodestra. Parla di “debolezza” Mannheimer: “Le fratture interne non attirano l’elettorato che invece vuole certezze – dice – Sappiamo che le divisioni ci sono anche all’interno del Pdl, ma all’esterno ne esce un’immagine più salda”. Punto di vista simile quello di Weber: “C’è un limite di offerta nel centrosinistra: non riesce mai ad attirare altre aree elettorali. Quello che viene proposto non è sufficiente”. 

Pdl? A rischio crollo. Se il Pd offre una “concorrenza forte”
Una via d’uscita il Pd ce l’ha e corrisponde anche con la possibile discesa del Pdl, nonostante i numeri da sballo di queste settimane. Tanto che Weber arriva a dire di “non aver mai visto il centrodestra messo così male”. L’ex presidente di Swg infatti spiega che – anche grazie a movimenti come quello dei Cinque Stelle – la “forma mentale dell’elettore è cambiata”. Quindi i partiti principali potranno riassumere, sì, pezzi di elettorato perduti. Ma questi continueranno a portare avanti le istanze di cambiamento e rinnovamento dal di dentro. Ecco che qui si inserisce l’unica opportunità che ha il Pd per fare uno scatto in avanti, perché “ora sono tutti contenti solo perché Grillo non cresce, ma non è questo il punto”. Neanche il ritorno a Forza Italia (che a destra vedono come il completamento della rinascita dell’avventura berlusconiana) potrebbe reggere, secondo Weber, il colpo di una “concorrenza forte” da parte del centrosinistra. Tradotto: Matteo Renzi. “Se invece l’offerta resterà la stessa, Berlusconi se la potrà ancora cavare”.


martedì 27 agosto 2013

Alla ricerca di 21 senatori....

LA STAMPA

Italia

Al Senato

Prove di nuova maggioranza
Senza Pdl servono 21 senatori

Pronto al dietrofront anche l’ex Idv Scilipoti, oggi berlusconiano

I senatori tracciano diagrammi a torta o a colonna sulla spiaggia. Fanno i conti, ora che di colpo si moltiplicano retroscena sull’uscita del Pdl dal governo, e sulle maggioranze alternative a Palazzo Madama. Valutano la tenuta morale dei colleghi, la posta in palio, le offerte sul piatto. La domanda che tutti si pongono è: chi saranno i traditori nel partito di Silvio Berlusconi?

Ricominciamo da capo: al Senato servono 159 voti per tenere su l’esecutivo. Pd più Scelta civica più il gruppo delle autonomie fanno 138. Ne servono altri ventuno. Dal misto (che contiene sette vendoliani) ne può arrivare una decina. Quelli di Sel si pensa che accetterebbero per portare a casa qualcosa con la Finanziaria e soprattutto per ottenere una riforma della legge elettorale da costruire senza che i berlusconiani ci mettano becco. Poi c’è il gruppo Gal (Grandi autonomie e libertà), nato perché il Pdl gli ha prestato alcuni parlamentari al di sopra di ogni sospetto, per esempio un vecchio gentiluomo liberale come Luigi Compagna. Ma anche lì dentro tre o quattro che non hanno voglia di tornarsene a casa si dovrebbero scovare. Si calcola che almeno cinque o sei grillini siano disposti a mollare Beppe Grillo, e la maggioranza eccola raggiunta. O a un passo. Diciamo cinque o sei grillini fidandoci di un leghista che sbaglia di rado: «Ho fatto un’indagine, i numeri per ora sono quelli».

Le previsioni a spanne non tengono conto delle disponibilità che la politica concede ampie. Siamo soltanto all’inizio e già ieri è uscita la notizia spettacolare di un Domenico Scilipoti pensieroso. L’ex dipietrista, passato con Berlusconi alla fine del 2010 per compensare la fuga all’opposizione dei finiani, intervistato dall’Espresso ha detto che la squadra di Enrico Letta «sta risollevando il Paese, sta dando prestigio internazionale. Ognuno lavori per creare le condizioni per andare avanti». Avviarsi al voto col porcellum sarebbe inutile, e dunque, se ci fosse crisi di governo, «ogni parlamentare ha a disposizione l’articolo 67 per fare buon uso del proprio mandato: essere responsabili». Ecco, quello che disse l’altra volta: non c’è vincolo di mandato, ognuno decida per sé. E così Scilipoti ha l’aria di essere pronto a tornare a sinistra pur di non tornare all’opposizione. La scelta, oltre ad arricchire la figura letteraria di Scilipoti, dà l’idea di come nulla sia sotto controllo, e che di scilipotianamente patriottici non ne mancheranno. Non c’è nemmeno bisogno dell’epico tradimento alla Dino Grandi, e infatti circolano ipotesi sui soliti notabili siciliani (compreso Salvatore Torrisi, un avvocato catanese sulla cui rettitudine nel Pdl giurano), forse anche con un po’ di pregiudizio antropologico.

Lasciando perdere i pallottolieri, a palazzo si fa una considerazione solida: mollando Letta, il Pdl lascerebbe liberi posti da ministro, ma soprattutto da viceministro e sottosegretario da distribuire a chi desse una mano. Dice un senatore ex Forza Italia: «Nel Pdl capita sempre qualcuno che arriva in Parlamento un po’ per caso, e che magari non confida molto in una ricandidatura. È gente che conosciamo appena, e che forse spera di portare fino in fondo la legislatura». Gianfranco Micciché spiega: «So per certo che nel Pd stanno già lavorando alla campagna acquisti». Il risultato evidente è che Letta avrebbe l’opportunità di proseguire senza troppe difficoltà. «Credete che ci sfiderebbe così se non avesse le spalle coperte?», dice un senatore pidiellino. La questione matematica lascia dubbi, ma pochi, e molti meno di quelli che sorgono se si pensa a una maggioranza così nuova, così eterogenea e così estemporanea. Si tratterebbe di mettere assieme i neocomunisti vendoliani con Scilipoti, gli ex pidiellini e con gli ex grillini, e costruire un sostegno all’esecutivo che non avrebbe obiettivi politico, ma soltanto uno scopo tattico: tirare avanti un po’, rispondere a qualche esigenza europea, magari infilare due riforme più popolari che decisive, pensare alla legge elettorale. Sempre in bilico, con il seguito di rivendicazioni, di liti, con le bandierine sventolate: così ragionano nei dintorni di Arcore, pensando che una soluzione del genere sarebbe addirittura favorevole. I sondaggi dicono che il Pdl è già davanti al Pd. Però dicono anche che Matteo Renzi è sempre il preferito dagli italiani. E chissà, il desiderio di capitalizzare magari percorre qualche area del centrosinistra.

Mattia Feltri


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