Cultura
mercoledì 22 novembre 2017
Cultura
Il populismo
martedì 8 settembre 2015
Immanuel Kant: gli uomini come fini e non solo come mezzi. I numeri che spiegano la mossa tedesca.
Italia
Quei numeri che spiegano la mossa tedesca
venerdì 4 luglio 2014
Libération: dopo 20 anni l'Italia torna sulla scena europea...
Matteo Renzi: paroles, paroles, paroles?
Pour le président du Conseil italien, la crise que l’Europe traverse est autant politique qu’économique, la logique comptable et austéritaire dans laquelle elle s’est enfermée l’ayant éloignée des peuples : «Si aujourd’hui l’Union faisait un selfie, quel visage verrait-on sur l’écran ? Celui de la fatigue, de la résignation, de l’ennui», a-t-il lancé, mercredi, devant le Parlement européen réuni à Strasbourg. «Il faut retrouver l’âme de l’Europe, le savoir-vivre-ensemble et pas seulement unir nos bureaucraties. Ça, l’Italie s’y connaît et elle n’a pas besoin de l’Europe», a-t-il plaisanté. Cette perte de sens est, selon celui qui n’était «même pas majeur au moment de Maastricht», largement responsable de la percée des europhobes. Et d’appeler les politiques à cesser «l’eurobashing» : «On a gagné [nos élections] en ne disant pas que nos problèmes viennent de l’Europe, mais de l’Italie elle-même.»
Ce sens de la formule fait évidemment mouche après les dix ans de présence de José Manuel Durão Barroso à la tête de la Commission et l’eurotiédeur de la plupart des dirigeants européens. «Il ne faut pas surestimer son discours : en Italie, il y a une tradition fédéraliste affirmée qui a été occultée par vingt ans de Berlusconi. Giorgio Napolitano, le président de la République, ou son prédécesseur, Enrico Letta, ne disent pas autre chose», tempère Sylvie Goulard, députée européenne (Modem, libérale) et fine connaisseuse de l’Italie. Même s’il insiste sur la nécessité de sortir du tout-économique, Renzi n’oublie nullement le sujet : sans diminution du chômage, il sera impossible de «réenchanter le rêve européen».
Il demande donc, tout comme le chef de l’Etat français, une «réorientation» de l’Union, afin qu’elle rompe avec les politiques austéritaires mises en place sous la pression allemande, pour répondre à la crise de la zone euro. Mais à la différence de François Hollande, son budget est à l’équilibre, ce qui lui donne des marges de manœuvre dont la France est privée. Le problème italien, c’est la dette (plus de 2 000 milliards d’euros) qui ne pourra pas être réduite sans une croissance forte. D’où ses appels à desserrer les cordons du Pacte de stabilité.
Mais, là aussi, Renzi n’a pas été très clair sur ce qu’il voulait. Après avoir semblé demander une réécriture du Pacte afin d’exclure les investissements du calcul du déficit public, il a rétropédalé lorsqu’il a pris conscience de l’opposition allemande : «Nous ne voulons absolument pas changer les règles du Pacte de stabilité», a-t-il proclamé mercredi à Strasbourg, mais utiliser toutes les marges de flexibilité qu’il permet. Cependant, Rome n’abandonne pas l’idée de se donner de l’air par un autre moyen, par exemple en créant une dette européenne (via l’émission d’eurobonds), destinée à financer des investissements, une idée qui fait figure d’épouvantail à Berlin et que Renzi s’est bien gardé de défendre à Strasbourg.
Au final, le principal mérite du jeune Premier ministre italien est de redonner du souffle au débat européen. Car, concrètement, pour l’instant, il n’a rien obtenu. Enfin, pas tout à fait : il a réussi à placer ses proches aux postes clés. Il a ainsi décroché la présidence du groupe socialiste du Parlement européen pour Gianni Pittella, ainsi que la présidence de la très importante commission des affaires économiques et monétaires. De même, il cherche à obtenir le ministère des Affaires étrangères de l’Union pour sa propre chef de la diplomatie, Federica Mogherini. Une politique de placement qui fait aussi partie du retour de l’Italie sur la scène européenne.
