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mercoledì 15 novembre 2017

Gli Stati Uniti restano scettici sul M5S

LA STAMPA

Italia

Gli Stati Uniti restano scettici sul M5S

“Meglio un governo di centrodestra”

Fonti vicine all’amministrazione Trump: troppe incognite con i grillini

«L’establishment della politica estera di Washington ritiene che l’Italia sarebbe meglio servita da un governo di centrosinistra o centrodestra, piuttosto che dal Movimento 5 Stelle». Charles Kupchan era il direttore per l’Europa nel Consiglio per la sicurezza nazionale con Obama, ma è convinto che questa posizione sia condivisa dai repubblicani. Nell’amministrazione Trump, poi, dopo i risultati delle elezioni in Sicilia si è solidificata la corrente che spera nel ritorno a Palazzo Chigi della coalizione guidata da Silvio Berlusconi.

Di Maio è uscito dall’incontro di ieri al dipartimento di Stato molto soddisfatto, perché pensa di aver sfatato i pregiudizi contro il Movimento. Il primo punto da notare è che il suo interlocutore, Conrad Tribble, è un diplomatico di carriera nominato vice assistente segretario di Stato per l’Europa da Obama nel 2015, e quindi non rappresenta in maniera diretta Trump. Molto laconico, infatti, è il commento sull’incontro che un suo portavoce affida a La Stampa: «Hanno discusso l’importanza della cooperazione Usa-Italia su un’ampia gamma di priorità condivise, e le attuali dinamiche politiche in Europa e Italia». Il secondo punto è che alcune posizioni confermate da Di Maio, come il rifiuto di investire il 2% del Pil nella difesa, o il ritiro delle truppe italiane dall’Afghanistan, sarebbero molto difficile da digerire per Washington. Sul 2% il presidente ha impostato il suo rapporto con gli alleati, e anche se Gentiloni gli ha chiesto di considerare il contributo generale dell’Italia, ad esempio con le missioni di pace, è difficile che accetti un no senza problemi. Quanto all’Afghanistan, l’amministrazione ha appena deciso di mandare più soldati, chiedendo a tutti gli alleati di restare. Roma ha preso un impegno di lungo termine, col centrodestra e il centrosinistra, e rinnegarlo sarebbe un grave affronto. Sul piano personale, poi, il capo di gabinetto della Casa Bianca, l’ex generale Kelly, ha perso il figlio Robert in combattimento in Afghanistan, e stabilire un buon rapporto con lui partendo dal ritiro delle truppe sarebbe assai complicato. 

«M5S - spiega Kupchan - rappresenta un partito allineato con il sentimento populista, potenzialmente pericoloso per il processo di integrazione europea, e dannoso per la solidarietà transatlantica. Se rigettasse il 2%, o si ritirasse dall’Afghanistan, Trump reagirebbe di certo in maniera negativa». Sarebbe un errore aspettarsi aperture di credito populiste: «Ci può essere qualche individuo nel governo che simpatizza con alcuni aspetti di M5S, come c’è stata simpatia per la Polonia, che ha virato in una direzione populista e illiberale. Ma c’è un ampio consenso bipartisan sul fatto che un esecutivo grillino sarebbe uno sviluppo preoccupante». Anche in rapporto alla Russia: «Se l’Italia cercasse di smantellare le sanzioni, sarebbe una seria sfida all’unità transatlantica. Pure Trump, che era entrato in carica chiedendo una nuova relazione con Mosca, ha mantenuto una linea ferma sull’Ucraina».

Fonti con accesso quotidiano all’amministrazione notano che dopo il voto in Sicilia, gli Usa sperano che la coalizione di centrodestra vinca le prossime elezioni, magari accordandosi poi col Pd. La stabilità dell’Italia infatti è la priorità. Lo dice apertamente l’ex ambasciatore repubblicano a Roma Mel Sembler, molto vicino al nuovo capo di Via Veneto Lew Eisenberg: «Tocca agli italiani scegliere il loro governo, ma io non posso nascondere che con Berlusconi avevamo lavorato molto bene». Davanti all’incognita grillina, nonostante le rassicurazioni di Di Maio, questa si sta delineando come l’opzione preferita.

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Paolo Mastrolilli


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lunedì 30 giugno 2014

USA: in 60 anni gli alveari di api crollano da 6 milioni a 2,5. Interviene Obama con 36 milioni di euro.

Da EL PAIS

ESTADOS UNIDOS

La Casa Blanca entra en acción

Obama destina 36 millones de euros para intentar revertir la caída del número de abejas


El descenso drástico del número de enjambres en EE UU ha avivado el debate sobre cómo sería un mundo sin abejas. Expertos y productores recuerdan que uno de cada tres alimentos en el país tiene su origen en la polinización decultivos por parte de una especie concreta de abeja. Consciente de esta tendencia y sobre todo de que, si no se contiene, puede resultar devastadora económicamente, la Casa Blanca ha decidido tomar cartas en el asunto.

