ebook di Fulvio Romano

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mercoledì 22 novembre 2017

LA STAMPA

Cultura

Il populismo
che azzoppa
i parlamenti


È facile oggi elencare gli errori di Angela Merkel e metterla sotto accusa per gli stessi motivi (le politiche migratorie) per cui era stata tanto lodata fino a ieri. Ed è inutile stupirsi più di tanto per le traversie in cui si dibatte in questi giorni il sistema politico tedesco, celebrato dai più come modello di stabilità e di funzionalità democratica. Né ha molto senso preoccuparsi per il destino della autorevolissima cancelliera, che non riesce a costruire una maggioranza, ma ha ancora buone probabilità di succedere a se stessa, magari attraverso un nuovo passaggio elettorale. La verità è che la Germania sta sperimentando sulla propria pelle difficoltà comuni a tutti i sistemi parlamentari europei; e che il suo modello politico-istituzionale, buono nell’epoca della guerra fredda e della divisione del Paese, non basta da solo a preservarla dagli scossoni che hanno compromesso in questi ultimi anni la governabilità di altri Paesi membri dell’Unione.
È appena il caso di ricordare che il Belgio (fra il 2010 e il 2012), la Spagna (fra il 2013 e il 2014) e da ultimo l’Olanda (2017) sono rimasti affidati per lunghi mesi o per interi anni a governi in carica «per gli affari correnti», in assenza di vere maggioranze politiche; e che la stessa Italia rischia di trovarsi da qui a qualche mese in una situazione analoga. I problemi nascono dalla combinazione di due fattori: il primo, strutturale, riguarda le regole dei sistemi parlamentari; il secondo, congiunturale, rinvia alle trasformazioni economiche e sociali che hanno segnato questo inizio di millennio. 
Partiamo dal sistema parlamentare. Lo inventarono gli inglesi nel Settecento, per assicurarsi contro possibili tentazioni assolutiste della corona (cui la teoria di Montesquieu attribuiva la titolarità del potere esecutivo) e per sancire il primato degli organismi rappresentativi. Quella prassi subordina infatti l’esistenza del governo alla fiducia del Parlamento e dunque lo lega indissolubilmente agli equilibri che si creano nelle assemblee legislative. Perché il sistema funzioni occorre ovviamente che ci sia una maggioranza. E occorre che questa maggioranza non minacci i fondamenti costituzionali dello Stato, le sue scelte internazionali di fondo e i suoi valori condivisi: che si muova insomma all’interno di un’area della legittimità, oggi in larga parte coincidente con quella della fedeltà alle istituzioni europee e agli ideali europeisti.
Che cosa accade invece in Europa? Accade - e qui veniamo al fattore congiunturale - che le paure e i risentimenti suscitati dalla crisi economica e dalle ondate migratorie creino condizioni favorevoli allo sviluppo di movimenti populisti, nazionalisti, sovranisti, più o meno esplicitamente ostili alla Ue, ma spesso anche estranei ai valori e alle pratiche del pluralismo e della democrazia rappresentativa. In alcuni Paesi dell’Est (Ungheria e Polonia soprattutto) movimenti così connotati sono diventati forze di governo o parte delle maggioranze. In Europa occidentale quei gruppi restano lontani dalla possibilità di competere per il potere centrale (l’eccezione, stando ai sondaggi, potrebbe essere proprio l’Italia). Il fattore P (come «populismo») agisce ancora come elemento discriminante per segnare i confini dell’area della legittimità. Ma è l’intera area a restringersi pericolosamente, causa i successi elettorali delle forze anti-sistema. E dentro quest’area può non esserci spazio per una maggioranza solida, men che meno per due maggioranze che si alternino in base ai verdetti delle elezioni. Neanche il ricorso alle grandi coalizioni sembra peraltro praticabile nel momento in cui i socialisti, come sta accadendo in Germania, si sottraggono a esperienze di governo per loro logoranti e costose in termini di consensi. Quanto ai governi di minoranza o governi del presidente, si tratta di formule nominalistiche che aggirano il problema senza risolverlo (un voto di fiducia qualcuno dovrà pur darlo), in assenza di un capo dello Stato dotato di poteri straordinari. 
Se e quando si uscirà dall’impasse non è dato sapere. Sarebbe però opportuno cominciare fin d’ora a riflettere su come allontanare per il futuro lo scenario weimariano dell’ingovernabilità e del ricorso ripetuto alle urne. Il sistema tedesco - lo abbiamo visto - non basta allo scopo. Quello, nuovo di zecca, con cui andremo a votare fra pochi mesi, non è accreditato al momento di grandi effetti stabilizzatori. L’unico dispositivo elettorale capace di costringere gli elettori a una scelta e a indicare comunque un vincitore è quello basato su un doppio turno (nazionale e non solo di collegio) che costringa gli elettori a una scelta finale. Non è forse un caso se oggi la Francia, con tutti i suoi problemi, può vantare il più alto tasso di stabilità politica di tutta l’Europa occidentale. 
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Giovanni Sabbatucci