N.B.: Article paru dans Libération du 3 juillet
giovedì 3 luglio 2014
Un Telemaco senza Ulisse...
Prima Pagina
Telemaco senza fili
Hai venti minuti per parlare davanti a una platea di europarlamentari gentilmente offerti da un’azienda di surgelati. Puoi berlusconeggiare, ribadendo lo stereotipo dell’italiano simpatico, furbo e un po’ cafone. Oppure mariomonteggiare, ipnotizzando con dei mantra numerici un pubblico che non chiede di meglio per continuare a dormire in pace. Potresti persino enricoletteggiare e produrti in una lista di promesse di buon senso che qualunque presidente di turno dell’Unione Europea ripete senza sosta da vent’anni. Invece, essendo Renzi e non facendoti difetto l’autostima, decidi di renzeggiare. Evochi lo spirito dei tuoi idoli Blair e Obama – nessuno dei due, guarda caso, centroeuropeo – e ti produci in un monologo carico di valori, passioni, riferimenti storici e letterari. Avendo letto il libro omonimo dello psicanalista Recalcati, attingi a «Il complesso di Telemaco» ed elevi il figlio di Ulisse che cerca di meritarsi l’eredità a simbolo della tua idea di Europa. Il problema è che lo stai dicendo proprio all’assemblea dei Proci, che oggi non sono i principi di Itaca e neppure i politici italiani che ogni giorno costringono Penelope Boschi a fare e disfare la tela delle riforme. Sono i burocrati di Strasburgo, i ragionieri di Berlino e gli eurofobi di Farage e Le Pen: tutta gente molto prosaica e prevenuta, che da te vorrebbe sapere soltanto una cosa: quando pagherai i debiti, affamando sempre di più quegli scansafatiche baciati dal sole dei tuoi connazionali.
Per fare fuori i Proci che il destino ti ha dato in sorte un bel discorso purtroppo non basta. Come Telemaco, avresti bisogno dell’esperienza di Ulisse. Invece hai solo D’Alema.
Massimo Gramellini
mercoledì 14 maggio 2014
Eravamo a pochi giorni dal crack
Cultura
A pochi giorni
dal crack
Ma quale sovranità lesa? Una unione monetaria rende interdipendenti. Già i guai di uno Stato piccolo come la Grecia avevano recato gravi danni a tutti gli altri. L’Italia era forse troppo grande per poter essere salvata, in quell’estate-autunno del 2011. Minacciava di trascinare nel baratro tutta la cordata. Per questo era vitale che cambiasse strada.
La nostra economia è tre volte più grande rispetto a Irlanda, Grecia e Portogallo messi assieme. Lo stesso Silvio Berlusconi alla fine si persuase che un cambio di guida nel governo e un allargamento della maggioranza erano indispensabili. Altrimenti, perché il Popolo delle libertà avrebbe votato la fiducia al governo Monti, mischiando i propri voti a quelli del Partito democratico e dell’Udc?
Eravamo a pochi giorni dal crack, non per un complotto di pochi grandi speculatori, ma per una fuga di massa di risparmiatori anche piccoli e anche italiani. Dalla primavera dell’anno prima la Bce tentava di sostenere i Paesi deboli con acquisti dei loro titoli. Li interruppe quando pareva diventata una fatica di Sisifo, di fronte all’incapacità del nostro governo di tornare credibile.
Le rivelazioni dell’ex segretario al Tesoro americano servono casomai a rendere ancor più evidente ciò che manca alla costruzione europea. Così come in ogni comunità democratica la libertà di ogni cittadino non può estendersi fino a nuocere ad un altro cittadino, nell’area euro la sovranità di ogni Stato è di fatto limitata dal danno che indebolendo la moneta comune può portare agli altri Stati.
Il guaio è che non ci sono strumenti trasparenti per governare questa interdipendenza. Si arrivò così – apprendiamo adesso – a una maldestra richiesta al forte alleato americano perché aiutasse i governi europei a troncare un nodo che si sentivano incapaci di sciogliere da soli. Il dilemma però era reale: sostenere l’Italia rischiava di essere troppo oneroso perfino per la florida Germania; lasciar crollare l’Italia le avrebbe causato danni difficili da calcolare in anticipo.