El presidente Barack Obama firmó la semana pasada un memorando para impulsar un plan de acción para revertir la acuciante caída mediante iniciativas de investigación, prevención y protección. La Casa Blanca ha propuesto destinar a ese objetivo alrededor de 36 millones de euros en el presupuesto de 2015. “El problema es grave y requiere atención inmediata para garantizar la sostenibilidad de nuestro sistema de producción alimentaria, evitar un impacto económico adicional en el sector agrícola y proteger la salud del medio ambiente”, advierte el documento firmado por Obama.

El número de colonias de abejas melíferas ha caído en los últimos 60 años en EE UU, pasando de 6 millones en 1947 a 2,5 en la actualidad

Las estadísticas atestiguan la gravedad del fenómeno, que no es nuevo, pero se ha acentuado en los últimos años. El número de colonias de abejas melíferas, las más comunes, ha ido cayendo de forma continuada en los últimos 60 años en EE UU, pasando de 6 millones en 1947 a 2,5 en la actualidad. Históricamente el promedio de reducción de las colonias comerciales era de entre el 10% y el 15% cada invierno, pero en 2012 fue del 30,5% y en 2013 del 23,2%, según datos de la Casa Blanca, que, pese a la mejora reciente, teme que se alcance un punto de no retorno.

Los expertos atribuyen el retroceso a una amalgama de factores, entre ellos, la reducción de comida disponible, infecciones, exposición a ciertos pesticidas o la pérdida de diversidad genética. “Supone una amenaza a la estabilidad económica en las operaciones de polinización y apicultura, que podría tener profundas implicaciones para la agricultura y la comida”, alertan desde la Administración.

Los polinizadores —claves para la producción de semillas y frutos— generan un impacto de 24 millones de dólares (17,6 millones de euros) en la economía estadounidense, de los que más de la mitad corresponden a las abejas. Mediante el transporte de polen, estas posibilitan la producción de al menos 90 cultivos comerciales en Norteamérica. Globalmente, contribuyen al 35% de la producción alimentaria.

De los 2,5 millones de abejas que hay en EE UU, alrededor de un millón polinizan cada año las cosechas de almendras en California, que suponen el 80% de la producción mundial, según la Federación Estadounidense de Apicultores. Como resultado, el descenso está golpeando directamente las cuentas del sector: los apicultores han perdido alrededor de diez millones de colmenas, valoradas individualmente en unos 200 dólares (147 euros).

sabato 7 giugno 2014

Ma quant'è diversa l'America che esce dalla recessione?

LA STAMPA


Economia


La svolta Usa: recuperato

il lavoro bruciato dalla crisi

Gli impieghi sono tornati a quota 138 milioni, come prima del crac Lehman

Sarà stata la coincidenza con il D-Day, ma la giornata di ieri passerà alla storia anche come il «break even point» della crisi, ovvero il momento nel quale i posti di lavoro persi per colpa dello tsunami finanziario hanno eguagliato quelli creati con la successiva ripresa. Il bollettino del governo parla chiaro, 217 mila posizioni create a maggio, con un tasso di disoccupazione fermo al 6,3% e un totale di 8,7 milioni di nuovi posti creati, tanti quanti ne erano stati persi dal fallimento di Lehman Brothers. Ma al di là delle formule algebriche, occorre prudenza, specie nel dire che è stato posto rimedio alla crisi. Se non altro per una questione di mancato guadagno, come si usa dire in giurisprudenza, perché se Wall Street non fosse esplosa con i mutui subprime e la contrazione del credito, la locomotiva americana avrebbe proseguito sul binario della crescita, anziché bruciare 19.200 miliardi di dollari di ricchezza. Oltre ai mutamenti nella struttura economica, occupazionale e sociale del Paese che ne hanno modificato di fatto il Dna.

Più braccia disponibili

A gennaio del 2008 le aziende private contavano 138,365 milioni di posizioni, oggi sono 138,463 milioni. Il punto però è che dal 2007 ad oggi la forza lavoro del settore privato è passata da 232,6 milioni di unità a 247,4 milioni. Quindi si ha lo stesso numero di lavoratori di sei anni fa, ma 15 milioni di persone in più in cerca di occupazione. In aprile inoltre un dipendente ha avuto in busta paga settimanale mediamente 838,70 dollari. Utilizzando il potere di acquisto attuale nel gennaio del 2008 lo stipendio era di 818,31 dollari. In sei anni quindi l’aumento ponderato con l’inflazione è stato di appena 20 dollari a settimana.