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martedì 8 settembre 2015

Immanuel Kant: gli uomini come fini e non solo come mezzi. I numeri che spiegano la mossa tedesca.

LA STAMPA

Italia

Quei numeri che spiegano la mossa tedesca

Forse è colpa di Kant. Al liceo, anche se non studiavamo tanto, abbiamo imparato che le persone per bene trattano gli altri «come fini, e non come mezzi». Le immagini che ogni giorno entrano nelle nostre case, a cominciare dalla foto di Aylan, ci rammentano che riconoscere la dignità di ogni singolo individuo è un’abitudine recente e precaria, nella storia dell’umanità.
In realtà il saggio di Königsberg esortava a a trattare «ogni altro, sempre nello stesso tempo come un fine, e mai unicamente come mezzo». Non gli sfuggiva, cioè, che noi tutti ci serviamo gli uni degli altri - anche - come dei mezzi. Sfruttiamo il gelataio come mezzo per avere un gelato, il carrozziere per riparare le ammaccature alla nostra auto, il cardiologo per avere un cuore in salute.
L’emozione, lo sconforto, il senso di empatia per chi attraversa una fase tanto dura della propria esistenza, ci fanno pensare ai migranti come potenziali beneficiari della nostra carità. Ci dividiamo fra quelli che credono che la solidarietà debba essere esercitata soltanto all’interno della nostra tribù allargata, lo Stato nazionale, e quanti coltivano un umanitarismo senza frontiere. La seconda è un’opzione un po’ più civile, ma la prima riflette sentimenti molto profondi.
Angela Merkel ha dato una lezione a tutt’Europa proprio perché ha evitato di lasciarsi trascinare in questo dibattito. Ha considerato i migranti non solo come dei fini: ma anche come dei mezzi. Mezzi per raggiungere un obiettivo che è lo stesso, loro e nostro, cioè vivere in una società più prospera.
Nel 2050 si stima che l’età mediana in Europa sarà di 49 anni. Nei territori dell’Unione Europea i ragazzi al di sotto dei quattordici anni erano all’incirca 100 milioni nel 1975: dovrebbe arrivare a 66 milioni nel 2050. Secondo le proiezioni Eurostat, la quota della popolazione europea sopra gli anni 80 anni sarà il 6,3% nel 2025 e l’11,4% nel 2050.
Si riduce la natalità, dopo che nell’ultimo secolo abbiamo praticamente sconfitto la mortalità infantile e ridimensionato la mortalità in età attiva.
Saremo meno e vivremo meglio e più a lungo? Se la ricchezza fosse una torta, per cui la dimensione delle fette dipende dal numero di commensali, ci sarebbe da festeggiare. Nel corso degli ultimi trecento anni, abbiamo imparato che non è così. Il mondo forgiato dalla rivoluzione industriale ha visto andare di pari passo aumento del reddito pro capite e crescita della popolazione. «Progresso» è precisamente questo: più pane mentre aumentano le bocche da sfamare. Se le nostre condizioni di vita sono tanto migliorate, è anche perché crescita demografica e urbanizzazione - più persone e più persone che vivono assieme, che scambiano, che si mettono in condizione di dipendere gli uni dagli altri - sono state una importante leva di sviluppo.
Più persone sono «più mezzi»: significano una maggiore domanda di mercato per beni e servizi diversi. Rappresentano sorgenti di creatività, di voglia di fare, di intraprendenza.
In un’Europa che invecchia, i migranti sono un’iniezione di gioventù. L’apporto dei «nuovi europei» sarà utile a tappare le falle del nostro Stato sociale, messo in crisi dall’innalzamento della speranza di vita.
E’ chiaro che non ci sono solo opportunità, ma pure problemi. E’ difficile amalgamare culture e religioni diverse. In una società complessa, in cui il capitale umano è cruciale, i talenti vanno coltivati: è probabile che la diseguaglianza più rilevante sarà sempre più quella fra chi ha avuto accesso a una buona istruzione, e chi invece non l’ha avuto, a dispetto delle pretese egualitarie della scuola pubblica.
Il primo ingrediente di un’economia che cresce sono donne e uomini che desiderano costruirsi un futuro migliore. Aprendo le porte a 800 mila profughi, Angela Merkel non si è candidata alla santità. Ha fatto un investimento. 
Alberto Mingardi