Negli stessi giorni, la Grecia scoprì che, tenuta in piedi dagli aiuti altrui, non aveva più la sovranità per indire un referendum pro o contro l’euro. Data la nostra maggiore dimensione, il nostro caso era assai più grave. L’Italia, si disse allora, era troppo grande per essere lasciata fallire – too big to fail – eppure forse anche, appunto, too big to be saved.
Mario Draghi, da poco alla testa della Banca centrale europea, già allora pensava – ci dice Timothy Geithner – a quegli interventi di portata potenzialmente illimitata con cui poi, nell’estate del 2012, avviò la risoluzione della crisi. Ma la Germania e gli altri Paesi forti non avrebbero mai accettato l’«azzardo morale» ovvero il sostegno purchessia a governi incapaci di agire.
Vogliamo dimenticare che Silvio Berlusconi e il suo ministro dell’Economia Giulio Tremonti non si parlavano nemmeno più? Si doveva mettere in pericolo la stabilità finanziaria del mondo intero per salvare questo stato di cose? Per fortuna il cambiamento maturò all’interno del nostro Paese, e fu sanzionato, con la fiducia a Mario Monti da una larghissima maggioranza di eletti. Maturò anche in Grecia. In Irlanda e in Portogallo i governi erano già cambiati nella prima metà del 2011. Furono le politiche nuove a rendere possibile la successiva mossa di Draghi.
Non fu una bella pagina di storia, la gestione di quella crisi. Per evitare che si ripeta l’Europa, invece di innovare le sue istituzioni, ha preferito legarsi a regole di bilancio che comportano prezzi pesanti in materia di posti di lavoro e di crescita. Il voto del 25 maggio dovrebbe indicare una via diversa; per ora la campagna elettorale dà scarse speranze.
Stefano Lepri
sabato 10 maggio 2014
Monesi-Limone un circuito outdoor per l'Europa
Imperia
turismo ripartono a breve i lavori sulla ex strada militare
La Monesi-Limone
il circuito outdoor
più grande d’Europa
Il progetto, datato 2011, vuole ripristinare la vecchia strada militare che collega Piemonte, Liguria e regione francese Paca, renderla accessibile e aprirla ai turisti, proponendo escursioni di trekking o mtb, ma anche aprendo ad auto e moto. Il costo dell’opera è di 1 milione e 875 mila euro, promosso grazie a Sivom de la Haute Vallée de la Roya, Provincia di Imperia e Comunità Montana Alto Tanaro Cebano Monregalese. Non solo: l’intervento è sostenuto anche da tutti i soggetti pubblici competenti sul territorio attraversato dalla strada (dieci Comuni, tre parchi e la Comunità Montana Alpi del mare). Tutti puntano sul turismo dell’entroterra.
I primi lavori più urgenti sono stati affidati all’impresa Boero (per circa 88 mila euro). Il bando per l’intervento (868 mila euro) è stato vinto dalla ditta Icose: il cantiere era stato aperto la scorsa estate ma poi era stato bloccato per condizioni meteo sfavorevoli e riprenderà a breve, non appena la neve consentirà di accedere a tutto il percorso. Al momento sono stati realizzati oltre 1300 metri di muri in pietra a vista. Ma le opere da compiere per mettere in sicurezza il percorso e renderlo veramente fruibile sono ancora tante.
Il nodo fondamentale sarà, in seguito, regolamentare l’apertura della strada: potranno essere sistemate due guardiole di controllo (una a Limone, in località Cabanaira, l’altra a Briga Alta) per limitare i veicoli, che dovranno anche pagare una quota (gli ingressi finanzieranno tra l’altro la manutenzione della strada).
