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domenica 12 agosto 2018

Ogni famiglia ha un debito di 20.549 euro.

LA STAMPA

Economia

in totale i passivi accumulati con banche e istituti finanziari ammontano a 534 miliardi

Ogni famiglia ha un debito di 20.549 euro. In crescita

Il debito delle famiglie italiane continua a crescere. In media ogni nucleo ha un rosso di 20.549 euro. E nell’insieme i «passivi» accumulati con le banche e gli istituti finanziari ammontano a quasi 534 miliardi di euro, come mostra uno studio della Cgia su dati riferiti allo scorso anno.
Per debito delle famiglie si intende in sostanza quello originato dall'accensione di mutui per l’acquisto di un’abitazione, da prestiti personali o da aperture di credito in conto corrente. Numeri che dal 2014 sono in costante crescita. Il debito delle famiglie è aumentato infatti in questi ultimi tre anni di 40,6 miliardi di euro (+8,2%), soprattutto perché gli istituti di credito sono tornati a prestare i soldi alle famiglie dopo la stretta post crisi. I dati, tra la fine del 2016 e il 2017, mostrano che gli impieghi delle banche a favore delle famiglie per l’acquisto delle abitazioni sono cresciuti dell’1,9%, mentre i dati del credito al consumo indicano un +8,3%.
Le famiglie italiane hanno chiaramente un ruolo cruciale per l’economia del Paese. Il 60% del Pil nazionale è infatti riconducibile ai consumi dei nuclei. Per questo motivo, secondo la Cgia, un eventuale aumento dell’Iva che potrebbe essere inserito nella legge di Bilancio (nonostante le smentite dei due vicepremier) potrebbe compromettere ulteriormente la tenuta economica delle famiglie. Soprattutto di quelle che si trovano nelle aeree d’Italia maggiormente in difficoltà.
Le famiglie più esposte
Alla fine del 2017 le famiglie più «esposte» con le banche abitavano in Lombardia. Al primo posto quelle residenti nella provincia di Milano, con un debito di 29.595 euro ciascuna. Agli ultimi posti della graduatoria nazionale, invece, si trovano le famiglie residenti nel profondo Sud, come quelle di Reggio Calabria con un debito di 10.301 euro, quelle di Vibo Valentia con 9.411. Le famiglie meno indebitate d’Italia sono quelle di Enna, con un «rosso» che si è attestato a 9.169
«Premesso che le aree provinciali più esposte ai debiti sono quelle che registrano i livelli di reddito più elevati - spiega il segretario della Cgia, Renato Mason - è evidente che anche in queste zone tra gli indebitati vi sono molti nuclei appartenenti alle fasce sociali più deboli. Tuttavia, le forti esposizioni bancarie di questi territori, soprattutto a fronte di significativi investimenti avvenuti in questi ultimi anni nel settore immobiliare, non destano particolari problemi che, invece, si riscontrano in altre aree del Paese, in particolar modo nel Mezzogiorno». 
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nicola lillo

giovedì 26 ottobre 2017

L’onda lunga del debito mai corretto

LA STAMPA

Cultura


Si annuncia una campagna elettorale ignara del peso immenso del debito pubblico. Dato che l’età media dei cittadini cresce, l’argomento preferito da tutti i partiti sono le pensioni. Dei giovani si parla poco, benché i dati mostrino che a soffrire di più negli ultimi anni sono stati soprattutto loro.

Già il buon senso fa apparire bizzarro che ieri la Corte Costituzionale si sia di nuovo espressa sull’adeguamento delle pensioni al costo della vita, sia pure per giudicare corretta la formula a scaglioni reintrodotta dal governo Renzi due anni fa.

Quando tutto un Paese diventa più povero (il potere d’acquisto per persona era nel 2016 del 10% inferiore al 2007) è difficile evitare che anche i pensionati, un quarto abbondante degli italiani, perdano qualcosa. Così pure sembra ragionevole che, con la durata della vita che si allunga, si vada a riposo un pochino più tardi.

Non sia mai. Si convertono anche politici ieri fautori dell’austerità. Il Pd comincia a smarcarsi dal governo. Circola l’affermazione falsa che in Italia si debba lavorare più a lungo che in tutti gli altri Paesi d’Europa. È vero invece che c’è un ampio divario tra l’età legale, prossima ai 67 anni, e quella effettiva media, negli ultimi dati disponibili attorno ai 62 per entrambi i sessi.

Questo comporta casomai un problema di uguaglianza tra cittadini. Trattamenti speciali, esenzioni, provvedimenti ad hoc, normative transitorie consentono ai più di lasciare in anticipo. Coloro che sono costretti ad attendere l’età legale senza scappatoie sono una minoranza di sfavoriti.

Un paradosso è che gli uomini andavano in pensione più tardi di oggi (tra i 63 e i 64) negli Anni 70, quando la loro vita durava in media una decina di anni in meno rispetto a quanto possono sperare i loro coetanei attuali. Per giunta, c’erano in proporzione molti più giovani a versare contributi.

Dato che la spesa previdenziale ammonta a un terzo del bilancio dello Stato, ciò che si decide sulle pensioni influenza moltissimo la sostenibilità del nostro debito pubblico. Va ripetuto che le colpe del debito le hanno i governi passati - 1981-92 e 2000-2004 i periodi peggiori - ma necessariamente chiunque guidi il Paese oggi ha margini di manovra limitati.

