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martedì 1 luglio 2014

Perché il Pos non funzionerà contro l'evasione

Da formiche.net


Perché l’obbligo di Pos non funziona contro l’evasione

30 - 06 - 2014Ranieri Razzante
Perché l'obbligo di Pos non funziona contro l'evasione

Come si fa ad obbligare all'utilizzo di moneta elettronica per pagamenti sopra i 30 euro se è consentito in Italia l'utilizzo libero di contante per importi entro i mille euro?

L’entrata in vigore oggi dell’obbligo di Pos per professionisti, imprenditori e artigiani non avrà alcun effetto positivo sul contrasto all’evasione fiscale. Non è pensabile che un obbligo, che finisce semmai per essere una grave limitazione alla libertà di impresa, porti il cittadino che voglia evadere il fisco o, peggio, riciclare denaro sporco, a desistere da tali scopi.

Vari sono gli errori di questo provvedimento, l’ennesimo partorito da un governo Monti dal quale, tanto per non dimenticarne le contraddizioni, ci portiamo anche il d. Lgs. 44 del 2012. Quest’ultimo prevede che cittadini extracomunitari possano pagare nei negozi fino a 15.000 euro contanti. Tocca che decidiamo finalmente come approcciare il sistema dei pagamenti, che vive di contraddizioni peraltro distorsive della concorrenza.

Una per tutte in questo decreto: come si fa ad obbligare all’utilizzo di moneta elettronica per pagamenti sopra i 30 euro se è consentito in Italia l’utilizzo libero di contante per importi entro i mille euro? E che farà colui al quale viene offerto uno “sconto” perché paga contanti, a fronte del prezzo pieno di un servizio se pagato con bancomat? Lo strumento di pagamento non incide sull’obbligo fiscale, dobbiamo capirlo una volta per tutte.

E’ questione di mentalità e controlli. Va poi ripensata la normativa tributaria, che consente ancora troppi patteggiamenti fiscali e molte scappatoie a chi non vuole pagare.

Ranieri Razzantepresidente AIRA (Associazione Italiana Responsabili Antiriciclaggio) 


mercoledì 14 maggio 2014

Eravamo a pochi giorni dal crack


LA STAMPA


Cultura


A pochi giorni

dal crack

Ma quale sovranità lesa? Una unione monetaria rende interdipendenti. Già i guai di uno Stato piccolo come la Grecia avevano recato gravi danni a tutti gli altri. L’Italia era forse troppo grande per poter essere salvata, in quell’estate-autunno del 2011. Minacciava di trascinare nel baratro tutta la cordata. Per questo era vitale che cambiasse strada.

La nostra economia è tre volte più grande rispetto a Irlanda, Grecia e Portogallo messi assieme. Lo stesso Silvio Berlusconi alla fine si persuase che un cambio di guida nel governo e un allargamento della maggioranza erano indispensabili. Altrimenti, perché il Popolo delle libertà avrebbe votato la fiducia al governo Monti, mischiando i propri voti a quelli del Partito democratico e dell’Udc?

Eravamo a pochi giorni dal crack, non per un complotto di pochi grandi speculatori, ma per una fuga di massa di risparmiatori anche piccoli e anche italiani. Dalla primavera dell’anno prima la Bce tentava di sostenere i Paesi deboli con acquisti dei loro titoli. Li interruppe quando pareva diventata una fatica di Sisifo, di fronte all’incapacità del nostro governo di tornare credibile.

Le rivelazioni dell’ex segretario al Tesoro americano servono casomai a rendere ancor più evidente ciò che manca alla costruzione europea. Così come in ogni comunità democratica la libertà di ogni cittadino non può estendersi fino a nuocere ad un altro cittadino, nell’area euro la sovranità di ogni Stato è di fatto limitata dal danno che indebolendo la moneta comune può portare agli altri Stati.