venerdì 4 luglio 2014

Libération: dopo 20 anni l'Italia torna sulla scena europea...

Matteo Renzi: paroles, paroles, paroles?


20140702 Parlement Europeen II 43
Bruxelles a succombé, sans beaucoup de résistance, à la renzimania. Le jeune président du Conseil italien (39 ans), par la puissance de son verbe enthousiaste et ses propositions iconoclastes, a ramené en quelques mois son pays au centre du jeu européen, rompant avec l’isolement des désastreuses années Berlusconi. «Matteo Renzi a le sens du récit européen, il sait trouver les mots justes», reconnaît, admiratif, Pierre Moscovici, l’ancien ministre des Finances français, qui espère décrocher un poste de commissaire européen. La large victoire de l’ancien maire de Florence aux élections européennes (plus de 40% des voix) n’a fait que renforcer sa position. Il a montré que l’on pouvait gagner contre les europhobes en assumant son réformisme de gauche et son fédéralisme européen. Ainsi, pour marquer le début de la présidence italienne de l’Union, mardi, Renzi a posté un plaidoyer fédéraliste que l’on n’est pas près de voir sous la plume du très frileux François Hollande : «Ne ressentez-vous pas un frisson à l’idée que nous pouvons réaliser ce rêve des Etats-Unis d’Europe, fait par cette génération qui, sur les décombres de l’après-guerre, amorça la création d’une nouvelle entité ?»

 

Pour le président du Conseil italien, la crise que l’Europe traverse est autant politique qu’économique, la logique comptable et austéritaire dans laquelle elle s’est enfermée l’ayant éloignée des peuples : «Si aujourd’hui l’Union faisait un selfie, quel visage verrait-on sur l’écran ? Celui de la fatigue, de la résignation, de l’ennui», a-t-il lancé, mercredi, devant le Parlement européen réuni à Strasbourg. «Il faut retrouver l’âme de l’Europe, le savoir-vivre-ensemble et pas seulement unir nos bureaucraties. Ça, l’Italie s’y connaît et elle n’a pas besoin de l’Europe», a-t-il plaisanté. Cette perte de sens est, selon celui qui n’était «même pas majeur au moment de Maastricht», largement responsable de la percée des europhobes. Et d’appeler les politiques à cesser «l’eurobashing» : «On a gagné [nos élections] en ne disant pas que nos problèmes viennent de l’Europe, mais de l’Italie elle-même.» 