Un allentamento delle regole pensionistiche ha costi contenuti all’inizio, rapidamente crescenti nel tempo. Farebbe calare la fiducia nei titoli di Stato italiani proprio quando la Banca centrale europea annuncia - oggi pomeriggio - che ne ridurrà gli acquisti a partire dal gennaio 2018, con la conseguenza di un aumento dei tassi.

Certe promesse erano già ardue da sostenere nei tre anni di costo del debito ultra-basso finora garantiti al Tesoro dalle scelte di Mario Draghi. D’ora in poi divengono incaute. Inoltre nei momenti in cui l’economia va bene, come ora, occorre metter da parte risorse per i momenti brutti (una delle ipotesi correnti è che gli Usa vadano in recessione entro 1-2 anni).

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Stefano Lepri


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martedì 13 agosto 2013

Spread giù, ma debito su....

LA STAMPA

Economia

Spread giù, un risparmio da 2 miliardi

Debito a quota 2075 miliardi. Da settembre a oggi i rendimenti sui titoli di Stato sono scesi di circa un punto

Nonostante il debito veleggi sopra i duemila miliardi di euro, come confermato dalla Banca d’Italia, e la ripresa sia poco più che una fragile prospettiva all’orizzonte, la Borsa di Milano ha chiuso ieri in positivo, a +0,44%, e lo spread (il differenziale tra rendimenti sui titoli a 10 anni tedeschi e italiani) è crollato addirittura ai minimi da due anni, a quota 245,5 punti.

Un dato che consente di fare qualche calcolo approssimativo sugli oneri in meno che si pagano sulla nostra montagna di debito. Un esempio? Da un anno a questa parte, da settembre del 2012, quando Mario Draghi fece approvare dal consiglio direttivo della Banca centrale europea lo scudo anti-spread che impresse una traiettoria discendente ai nostri rendimenti sui titoli di Stato, il Tesoro paga circa un punto in meno di oneri sui bond sovrani, dunque approssimativamente 2 miliardi di euro in meno di interessi sul debito.

Prima di dettagliare il calcolo, va precisato che il debito pubblico si è attestato a giugno a 2075,1 miliardi di euro, in crescita di 600 milioni rispetto a maggio. Tra gennaio e giugno, in particolare, l’incremento è stato di 86,5 miliardi di euro e riflette il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche da 44,5 miliardi e l’aumento delle disponibilità liquide del Tesoro da 41,9 miliardi.

In altre parole, sul debito ha influito positivamente un buon andamento delle entrate tributarie (+5,15%), favorite dal versamento di un’imposta straordinaria delle imprese, ma anche dalla scadenza dell’Irpef che era stata rimandata l’anno scorso a luglio, e che quest’anno è tornata a giugno, «gonfiando» il dato delle entrate.

Ma forse in questa fase arroventata di dibattito sull’Imu, va anche ricordato che l’imposta sulla casa è tra le poche che non risente del ciclo e che non può essere facilmente evasa. Di conseguenza, ha favorito il dato positivo delle entrate, e, quindi, del debito. Nei primi sei mesi dell’anno, ha resto noto il ministero dell’Economia una settimana fa, la crescita delle entrate tributarie del 3,1% è stato aiutato molto dai 9 miliardi di euro di gettito dell’Imu sulle seconde, terze case, eccetera. Un andamento che ha anche attutito il crollo dell’Iva, dovuto alla contrazione dei consumi, del 5,7% (e che non contiene i 2 miliardi di prima rata sull’Imu che sono stati rimandati a settembre, oltretutto).

Tornando al record negativo dello spread, tradotto in rendimenti sui titoli a dieci anni, significa che il Tesoro sta pagando circa il 4,15% di interessi sui btp. A inizio settembre, poco dopo l’annuncio di Draghi sull’Omt che era stato pensato soprattutto per l’Italia e la Spagna, quei rendimenti erano un punto sopra il livello attuale, oltre il 5%. Per calcolare correttamente l’onere sul debito, bisogna tener conto tutte le scadenze (dai titoli a breve a quelli a lungo), e tener conto della maturità dei titoli. Stando al Documento di economia e finanza pubblicato ad aprile di quest’anno dal ministero dell’Economia, la scadenza media dei nostri titoli è di 5,5 anni. E, sempre leggendo quel Programma di stabilità, si apprende che l’effetto di un aumento (o un calo) di un punto della curva dei rendimenti sui bond statali avrebbe un impatto di 0,15% del Pil nel primo anno, 0,33% nel secondo, e 0,46% nel terzo. A regime, dal 2019, sarebbero 10 miliardi all’anno. Da settembre ad oggi, più o meno tutti i bond, hanno beneficiato di un calo dei rendimenti di circa un punto, e un calcolo approssimativo consente di calcolare il beneficio in circa 2 miliardi di euro. Ma prima di farsi venire idee strane su quella cifra così evocativa, meglio ricordarsi sempre che la montagna di debito pubblico italiano ha sfondato quota 130% del Pil. Se si volesse affrontare una questione urgente, sarebbe meglio cominciare da lì.

tonia mastrobuoni


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