ebook di Fulvio Romano

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giovedì 26 ottobre 2017

L’onda lunga del debito mai corretto

LA STAMPA

Cultura


Si annuncia una campagna elettorale ignara del peso immenso del debito pubblico. Dato che l’età media dei cittadini cresce, l’argomento preferito da tutti i partiti sono le pensioni. Dei giovani si parla poco, benché i dati mostrino che a soffrire di più negli ultimi anni sono stati soprattutto loro.

Già il buon senso fa apparire bizzarro che ieri la Corte Costituzionale si sia di nuovo espressa sull’adeguamento delle pensioni al costo della vita, sia pure per giudicare corretta la formula a scaglioni reintrodotta dal governo Renzi due anni fa.

Quando tutto un Paese diventa più povero (il potere d’acquisto per persona era nel 2016 del 10% inferiore al 2007) è difficile evitare che anche i pensionati, un quarto abbondante degli italiani, perdano qualcosa. Così pure sembra ragionevole che, con la durata della vita che si allunga, si vada a riposo un pochino più tardi.

Non sia mai. Si convertono anche politici ieri fautori dell’austerità. Il Pd comincia a smarcarsi dal governo. Circola l’affermazione falsa che in Italia si debba lavorare più a lungo che in tutti gli altri Paesi d’Europa. È vero invece che c’è un ampio divario tra l’età legale, prossima ai 67 anni, e quella effettiva media, negli ultimi dati disponibili attorno ai 62 per entrambi i sessi.

Questo comporta casomai un problema di uguaglianza tra cittadini. Trattamenti speciali, esenzioni, provvedimenti ad hoc, normative transitorie consentono ai più di lasciare in anticipo. Coloro che sono costretti ad attendere l’età legale senza scappatoie sono una minoranza di sfavoriti.

Un paradosso è che gli uomini andavano in pensione più tardi di oggi (tra i 63 e i 64) negli Anni 70, quando la loro vita durava in media una decina di anni in meno rispetto a quanto possono sperare i loro coetanei attuali. Per giunta, c’erano in proporzione molti più giovani a versare contributi.

Dato che la spesa previdenziale ammonta a un terzo del bilancio dello Stato, ciò che si decide sulle pensioni influenza moltissimo la sostenibilità del nostro debito pubblico. Va ripetuto che le colpe del debito le hanno i governi passati - 1981-92 e 2000-2004 i periodi peggiori - ma necessariamente chiunque guidi il Paese oggi ha margini di manovra limitati.

Un allentamento delle regole pensionistiche ha costi contenuti all’inizio, rapidamente crescenti nel tempo. Farebbe calare la fiducia nei titoli di Stato italiani proprio quando la Banca centrale europea annuncia - oggi pomeriggio - che ne ridurrà gli acquisti a partire dal gennaio 2018, con la conseguenza di un aumento dei tassi.

Certe promesse erano già ardue da sostenere nei tre anni di costo del debito ultra-basso finora garantiti al Tesoro dalle scelte di Mario Draghi. D’ora in poi divengono incaute. Inoltre nei momenti in cui l’economia va bene, come ora, occorre metter da parte risorse per i momenti brutti (una delle ipotesi correnti è che gli Usa vadano in recessione entro 1-2 anni).

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Stefano Lepri


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mercoledì 6 maggio 2015

Anche il balbettante Mentana...

Anche il balbettante Mentana, che mai ci ha detto quanto prende e ha preso per "informarci", si schiera contro i pensionati saltando a sua volta sul carro del fiorentino dopo essere saltato a suo tempo sul carro di Berlusconi: invece di indignarsi perché la Fornero ( horribile visu) ha bloccato a suo tempo le pensioni di 1460 euro LORDI , invoca per i pensionati tutti il sistema contributivo... Invece di indignarsi che in pochi anni i pensionati hanno perso miliardi di euro si fa bello col ducetto fiorentino... Dimenticando che il suo stipendio e quello dei suoi  politici non è stato toccato... Tra qualche settimana si scandalizzerà ( e con lui tutte le anime belle, compresa quella dell'ormai insopportabilmente rifatta Lilli) per la caterva di voti che prenderà Salvini... Ma mi faccia il piacere..!!!

mercoledì 18 giugno 2014

Troppi appetiti sulle pensioni (W. Passerini)

LA STAMPAweb

Cultura

troppi appetiti

sulle pensioni

Per alcuni sono solo un oggetto del desiderio, per altri un colpo basso, per tutti il rischio di un disastroso contributo al debito previdenziale. Le pensioni sono un’aspirazione e una condanna. Quello che oggi va evitato è l’assalto alla diligenza, cioè alle casse dello Stato, e la vecchia pratica dei prepensionamenti. La tavola è grande, la tovaglia è corta. La mensa degli esodi anticipati nella pubblica amministrazione, prevista dal decreto del ministro Maria Anna Madia, ha molti commensali, con appetiti diversi, e mette a nudo la fragilità del sistema, che non può reggere più solo dal lato delle uscite per decorrenza dei termini, ma dipende sempre più dalle entrate di nuovo personale contributore, oggi sempre più scarse.

Da un angolo si alzano pesanti critiche alla cancellazione dei cosiddetti trattenimenti in servizio, da parte di dirigenti, quadri, magistrati, costretti ad andarsene a 70 anni e non più a 75 (“Dopo di noi il diluvio”, dicono); dall’altro, cresce lo sconcerto per la norma che permette alle amministrazioni di lasciare a casa tutti i dipendenti che hanno raggiunto la contribuzione piena: si parla di almeno 60mila persone in un triennio; un sollievo per la spesa in stipendi, un ulteriore carico per il sistema pensionistico. Le stime più accreditate fotografano 250 mila dipendenti pubblici con più di 60 anni potenzialmente interessati, tanti, anche se meno del 10%. Molta attesa nasce all’altro capo del tavolo dall’introduzione, prevista nel disegno di legge delega che ha tempi più lunghi, di un nuovo strumento sul quale nutre grande fiducia il ministro. E’ la cosiddetta staffetta generazionale, così congegnata: introduzione del part time per i dipendenti pubblici vicini alla pensione (cinque anni), con riduzione del 50% dello stipendio ma con la garanzia del 100% dei contributi. Chi li paga? Il paradosso è che lo Stato otterrebbe un risparmio della metà degli stipendi, che sarebbe vanificato dalla garanzia della contribuzione piena pubblica. Secondo un’autorevole stima, se aderissero al part time 50 mila dipendenti, con una retribuzione media stimabile in 40 mila euro l’anno, si avrebbe un aggravio per lo Stato di un paio di miliardi, grosso modo quanto si risparmierebbe con l’ingresso di 15 mila giovani in sostituzione di dipendenti più anziani, più costosi e meno produttivi. Insomma, il rischio della tela di Penelope.