Il guaio è che non ci sono strumenti trasparenti per governare questa interdipendenza. Si arrivò così – apprendiamo adesso – a una maldestra richiesta al forte alleato americano perché aiutasse i governi europei a troncare un nodo che si sentivano incapaci di sciogliere da soli. Il dilemma però era reale: sostenere l’Italia rischiava di essere troppo oneroso perfino per la florida Germania; lasciar crollare l’Italia le avrebbe causato danni difficili da calcolare in anticipo.

Negli stessi giorni, la Grecia scoprì che, tenuta in piedi dagli aiuti altrui, non aveva più la sovranità per indire un referendum pro o contro l’euro. Data la nostra maggiore dimensione, il nostro caso era assai più grave. L’Italia, si disse allora, era troppo grande per essere lasciata fallire – too big to fail – eppure forse anche, appunto, too big to be saved.

Mario Draghi, da poco alla testa della Banca centrale europea, già allora pensava – ci dice Timothy Geithner – a quegli interventi di portata potenzialmente illimitata con cui poi, nell’estate del 2012, avviò la risoluzione della crisi. Ma la Germania e gli altri Paesi forti non avrebbero mai accettato l’«azzardo morale» ovvero il sostegno purchessia a governi incapaci di agire.

Vogliamo dimenticare che Silvio Berlusconi e il suo ministro dell’Economia Giulio Tremonti non si parlavano nemmeno più? Si doveva mettere in pericolo la stabilità finanziaria del mondo intero per salvare questo stato di cose? Per fortuna il cambiamento maturò all’interno del nostro Paese, e fu sanzionato, con la fiducia a Mario Monti da una larghissima maggioranza di eletti. Maturò anche in Grecia. In Irlanda e in Portogallo i governi erano già cambiati nella prima metà del 2011. Furono le politiche nuove a rendere possibile la successiva mossa di Draghi.

Non fu una bella pagina di storia, la gestione di quella crisi. Per evitare che si ripeta l’Europa, invece di innovare le sue istituzioni, ha preferito legarsi a regole di bilancio che comportano prezzi pesanti in materia di posti di lavoro e di crescita. Il voto del 25 maggio dovrebbe indicare una via diversa; per ora la campagna elettorale dà scarse speranze.

Stefano Lepri


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sabato 30 marzo 2013

L'ultimo (?) " regalo" di Monti e dei "tecnici"...

Da Il Fatto Quotidiano:

Il Governo, con i servizi di sicurezza, conoscerà i tuoi movimenti
di Fulvio Sarzana | 29 marzo 2013

L’ultimo regalo del Governo Monti che se ne va in “gloria” (si fa per dire).

Ma prima regala ai cittadini italiani un’ultima chicca.

La possibilità che i servizi di sicurezza italiani possano conoscere tutti i dati e le informazioni dei cittadini italiani connessi ad internet (e non solo).

Voi direte, non è possibile!

E invece sì.

È stato pubblicato infatti sulla “Gazzetta Ufficiale” del 19 marzo 2013 n. 66, il decreto del presidente del Consiglio dei ministri 24 gennaio 2013 “Direttiva recante indirizzi per la protezione cibernetica e la sicurezza informatica nazionale”.

Il decreto, controfirmato da mezzo Governo, tra cui anche il ministro della Giustizia, definisce “l’architettura istituzionale deputata alla tutela della sicurezza nazionale relativamente alle infrastrutture critiche materiali e immateriali, con particolare riguardo alla protezione cibernetica e alla sicurezza informatica nazionali, indicando a tal fine i compiti affidati a ciascuna componente ed i meccanismi e le procedure da seguire ai fini della riduzione della vulnerabilità, della prevenzione dei rischi, della risposta tempestiva alle aggressioni e del ripristino immediato della funzionalità dei sistemi in caso di crisi”.

E sin qui potrebbe anche andare bene, l’intento generale appare lodevole, proteggere i nostri sistemi informatici nazionali da aggressioni elettroniche.