venerdì 22 novembre 2013
Così la Germania soffoca l'Europa
«Vi spiego il dolore che Germania ha dato all’Europa»
di Andrea Mollica - 22/11/2013 -
L'economista Adam Posen illustra ad Handelblatt le sue critiche al modello tedesco
GERMANIA NEL MIRINO - Dopo anni di critiche provenienti da settori dell’accademia, della politica e dell’economia relativamente marginali, in questi ultimi mesi il Modell Deutschland, il modello Germania, è diventato oggetto di pesanti rilievi nei consessi internazionali. Le bordate più significative sono state sparate dal Tesoro statunitense, ma vari economisti hanno preso posizione contro la politica economica del governo Merkel, e il sostegno ad un sistema che crea squilibri all’interno dell’eurozona. Uno dei critici più autorevoli è Adam Posen, che pochi mesi fa pubblicò un’analisi durissima contro la Germania sulFinancial Times. Posen, un influente economista statunitense, motiva adHandelsblatt la radice delle sue critiche. «In primo luogo lo Stato e le imprese investono troppo poco. In secondo luogo i lavoratori sono pagati troppo poco. Questi due fattori creano squilibri globali e mettono in difficoltà gli altri paesi, sopratutto in Europa. Negli ultimi quindici anni i salari tedeschi sono rimasti sempre dietro gli aumenti di produttività. Il successo tedesco è basato sul taglio delle retribuzioni».
DOLORE TEDESCO - Adam Posen respinge l’idea che i primi, timidi, risultati positivi ottenuti dall’Europa dopo tre anni di crisi dei debiti sovrani siano stati ottenuti grazie alle riforme dettate da Bruxelles sotto il diktat di Berlino. « La Germania ed i suoi alleati hanno dettato una politica a paesi come Portogallo, Spagna o Irlanda che ha imposto un dolore non necessario. In tutti i paesi periferici dell’eurozona esisteva un problema di eccessivo indebitamento del settore privato. Questi debiti avrebbero dovuto essere ristrutturati. Invece si è costretto questi paesi ad un processo di adattamento troppo rapido, imponendo una politica di rigore esagerata. Quando si valuta una strategia non conta solo l’obiettivo, ma anche il modo in cui lo si ottiene». La diversa valutazione sull’eurocrisi è motivata secondo Posen dal fatto che pochi economisti tedeschi seguano il mainstream, un approccio condiviso dall’establishment politico e finanziario.
TRADIMEMTO DELL’EUROPA - L’economista statunitense rivolge critiche ancora più severe in merito ai freni che la Germania, attraverso il suo governo e la sua banca centrale, la Bundesbank, pone alla Bce. «Se il governo tedesco vuole imporre un determinato ciclo di riforme, allora deve chiederle durante l’eurogruppo o in Consigli dell’Ue. Non si può nascondere dietro alla Banca centrale europea. In questo caso si tratta di una decisione politica che deve essere presa da rappresentati eletti dal popolo, non dai tecnocrati non eletti della Bce. La Germania tradisce l’Europa, quando mina l’autonomia della Bce per imporre la sua politica economica». Posen critica in particolar modo il mancato rispetto della crescita dei prezzi imposto per statuto alla Bce. Secondo l’economista americano la Germania frena i tentativi della Bce di aumentare l’inflazione al 2%, promuovendo al contrario politiche deflazionistiche che minano la crescita.
CAMBIARE STRATEGIA - Posen esprime ad Handelsblatt la sua preoccupazione sul fatto che l’establishment tedesco non capirà mai che il vero compito della Bce è mantenere la stabilità dei prezzi, che talvolta può significare crescita dell’inflazione più sostenuta per contrastare la tendenza deflazionistica di parte dell’unione monetaria, come avviene in questi mesi. Per stimolare una ripresa dell’eurozona è però essenziale che la Germania cambi la sua politica economica. In primo luogo devono aumentare gli investimenti pubblici all’interno del paese, così come il governo tedesco deve incrementare i fondi a disposizione dell’UE. In secondo luogo le imprese che detengono quantità eccessive di denaro devono essere maggiormente tassate. Posen valuta inoltre positivamente l’introduzione del salario minimo, una delle riforme della Grande Coalizione, al fine di aumentare la domanda interna. L’economista americano definisce eccessive le critiche degli economisti tedeschi che ritengono che con la proposta attualmente in discussione, un salario orario minimo di 8,50 euro lordi, si possano distruggere molti posti di lavoro.
domenica 18 agosto 2013
Dove i mutui più cari? In Italia, naturalmente...