Senza contare, al di là dei costi, l’effetto domino che avrebbe l’introduzione dei prepensionamenti con scivolo nel pubblico, mentre il privato piange. Sarà esemplare e simbolica la conclusione della vicenda Alitalia nella quale, avendo escluse cassa integrazione e mobilità, resterebbe aperto per circa 2500 dipendenti l’esodo incentivato: a carico di chi? Per banche e assicurazioni venne escogitato il Fondo esuberi a carico parziale delle aziende, a differenza di ciò che successe per meccanica, energia, carta, porti, ecc. Vanno trovate nuove risorse, mentre bruciano ancora le storie di oltre 300 mila esodati, secondo il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, un vero dramma umano: «In termini di urgenza abbiamo davanti gli esodati, il fatto cioè che ci sono persone in età avanzata che perdono il lavoro e, nonostante gli ammortizzatori sociali, cassa integrazione, mobilità, non arrivano al pensionamento». I 160 mila finora salvaguardati ci costano 12 miliardi da qui al 2020. Il puzzle non funziona più e non riesce a trovare nuove forme. Eppure tutti sanno che le nubi sul futuro previdenziale segnano pioggia. I giovani hanno sempre più di frequente contratti intermittenti, che impediscono loro di costruire una pensione dignitosa. Quelli che optano per il contributivo (vedi le donne con 57 anni e 35 di contributi) perdono almeno un quarto dell’assegno. A stipendi bassi corrispondono pensioni basse che, ci dicono gli scenaristi, dovranno essere integrate dallo Stato. E non tranquillizza la situazione dell’Inps, che ha mangiato l’Inpdap, un boccone pesante che ha portato il deficit strutturale a 24 miliardi. L’importante per un governo non è mandare avanti i funamboli della contabilità, che spostano le pedine più in là e non risolvono i problemi. Occorre lanciare una battaglia di emergenza per l’occupazione, mettendo sul tavolo la verità.

Walter Passerini


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giovedì 3 aprile 2014

Vertice Renzi - Padoan: nessun taglio alle pensioni

da LA STAMPA

Il governo accelera: martedì il Def
Vertice fiume tra Renzi e Padoan
Non ci saranno tagli alle pensioni

Prevista una sforbiciata sulla Sanità. Il premier sul 3%: rispettiamo le regole
ANSA
Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e il Presidente del Consiglio Matteo Renzi

ROMA
Nessun intervento sulle pensioni, nemmeno su quelle cosiddette d’oro, considerando che - visto l’esiguo numero - le entrate dello Stato ne gioverebbero ben poco. Sforbiciata invece alle spese della sanità, soprattutto per quanto riguarda gli acquisti ospedalieri. I tempi stringono per la definizione delle coperture del taglio dell’Irpef e la spending review, rivista e corretta rispetto alla proposta iniziale del commissario Carlo Cottarelli, sta gradualmente prendendo forma. A partire da un netto ridimensionamento dei centri di costo della pubblica amministrazione, che da migliaia diventeranno centinaia, o anche qualcuno di meno, con un risparmio quest’anno di 800 milioni di euro. 

mercoledì 2 aprile 2014

Pensioni: per Cottarelli e Madia (sic) previdenza è una parolaccia? Se questi sono il nuovo, meglio il vecchio...

I blog de IlFattoQuotidiano.


Pensioni: per Cottarelli e Madia previdenza è una parolaccia?

Non so se a infastidire di più siano l’arroganza con la quale questo Governo e i suoi consulenti trattano la materia delle pensioni oppure la implicita visione distruttiva della previdenza che le loro parole e i loro silenzi esplicitano.

Da giorni ormai rimbalzano tra il commissario Cottarelli e rappresentanti del Governo voci di ulteriori prelievi sulle pensioni e le smentite sono di solito peggiori delle prospettive di tagli; Renzi nello smentire ha sentito il dovere di precisare che non sono all’esame tagli sulle pensioni da 2-3 mila euro, il che significa che chi ha un netto mensile sopra a 1.500 – 2.000 euro può continuare a preoccuparsi. Ieri la ministra Madia ha dichiarato di avere proposto da parlamentare che lo stato trattenga il 50% delle pensioni a coloro che continuino un’attività lavorativa dopo avere conseguito la pensione.

L’arroganza è insita nell’approccio quantitativo che rifiuta testardamente di ragionare sulla variopinta galassia delle pensioni per distinguere tra assistenza necessaria o assistenza clientelare e tra previdenza generosa (pensioni superiori ai contributi) o penalizzata (pensioni inferiori ai contributi). È arrogante chi taglia corto, vuoi per ignoranza o per pigrizia, classifica tutte le pensioni come benefici usurpati e come tali le ritiene soggette alla discrezionalità del Governante, il quale può decidere se mantenere la sua benevolenza assistenziale oppure graduarla in funzione delle necessità dello Stato o magari dell’umore col quale si sveglia al mattino. L’arroganza è infine nell’arroganza di ministri e consulenti, i pensionati sono come il popolo del Re Sole ai quali essi, da monarchi, regalano pane oppure lo negano.

Peggio ancora dell’arroganza preoccupa il fatto che quella visione feudale che ministri e dotti consulenti mostrano ha alla radice una visione dello Stato nel quale la previdenza non è prevista; l’avere accantonato contributi per 35-40 anni e oltre e ricevere pensioni inferiori a quanto dovrebbero (è il caso di parecchie delle pensioni elevate dei lavoratori dipendenti del privato) non è considerata opera lungimirante, di respiro sociale e da incoraggiare quotidianamente, bensì una prassi da vessare ad arbitrio con prelievi temporanei o, peggio, definitivi, quale la de-indicizzazione che non chiede un contributo una tantum ma taglia di fatto per tutta la vita, mettendo a nudo le vere intenzioni dei governanti: altro che sacrifici temporanei motivati dalla situazione di crisi, si tratta piuttosto di un attacco strutturale e ben organizzato al concetto stesso di previdenza.