Produrre non è più come prima

La più grande recessione che la storia contemporanea ricordi ha cambiato la struttura produttiva della Corporate America, o meglio la ripresa non è stata lineare. Tra i comparti che hanno continuato a crescere ci sono «health-care» ed energetico, grazie anche alle politiche dell’amministrazione Obama, mentre quelli che hanno registrato le contrazioni più pronunciate sono edilizia e immobiliare. Un boom è quello delle attività legate a petrolio e gas naturale tanto da far parlare di «corsa all’oro nero». Il manifatturiero, nonostante abbia recuperato 363 mila posti di lavoro dalla fine della recessione, soffre ancora la concorrenza asiatica, specie per le attività ad alta intensità di lavoro.

Borsa di nuovo rampante

Nonostante la crisi sia partita da Wall Street, è stata proprio Wall Street ad uscirne per prima, e anche in forma. I listini azionari Usa viaggiano ogni giorno su nuovi massimi, si registra un numero crescente di Ipo, mentre il comparto bancario è tornato a fare il pieno di utili, e i manager il pieno di bonus. Dopo il sacrifico Lehman i «too big too fail» sono rimasti tali, la riforma finanziaria è un’opera incompiuta, ed è tornata una certa passione per il rischio.

Il bazooka di Stato

In questi sei anni è stato imponente l’intervento dello Stato per risollevare le sorti del Paese. Tra Tarp, piani di stimolo e Qe - tutti interventi diretti di Stato o Federal Reserve sul mercato - si sono iniettati oltre 5 mila miliardi di dollari. Un aiuto importante ma troppo a lungo orfano di quel meccanismo di trasmissione sull’economia reale. La crescita è tornata così a livelli pre-crisi, ma a pagare è stata Main Street, ovvero le Pmi.

Il sorpasso cinese

Alla fine di aprile un rapporto della Banca mondiale annunciava il sorpasso, entro fine anno, dell’economia cinese su quella Usa, già retrocessa dalle agenzie di rating dall’Olimpo della tripla A. Si è gridato alla fine di un’egemonia economica, quella Usa, che durava dal 1872. Tuttavia si deve tener conto che la Cina ha 1,4 miliardi di abitanti e quindi una ricchezza pro-capite ben inferiore a quella Usa, oltre a tutte le imperfezioni in termini di trasparenza e diritto. Se si tratti di sorpasso lo dirà il tempo, senza dubbio è l’inizio di una nuova fase, figlia di una crisi difficile da recuperare, ma da cui è possibile ripartire.

francesco semprini


LA STAMPA


Cultura


Ma i numeri non raccontano

tutta la storia

Sembra la trama di un film di fantascienza. Un supereroe dato per morto nel 2008 ritorna in vita sei anni dopo grazie alle cure miracolose di uno scienziato burbero e barbuto. Ma troppo tempo è passato e il supereroe fatica a trovare un ruolo in un mondo che non riconosce più. Riuscirà il nostro eroe a ritrovare la forza del passato o sarà condannato a rimanere anonimo per il resto dei suoi giorni?

Purtroppo Hollywood un film di science fiction sull’economia non lo farà mai, ma il dilemma della crescita americana è di proporzioni sovrumane. I numeri sulla disoccupazione farebbero pensare a un momento d’oro per gli Usa, il ritorno trionfale del supereroe dell’economia mondiale e lo stimolo mastodontico amministrato dal burbero ex capo della Federal Reserve Ben Bernanke.

Le cifre di venerdì hanno persino dato ai secchioni delle statistiche un numero da gustare, commentare e twittare: dopo la crescita di maggio, il numero di americani impiegati è a un nuovo record. Ha infatti sorpassato il precedente primato del gennaio 2008, prima del fallimento di Lehman Brothers, della Grande Recessione e della distruzione di milioni di posti di lavoro.

Allora tutto a posto? L’America di nuovo in sella dopo la caduta del 2008? Come non dicono a Hollywood: not so fast, non andare troppo veloce. Dietro ai numeri, ai titoloni e all’ottimismo degli investitori si nasconde una realtà tortuosa, complicata e sgradevole.

La crisi e la recessione che la seguì non hanno solo rallentato l’economia americana, l’hanno cambiata in maniera profonda e forse permanente. I patiti dei fumetti lo sanno benissimo: quasi tutti i supereroi diventano tali dopo un mutamento genetico o qualche altra indelebile trasformazione.

Nel nostro caso, il cambiamento è sia quantitativo sia qualitativo. Se guardiamo ai numeri, il record di ieri non è granché. E’ vero che circa 138 milioni di americani e americane ora hanno un lavoro - più di qualsiasi altro periodo nella storia degli Usa. Ma è anche vero che la crescita nei posti di lavoro non ha tenuto il passo con l’aumento nella popolazione. L’economia americana dovrebbe impiegare altri 7 milioni di persone per chiudere quel gap, secondo l’Economy Policy Institute, un centro di ricerca di Washington.