Economia
il rapporto di confartigianato sull’immobiliare: nel primo trimestre compravendite in flessione del 13,8%
il rapporto di confartigianato sull’immobiliare: nel primo trimestre compravendite in flessione del 13,8%
Mutui, in Italia i più cari d’Europa
Il tasso d’interesse è al 3,53%, più alto di Francia e Spagna. In un anno 50 miliardi in meno di credito
Il tasso d’interesse è al 3,53%, più alto di Francia e Spagna. In un anno 50 miliardi in meno di credito
Mutuo e comprare casa sono ancora due tabù nel lessico delle famiglie, anche se economisti e banchieri annusano la ripresa e ora sono più ottimisti sul futuro e prevedono che a partire dall’autunno il mercato immobiliare potrebbe togliere il freno, grazie al piano casa. Guardando al passato, un rapporto di Confartigianato fotografa però, in tutta la sua drammaticità, la crisi profonda del mattone e in generale, del settore delle costruzioni.
Bastano pochi numeri per avere un quadro preciso ma critico: nel primo trimestre 2013 le compravendite immobiliari sono in flessione del 13,8% rispetto alla fine del 2012. La colpa è anche del costo dei mutui che, nonostante la diminuzione di 27 punti base registrata nell’ultimo anno, si confermano i più cari d’Europa con un tasso medio d’interesse, a maggio 2013, pari al 3,53%, superiore di 66 punti base rispetto al tasso del 2,87% dell’Area Euro. Segnali di difficoltà arrivano dal crollo del 37,4%, registrata tra il 2012 e il 2011, del numero di mutui e finanziamenti per acquisto di abitazioni. Nel complesso la quantità di mutui concessi alle famiglie per comprare casa è di 364,1 miliardi e a giugno di quest’anno è in flessione dello 0,8% su base mensile.
Una percentuale che è in controtendenza rispetto a quanto avviene nell’Eurozona dove, a giugno 2013, lo stock di mutui per abitazioni è in crescita dello 0,8% rispetto al mese precedente. Addirittura in Francia si segnala un aumento del 2,7% e in Germania del 2,1%. Fa peggio di noi la Spagna con un calo del 3,8%. Ma la ripresina in Europa fa ben sperare gli economisti perché potrebbe fare da traino in Italia e da settembre-ottobre il mercato immobiliare, complice l’Imu congelata e il piano casa del governo, potrebbe ripartire.
Anche le banche, soprattutto quelle più grandi (da Intesa Sanpaolo a Unicredit) dovrebbero ricominciare ad allargare i cordoni della borsa e a concedere prestiti per comprare casa a condizioni un po’ meno onerose.
Il problema della stretta del credito emerge chiaramente da una ricerca del Centro studi Unimpresa. Negli ultimi dodici mesi le banche hanno tagliato più di 50 miliardi di euro a imprese e famiglie, secondo lo studio. Inoltre per le aziende la riduzione dei finanziamenti è stata di 42,8 miliardi (-4,85%), mentre per i cittadini il calo ha raggiunto 8,5 miliardi (-1,3%). Sui mutui un punto davvero critico resta il caro-tassi: secondo i dati di Confartigianato, l’Italia è la peggiore in Europa. A fronte del nostro 3,53%, la Francia si ferma al 2,77% ( 76 punti in meno), persino la Spagna, vittima di una tremenda bolla immobiliare, è più bassa: 2,90%.
A livello territoriale, il totale dei mutui alle famiglie, l’80,8% si concentra nel Centro-Nord e il restante 19,2% nel Sud. Tra le regioni che usano il maggior volume di mutui è in testa la Lombardia, con il 24,5% del totale, seguita da Lazio (12,7%), Emilia Romagna e Veneto (entrambe 9,2%), Piemonte (7,8%). La situazione del settore impone interventi in più direzioni secondo il segretario generale di Confartigianato, Cesare Fumagalli. «Ben venga - sottolinea Fumagalli - il piano da 5 miliardi del governo per agevolare l’erogazione di mutui a famiglie e imprese. Ma senza dimenticare l’efficacia di misure come le detrazioni fiscali per le ristrutturazioni».
luca fornovo