Ce sens de la formule fait évidemment mouche après les dix ans de présence de José Manuel Durão Barroso à la tête de la Commission et l’eurotiédeur de la plupart des dirigeants européens. «Il ne faut pas surestimer son discours : en Italie, il y a une tradition fédéraliste affirmée qui a été occultée par vingt ans de Berlusconi. Giorgio Napolitano, le président de la République, ou son prédécesseur, Enrico Letta, ne disent pas autre chose», tempère Sylvie Goulard, députée européenne (Modem, libérale) et fine connaisseuse de l’Italie. Même s’il insiste sur la nécessité de sortir du tout-économique, Renzi n’oublie nullement le sujet : sans diminution du chômage, il sera impossible de «réenchanter le rêve européen».

Il demande donc, tout comme le chef de l’Etat français, une «réorientation» de l’Union, afin qu’elle rompe avec les politiques austéritaires mises en place sous la pression allemande, pour répondre à la crise de la zone euro. Mais à la différence de François Hollande, son budget est à l’équilibre, ce qui lui donne des marges de manœuvre dont la France est privée. Le problème italien, c’est la dette (plus de 2 000 milliards d’euros) qui ne pourra pas être réduite sans une croissance forte. D’où ses appels à desserrer les cordons du Pacte de stabilité.

Mais, là aussi, Renzi n’a pas été très clair sur ce qu’il voulait. Après avoir semblé demander une réécriture du Pacte afin d’exclure les investissements du calcul du déficit public, il a rétropédalé lorsqu’il a pris conscience de l’opposition allemande : «Nous ne voulons absolument pas changer les règles du Pacte de stabilité», a-t-il proclamé mercredi à Strasbourg, mais utiliser toutes les marges de flexibilité qu’il permet. Cependant, Rome n’abandonne pas l’idée de se donner de l’air par un autre moyen, par exemple en créant une dette européenne (via l’émission d’eurobonds), destinée à financer des investissements, une idée qui fait figure d’épouvantail à Berlin et que Renzi s’est bien gardé de défendre à Strasbourg.

Au final, le principal mérite du jeune Premier ministre italien est de redonner du souffle au débat européen. Car, concrètement, pour l’instant, il n’a rien obtenu. Enfin, pas tout à fait : il a réussi à placer ses proches aux postes clés. Il a ainsi décroché la présidence du groupe socialiste du Parlement européen pour Gianni Pittella, ainsi que la présidence de la très importante commission des affaires économiques et monétaires. De même, il cherche à obtenir le ministère des Affaires étrangères de l’Union pour sa propre chef de la diplomatie, Federica Mogherini. Une politique de placement qui fait aussi partie du retour de l’Italie sur la scène européenne.

 

N.B.: Article paru dans Libération du 3 juillet

giovedì 3 luglio 2014

Un Telemaco senza Ulisse...

LA STAMPA

Prima Pagina

Telemaco senza fili

Hai venti minuti per parlare davanti a una platea di europarlamentari gentilmente offerti da un’azienda di surgelati. Puoi berlusconeggiare, ribadendo lo stereotipo dell’italiano simpatico, furbo e un po’ cafone. Oppure mariomonteggiare, ipnotizzando con dei mantra numerici un pubblico che non chiede di meglio per continuare a dormire in pace. Potresti persino enricoletteggiare e produrti in una lista di promesse di buon senso che qualunque presidente di turno dell’Unione Europea ripete senza sosta da vent’anni. Invece, essendo Renzi e non facendoti difetto l’autostima, decidi di renzeggiare. Evochi lo spirito dei tuoi idoli Blair e Obama – nessuno dei due, guarda caso, centroeuropeo – e ti produci in un monologo carico di valori, passioni, riferimenti storici e letterari. Avendo letto il libro omonimo dello psicanalista Recalcati, attingi a «Il complesso di Telemaco» ed elevi il figlio di Ulisse che cerca di meritarsi l’eredità a simbolo della tua idea di Europa. Il problema è che lo stai dicendo proprio all’assemblea dei Proci, che oggi non sono i principi di Itaca e neppure i politici italiani che ogni giorno costringono Penelope Boschi a fare e disfare la tela delle riforme. Sono i burocrati di Strasburgo, i ragionieri di Berlino e gli eurofobi di Farage e Le Pen: tutta gente molto prosaica e prevenuta, che da te vorrebbe sapere soltanto una cosa: quando pagherai i debiti, affamando sempre di più quegli scansafatiche baciati dal sole dei tuoi connazionali.