Il «record» è effimero quanto inutile a prendere la temperatura del mercato del lavoro statunitense. Un dato molto più importante è la percentuale di americani che ha un lavoro o dichiara di essere in cerca di lavoro, la cosiddetta «participation rate». Quel numero è al livello più basso negli ultimi 30 anni. Un record anche quello, ma negativo.

Paul Ashworth di Capital Economics lo attribuisce all’effetto-crisi che ha convinto molti americani a smettere di cercare lavoro e di accontentarsi di contratti part-time e impieghi occasionali. Il corollario è che la recessione ha spinto milioni di persone ai margini dell’economia e della società. Le conseguenze e i costi di quest’opera di rottamazione umana, che mai si era vista nel dopoguerra, potrebbero essere enormi.

Ma non è solo la quantità di lavoro che è diminuita negli anni bui del dopo-crisi. Anche la qualità ne ha sofferto. Il numero di americani che lavora nelle industrie manifatturiere, edilizie e governative - i tre settori che hanno tradizionalmente pagato i migliori salari - è calata dal 2008 e la crescita nell’occupazione è stata guidata dai servizi - dagli hotel, ai ristoranti, agli ospedali - che pagano molto meno.

E’ un cambio radicale: da un’economia industriale (e governativa) a un’economia dei servizi che cresce ma non retribuisce come nel passato chi vi partecipa - un altro motivo per cui molti americani non vogliono più far parte della forza lavoro.

Non è un caso che i salari medi, a maggio, siano saliti solo del 2,1%, praticamente in linea con il tasso d’inflazione.

La buona notizia, in tutto ciò, è che l’economia Usa continua a crescere senza creare pressioni inflazionistiche grazie, in gran parte, agli esigui aumenti nei salari. Il consenso degli economisti di Wall Street ieri era che la Federal Reserve continuerà a mantenere i tassi d’interesse bassi proprio perché il mercato del lavoro non è ancora in buona salute.

L’altro aspetto positivo è che le aziende sono in una posizione ideale: hanno soldi risparmiati durante gli anni di crescita-zero e la possibilità di assumere senza il pericolo di aumentare i salari. Nel tira e molla storico tra capitale e forza-lavoro, gli ultimi sei anni negli Usa hanno favorito il capitale - un risultato che dovrebbe alimentare la crescita economica nei prossimi anni.

Il problema, però, è a lungo termine. Ormai conosciamo l’America che è uscita dalla recessione, ma che America uscirà da questo periodo di crescita lenta e diversa dal solito?

Ogni supereroe ha la sua nemesi. Per il benessere dell’economia mondiale, bisogna sperare che la crisi del 2008 non si riveli la kriptonite degli Usa.

Francesco Guerrera


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domenica 8 settembre 2013

Come reagirono al golpe Berlinguer e Moro, ministro degli esteri (5 anni prima di essere ucciso)

LA STAMPAweb

Cultura

Così il putsch sconvolse Moro e Berlinguer

In Italia l’impatto del golpe cileno non si fa attendere. Il segretario del Pci Enrico Berlinguer scrive i celebri saggi su Rinascita nel breve spazio di tre settimane (dal 28 settembre al 12 ottobre 1973). «Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni», «Via democratica e violenza reazionaria», «Alleanze sociali e schieramenti politici», i titoli dei contributi riassunti e raccolti con la dizione «Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile» o più semplicemente «La proposta del compromesso storico». Tappe di un’analisi che prende le mosse dalla tragedia cilena per accelerare i termini del confronto tra i partiti: garantire un quadro internazionale sostenibile rafforzando la collaborazione democratica tra i protagonisti della ricostruzione post bellica.

Sull’altro versante, quello del governo presieduto da Mariano Rumor, la reazione è affidata, non senza tentennamenti e resistenze, alle parole del ministro degli Esteri Aldo Moro, che il 26 settembre alla Camera dei deputati risponde alle «Interpellanze sul colpo di Stato in Cile». La condanna è ferma in un testo che dalle sue carte di archivio appare limato, rivisto e modificato in quattro successive versioni. Non si tratta di un intervento di circostanza. Moro pesa la parole e rivede con tratti di penna i passaggi più delicati: «Non è solo un problema relativo ai rapporti internazionali, pure turbati in modo rilevante da vicende come questa, ma anche di un fatto che tocca la nostra coscienza civile e la nostra sensibilità morale».