Nella visione sociale di questi ministri e consulenti la pensione non è il risultato di un contratto siglato 40 anni prima e che prevede che lo Stato restituisca tutti i contributi sotto forma di vitalizio, senza se e senza ma, indipendentemente dalla sua entità e dal fatto che il pensionato continui a lavorare oppure si faccia pagare la sua pensione in qualche paradiso caraibico dove riposi tutto l’anno. Per questi apprendisti stregoni, al centro del rapporto stato/cittadino in materia di pensioni c’è il concetto di assistenza: lo Stato incamera tutto e poi re-distribuisce a propria discrezione; triste, che nel 2014 ancora si vedano i cittadini come una massa di persone da assistere o meno a discrezione dello Stato e ci si rifiuti di rispettare e riconoscere l’importanza sociale dei sistemi previdenziali a natura assicurativa, triste e storicamente superato.

pensionati con assegni elevati, ma anche quelli con assegni dignitosi non hanno remora alcuna a dare il proprio contributo in un momento di crisi ma sono anche offesi dagli approcci alla Cottarelli o alla Madia; sono stufi innanzitutto di essere dipinti come sanguisughe che succhiano la linfa della nazione o come egoisti che solo a sé stessi vogliono pensare in un periodo di crisi; non sono affatto restii a contribuire in questa fase di sacrifici, ma vorrebbero semplicemente che i sacrifici fossero richiesti in misura uguale a tutti i percettori di medesimo reddito e non ai soli pensionati in maniera arbitraria e discriminatoria, trattandoli come assistiti cronici quali non si sentono e non sono. Si potrebbe cominciare magari dalla retribuzione di Cottarelli che sembra avere ben più capienza per la solidarietà che non le pensioni da 90.000 € annui, o dalle retribuzioni dei ministri.

Ancora una volta, la via per una solidarietà equa e non imposta con arroganza passa solamente da una tassazione più alta di tutti i redditi elevati (auspicabilmente temporanea), tramite l’incremento dell’ultima aliquota fiscale oppure, volendo rimanere confinati al sistema pensionistico, da un ricalcolo serio e dettagliato degli assegni con il sistema contributivo, come peraltro già proposto seriamente dagli economisti de Lavoce.info o dall’Unione Nazionale Pensionati, a cui far seguire interventi razionali e mirati in maniera progressiva in modo da salvaguardare le pensioni particolarmente basse.

Messo in atto uno degli interventi o meglio entrambi, oltre a conseguire i risultati necessari in termini di contribuzione solidale e di equità previdenziale, si toglierebbero dal tavolo sia il dubbio che i pensionati non vogliano contribuire, sia interventi torbidi quali la de-indicizzazione, sia l’opportunità ai Cottarelli e Madia di turno di sparare nel mucchio. Vuoi per ignoranza della realtà previdenziale o, peggio, per volontà di destabilizzare alla base i criteri fondanti della previdenza per sostituirli con un’assistenza sempre più diffusa. In realtà si scoraggiano l’assistenzialismo professionale e l’insediamento di sistemi previdenziali autonomi e realizzare nell’immediato una profonda iniquità sia nell’ambito della capacità contributiva dei cittadini (tartassati i pensionati, lasciati tranquilli gli altri) che in quella previdenziale, penalizzando insieme ai vitalizi generosi anche quelli già abbondantemente penalizzati in partenza.

Se Cottarelli e Madia rappresentano il nuovo che avanza per la “svolta buona”, meglio tornare subito indietro.

martedì 18 marzo 2014

Marianna va alla guerra. Tetto al cumulo pensione-reddito

LA STAMPAweb

Economia

marianna madia

“Subito il tetto al cumulo

redditi-pensioni d’oro”

Il ministro: si parte dal livello più alto, ma scenderemo ancora

Nei primi venti giorni da ministro ha scelto di non intervenire nel dibattito, anche quando è stata tirata in ballo per la sua gravidanza, rinviando il momento di dire la sua ai primi atti esecutivi del suo ministero. Così, ieri, dopo aver firmato una circolare che dà attuazione a una norma del precedente governo per cui i lavoratori pubblici non possono cumulare lavoro e pensione oltre 311 mila euro (lo stipendio del primo presidente di Cassazione), il ministro della Pubblica amministrazione e la Semplificazione, Marianna Madia, ha deciso di raccontare cosa sta facendo. Partendo da un dato: che il suo primo atto sia questo, non è per niente casuale.

Perché ha voluto questo come suo primo atto da ministro? «E’ una scelta politica, per segnalare una priorità: l’attenzione all’equità sociale e al tema di un’intera generazione esclusa. In un’epoca in cui oltre il 40% dei giovani non trova lavoro, un milione e mezzo di persone, tra pubblico e privato, cumula lavoro e pensione. Capisco chi ha pensioni basse, ma ritengo non sia etico quando il cumulo porta a soglie di reddito molto alte». Il tetto di 311 mila euro è comunque molto alto… «Io sarei d’accordo ad abbassarlo. E il premier ha già detto che non hanno senso, nel pubblico, redditi superiori a quello del presidente della Repubblica. Ora la circolare, che il precedente ministro non aveva ancora voluto fare, rende operativa una norma, questo non significa che non si possa intervenire successivamente». La norma vale però solo per i dipendenti pubblici… «Per i dipendenti privati non si può intervenire sul reddito da lavoro, ma da deputata avevo presentato una proposta per agire sulle pensioni: chi percepisce una pensione oltre 6 volte la minima e continua a lavorare, deve lasciare metà pensione allo Stato. È una proposta che non impegna il governo. Ma bisogna affrontare il tema». Intanto, anche il suo ministero dovrà mettere mano alla spending review… «Mi impegno a portare avanti il piano di Cottarelli, ma credo che la spending review debba andare di pari passo a una visione. Immagino una razionalizzazione che porti a rimuovere blocchi, a riportare dinamicità e nuove energie nella Pubblica amministrazione». Come farà? Molti prima di lei si sono scontrati con forti resistenze… «Mi sento forte del fatto che questa è una delle priorità della nostra squadra di governo». Per aprile è annunciata la riforma della P.a: a che punto siete? «Ci stiamo lavorando, a breve andrò in Parlamento a dare le linee programmatiche, che toccheranno vari aspetti. Di certo, la riforma conterrà il tema dell’accesso alla dirigenza, perché è importante ripartire dall’alto e non dal basso. E credo non abbia senso che i dirigenti restino inamovibili nello stesso posto fino a fine carriera». A proposito di dirigenti, toccano a lei nomine importanti…«Come il presidente dell’Istat e i 4 membri dell’Anticorruzione: dobbiamo ancora definire le modalità, ma la mia intenzione è di richiedere autocandidature per dare trasparenza a processi che finora non l’hanno avuta. Con l’invio del curriculum, ma soprattutto vorrei che chi si candida descrivesse il progetto che ha in mente per quella particolare posizione». Sta partendo il Jobs Act di cui anche lei s’è occupata, già ci sono critiche dei sindacati… «C’è un tema di rilancio dell’economia a cui si lega il desiderio di tutti di aumentare i contratti a tempo indeterminato. Nel frattempo, le scelte di Poletti vanno nella direzione giusta, anche valorizzando la maggior parte del lavoro della segreteria del Pd, e possono comunque essere migliorate nei tecnicismi in Parlamento». Un’ultima cosa: ha letto che c’è chi ritiene inopportuna la nomina di un ministro incinta? «So di essere in un momento di maggiore debolezza fisica, anch’io mi sono posta il problema. Ma fa parte dei rischi che si è assunto questo governo: se metti in gioco dei 30enni, può capitare che ci sia pure una donna incinta. Certo se avessimo continuato come sempre a nominare dei 60enni, il tema non si sarebbe posto…»

francesca schianchi


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giovedì 13 marzo 2014

Del Rio: stiamo affinando l'ipotesi di tagliare le pensioni di 2000 euro....