Per fare fuori i Proci che il destino ti ha dato in sorte un bel discorso purtroppo non basta. Come Telemaco, avresti bisogno dell’esperienza di Ulisse. Invece hai solo D’Alema.

Massimo Gramellini

mercoledì 14 maggio 2014

Eravamo a pochi giorni dal crack


LA STAMPA


Cultura


A pochi giorni

dal crack

Ma quale sovranità lesa? Una unione monetaria rende interdipendenti. Già i guai di uno Stato piccolo come la Grecia avevano recato gravi danni a tutti gli altri. L’Italia era forse troppo grande per poter essere salvata, in quell’estate-autunno del 2011. Minacciava di trascinare nel baratro tutta la cordata. Per questo era vitale che cambiasse strada.

La nostra economia è tre volte più grande rispetto a Irlanda, Grecia e Portogallo messi assieme. Lo stesso Silvio Berlusconi alla fine si persuase che un cambio di guida nel governo e un allargamento della maggioranza erano indispensabili. Altrimenti, perché il Popolo delle libertà avrebbe votato la fiducia al governo Monti, mischiando i propri voti a quelli del Partito democratico e dell’Udc?

Eravamo a pochi giorni dal crack, non per un complotto di pochi grandi speculatori, ma per una fuga di massa di risparmiatori anche piccoli e anche italiani. Dalla primavera dell’anno prima la Bce tentava di sostenere i Paesi deboli con acquisti dei loro titoli. Li interruppe quando pareva diventata una fatica di Sisifo, di fronte all’incapacità del nostro governo di tornare credibile.

Le rivelazioni dell’ex segretario al Tesoro americano servono casomai a rendere ancor più evidente ciò che manca alla costruzione europea. Così come in ogni comunità democratica la libertà di ogni cittadino non può estendersi fino a nuocere ad un altro cittadino, nell’area euro la sovranità di ogni Stato è di fatto limitata dal danno che indebolendo la moneta comune può portare agli altri Stati.

Il guaio è che non ci sono strumenti trasparenti per governare questa interdipendenza. Si arrivò così – apprendiamo adesso – a una maldestra richiesta al forte alleato americano perché aiutasse i governi europei a troncare un nodo che si sentivano incapaci di sciogliere da soli. Il dilemma però era reale: sostenere l’Italia rischiava di essere troppo oneroso perfino per la florida Germania; lasciar crollare l’Italia le avrebbe causato danni difficili da calcolare in anticipo.

Negli stessi giorni, la Grecia scoprì che, tenuta in piedi dagli aiuti altrui, non aveva più la sovranità per indire un referendum pro o contro l’euro. Data la nostra maggiore dimensione, il nostro caso era assai più grave. L’Italia, si disse allora, era troppo grande per essere lasciata fallire – too big to fail – eppure forse anche, appunto, too big to be saved.

Mario Draghi, da poco alla testa della Banca centrale europea, già allora pensava – ci dice Timothy Geithner – a quegli interventi di portata potenzialmente illimitata con cui poi, nell’estate del 2012, avviò la risoluzione della crisi. Ma la Germania e gli altri Paesi forti non avrebbero mai accettato l’«azzardo morale» ovvero il sostegno purchessia a governi incapaci di agire.

Vogliamo dimenticare che Silvio Berlusconi e il suo ministro dell’Economia Giulio Tremonti non si parlavano nemmeno più? Si doveva mettere in pericolo la stabilità finanziaria del mondo intero per salvare questo stato di cose? Per fortuna il cambiamento maturò all’interno del nostro Paese, e fu sanzionato, con la fiducia a Mario Monti da una larghissima maggioranza di eletti. Maturò anche in Grecia. In Irlanda e in Portogallo i governi erano già cambiati nella prima metà del 2011. Furono le politiche nuove a rendere possibile la successiva mossa di Draghi.