E più avanti, prendendo le distanze da Washington: «Se vi erano, come vi erano, dei problemi da risolvere, era la politica che doveva provvedere con strumenti di consenso (ricercato e meritato), non la forza dei militari con strumenti di sopraffazione. Certo non è questo il primo caso, specialmente nell’America Latina. Ma a parte il modo con cui l’azione è stata svolta e il terreno nel quale essa si è sviluppata, non possiamo non dire che, proprio a questo punto dell’evoluzione sociale, proprio nell’attuale contesto storico, un nuovo colpo di Stato, questo colpo di Stato colma la misura, appare assolutamente inaccettabile, porta con sé sinistri presagi». E con la forza di una riflessione più ampia rivolta all’Italia: «Nostro compito è trovare in questa epoca della democrazia un’alternativa alla rivoluzione e far sì che la democrazia non sia un alibi per la stagnazione sociale. E poi, in definitiva, sono la stabilità politica e il giusto assetto sociale che garantiscono la pace. Dovunque esse vengano meno, ovunque la società sia inquieta e inappagata, lo stesso pacifico sistema dell’ordine internazionale è in discussione».

Diversi Paesi europei (Francia, Danimarca, Germania occidentale e Gran Bretagna) confermano in quelle ore le relazioni diplomatiche con il nuovo Cile; Moro, al contrario, suggerisce di non riconoscere la giunta militare che è al potere, prendendo così le distanze dalla discussa e collusa Dc cilena e dalle prime indicazioni che giungono dagli Stati Uniti. Nei giorni successivi si sfiora l’incidente diplomatico tra il Dipartimento di Stato e la Farnesina. Salta l’ipotesi di un incontro tra il ministro degli Esteri italiano e il segretario di Stato Henry Kissinger. L’Ambasciata Usa a Roma prepara una nota riservata (9 ottobre 1973) che minimizza gli attriti e sollecita l’amministrazione Nixon a «comunicare direttamente con il ministro per diminuire ogni sospetto di essere stato messo da parte o non considerato nel giusto modo».

Umberto Gentiloni


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Allende, 40 anni dopo...

LA STAMPA

Cultura

11 settembre 1973, golpe in cile

Quel che resta di Salvador Allende

40 anni dopo, i fantasmi non si placano. Come i dubbi sul ruolo degli Usa

Il golpe che l’11 settembre 1973 abbatté il governo di Unidad Popular del presidente socialista Salvador Allende Gossens è talmente marchiato nella mitologia politica del XX secolo che provare a ricostruirlo, separando fatti da propaganda, leggende, tradizione, utopia, è impossibile.

Ancora oggi non sappiamo neppure se Allende si sia ucciso quel giorno, come assicura il suo medico, sparandosi un colpo con il mitra AK 47 che gli aveva donato Fidel Castro, o sia stato ucciso dai soldati traditori del generale Augusto Pinochet, da Allende stesso nominato a capo delle forze armate, anche se la prima ipotesi è più probabile. Vecchio socialista, grande oratore, Allende comprende che, rifiutando trattativa e salvacondotto dei generali, si emancipa da un patetico esilio, magari scambiato dall’Urss con un dissidente sovietico perbene come Bukovsky, come toccherà invece al leader comunista Corvalan.

Nella memoria popolare la regia del colpo di Stato viene assegnata al segretario di Stato americano Henry Kissinger, anche se l’ambasciatore Usa di allora a Santiago, Nathaniel Davis, kennediano dei Peace Corps che si dimetterà nel 1975 protestando contro le operazioni clandestine di Kissinger in Angola, ha sempre negato, con un bel libro, The last two years of Salvador Allende, e con una querela contro il film di Costa Gavras Missing.

In realtà Kissinger e la Cia furono assai più coinvolti nei primi movimenti di militari contro Allende, documentati da Peter Kornbluh nel saggio The Pinochet File. Il piano Track I doveva minare l’appoggio popolare a Allende favorendo, anche tramite il giornale di destra El Mercurio, disordini e disagi economici. Il piano Track II provava a far convergere i militari contro il governo. L’esercito in Cile non aveva tradizioni golpiste e, nel 1970, molti ufficiali avevano reagito con disgusto all’assassinio del generale Schneider, un lealista che ordinò alle forze armate di non muoversi dopo l’elezione di Allende, ucciso dagli scherani dell’ex generale Viaux, mentre la Cia puntava su un generale ancora in servizio, Valenzuela.

Quando il generale filogovernativo Carlos Prats lascia il comando, il 24 agosto 1973, e Allende nomina ingenuamente Pinochet, l’esperimento di Unidad Popular è fallito. Allende era stato eletto nel 1970, con una piccola maggioranza relativa, 36,2% sull’ex presidente Alessandri, 34,9%, e sul democristiano Tomic, 27,8. La legge costituzionale cilena permette al Congresso di nominare il presidente e Allende diventa capo dello Stato. Vara una politica socialista classica, nazionalizzazioni, spesa pubblica, riforma agraria ed esproprio del latifondo, in un Paese arretrato, con la risorsa del rame e poche industrie spesso in mano agli americani, come la Itt. Molte riforme sono opportune, le scuole, la sanità, la campagna contro l’analfabetismo, e l’entusiasmo delle squadre «allendiste» affolla i barrios popolari, le campagne, con brillanti murales a vivaci colori, corsi di cultura, cinema, asili di base.