Qualcosa però per il cittadino italiano non torna.

La norma prevede, tra le altre cose anche un principio assolutamente inedito per il nostro ordinamento.

L’art. 11 del decreto infatti obbliga gli operatori di telecomunicazioni e gli internet service provider, ma non solo, anche ad esempio a chi gestisce gli aeroporti, le dighe, i servizi energetici, i trasporti, a dare accesso ai servizi di sicurezza alle proprie banche dati, per finalità non meglio specificate “di sicurezza”.

In pratica gli operatori privati, ma anche le concessionarie pubbliche, dovranno spalancare le porte ai servizi di sicurezza sulle proprie banche dati, contenenti i nominativi dei cittadini italiani,e, si presume anche alle azioni compiute da questi ultimi, al di fuori di un intervento della Magistratura.

Tutti i cittadini saranno cosi a rischio schedatura, senza che su tale schedatura ci sia un sostanziale controllo da parte di alcuno.

Quello che appare precluso alla Magistratura, che deve adottare precise norme procedurali per avere determinate informazioni, viene concesso ai servizi di sicurezza.

Cosi, “all’impronta”.

E chi potrà valutare cosa debbano sapere i servizi su di noi o perché le ricerche siano state fatte?

Nessuno.

E la privacy?

“L’è morta” si potrebbe dire parafrasando la famosa canzone della resistenza (o militare, secondo alcuni).

Il cittadino comune infatti non troverà alcun riferimento nella norma al Garante privacy o, al codice della privacy, a qualcosa insomma in grado di fornire al cittadino un riparo da queste occhiate che potrebbero essere indiscrete.

Non resta che ringraziare il Governo uscente (se uscirà), di questo ulteriore potenziale vulnus alla libertà ed alla riservatezza dei cittadini italiani.



sabato 23 marzo 2013

Grillo, sei Dylan Dog o Ponzio Pilato?

Da Il Fatto Quotidiano un articolo di Fabrizio Tonello:
Cui aggiungiamo, in coda, il post di un lettore dedicato al colpo di mano del ministro Clini...

Mentre a Roma si discute se un gruppo di senatori della Lega, o addirittura del Pdl, potrebbe uscire dall’aula del Senato per abbassare il quorum e far nascere così un governo Bersani, molti dimenticano che un governo ce l’abbiamo. Un governo di zombi, visto che è dimissionario dal 21 dicembre scorso, cioè da più di tre mesi. E gli zombi, i morti che ritornano, sono in genere vendicativi e feroci nei confronti dei vivi, almeno quanto il senatore a vita Mario Monti lo è nei confronti degli italiani.
Ogni giorno che passa dobbiamo registrare una nuova catastrofe, come la vicenda dei due soldati italiani che hanno ucciso dei pescatori indiani, sono stati arrestati, poi riportati in Italia “per votare”, poi riconsegnati alle loro famiglie violando un impegno solenne preso dal governo e, infine, rimandati in India dopo che qualcuno di buon senso nelle segrete stanze ha fatto capire allo zombi-ministro-degli-esteri che gli italiani non sarebbero più stati accettati nelle istituzioni internazionali neppure come lavavetri se si stracciavano gli accordi in questo modo (come il Fatto aveva immediatamente scritto). Se ci teniamo come ministro Giulio Terzi ancora una settimana ci farà sicuramente entrare in guerra con l’Austria, la Slovenia, la Croazia, la Serbia, l’Albania, il Montenegro e, chissà, magari anche con la Svizzera.

Prendiamo un altro tecnico che non si rende conto della situazione: Francesco Profumo, lo zombi-ministro-dell’istruzione-dell’università-e-della-ricerca. A norma di Costituzione, i governi dimissionari sono in carica solo per gli affari correnti, cioè per garantire che gli stipendi vengano pagati e che se telefonano da Bruxelles ci sia qualcuno a rispondere. Tutto il resto è di competenza del governo che otterrà la fiducia delle due Camere dopo le elezioni.