A giorni lo faremo, dice Del Rio ad Agorà... 
Commento: Renzi non aumenta le pensioni basse ( la detassazione prevista per chi lavora non vale per chi è in pensione) e taglia quelle da duemila euro... Ecco il primo passo per realizzare ciò che da tempo dice e che la stampa fa finta di non sentire: azzerare pian pianino le pensioni, con l'inflazione quando ci sarà, con i tagli progressivi, con il blocco già fatto da Fornero.
Stupisce la garrula soddisfazione della Camusso... Anche lei affascinata dal venditore tv di "sinistra"?
(Ps: dopo lo show di ieri del berluschino de gauche rimpiangiamo persino le soporifere relazioni di Aldo Moro)

lunedì 16 dicembre 2013

Paolo Mieli: l'inizio della fine quando cominceranno a "parlare" di pensioni...

...per tagliarle, naturalmente. Come avvenuto con la Fornero, quando la fase uno non fu seguita dalla fase due, e solo le pensioni furono bloccate.  Lo sta ripetendo da qualche giorno e lo ha detto stasera a Piazza Pulita. Mieli è l'unico di tutti i giornalisti a rivelare da un lato che tutti i politici (Renzi per primo) si apprestano a mettere mano al bancomat delle pensioni e il primo anche a denunciare che questo assalto alla diligenza sarebbe l'inizio della catastrofe... Perché i forconi non sarebbero più solo tali e sarebbe la volta del crollo dell'economia.
Vedrete che dopo tutte le belle parole di Renzi ( ed anche di Grillo e di B., perché  ormai i tre si assomigliano) sui tagli, leggi, ecc. l'unica "riforma" che cercheranno di far passare sarà quella delle pensioni. Riforma? Tagli, blocchi, ma non di quelle d'oro, di quelle medio basse, di quelli che pagano, unici praticamente in Italia, le tasse... Altro che Riforma...! E vedrete anche che la spesa pubblica,voragine aperta dai partiti a partire dalla Lega del trota, che le spese per la penta milionata che in Italia vive di politica e appesa alle nostre mammelle, non saranno toccate, con soltanto qualche ritocco di belletto superficiale, tanto per ingannare il popolino. 
Bisogna riflettere sul fatto che l'operazione Renzi è stata geniale , grazie soprattutto alla nullità dei dirigenti PD e dei suoi concorrenti. Tutta la stampa lo sta facendo passare come il nuovo, il riformatore, quello che mette più donne che uomini negli organismi, che vuole le unioni dei gay etc. etc. E nascondono il suo programma economico e sulle pensioni, che c'è, eccome c'è... Ci sono alternative? Grillo è, se possibile, ancora peggio, piccolo cesare come B. E voglioso di buttare via il bambino insieme all'acqua sporca. di B. Non parliamo neppure... 
Per fortuna - si fa per dire- abbiamo il grillo parlante di Eataly.  il Farinetti-so-tutto e adesso-vi-spiego tutto. Lui di pensioni non parla , ci mancherebbe, ha imparato da Renzi. Quando avrà contribuito a impoverire i pensionati, i loro figli e i loro nipoti, anche Eataly gli andrà in vacca.

venerdì 6 dicembre 2013

Sentito Cuperlo a La 7: è preparato, serio, capisce di economia e dipolitica...

E quindi, in questi tempi di sbruffoni, perderà

È incredibile come oggi i mass media possano nascondere la verità, in politica e non solo... Da mesi Renzi, il toscano, ci viene ostentato come il nuovo, il giovane , il rivoluzionario ... In realtà, come si è visto bene da Santoro è uno che da usare bene i media, che ripete a noia i soliti slogan imparati a memoria e dietro il quale in realtà c'è gente come il Serra finanziere (che alla Leopolda ha detto impunemente che la rovina dell'Italia sono i pensionati che - dopo aver lavorato per 40 anni pagando i contributi - sono andati in pensione col sistema retributivo!). Mi ha stupito come Cacciari non abbia zittito il Pieraccioni del PD forse perché avrà pensato: meglio che niente! E in effetti in molti abbiamo guardato a Renzi ai tempi di Bersani come ad un'ancora di salvezza. Ma perché c'era Bersani... (mi piacerebbe leggere la sua tesi di Filosofia...!?). Adesso, man mano che i mass media sono costretti a sussurrare le tesi nascoste  del sindaco toscano emerge invece come sia in effetti uno che con la sinistra ha a che fare come i cavoli a merenda... anche perchè,  a parte le sue posizioni sulle pensioni che vuole distruggere ( il suo esperto economico lo teorizza) sembra in mano di qualche nuovo apparato che si è formato...
Una sorpresa invece il triestino Cuperlo. Non lo favoriscono la voce un po'chioccia, il ciuffo incollato sulla fronte, la buona educazione che gli impedisce di dar sulla voce e soprattutto non lo favorisce l'appoggio mortifero di D'Alema e di Napolitano, ma è l'unico forse preparato, serio, che crede veramente in ciò che dice... Per questo probabilmente perderà...
Ma se siete pensionati o sperate di diventarlo, vi viene voglia di andare a votarlo...

lunedì 25 novembre 2013

L'unica mission di Letta e del Coccarelli d'oro (800 mila euro): tagliare le pensioni di argento e bronzo!

Il premier Letta che come si sa non possiede nulla (ha avuto lui la faccia di bronzo di dirlo in tv confidando anzi che, poverino, mette tutto per pagare il mutuo della casa ) ha affidato al Coccarelli-ridens un unico compito, un'unica mission: tagliare le pensioni medio-basse, facendo finta di colpire quelle d'oro. Risibili i suoi futuribili progetti di tagliare i veri costi della politica (che non sono solo quelli dei lautissimi emolumenti parlamentari), altrettanto come quelli elettorali... La delega che ha avuto è quella di intervenire con l'avallo della sinistra e destra "storiche" sulle pensioni.

