ebook di Fulvio Romano

giovedì 30 aprile 2015

Clara Sánchez, Il segreto della vita nella tortilla della mamma

LA STAMPA

Cultura

Clara Sánchez

Il segreto della vita

nella tortilla

della mamma

Un racconto della scrittrice spagnola che ritorna

al profumo dei suoi venerdì, quando era bambina

Ogni venerdì, prima di entrare in casa, dalle scale, cominciava ad arrivarmi l’odore della tortilla di patate. Chi non l’ha mai provata, chi non si è mai trovato nei pressi di questo piatto appena fatto, caldo e leggermente fumante, difficilmente potrà immaginarlo. Un odore lo si può ricordare, ma non immaginarlo dal nulla, perché è composto da milioni di particelle piacevoli e dolorose che ti esplodono nel naso. Resta nella parte più profonda della nostra memoria e delle nostre emozioni. Detestavo l’odore di pipa della scuola e continua a non piacermi. Ogni volta che m’imbatto nell’odore dolciastro del tabacco della pipa, torno a sentire i passi stanchi del direttore che arrivava in classe e mi chiamava nel suo ufficio. Torno a sentire lo scricchiolio della sedia di cuoio mentre mi ci sedevo e le parole pastose che gli uscivano di bocca mescolate al fumo: «Puoi andartene, torna subito a casa perché tuo padre ha avuto un infarto».

Lo Chanel n° 5 di Marilyn

Perciò usare un profumo non è poi un’idea così buona, perché si può avere un buon odore e, allo stesso tempo, infastidire; non si sa mai chi ha usato quella fragranza prima di noi. In effetti una volta ho avuto la tentazione di mettermi qualche goccia di Chanel n° 5, ma mi è subito venuta in mente la povera Marilyn Monroe nuda a letto, piena di tristezza, con i suoi capelli color platino disperatamente intricati sul cuscino, sola nel senso più schiacciante della parola, e ho accantonato l’idea. Non volevo odorare di depressione.

Quel giorno, il giorno in cui mi comunicarono che mio padre aveva avuto un infarto, avevo nove anni e corsi come una pazza a casa. La strada non mi era mai sembrata così lunga e in salita, né i minuti così eterni. Vivevamo al terzo e ultimo piano di un palazzo circondato da un piccolo giardino, dove giocavamo con i pochi bambini del vicinato. Prima di aprire il cancello, rimasi immobile per un attimo, paralizzata; il cuore mi batteva a tutta velocità e respirai profondamente. Fino a quel momento non era mai successo niente di tragico nella mia famiglia, credevo che fossimo al sicuro dai mali degli altri e, improvvisamente, stavo per entrare in un mondo pericoloso. Mio padre faceva il rappresentante di prodotti farmaceutici e mia madre era una casalinga. Mio padre viaggiava molto; negli ultimi tempi faticava a salire le scale e doveva fermarsi ai pianerottoli per prendere fiato mentre si allentava il nodo della cravatta. Dopo, non appena entrava in casa, la buttava dove capitava e si lasciava cadere su una poltrona. Mia madre gli portava un bicchier d’acqua. Volevo loro molto bene e mi addolorava vederli invecchiare.

Quell’odore dalla cucina

Alla fine aprii il cancello e lentamente, con la cartella in mano, varcai il portone e, mentre salivo verso il primo piano, mi arrivò un leggero odore che stava attraversando varie porte di legno e qualche tramezzo e che si trascinava lungo le scale. Man mano che salivo, l’odore si faceva più intenso. Lo riconobbi come proveniente dalla cucina di casa mia. L’olio dove si erano cotte lentamente le patate, le uova sbattute nella ciotola di vetro che veniva usata a quello scopo. Qualunque cosa fosse successa, non era così brutta da impedire che mia madre facesse la tortilla di patate del venerdì. La preparava a ora di pranzo per mangiarla a cena, intorno alle otto, in terrazza. Ne andavamo tutti pazzi. Mio padre non si muoveva più di casa per tutto il fine settimana se non per andare al cinema con mia madre e io e i miei fratelli ci trasformavamo in veri e propri selvaggi. La vita era meravigliosa. La tortilla veniva accompagnata sempre da un’insalata e un vassoio di prosciutto. Vino per mia madre e birra per mio padre.

Saperla rigirare

Ormai mi trovavo davanti alla porta di casa ed effettivamente l’odore proveniva da lì. Mia madre aveva appena finito di far rapprendere la tortilla e l’aveva rigirata. Mi arrivava al naso quel colpo secco del finale, quando le patate e l’uovo restano succosi dentro, protetti da una superficie compatta e dorata all’esterno. Se anche mille persone avessero preparato una tortilla nello stesso momento, io avrei saputo qual era quella di mia madre per il tipo di olio, per il tipo di patate, per il modo di accarezzarla con la padella prima di lanciarsi a rigirarla, un momento spettacolare in cui un’intera preparazione può raggiungere l’apoteosi o finire nella spazzatura. «Il segreto sta nel far sgocciolare bene l’olio delle patate prima di immergerle nelle uova» mi diceva mentre io la osservavo preparare un piatto così gustoso con così pochi ingredienti. Il segreto della vita potrebbe risiedere nel saper rigirare la tortilla, penso adesso.

Suonai il campanello. Mia madre aveva il grembiule e un’espressione tra il preoccupato e l’allegro. Aspettai che dicesse qualcosa. «Vai da tuo padre, è a letto. È stato solo un principio di infarto, ma il medico gli ha detto che deve smettere di fumare. Quell’uomo mi porterà allo sfinimento». Si pentiva di aver chiamato a scuola e di avermi fatto spaventare e mi strinse la faccia contro il suo petto. Odorava di venerdì.

Fare molto con poco

Cenammo intorno al letto matrimoniale perché mio padre doveva evitare gli sforzi per qualche giorno. La tortilla era la più buona che avessi mai assaggiato. Mamma la serviva tagliandola in triangoli succulenti e il mio mi sembrò il più dorato, un filo di uovo scivolava lungo uno dei lati. Bisognava masticarla appena, si scioglieva in bocca. Chi non l’ha mai provata non può immaginarne il sapore. È il sapore dei giorni felici, dell’estate, della famiglia, degli amici, dello stare insieme. È assai raro che qualcuno cucini una tortilla di patate solo per sé: vorrà sempre che la assaggi anche qualcun altro, sarà sempre troppo grande per una sola persona. E questa è la sua origine, che risale al XVIII secolo. Secondo una leggenda, un generale doveva dare da mangiare a un esercito affamato e si ritrovò a disporre soltanto di patate e qualche uovo. Un’altra leggenda ne attribuisce l’invenzione a una madre che doveva sfamare la sua famiglia e si ritrovò con lo stesso problema, ma in fondo tutte le storie ci raccontano come la tortilla crei la magia di moltiplicare le uova e le patate, di fare molto con poco.

Se Marilyn fosse viva, la inviterei a condividerne una con me.

Clara Sánchez


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