E il nostro zombi cosa fa, invece? Prima straparla di ridurre la scuola superiore a quattro anni invece di cinque, come se questa fosse una riforma che si può decidere prendendo l’aperitivo in piazza Navona, poi addirittura si immagina che per entrare nella scuola superiore si possano fare i test d’ingresso: come ha scritto nel suo blog Marina Boscaino: “dalla scuola della Costituzione a quella della pre-selezione”. Che la funzione della scuola sia quella opposta, di combattere la disuguaglianza invece che di facilitarla, di permettere ai “privi di mezzi” di “raggiungere i gradi più alti degli studi” (art. 34) al nostro zombi è evidentemente ignoto. A chi avesse dubbi sulla deriva classista del sistema di istruzione italiano segnalo l’almanacco di Micromega sull’uguaglianza e, in particolare, il saggio di Michele Raitano sulle disuguaglianze fra generazioni.
Segue lo zombi-ministro-del-lavoro che, come ha scritto nel suo blog Alessandro Robecchi, ha prodotto “la peggior riforma del lavoro dai tempi di Ramsete II, perché la riforma Fornero ha avuto per i lavoratori precari italiani più o meno le stesse conseguenze del vaiolo sugli aztechi: una strage”.
Infine, lo Zombi-in-Chief Monti, che ha bloccato i pagamenti dello Stato alle imprese per oltre un anno (e ancora non li sblocca, nonostante le rassicuranti chiacchere di questi giorni su un decreto che rinvierebbe tutto al 2014) senza rendersi conto che, date le caratteristiche del tessuto industriale italiano formato in larga parte da microimprese familiari, una scelta del genere significava fare il deserto lì dove c’erano le fabbrichette che ci hanno finora evitato le sorti della Grecia.
Possiamo chiamare, per favore, Dylan Dog che ci liberi da questi mostri? Purtroppo, fino a oggi, Bersani e Grillo non sembrano rendersi conto che gli zombi divorano i vivi e che, se non si fa un governo subito, tra qualche settimana l’Italia sarà ridotta alle dimensioni della Città del Vaticano e con molti meno soldi in cassa di quanto ne abbia lo Ior. Il primo vuole continuare a governare con Monti e il secondo si chiama fuori. Caro Grillo, renditi conto che gli eroi come Dylan Dog intervengono quando c’è bisogno di loro. Gli altri, quelli che rifiutano di agire nel momento in cui c’è bisogno, passano alla storia come Ponzio Pilato.

Scrive Antonio:

Tonello, mi permetta di contestarle una grave mancanza: aver addirittura dimenticato il RE DEGLI ZOMBIE, cioè il ministro CLINI, il quale non ha, come Profumo, straparlato o immaginato. No, lui ha APPROVATO, 7 GIORNI PRIMA DELLE ELEZIONI, un Decreto Ministeriale che, nel consentire di incenerire rifiuti nei forni dei cementifici, costituisce uno sfregio permanente all'Ambiente (di cui è stato spregiudicatamente nominato ministro) e alla salute e alla vita dei cittadini, e nel contempo un regalo colossale alla potente lobby dei cementieri.

sabato 9 marzo 2013

Gente e Politici: Chi capisce chi...

... La chiusura dell'articolo di M.Brambilla su la Stampa di oggi:


"Il 5 febbraio, in una giornata intera passata in piazza Duomo a Milano, tutti ci dicevano: di quello che dice Grillo si capisce tutto; di quello che dice Berlusconi, quasi tutto; di quello che dice Monti, abbastanza; di quello che dice Bersani, niente. «Grillo, a giudicare da quel che si sente in giro, di voti ne prenderà tanti», era stata la conclusione. Anche di Renzi molti avevano pensato che avrebbe potuto essere il nuovo: ma sappiamo com’è andata a finire."