Sarebbe ora (visto che nel paese non c'è nessuno che sulle pensioni faccia un discorso serio, che eviti i populismi sia di destra che di sinistra o ancor più quelli del Grillo), che ci si organizzasse come pensionati per almeno chiarire: 
1) che non siamo noi, piccoli, ad aver mandato in rovina il paese 
2) che i contributi li abbiamo pagati mentre intere categorie (a partire dai contadini della coldiretti e della lega e della dc) non hanno pagato un tubo
 3) che è vergognosa la linea politica in auge ormai da anni ed alimentata oggi un po' da tutti di cissare i giovani contro di noi, i nipoti contro i nonni, i figli contro i padri (tra di noi una minoranza ha fatto quella politica o fa parte della milionata che vive di politica)
4) che non ci lasceremo tagliare impunemente la nostra ultima e finale fonte di reddito. Insomma sarebbe l'ora di fare un VERO partito dei pensionati-nonni in difesa della propria dignità, sia morale che sociale ed economica.

mercoledì 20 novembre 2013

Mentre da noi Renzi le vuol tagliare, la Spagna rivaluta le pensioni...

ECONOMIA La reforma de la Seguridad Social contemplaba el IPC más un 0,25%

Las pensiones podrán revalorizarse en tiempos de bonanza la inflación más un 0,5%

ps: Madrid prepara la tenuta delle pensioni sull'inflazione. Renzi progetta, cinicamente, l'annullamento delle pensioni proprio con l'inflazione (oltre a eliminarnela reversibilità)...

El Gobierno ha decidido elevar el tope máximo de revalorización de las pensiones en tiempos de bonanza económica al IPC más el 0,5%, frente a la inflación más el 0,25% que figuraba hasta ahora en el proyecto de Ley de reforma de las pensiones.

Este cambio no afecta al tope mínimo fijado en la nueva fórmula de revalorización anual de las pensiones, que permanecerá en un incremento del 0,25%.

Este cambio es resultado de una enmienda transaccionada con UPyD, en el marco de la aprobación del proyecto de Ley este miércoles en la Comisión de Empleo y Seguridad Social del Congreso de los Diputados.

En este sentido, fuentes del Ministerio de Empleo han señalado que, de no introducirse esta modificación en este trámite, con seguridad se hará cuando el proyecto de Ley sea remitido al Senado.

Desde Empleo señalan que la razón de esta enmienda es "reforzar el compromiso con el mantenimiento del poder adquisitivo de las pensiones".

mercoledì 21 agosto 2013

Il governo per colpire le pensioni d'oro vuol tagliare quelle d'argento e di bronzo...!

Pensioni, il governo pensa a un contributo per quelle d'oro. Ma rischia di colpire la classe media

L'Huffington Post  |  Di 
Pubblicato:   |  Aggiornato: 21/08/2013 15:33 CEST

Il governo pensa a un contributo per le pensioni d'oro, ma a pagare potrebbero essere - per restare nella metafora agonistica - anche argento e bronzo. Intervistato a Radio Anch'io il sottosegretario al Lavoro Carlo Dell'Aringa ha spiegato che nell'agenda dell'esecutivo c'è un "contributo di solidarietà" per gli assegni maggiori. Sulle modalità però, Dell'Aringa ha avanzato due ipotesi. "La prima è di rendere strutturale il blocco delle perequazioni delle pensioni più alte", ha spiegato. "Già ora temporaneamente non sono indicizzate al costo della vita, è una misura d'emergenza che potrebbe essere resta strutturale per le pensioni più alte, progressivamente, per arrivare fino alle pensioni altissime che potrebbero rimanere ferme in termini nominali e non più aumentate. Misura minimale ma che nel medio periodo produce comunque effetti notevoli".

La norma citata dal sottosegretario è inclusa nella legge "Salva Italia" varata da Monti nel 2011, e ha bloccato l'adeguamento al costo della vita per tutti gli assegni superiori a 1486 euro lordi (tre volte la cosiddetta "minima") fino a fine 2013. Misura temporanea che ora il governo potrebbe rendere appunto permanente, dirottando le risorse verso le pensioni più basse.

Difficile però parlare di vere e proprie pensioni d'oro, visto che al netto delle imposte, si tratta di importi - circa 1200 euro al mese - più da classe media che da casta pensionistica privilegiata. Circa sei milioni di persone, secondo i calcoli della Cgil.

Che l'intervento sia destinato a colpire non soltanto quindi le pensioni molto alte lo ha di fatto puntualizzato anche lo stesso ministro del Lavoro Enrico Giovannini oggi al meeting di Comunione e Liberazione oggi a Rimini. "È fondamentale stabilire dove fissare l'asticella", da quale livello si definiscono d'oro, ha spiegato Giovannini aggiungendo che se per pensioni d'oro si intendono quelle da 20 mila euro al mese a salire le risorse che si possono ricavare per redistribuirle sono "molto limitate". Quindi l'ammissione: "È un tema complicato", perché per interventi che possano effettivamente avere un impatto bisogna scendere "dalle pensioni d'oro a quelle d'argento e forse oltre".

Ma questa ipotesi perequativa non è l'unica allo studio del governo. L'altra ricalca quella avanzata tra gli altri da Giuliano Amato a fine luglio sul Sole 24 ore che prevedrebbe l'istituzione di un fondo in cui far convergere le risorse ricavate da un taglio agli assegni più alti. Una strada però di non semplice percorribilità, sul piano strettamente giuridico. "Per incidere sull'ammontare attuale serve un contributo di solidarietà che non venga bocciato dalla Corte Costituzionale come 'tassa' - ha spiegato il sottosegretario - serve dunque un meccanismo di carattere perequativo per togliere a chi ha di più e dare a chi ha di meno. Stiamo lavorando - ha proseguito Dell'Aringa - per verificare la differenza nelle pensioni alte tra quanto percepito sulla base del più favorevole sistema retributivo e quella che sarebbe stata se si fosse applicato il contributivo: si può ridurre la pensione di una parte di quella differenza e utilizzare il gettito per alimentare le pensioni più basse"


lunedì 12 agosto 2013

Pensione dipendenti pubblici: 200 mila esodi volontari per over 57 ...

Pensione dipendenti pubblici: 200 mila esodi volontari in un piano del governo

Messaggero  |  Pubblicato:   |  Aggiornato: 12/08/2013 08:51 CEST


Tagliare 200 mila posti nel pubblico impiego. E raccogliere circa 2 miliardi di euro. Sarebbe questo il piano del governo Letta, secondo un articolo pubblicato sul Messaggero. Non si tratterebbe di licenziamenti, ma di prepensionamenti per gli over 57.

Duecentomila. Anche se il numero esatto non è stato ancora individuato, semplicemente perché manca ancora una verifica generale delle piante organiche. Ma è questo l'ordine di grandezza sul quale stanno lavorando discretamente i tecnici del ministero del lavoro insieme a quelli del Tesoro e della Funzione Pubblica. Un numero intorno al quale, il condizionale è d'obbligo,dovrebbe scattare la riduzione degli addetti alla macchina statale. Un taglio incisivo che, qualora andasse in porto, andrà a incidere profondamente su una platea di oltre tre milioni di quadri, operai e impiegati. E che avrà una durata almeno di 3 anni.