Allende è un riformista, il suo motto è «con la forza della maggioranza, e con la passione del rivoluzionario» e nel libro-intervista con Régis Debray (ex studente del filosofo Althusser, catturato in Bolivia mentre tentava di raggiungere Che Guevara) La via cilena (Feltrinelli) sintetizza una politica di alti salari e monopoli statali, non di dittatura castrista. Intorno a Unidad Popular tanti pensano invece che la «via cilena» debba portare all’insurrezione, come a Cuba. La sinistra socialista di Altamirano non accetta compromessi, e gli estremisti del Mir, gemellati in Italia al gruppo di Lotta continua, discutono di via armata. I sovietici danno qualche piccolo aiuto ai comunisti, mentre la Cia sponsorizza la destra e la Dc, ma non pensano a rompere le plumbee regole della Guerra fredda. Castro invece approfitta della nuova tribuna e, verso la fine del 1971, si lancia in una folle visita in Cile lunga 4 settimane, dove ritrova l’applauso vero dei militanti fedeli che ormai a Cuba è coro di regime. I collaboratori di Allende non sanno come invitare il leader cubano a ritornare a casa, il regalo del mitra imbarazza Allende, la borghesia cilena, gli imprenditori e i consiglieri americani temono il peggio. Lo studioso cileno Carlos Valenzuela, poi collaboratore del presidente Obama, scrive amaro: «A forza di dire che senza rivoluzione arrivava il golpe, la sinistra estrema ha creato l’atmosfera del golpe».

Quando i camionisti del sindacalista Vilarin bloccano il Paese e le casalinghe vanno in piazza a far fracasso con i tegami, Allende è alle corde. Molti diplomatici Usa suggeriscono a Nixon e Kissinger di attendere la caduta del governo, ma i militari agiscono quel tragico 11 settembre. Di testa propria? Su ordine, tacito o esplicito, di Kissinger? Le prove documentarie divergono, le polemiche storiche durano da allora. Il presidente Allende muore in prima linea, migliaia di cileni a lui fedeli vengono uccisi, torturati, deportati. Pinochet trasforma il Paese in un Lager e, senza opposizione, può ammodernare l’economia. Oggi il Cile è un Paese robusto, democratico, uno dei primi a crescere in America Latina. Ma i fantasmi del sangue, che inseguiranno fino alla fine Pinochet, echeggiati nella letteratura di Dorfman, della Allende, nel toccante documentario Allende del regista Gúzman, non si placano.

In America porteranno, con l’elezione del presidente Carter nel 1976, alla Commissione Church, che indaga sulle operazioni clandestine della Cia, e, secondo il senatore Church, conclude che gli Usa, se non attori del golpe, ne sono almeno stati le comparse. In Europa l’impressione è drammatica, la musica andina degli Inti Illimani diventa per una generazione di ragazzi la colonna sonora del sogno infranto, una politica elementare, emotiva, come un murale nel barrio. In Italia due errate e parallele analisi della caduta di Allende paralizzeranno la sinistra per un quarto di secolo. Il segretario del Pci Berlinguer, temendo la deriva cilena, stila in tre saggi per la rivista Rinascita la strategia del «compromesso storico con la Dc» che fallirà con l’assassinio del suo interlocutore, Aldo Moro, da parte delle Brigate Rosse nel 1978. Nella nuova sinistra la stessa errata analogia tra caduta di Allende e destino italiano induce nichilismo: certi che la via legale porterà al golpe «fascista» tanti quadri si arruolano nel terrorismo, da Prima Linea alle Br. Ma l’Italia non è il Cile, più fertile la democrazia, più ricca la società, più moderna l’Europa. L’errore costa anni di stagno, morti, dolore.

Salvador Allende Gossens, cadendo alla Moneda a 65 anni, è un martire della democrazia, ricordato e amato da tanti, che pur comprendendone oggi gli errori di strategia, ne apprezzano la dedizione agli ultimi della Terra. Nel discorso trasmesso alla radio 40 anni fa disse: «La storia li giudicherà. Sicuramente Radio Magallanes sarà zittita e il metallo tranquillo della mia voce non vi giungerà più. Non importa. Continuerete a sentirla. Starò sempre insieme a voi. Perlomeno il mio ricordo sarà quello di un uomo degno che fu leale con la Patria. Il popolo deve difendersi ma non sacrificarsi. Il popolo non deve farsi annientare né crivellare, ma non può nemmeno umiliarsi. Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore».

Gianni Riotta


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martedì 12 febbraio 2013

Beppe Grillo e l'ambasciatore USA

Un interessante pezzo de LA STAMPA di oggi...