Non fu una bella pagina di storia, la gestione di quella crisi. Per evitare che si ripeta l’Europa, invece di innovare le sue istituzioni, ha preferito legarsi a regole di bilancio che comportano prezzi pesanti in materia di posti di lavoro e di crescita. Il voto del 25 maggio dovrebbe indicare una via diversa; per ora la campagna elettorale dà scarse speranze.

Stefano Lepri


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sabato 10 maggio 2014

Monesi-Limone un circuito outdoor per l'Europa

LA STAMPA

Imperia

turismo ripartono a breve i lavori sulla ex strada militare

La Monesi-Limone
il circuito outdoor
più grande d’Europa

Un percorso ciclabile e pedonale con un panorama mozzafiato, sui monti, ma sempre con il mare sull’orizzonte: è la Monesi-Limone, una strada (ex militare) di circa 40 km che mira a diventare il circuito outdoor più grande d’Europa e ad attirare turisti da tutto il mondo. I lavori sono in fase di esecuzione.
Il progetto, datato 2011, vuole ripristinare la vecchia strada militare che collega Piemonte, Liguria e regione francese Paca, renderla accessibile e aprirla ai turisti, proponendo escursioni di trekking o mtb, ma anche aprendo ad auto e moto. Il costo dell’opera è di 1 milione e 875 mila euro, promosso grazie a Sivom de la Haute Vallée de la Roya, Provincia di Imperia e Comunità Montana Alto Tanaro Cebano Monregalese. Non solo: l’intervento è sostenuto anche da tutti i soggetti pubblici competenti sul territorio attraversato dalla strada (dieci Comuni, tre parchi e la Comunità Montana Alpi del mare). Tutti puntano sul turismo dell’entroterra.
I primi lavori più urgenti sono stati affidati all’impresa Boero (per circa 88 mila euro). Il bando per l’intervento (868 mila euro) è stato vinto dalla ditta Icose: il cantiere era stato aperto la scorsa estate ma poi era stato bloccato per condizioni meteo sfavorevoli e riprenderà a breve, non appena la neve consentirà di accedere a tutto il percorso. Al momento sono stati realizzati oltre 1300 metri di muri in pietra a vista. Ma le opere da compiere per mettere in sicurezza il percorso e renderlo veramente fruibile sono ancora tante.
Il nodo fondamentale sarà, in seguito, regolamentare l’apertura della strada: potranno essere sistemate due guardiole di controllo (una a Limone, in località Cabanaira, l’altra a Briga Alta) per limitare i veicoli, che dovranno anche pagare una quota (gli ingressi finanzieranno tra l’altro la manutenzione della strada).
lorenza rapini

venerdì 22 novembre 2013

Così la Germania soffoca l'Europa


da Giornalettismo

«Vi spiego il dolore che Germania ha dato all’Europa»

di   - 22/11/2013 - 

L'economista Adam Posen illustra ad Handelblatt le sue critiche al modello tedesco


GERMANIA NEL MIRINO - Dopo anni di critiche provenienti da settori dell’accademia, della politica e dell’economia relativamente marginali, in questi ultimi mesi il Modell Deutschland, il modello Germania, è diventato oggetto di pesanti rilievi nei consessi internazionali. Le bordate più significative sono state sparate dal Tesoro statunitense, ma vari economisti hanno preso posizione contro la politica economica del governo Merkel, e il sostegno ad un sistema che crea squilibri all’interno dell’eurozona. Uno dei critici più autorevoli è Adam Posen, che pochi mesi fa pubblicò un’analisi durissima contro la Germania sulFinancial Times. Posen, un influente economista statunitense, motiva adHandelsblatt la radice delle sue critiche. «In primo luogo lo Stato e le imprese investono troppo poco. In secondo luogo i lavoratori sono pagati troppo poco. Questi due fattori creano squilibri globali e mettono in difficoltà gli altri paesi, sopratutto in Europa. Negli ultimi quindici anni i salari tedeschi sono rimasti sempre dietro gli aumenti di produttività. Il successo tedesco è basato sul taglio delle retribuzioni».


domenica 18 agosto 2013

Dove i mutui più cari? In Italia, naturalmente...