Attenzione, nelle ipotesi allo studio non è previsto nessun licenziamento, ma esodi (non agevolati) per i dipendenti over 57 che attualmente sono condannati (si fa per dire) a restare al lavoro per gli effetti della riforma previdenziale di Elsa Fornero che allunga i tempi di pensionamento. Dipendenti che comunque hanno un costo rilevante per le casse dello Stato.

Il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, ha già avviato informalmente i primi sondaggi con le organizzazioni sindacali per valutare l'impatto sociale dell'operazione. E per capire se andare avanti o no.Perché c'è chi - è scontato - punterà i piedi sottolineando come, negli ultimi anni, i dipendenti pubblici abbiano visto decurtate le loro retribuzioni, causa il blocco dei contratti. E c'è chi - forse con più realismo - immagina una macchina statale più efficiente, meno ridondante e meno dispendiosa.

Il progetto pure per grandi linee, sarebbe già sul tavolo del premier, Enrico Letta, o starebbe per finirci. Di certo i tecnici di Saccomanni lo hanno studiato a fondo. L'impatto sarebbe a costo zero in quanto gli esodi dei "lavoratori anziani" avverrebbero su base volontaria in cambio , per loro, di una possibile ricollocazione nel sistema previdenziale pre-Fornero. Anzi, permetterebbe di recuperare cospicue risorse da impiegare per il finanziamento della contrattazione di secondo livello in tutti i settori dell'apparato statale.

Possibile che il confronto governo-sindacati sul delicatissimo tema scatti a settembre, allorché il ministro, Giampiero D'Alia, incontrerà i vertici dei rappresentanti dei lavoratori per avviare la trattativa sul rinnovo dei contratti. Il titolare della Funzione pubblica, pur confermando il blocco degli stipendi, si è impegnato ad individuare un'intesa sulla parte normativa e a cercare, pur tra mille difficoltà, nuove risorse per le retribuzioni congelate ormai da 7 anni.

Libertà di prepensionamento anche per i privati. Anche le aziende private potranno decidere di mandare in prepensionamento il personale che, a causa della crisi economica o per altri motivi, risulta in eccedenza. Come riporta il quotidiano Italia Oggi.

Si chiama procedura di esodo volontario ed è prevista nella riforma Fornero. Pochi giorni fa l’Inps ha diffuso le regole applicative. Ora le aziende possono cominciare a fare i loro calcoli. In sostanza possono anticipare di quattro anni il pensionamento dei propri dipendenti (se questi sono d’accordo), ma dovranno versare all’Inps ogni mese l’importo dell’assegno che l’Inps girerà all’ex dipendente fino al raggiungimento del diritto ordinario alla pensione, più il 33% dei contributi previdenziali calcolati sul valore precedente. Il lavoratore uscirà dall’azienda, ma potrà cumulare l’assegno Inps con eventuali altre retribuzioni, nel caso riuscisse a trovare un nuovo impiego; o lo potrà cumulare con il reddito di lavoro autonomo, laddove dovesse decidere di fare impresa o consulenza da sé (anche co.co.co.).



venerdì 9 agosto 2013

Pressing di Letta sulle pensioni...(solo quelle d'oro?)

LA STAMPA

Italia

Il governo in pressing sulle pensioni d’oro

Il sottosegretario Dell’Aringa: “Livelli troppo elevati, dobbiamo dare una risposta: è un problema di equità”

«Qualcosa dobbiamo fare, una risposta la dobbiamo dare. I livelli di queste pensioni sono troppo elevati, c’è un problema di equità da risolvere». Parola di Carlo Dell’Aringa, economista e soprattutto sottosegretario al Lavoro, che reagisce all’enorme clamore sollevato dalla diffusione degli ammontari dei dieci assegni previdenziali mensili più alti d’Italia. Con il primo, l’ingegner Mauro Sentinelli, che in base a leggi del passato favorevolissime porta a casa ogni mese oltre 91mila euro lordi.

Prima al cronista e poi dalle telecamere di Sky Dell’Aringa spiega che in effetti il governo ad affrontare la questione delle superpensioni di diamante ci sta pensando e non da ieri. Difficile immaginare se si riuscirà a inserire una norma ad hoc all’interno della legge di stabilità e dei provvedimenti che a settembre l’accompagneranno. «Ma al rientro - spiega il sottosegretario - le riflessioni che abbiamo fatto dovranno essere sviluppate per arrivare a un qualche tipo di proposta che sia compatibile con le indicazioni recenti della Corte Costituzionale». La Consulta ha infatti bocciato il «contributo di solidarietà» varato a suo tempo in quanto considerato un aggravio d’imposta ad personam, e dunque illegittimo. «Dobbiamo valutare bene tutti questi delicati aspetti giuridici - insiste Dell’Aringa - ma riteniamo che sia invece possibile immaginare un intervento su questi assegni previdenziali visti come una perequazione all’interno del sistema previdenziale». Cioè le risorse incassate dal taglio dell’assegno non verranno utilizzate per ridurre la spesa pubblica e migliorare il bilancio dello Stato, ma per rendere più consistenti le prestazioni sociali di chi ha assegni pensionistici troppo bassi se non nulli. «In un momento di sacrifici per tutti - è la conclusione - anche se da questa manovra non uscisse una somma enorme sarebbe segnale importante».

Quel che è certo è che da tutti i partiti e da tutti i sindacati la diffusione delle cifre sulle dieci pensioni di diamante da oltre 40 mila euro al mese hanno scatenato una reazione furiosa e concorde. Quegli importi, tuona Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista, «parlano chiaro: esiste in Italia una pletora di pensioni d’oro che sono una offesa ai milioni di pensionati che devono vivere con pensioni da fame». Per questo, la proposta di Ferrero è quella di mettere un tetto a 5.000 euro, ricavando per questa via miliardi di euro da utilizzare per aumentare le pensioni più basse. In un inedito fronte comune, anche Fratelli d’Italia propone la sua ricetta, basata sempre su un tetto massimo: si tratta, spiega la presidente dei deputati Giorgia Meloni, di una proposta di legge già depositata «per fissare un tetto oltre il quale è necessario ricalcolare le pensioni in essere con il sistema contributivo». Proposta che incassa subito l’adesione dell’ex ministro Mara Carfagna (Pdl), ma anche quella di Arturo Scotto di Sel. Molto simile è anche la soluzione ideata da Scelta Civica, che con Giuliano Cazzola propone di «effettuare per i trattamenti in atto, liquidati con il modello retributivo e superiori ad un certo importo (5 mila euro), un ricalcolo secondo i criteri del sistema contributivo, operando, se del caso, una ritenuta congrua, per un arco temporale limitato sullo scostamento tra i due differenti importi». Sarebbe anche il caso, per Sc, di modificare la rivalutazione dell’assegno in base al costo della vita, facendo scendere dal 75 al 50% o al 30% dell’inflazione l’aliquota sugli importi più alti.

roberto giovannini


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domenica 7 luglio 2013

Dopo la Fornero, Renzi... Non c'è pace per i pensionati...!