LA STAMPAweb

Italia
Il documento esclusivo


Grillo“stregò” l’ambasciatore Usa

“Interlocutore politico credibile”


Il 4 aprile 2008 un lungo telegramma per Condi Rice partiva dall’ambasciata a Roma: raccontava un pranzo con l’attuale leader del Movimento 5 Stelle. Gli americani avevano capito il potenziale elettorale del comico e previsto in anticipo il suo successo. La Stampa ha ottenuto, ieri, dagli archivi di Washington il documento


Alle 11,12 del 4 aprile 2008 dall’ambasciata americana a Roma parte il telegramma intitolato «Pranzo con l’attivista italiano Beppe Grillo: “Nessuna speranza per l’Italia”. L’ossessione della corruzione». A firmarlo è Ronald Spogli, ambasciatore a Roma, e il destinatario è il segretario di Stato, Condoleezza Rice, a cui spiega in cinque pagine che Grillo è un «interlocutore credibile» nella comprensione del sistema politico italiano, grazie al fatto di essere «unico» per denuncia della corruzione nelle vita pubblica, ricorso al web e appello agli oppressi.

Il documento è stato ottenuto da «La Stampa» nel rispetto delle norme del «Freedom of Information Act» e inizia con un preambolo in cui si presenta il «politico italiano Beppe Grillo» come «un comico divenuto attivista che durante un pranzo nella residenza del consigliere economico dell’ambasciata ha affermato: “Non c’è speranza per l’Italia”». Segue la descrizione di Grillo: «È un eccentrico, si appella agli oppressi d’Italia e così riesce a portare nelle piazze centinaia di migliaia di persone per protestare contro l’ordine costituito». Soprattutto «i suoi commenti risaltano per il contrasto con quelli dei nostri interlocutori tradizionali su economia, politica e in particolare sulla corruzione».

La seconda parte del documento classificato «sensitive» include un approfondimento sul personaggio. «Giuseppe “Beppe” Grillo è un ex comico politicamente schietto che ha ottenuto una celebrità mondiale scorticando ogni giorno i politici italiani sul suo blog e organizzando con successo una manifestazione contro la corruzione nel governo alla quale lo scorso autunno hanno partecipato oltre 150 mila persone». L’accento viene messo sullo stile personale: «Grillo è brusco, perfino profano, ma le sue accuse dirette e spesso taglienti risaltano al contrasto con le analisi timide e indirette sulla corruzione che vengono dal mondo politico italiano». È a tali caratteristiche che il testo attribuisce la capacità di «galvanizzare una parte dell’opinione pubblica in genere silenziosa, convogliando la rabbia degli italiani verso la corruzione governativa più radicata e l’incapacità dell’élites di migliorare le condizioni del Paese» con la conseguenza di «aver creato un foro alternativo di discussione su questioni che non vengono affrontate dai maggiori media».

Da qui la scelta di dedicare al tema della «Corruzione» la parte centrale del documento. «Grillo, 59 anni, ha una capigliatura selvaggia e un aspetto quasi da portuale ma è riuscito ad affermarsi negli ultimi dieci anni come un commentatore controcorrente sulla corruzione italiana, in particolare identificando i problemi contabili di Parmalat assai prima che i dettagli delle irregolarità finanziarie venissero scoperte». Tale precedente lo accredita agli occhi dell’ambasciata americana a Roma, che aggiunge: «Grillo ritiene che l’endemica corruzione nella classe politica italiana ha distrutto ogni speranza di migliorare le prospettive economiche nazionali» fino al punto che «l’unica soluzione è la rimozione di praticamente tutti i politici di destra e sinistra rimpiazzandoli con giovani che hanno meno legami con l’establishment e meno interesse nel mantenimento dello status quo». Ciò che colpisce il consigliere economico americano, che ha incontrato Grillo assieme ad altri funzionari dell’ambasciata, è che «descrive la corruzione come una procedura standard nell’attuale cultura politica italiana, ai suoi occhi i politici di destra e sinistra vogliono solo mantenere il potere, sono troppo vecchi, carenti di visione e capacità per migliorare le condizioni del Paese». La lotta alla corruzione è la chiave di lettura che consente di comprendere l’opposizione di Grillo a «energia nucleare, rigassificatori e inceneritori perché sarebbero tutti progetti destinati a enormi perdite di fondi pubblici a vantaggio di corruzione, mafia o entrambe». È tale battaglia che spinge l’estensore del documento a titolare il paragrafo sull’opposizione agli inceneritori in Campania: «Luddista, progressista o entrambi?». Facendo capire che il giudizio su tale posizione resta in sospeso.