LA STAMPA

Economia

il rapporto di confartigianato sull’immobiliare: nel primo trimestre compravendite in flessione del 13,8%

Mutui, in Italia i più cari d’Europa

Il tasso d’interesse è al 3,53%, più alto di Francia e Spagna. In un anno 50 miliardi in meno di credito

Mutuo e comprare casa sono ancora due tabù nel lessico delle famiglie, anche se economisti e banchieri annusano la ripresa e ora sono più ottimisti sul futuro e prevedono che a partire dall’autunno il mercato immobiliare potrebbe togliere il freno, grazie al piano casa. Guardando al passato, un rapporto di Confartigianato fotografa però, in tutta la sua drammaticità, la crisi profonda del mattone e in generale, del settore delle costruzioni.

Bastano pochi numeri per avere un quadro preciso ma critico: nel primo trimestre 2013 le compravendite immobiliari sono in flessione del 13,8% rispetto alla fine del 2012. La colpa è anche del costo dei mutui che, nonostante la diminuzione di 27 punti base registrata nell’ultimo anno, si confermano i più cari d’Europa con un tasso medio d’interesse, a maggio 2013, pari al 3,53%, superiore di 66 punti base rispetto al tasso del 2,87% dell’Area Euro. Segnali di difficoltà arrivano dal crollo del 37,4%, registrata tra il 2012 e il 2011, del numero di mutui e finanziamenti per acquisto di abitazioni. Nel complesso la quantità di mutui concessi alle famiglie per comprare casa è di 364,1 miliardi e a giugno di quest’anno è in flessione dello 0,8% su base mensile.

Una percentuale che è in controtendenza rispetto a quanto avviene nell’Eurozona dove, a giugno 2013, lo stock di mutui per abitazioni è in crescita dello 0,8% rispetto al mese precedente. Addirittura in Francia si segnala un aumento del 2,7% e in Germania del 2,1%. Fa peggio di noi la Spagna con un calo del 3,8%. Ma la ripresina in Europa fa ben sperare gli economisti perché potrebbe fare da traino in Italia e da settembre-ottobre il mercato immobiliare, complice l’Imu congelata e il piano casa del governo, potrebbe ripartire.

Anche le banche, soprattutto quelle più grandi (da Intesa Sanpaolo a Unicredit) dovrebbero ricominciare ad allargare i cordoni della borsa e a concedere prestiti per comprare casa a condizioni un po’ meno onerose.

Il problema della stretta del credito emerge chiaramente da una ricerca del Centro studi Unimpresa. Negli ultimi dodici mesi le banche hanno tagliato più di 50 miliardi di euro a imprese e famiglie, secondo lo studio. Inoltre per le aziende la riduzione dei finanziamenti è stata di 42,8 miliardi (-4,85%), mentre per i cittadini il calo ha raggiunto 8,5 miliardi (-1,3%). Sui mutui un punto davvero critico resta il caro-tassi: secondo i dati di Confartigianato, l’Italia è la peggiore in Europa. A fronte del nostro 3,53%, la Francia si ferma al 2,77% ( 76 punti in meno), persino la Spagna, vittima di una tremenda bolla immobiliare, è più bassa: 2,90%.

A livello territoriale, il totale dei mutui alle famiglie, l’80,8% si concentra nel Centro-Nord e il restante 19,2% nel Sud. Tra le regioni che usano il maggior volume di mutui è in testa la Lombardia, con il 24,5% del totale, seguita da Lazio (12,7%), Emilia Romagna e Veneto (entrambe 9,2%), Piemonte (7,8%). La situazione del settore impone interventi in più direzioni secondo il segretario generale di Confartigianato, Cesare Fumagalli. «Ben venga - sottolinea Fumagalli - il piano da 5 miliardi del governo per agevolare l’erogazione di mutui a famiglie e imprese. Ma senza dimenticare l’efficacia di misure come le detrazioni fiscali per le ristrutturazioni».

luca fornovo


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