Il "rottamatore" per eccellenza (peraltro mancato ) dei brontosauri del PD, riappacificatosi con coloro che voleva rottamare, ora pensa di farlo con i pensionati "ricchi", e cioè quelli che prendono, netti, poco più di mille euro al mese di pensione. La sua proposta che farà fare dai suoi correntisti è quella di bloccare la contingenza alle pensioni nette sopra i mille e di mutilare del 10% quelle di 3.300 euro lordi, e cioè di poco al di sopra dei 2000...! Altro che la Fornero! 
Se queste sono le pensioni ricche, allora noi è Renzi viviamo in un altro paese... Lui vive comunque in quello dorato della politica che non ha mai fatto altro mestiere, che non ha fatto concorsi, nébvinto cattedre o altro, o,lavorato per 45 anni... Lui, si sa, è tanto fotogenico e con la parlantina Toscana...!!

martedì 28 maggio 2013

È Berlusca che pontifica? No, è Grillo... Leggete:

dal blog di Grillo, riportato da La Stampa

Per Grillo è la prova che «esistono due Italie, la prima, che chiameremo Italia A, è composta da chi vive di politica, 500.000 persone, da chi ha la sicurezza di uno stipendio pubblico, 4 milioni di persone, dai pensionati, 19 milioni di persone (da cui vanno dedotte le pensioni minime che sono una vergogna). La seconda, Italia B, di lavoratori autonomi, cassintegrati, precari, piccole e media imprese, studenti. La prima è interessata giustamente allo status quo. Si vota per sé stessi e poi per il Paese. Nella nostra bandiera c’è scritto “Teniamo famiglia”».  

Non è Berlusconi, è Grillo... Verrebbe da chiedere al "semplice portavoce" come mai, se questa è la sua analisi delle classi sociali italiane, non ha permesso un accordo con le sinistre che risolvesse i problemi dell'Italia B... Forse proprio per questo il suo è stato un plof straannunciato... 

(tra parentesi: cavolo come il comico multimilionario ce l' ha con i pensionati, senza distinguere nella categoria tra i multi e i mini...ma solo le pensioni da fame...

Grillo, leggi Gramsci che magari impari qualcosa...

lunedì 22 aprile 2013

L'ultima dei grillini: no ai tagli alla politica, sì ai tagli delle pensioni....

È la illuminata proposta, gridata a Piazza Pulita dall'ultimo "intellettuale" giovanilista (40 anni almeno) grillino (già autore di un libercolo da Rizzoli che pubblicizza in trasmissione) che riscopre la proposta delle proposte per uscire dalla crisi, mutuata dal suo maestro: no ai tagli della politica (e già, ormai nella casta ci sono anche loro ), ma tagli energici (10 per cento! Peggio di Amato...!) alle ricche pensioni fatte col sistema retributivo (un demonio per il Grillo milionario e frequentatore delle Caiman) . Dove le ricche pensioni sono quelle superiori a 2500 euro lordi!
D'altra parte il programma del comico già conteneva questo aizzare i giovani aspiranti al reddito di cittadinanza contro i loro padri o nonni pensionati...
Meno male che in Friuli il milionario ed i suoi esagitati promulgatori del reddito di cittadinanza hanno già cominciato a perdere...

domenica 3 marzo 2013

Pensioni: in 15 anni bruciato un terzo del potere d'acquisto....

Da TUTTO SUL LAVORO MAGAZINE:


In 15 anni bruciato un terzo del potere d’acquisto




Quasi il 33% in meno. Ecco quanto ha perso una pensione in termini di potere d’acquisto tra il 1996 e il 2011. A denunciare questo crollo di oltre un terzo del valore è Spi-Cgil, cioè il Sindacato Pensionati Italiani, che nelle sue valutazioni prevede un ulteriore peggioramento nei prossimi anni a causa dello stop alle rivalutazioni annuali imposto dal Governo Monti con la Riforma Fornero. Un blocco che ha mediamente sottratto a 6 milioni di pensionati 1.135 euro in due anni.

Facendo qualche calcolo, un anziano che percepisce 1.200 euro netti, nel 2012 ha visto sparire 28 euro al mese dal proprio assegno e nel 2013 quei 28 diventeranno 60; un pensionato che invece ritira 1.400 euro netti ha perso, lo scorso anno, 37 euro al mese, mentre nel 2013 la somma persa sarà addirittura di 78 euro. Una tendenza al ribasso che, sempre nel periodo 1996-2011, ha portato l’ammontare di una pensione media a ridursi del 5,1%.

Se consideriamo poi che nell’anno in corso le tasse e le tariffe aumenteranno notevolmente, senza risparmiare i pensionati, le prospettive non sono delle migliori. In particolare, Spi-Cgil ha calcolato che tra balzelli e bollette i pensionati dovranno sostenere una spesa media totale di 2.064 euro pro-capite; il 20% in più in confronto a quanto pagato nel 2012. Andando poi nello specifico, per quanto riguarda le imposte, le varie addizionali regionali e comunali IRPEF, IMU e TARES preleveranno dai portafogli dei pensionati una media di 640 euro a testa (+12% rispetto al 2012); le tariffe per telefonia fissa, acqua, luce, gas e riscaldamento, determineranno invece una spesa media di 1.424 euro, senza contare il Canone Rai e l’incremento dell’IVA dal 22% al 23% a partire da luglio.

Con il blocco delle rivalutazioni, gli assegni pensionistici rischiano quindi di non garantire più il sostegno necessario a chi li percepisce. E anche se questo stop riguarda unicamente le pensioni superiori a tre volte la soglia minima (cioè fino a 1.405,05 euro), coloro che dal 1° gennaio 2013 hanno visto i propri importi adeguarsi al costo della vita non hanno riscontrato incrementi notevoli, considerato che si è trattato di un aumento del 3,1%. Lo stesso Segretario generale del Sindacato dei Pensionati, Carla Cantone, ha dichiarato che “occorre intervenire con urgenza per sostenere il potere d’acquisto delle pensioni, rimuovere l’odioso blocco della rivalutazione annuale, alleggerire il carico fiscale e rilanciare welfare e sanità”.

Laura Giulia Cerizza
Redazione Global Publishers



sabato 2 marzo 2013

Grillo: soldi per stipendi e pensioni solo per sei mesi....