Riga dopo riga ci si accorge come il documento diplomatico Usa dà credito alle posizioni dell’ex comico: «Per Grillo il desiderio dei politici di mantenere il potere è l’elemento che spiega tutto, dalla manipolazione delle procedure amministrative alla collusione fra imprenditori e politici, alla tendenza dei maggiori mezzi di informazione a non dare risalto alle illegalità» fino ai politici che «non se ne vanno mai, neanche se incriminati o condannati come 24 degli attuali membri del Parlamento». Incalzato dalle domande e dalla curiosità dei diplomatici americani, Grillo fa delle previsioni che vengono fedelmente riportate in un sottocapitolo intitolato «La situazione peggiora». «Grillo ritiene che la corruzione dei politici di oggi è divenuta più sofisticata rispetto alle indagini dell’inizio degli anni Novanta, svolte da parte di Mani Pulite» fino al punto che «le tangenti rappresentano oggi un’ampia fetta degli appalti pubblici». Il richiamo a Tangentopoli lascia intendere che i diplomatici americani vedono un nesso storico fra le battaglie di Grillo e le indagini con cui Antonio Di Pietro diede vita al pool di Milano che portò al crollo della Prima Repubblica. Se allora l’impegno di Di Pietro riscosse l’attenzione dell’ambasciata in via Veneto - al punto che fu invitato a Washington e New York - ora c’è un parallelo interesse nei confronti di Grillo, badando alla sostanza di ciò che afferma più che al suo stile trasgressivo. «Grillo lamenta l’inefficacia delle agenzie governative, dei gruppi di cittadini e delle ong anti-corruzione, attribuendola al fatto che sono troppo piccole, limitate, locali per essere efficaci contro un fenomeno così vasto». A tali osservazioni uno dei diplomatici americani ribatte, «facendo notare a Grillo che il recente rapporto della Corte dei Conti sull’accresciuta corruzione non ha suscitato grande attenzione». La replica dell’ex comico è: «L’opinione pubblica è in stato comatoso».

Da qui il messaggio che Grillo consegna agli interlocutori americani: «Tutti i partiti e politici italiani sono illegittimi», di «centro, destra o sinistra», perché «arresti, indagini e conflitti di interessi li rendono incapaci o inadatti» senza contare che il sistema elettorale «basato sulle liste impedisce ai cittadini di scegliere chi votare». La sua proposta è il «boicottaggio del sistema politico» e per questo «sul suo blog chiede di non partecipare le elezioni politiche del 13 e 14 aprile» ma gli interlocutori americani vedono «il possibile germe di un nuovo partito nella decisione di consentire a candidati indipendenti alle elezioni amministrative di usare il suo nome», sostenendoli poi con il blog a patto che abbiano i tre requisiti necessari: nessuna carica precedente, fedina penale pulita e disponibilità a pubblicare online tutte le attività e transazioni svolte dopo l’eventuale elezione.

Nel 2008 il Movimento Cinque Stelle deve ancora nascere ma le dimensioni dell’impegno di Grillo sul web colpiscono l’ambasciata Usa. «Grillo è un grande sostenitore di Internet, il suo blog gli ha garantito una importante ribalta nazionale e internazionale - si legge nell’11° paragrafo - e lui vi vede un grande strumento per promuovere la trasparenza del governo» ritenendo che può «aiutare i cittadini a tenere d’occhio spese e attività dei politici locali» oltre al fatto di essere «il suo unico mezzo per organizzare eventi pubblici». Quando i diplomatici americani gli chiedono perché lo sviluppo di Internet in Italia segni il passo, Grillo risponde: «I grandi mezzi di comunicazione ne temono la concorrenza e i partiti politici non lo ritengono un mezzo sul quale investire».

Sono gli ultimi tre paragrafi del documento, intitolato «Commento» ad essere l’espressione dell’opinione di Spogli, dando la misura delle valutazioni di Washington, dove George W. Bush sta concludendo il secondo mandato. «Bene informato, competente sulla tecnologia, provocatorio e grande intrattenitore, Grillo è unico, una voce solitaria nel panorama politico italiano» scrive Spogli, sottolineando come «la sua opposizione allo status quo politico lo ha portato ad essere un escluso dai media» visto che «nessuna tv pubblica o privata lo menziona» ma ciò non toglie che «ha un grande potere di attrazione» come dimostrato dal «Vaffa...Day». Sono «gli studenti, chi vive male e chi si sente ignorato dal sistema» a costituire «il nucleo dei sostenitori di Grillo» anche se «alcuni banchieri ammettono di esserne affascinati». «Alcune delle sue idee sono utopiche e irrealistiche - conclude Spogli - ma nonostante l’incoerenza della filosofia politica, la sua prospettiva dà voce a una parte dell’opinione pubblica che non trova espressione altrove». Da qui la conclusione: «La sua unica miscela di humour aggressivo sostenuto da statistiche e ricerche giuste quanto basta, ne fa un interlocutore credibile sul sistema politico italiano».

Maurizio Molinari

Paolo Mastrolilli

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