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venerdì 13 giugno 2014

Duo Renzi-Boschi:: dal Senato dei sindaci al Senato di Calderoli. L'incompetenza populistica al potere

LA STAMPA

Italia

“Lo ha cacciato perché

l’accordo con Berlusconi

evidentemente non c’è”

Civati: solo così ha i voti in Commissione

Il sillogismo di Pippo Civati, leader dell’indisciplinata minoranza Pd, ruota tutto intorno a Berlusconi. «Perché se c’è l’intesa con Berlusconi non serve creare il caso Mineo ma se l’intesa con Berlusconi non c’è più, non c’è più neanche la strategia di Renzi. Né sull’Italicum né sulle riforme».

Mineo estromesso dalla commissione Affari costituzionali: che analisi ne fa? «Se Berlusconi ci fosse sempre stato, la nostra sarebbe solo una posizione di minoranza come altre. Se invece Berlusconi non c’è il fatto è politico». Ce lo chiarisce? «Perché la Boschi ha bisogno della Lega se ha Berlusconi? Perché continua a parlare di tutto con tutti tranne con noi di uno schema non troppo distante da quello che ha in mente? Questo è il punto politico vero, tutto il resto è noia» Siete stati avvertiti: non saranno dieci senatori a fermare le riforme… «Da parte nostra non c’è mai stata questa intenzione. Dovrebbero, piuttosto, spiegare perché siamo passati da un Senato dei sindaci e dei presidenti di Regione a un Senato elettivo di secondo livello. Poi ad un Senato alla francese che, però, non è francese senza farci mancare neppure un’apertura al modello dei lander tedeschi. E adesso spunta addirittura l’intesa con Calderoli, che notoriamente è uno che fa bene le riforme». Ricapitolando: Mineo salta perché l’intesa con Berlusconi non c’è? «Vado per induzione. Il problema su Mineo e Chiti non ci sarebbe se il patto con Berlusconi fosse inossidabile. Se, invece, l’intesa non c’è, ecco che Renzi deve sostituire Mineo per avere un seggio di vantaggio in commissione. Magari è un modo per far sapere a Berlusconi che, se non c’è l’intesa, va avanti da solo». La sostituzione di Mineo ha violato l’articolo 67 della Costituzione? «Per lo meno è finito tra parentesi». Mineo l’ha definita una prova di vanità della Boschi. «Con tutto il rispetto per la Boschi, la copertura politica per queste scelte la dà Renzi. D’altra parte, la sua propensione a dettare la linea non trova più nessun tipo di mediazione. Perché dice “ho preso il 40%”. Vero. Ma non è detto che basti per fare le cose bene». Ora con tredici senatori Pd autosospesi l’incognita è l’Aula. «Ovviamente, così si va allo scontro. Tra l’altro essere richiamati all’ordine dalla componente renziana fa ridere dopo che Renzi ha trascorso tre anni a sparare contro i vertici del Pd. Proprio ieri (mercoledì) Giachetti, che mi sembra faccia parte della maggioranza, ha votato in dissenso rispetto al gruppo sulla responsabilità civile dei magistrati. Facendo fare una figuraccia a Renzi, che è stato costretto a dire che la legge sarà corretta in quel Senato che vuole abolire. Dovremmo usare con lui lo stesso metro usato con Mineo?».Non sarà che dietro ci sia l’intento di tornare alle urne? «Potrebbe anche essere. Del resto Renzi assicura che si va avanti fino al 2018 e di solito quando dice una cosa la mantiene no?».

antonio pitoni


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domenica 17 marzo 2013

Elezioni di ieri: valgono, eccome!

Checché dica l'uveitico...