M. Brambilla

domenica 3 marzo 2013

Pensioni: in 15 anni bruciato un terzo del potere d'acquisto....

Da TUTTO SUL LAVORO MAGAZINE:


In 15 anni bruciato un terzo del potere d’acquisto




Quasi il 33% in meno. Ecco quanto ha perso una pensione in termini di potere d’acquisto tra il 1996 e il 2011. A denunciare questo crollo di oltre un terzo del valore è Spi-Cgil, cioè il Sindacato Pensionati Italiani, che nelle sue valutazioni prevede un ulteriore peggioramento nei prossimi anni a causa dello stop alle rivalutazioni annuali imposto dal Governo Monti con la Riforma Fornero. Un blocco che ha mediamente sottratto a 6 milioni di pensionati 1.135 euro in due anni.

Facendo qualche calcolo, un anziano che percepisce 1.200 euro netti, nel 2012 ha visto sparire 28 euro al mese dal proprio assegno e nel 2013 quei 28 diventeranno 60; un pensionato che invece ritira 1.400 euro netti ha perso, lo scorso anno, 37 euro al mese, mentre nel 2013 la somma persa sarà addirittura di 78 euro. Una tendenza al ribasso che, sempre nel periodo 1996-2011, ha portato l’ammontare di una pensione media a ridursi del 5,1%.

Se consideriamo poi che nell’anno in corso le tasse e le tariffe aumenteranno notevolmente, senza risparmiare i pensionati, le prospettive non sono delle migliori. In particolare, Spi-Cgil ha calcolato che tra balzelli e bollette i pensionati dovranno sostenere una spesa media totale di 2.064 euro pro-capite; il 20% in più in confronto a quanto pagato nel 2012. Andando poi nello specifico, per quanto riguarda le imposte, le varie addizionali regionali e comunali IRPEF, IMU e TARES preleveranno dai portafogli dei pensionati una media di 640 euro a testa (+12% rispetto al 2012); le tariffe per telefonia fissa, acqua, luce, gas e riscaldamento, determineranno invece una spesa media di 1.424 euro, senza contare il Canone Rai e l’incremento dell’IVA dal 22% al 23% a partire da luglio.

Con il blocco delle rivalutazioni, gli assegni pensionistici rischiano quindi di non garantire più il sostegno necessario a chi li percepisce. E anche se questo stop riguarda unicamente le pensioni superiori a tre volte la soglia minima (cioè fino a 1.405,05 euro), coloro che dal 1° gennaio 2013 hanno visto i propri importi adeguarsi al costo della vita non hanno riscontrato incrementi notevoli, considerato che si è trattato di un aumento del 3,1%. Lo stesso Segretario generale del Sindacato dei Pensionati, Carla Cantone, ha dichiarato che “occorre intervenire con urgenza per sostenere il potere d’acquisto delle pensioni, rimuovere l’odioso blocco della rivalutazione annuale, alleggerire il carico fiscale e rilanciare welfare e sanità”.

Laura Giulia Cerizza
Redazione Global Publishers



venerdì 1 marzo 2013

E adesso Monti dopo le pensioni vuole congelare gli stipendi...

da LA STAMPA

Italia
Dipendenti pubblici: stipendi congelati

Un decreto ministeriale li blocca per 2 anni

Blocco dei contratti e stipendi congelati fino al 2014 per gli oltre 3 milioni di dipendenti pubblici, inoltre stop agli scatti si anzianità per il personale della scuola: lo stabilisce un decreto ministeriale (Economia e Funzione Pubblica) che approderà sul tavolo del prossimo consiglio dei ministri. Immediata la reazione dei sindacati che parlano di provvedimento «inaccettabile e inopportuno» che mirerebbe a colpire nuovamente la categoria. Per la segretaria generale dell’Fp-Cgil, Rossana Dettori, un decreto approvato dal Governo Monti a urne chiuse è una forzatura ai danni dei lavoratori delle pubbliche amministrazioni».