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giovedì 26 ottobre 2017

L’onda lunga del debito mai corretto

LA STAMPA

Cultura


Si annuncia una campagna elettorale ignara del peso immenso del debito pubblico. Dato che l’età media dei cittadini cresce, l’argomento preferito da tutti i partiti sono le pensioni. Dei giovani si parla poco, benché i dati mostrino che a soffrire di più negli ultimi anni sono stati soprattutto loro.

Già il buon senso fa apparire bizzarro che ieri la Corte Costituzionale si sia di nuovo espressa sull’adeguamento delle pensioni al costo della vita, sia pure per giudicare corretta la formula a scaglioni reintrodotta dal governo Renzi due anni fa.

Quando tutto un Paese diventa più povero (il potere d’acquisto per persona era nel 2016 del 10% inferiore al 2007) è difficile evitare che anche i pensionati, un quarto abbondante degli italiani, perdano qualcosa. Così pure sembra ragionevole che, con la durata della vita che si allunga, si vada a riposo un pochino più tardi.

Non sia mai. Si convertono anche politici ieri fautori dell’austerità. Il Pd comincia a smarcarsi dal governo. Circola l’affermazione falsa che in Italia si debba lavorare più a lungo che in tutti gli altri Paesi d’Europa. È vero invece che c’è un ampio divario tra l’età legale, prossima ai 67 anni, e quella effettiva media, negli ultimi dati disponibili attorno ai 62 per entrambi i sessi.

Questo comporta casomai un problema di uguaglianza tra cittadini. Trattamenti speciali, esenzioni, provvedimenti ad hoc, normative transitorie consentono ai più di lasciare in anticipo. Coloro che sono costretti ad attendere l’età legale senza scappatoie sono una minoranza di sfavoriti.

Un paradosso è che gli uomini andavano in pensione più tardi di oggi (tra i 63 e i 64) negli Anni 70, quando la loro vita durava in media una decina di anni in meno rispetto a quanto possono sperare i loro coetanei attuali. Per giunta, c’erano in proporzione molti più giovani a versare contributi.

Dato che la spesa previdenziale ammonta a un terzo del bilancio dello Stato, ciò che si decide sulle pensioni influenza moltissimo la sostenibilità del nostro debito pubblico. Va ripetuto che le colpe del debito le hanno i governi passati - 1981-92 e 2000-2004 i periodi peggiori - ma necessariamente chiunque guidi il Paese oggi ha margini di manovra limitati.

Un allentamento delle regole pensionistiche ha costi contenuti all’inizio, rapidamente crescenti nel tempo. Farebbe calare la fiducia nei titoli di Stato italiani proprio quando la Banca centrale europea annuncia - oggi pomeriggio - che ne ridurrà gli acquisti a partire dal gennaio 2018, con la conseguenza di un aumento dei tassi.

Certe promesse erano già ardue da sostenere nei tre anni di costo del debito ultra-basso finora garantiti al Tesoro dalle scelte di Mario Draghi. D’ora in poi divengono incaute. Inoltre nei momenti in cui l’economia va bene, come ora, occorre metter da parte risorse per i momenti brutti (una delle ipotesi correnti è che gli Usa vadano in recessione entro 1-2 anni).

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Stefano Lepri


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mercoledì 9 luglio 2014

Renzi e l'UE: i passi falsi di una battaglia giusta ma nel momento sbagliato

LA STAMPA

Cultura

Battaglia

giusta, momento

sbagliato

Il rischio è di fare la battaglia giusta nel momento sbagliato. Per ansia di ottenere subito risultati – e forse ancor più, di vantarli – il governo italiano ha forse fatto qualche passo falso sulla scena europea.

Alla prova, certi metodi irruenti che nella nostra politica hanno finora funzionato non si adattano bene alle stanze di Bruxelles.

La battaglia, appunto, sarebbe giusta. L’infiacchirsi della ripresa economica un po’ ovunque, perfino in Germania, mostra che non è ancora spianata la via di uscita da una crisi che mutando via via di aspetto è arrivata ormai al settimo anno. Occorre ammettere che si sono fatti degli errori nell’affrontarla e cercare soluzioni nuove.

La ricetta dell’austerità mostra tutti i suoi limiti. L’esempio tedesco è per parecchi aspetti valido. Ma per imitare tutti la Germania c’è un evidente problema di dimensioni.

Nel mondo così com’è, ottanta milioni di tedeschi possono affidare il loro futuro alle esportazioni.

Trecentoventi milioni di cittadini dell’area euro sono troppi per fare lo stesso (da Washington ce lo ripetono di continuo).

La necessaria svolta deve essere ben argomentata; anche sulla base di politiche che si cominciano a realizzare con successo nel proprio Paese. Altrimenti si rischia di contrapporre all’eccessivo rigore soltanto la ricetta vecchia di più ampi margini di spesa in deficit, mostratasi pericolosa in precedenza. Si ripropone un copione frusto, nordici rigoristi contro meridionali spendaccioni.

E’ tattica elementare dividere i propri nemici. Nella stessa Germania si avvertono spinte nuove; ad esempio gli industriali e anche parti della finanza sollecitano un più ampio sforzo per investimenti sia pubblici sia privati. Ma la parte più retriva del potere economico ha buon gioco a chiamare a raccolta se ciò che Italia o Francia chiedono somiglia troppo al perdono di vizi inveterati.

Occorre intraprendere una battaglia di lunga lena. Non si capisce perché scontrarsi adesso con una Commissione europea uscente che conta ormai poco; perché litigare con l’estone Siim Kallas, facente funzione agli Affari monetari, come altri europei dell’Est approdato a un neoliberismo quasi altrettanto dogmatico del comunismo a cui in gioventù venivano indottrinati a forza.

I rapporti tra governi in Europa funzionano in modo diverso dai rapporti in Italia tra partiti tutti in difficoltà varie nonché in rapida mutazione. Carisma e aggressività non bastano. Un partito può promettere di fare grandi cose quando andrà al governo. Un governo non può promettere ad altri governi che si faranno insieme grandi cose se non ha già cominciato a farle nel Paese che guida.

Per contare sul dialogo con Angela Merkel occorre accettare i suoi tempi che sono lunghi e cauti; già altri tentando di incassare il risultato troppo presto si sono trovati a mani vuote. Matteo Renzi ha suscitato anche in altri Paesi grandi speranze, ora gli occorre un’opera paziente per consolidarle: programmi precisi, idee; non riedizioni della «finanza creativa» allo scopo di nascondere il debito.

Occorre saper rispondere a chi ad esempio obietta: «La Spagna ha fatto riforme, l’Italia no». La Spagna poteva e doveva rientrare dagli eccessi di un boom nei primi anni dell’euro, che aveva gonfiato i salari e caricato di debiti; noi non dobbiamo rimediare a dismisure mai conosciute, dobbiamo spiegare come si ravviva un’economia da troppi anni letargica e misoneista.

Il semestre di presidenza italiano dell’Unione è difficile sia perché cade nel periodo iniziale di una nuova legislatura europea sia perché si incrocia con l’aggravarsi delle incertezze di Londra sull’utilità di stare insieme. Meglio non guastarselo con gaffes dettate dalla fretta.

Stefano Lepri


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