Da LA STAMPA

Bersani vince il primo round

Dodici grillini hanno votato per Grasso al Senato. Urla durante la riunione del Movimento, salta la diretta

L’apriscatole, anziché i grillini, l’ha messo in opera Bersani per forare la corazza del M5S. E c’è riuscito indicando due candidati, per la presidenza delle Camere, scelti scientificamente per mettere in crisi i neo-eletti a cinque stelle. Con la Boldrini c’è andato molto vicino, a giudicare dalla standing ovation con cui il discorso d’insediamento della neo-presidente è stato accolto (unici mogi e silenti: i berlusconiani). Il segretario Pd ha fatto centro invece al Senato, aiutato peraltro da un grossolano errore tattico del centrodestra. A fronte del magistrato-simbolo Grasso, il Pdl ha messo in campo una personalità come Schifani, invisa come poche al fronte anti-mafia siciliano. Col risultato inevitabile di spingere un plotone di senatori grillini nelle braccia accoglienti di Bersani. Insostenibile la teoria che i 14 voti in più raccolti da Grasso (sulla carta 123, cresciuti a 137) siano giunti da altri gruppi.

Ha ragione dunque Bersani a dichiararsi «molto, molto contento»: senza ombra di dubbio è lui il trionfatore del primo round. E ha voglia Berlusconi (presentatosi nell’emiciclo con gli occhialoni scuri causa uveite) a sostenere che «queste elezioni non valgono niente»: valgono eccome. Se non altro perché martedì Napolitano avvierà le consultazioni di governo. E alla luce dell’evoluzione generale, favorevole al dialogo tra Pd-M5S, il Capo dello Stato non potrà non conferire l’incarico a Bersani. Il quale, una volta ricevuto il pallino del gioco, avrà tempo e modo di approfondire il discorso appena avviato con i Cinque Stelle.

Altro fiasco tattico del Cavaliere: nella illusoria speranza di far vincere Schifani, ha tentato di «adescare» Monti. Come? Facendo leva sulla delusione del Prof, che sarebbe volentieri andato a presiedere il Senato, sennonché Napolitano gli ha detto di no. Ma la trattativa tra Silvio e Mario è andata a ramengo perché, in cambio del sostegno a Schifani, il Prof «chiedeva la luna» (così perlomeno assicurano nel Pdl). Voleva cioè l’appoggio gratis del centrodestra a un governo Bersani-Monti, dove però i berlusconiani non avrebbero messo piede... Alla fine Scelta Civica si è astenuta, tanto alla Camera quanto al Senato. Un’astensione nel secondo caso determinante, e dunque molto apprezzata a sinistra, in quanto quei 21 voti a disposizione avrebbero ribaltato l’esito del match su Grasso. «Tanto Monti rimane ininfluente», prova a minimizzare la sconfitta il Cavaliere. Ma, pure in questo caso, tanto ininfluente il Professore non è, se è vero che proprio Napolitano ieri mattina ha diffuso una lunga nota per dargli atto di «senso della responsabilità e spirito di sacrificio», sottolineando come sia «importante che in sede Ue, e nell’esercizio di ogni iniziativa possibile e necessaria, il governo conservi la guida autorevole di Monti fino all’insediamento del nuovo governo». Insomma, Scelta Civica con l’astensione è rimasta in zona-gol. Il Pdl, votando Schifani, si è messo in fuorigioco.

Ma la vera novità di ieri viene dai grillini. Spiazzati e spaccati al loro interno dalla candidatura Grasso fino al punto di rompere la disciplina interna. La riunione decisiva è stata accompagnata da urla e strepiti, stavolta senza webcam democraticamente accesa. E qui sta l’autentico successo di Bersani: nell’avere inaugurato un metodo (l’«apriscatole») che può valere, tra un mese, per la scelta del successore di Napolitano al Quirinale. E dalla prossima settimana, per tentare ciò che ancora ieri mattina sembrava impossibile, un ministero da lui presieduto. «La prossima tappa è il governo del Paese», conferma Bersani, «bisogna costruire un meccanismo che permetta di riuscirci...». Chiaramente, le incognite restano. Sarà interessante misurare, ad esempio, la reazione di Grillo e di Casaleggio. Da destra mettono il sale sulla ferita, con Calderoli che sfotte: «Benvenuti nella Casta, vi è bastato un giorno per entrarci». Intanto, però, la XVII legislatura repubblicana è in condizione di prendere il via.