Allarmante dichiarazione di Grillo sul cappio del debito pubblico e sull'esaurimento delle casse dello Stato (da IL FATTO QUOTIDIANO on line):

Grillo: “L’Italia rinegozi il debito” E ribadisce: “Mai fiducia a nessun governo”
Scoppia un caso dopo l'anticipazione di un'intervista del leader 5 Stelle rilasciata al settimanale tedesco Focus. All'inizio sembrava che il genovese fosse pronto a sostenere un esecutivo Pd-Pdl, ma presto si è affrettato a precisare sul suo blog: "Noi voteremo solo se ci fossero in programma la riforma elettorale e i tagli ai costi della politica". La giornalista Reski: "L'articolo non viene tradotto, ma distorto"

di Redazione Il Fatto Quotidiano | 2 marzo 2013Commenti (3216)


L’Italia non ha più chances se non quella di rinegoziare il suo debito. Secondo Beppe Grillo nel giro di sei mesi i partiti ”non potranno più pagare le pensioni, né gli stipendi pubblici” e “se gli interessi sul debito ammontano a 100 miliardi di euro all’anno, siamo morti”. Sulle possibili alleanze in vista del nuovo esecutivo, in un’intervista al tedesco Focus, si è detto pronto a sostenere un governo Bersani-Berlusconi, ma solo a patto che si discuta di taglio ai costi della politica e riforma elettorale. La giornalista Petra Reski ci ha tenuto a precisare che il leader M5S non ha mai aperto a un governo Pd-Pdl, a meno che “dicessero legge elettorale subito, via i finanziamenti retroattivi, massimo due legislature e vanno fuori tutti quelli che hanno più di due legislature, così noi appoggiamo qualsiasi governo”. Dal suo blog il leader genovese poi si è scagliato contro Nichi Vendola: “Si è ingrillato all’improvviso dopo le elezioni”.

L’Italia rinegozi il suo debito pubblico - Il leader del Movimento 5 Stelle, in un’intervista rilasciata al settimanale tedesco Focus, ha dichiarato che il sistema politico delPaese crollerà quest’anno: “Ai vecchi partiti dò ancora sei mesi e poi è finita - ha detto – siamo schiacciati, non dall’euro, ma dai nostri debiti. Se gli interessi sul debito ammontano a 100 miliardi di euro all’anno, siamo morti. Non ci sono alternative”. Se non cambiano le condizioni l’Italia deve lasciare l’euro e tornare alla lira. ”Il sistema italiano è ormai al collasso e i fondi dello Stato basteranno per coprire le spese al massimo per i prossimi sei mesi- ha spiegato - a quel punto non riusciranno più a pagare né le pensioni, né gli stipendi pubblici”. Grillo chiede quindi che l’Italia tratti con l’Europa una rinegoziazione del suo debito pubblico: “Siamo schiacciati non dall’euro, ma dai nostri debiti, con 100 miliardi di euro all’anno di interessi siamo morti, non ci sono alternative”. Il leader M5S ha paragonato la situazione dello Stato italiano a quella di una società per azioni: “Se ho acquistato azioni di un’azienda e questa fa bancarotta - ha dichiarato – allora ho avuto sfortuna. Ho rischiato e ho perduto”. A suo avviso, se le condizioni non dovessero cambiare, l’Italia dovrebbe uscire dall’euro e tornare alla lira. Grillo si è poi rallegrato del fatto di non avere preso ancora più voti di quelli che ha raccolto: “Saremmo stati forse un po’ preoccupati se avessimo ottenuto subito la maggioranza. Questa è stata solo la prova generale”.

Il leader genovese ha anche parlato delle possibili alleanze in vista del futuro esecutivo italiano: M5S è disposto a sostenere un governo formato da Pd e Pdl se come prima misura approvasse una riforma elettorale e si impegnasse a tagliare i costi della politica. ”Se Bersani e Berlusconi proponessero l’immediata modifica della legge elettorale, la cancellazione dei rimborsi elettorali e la durata massima di due legislature per ogni parlamentare, sosterremmo ovviamente subito un governo del genere”. Grillo dice però di non credere a questa ipotesi, poiché a suo avviso Pd e Pdl “non lo faranno mai, stanno solo bluffando per guadagnare tempo”. L’intervista, pubblicata oggi (2 marzo) è stata rilasciata da Grillo il 27 febbraio, mercoledì scorso. Ma è intervenuta la giornalista tedesca, Petra Reski, autrice delle domande al leader M5S: ”Mi sembrano tutti impazziti qui in Italia: la mia intervista per Focus non è ancora uscita e già viene citato Grillo con cose che non ha detto – ha dichiarato – Questa tecnica mi ricorda un po’ quel gioco da bambini, in tedesco si chiama ‘stille post’, il gioco del ‘passaparola’. “Sul sito di Focus è stato pubblicato un riassunto della mia intervista, e questo riassunto viene non tradotto, ma distorto” come un sì al governissimo. “Ma è una falsità! – si legge – Sul sito di Focus non è scritto questo”. La Reski precisa: “Grillo non vuole fare una coalizione né con Pier Luigi Bersani, né con Silvio Berlusconi: ‘Se Pd e Pdl dicessero legge elettorale subito, via i finanziamenti retroattivi, massimo due legislature e vanno fuori tutti quelli che hanno più di due legislature, così noi appoggiamo qualsiasi governo’. Questo diceva Grillo a Focus, e aggiungeva: ‘Ma non lo faranno mai. Loro bluffano per guadagnare tempo”. “Per essere sicura di non averti citato in maniera sbagliata ho controllato di nuovo la trascrizione originale dell’intervista e sul sito di Focus si legge esattamente questo – sottolinea la giornalista a Grillo – Insomma. Follia pura. Normalmente, alla fine del gioco di passaparola, si ride. Ma non mi viene da ridere di fronte a un uso così scorretto della mia intervista”.

Subito dopo la diffusione dell’intervista anche Grillo si era affrettato a fare le opportune precisazioni con un post scriptum all’intervento pubblicato il primo marzo sul proprio blog: “Per quanto mi riguarda, lo ripeto per l’ultima volta, il M5S non darà la fiducia a nessun governo (tanto meno a un governo Pd – Pdl), ma voterà legge per legge in accordo con il suo programma”. Il leader genovese ha rincarato la dose anche sui social network, pubblicando su Facebook e Twitter un’infografica che riporta i dati relativi ai rimborsi elettorali che spetterebbero a M5S, Pd e Pdl: “I partiti dicono, promettono, proclamano. Noi l’abbiamo già fatto” ha scritto il leader del Movimento nel suo commento. Sotto il titolo (“Italiani aprite gli occhi. Perché la crisi devono pagarla i cittadini?”) l’infografica snocciola i numeri: “Eccovi i rimborsi dei partiti più votati: Pd 45.800.00 euro, Pdl 38.000.000 e nessuna intenzione di rinuncia, MoVimento 5 Stelle 42.700.000, ma rifiuta il rimborso perché ‘sono soldi dei cittadini italiani’”.