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mercoledì 18 giugno 2014

Troppi appetiti sulle pensioni (W. Passerini)

LA STAMPAweb

Cultura

troppi appetiti

sulle pensioni

Per alcuni sono solo un oggetto del desiderio, per altri un colpo basso, per tutti il rischio di un disastroso contributo al debito previdenziale. Le pensioni sono un’aspirazione e una condanna. Quello che oggi va evitato è l’assalto alla diligenza, cioè alle casse dello Stato, e la vecchia pratica dei prepensionamenti. La tavola è grande, la tovaglia è corta. La mensa degli esodi anticipati nella pubblica amministrazione, prevista dal decreto del ministro Maria Anna Madia, ha molti commensali, con appetiti diversi, e mette a nudo la fragilità del sistema, che non può reggere più solo dal lato delle uscite per decorrenza dei termini, ma dipende sempre più dalle entrate di nuovo personale contributore, oggi sempre più scarse.

Da un angolo si alzano pesanti critiche alla cancellazione dei cosiddetti trattenimenti in servizio, da parte di dirigenti, quadri, magistrati, costretti ad andarsene a 70 anni e non più a 75 (“Dopo di noi il diluvio”, dicono); dall’altro, cresce lo sconcerto per la norma che permette alle amministrazioni di lasciare a casa tutti i dipendenti che hanno raggiunto la contribuzione piena: si parla di almeno 60mila persone in un triennio; un sollievo per la spesa in stipendi, un ulteriore carico per il sistema pensionistico. Le stime più accreditate fotografano 250 mila dipendenti pubblici con più di 60 anni potenzialmente interessati, tanti, anche se meno del 10%. Molta attesa nasce all’altro capo del tavolo dall’introduzione, prevista nel disegno di legge delega che ha tempi più lunghi, di un nuovo strumento sul quale nutre grande fiducia il ministro. E’ la cosiddetta staffetta generazionale, così congegnata: introduzione del part time per i dipendenti pubblici vicini alla pensione (cinque anni), con riduzione del 50% dello stipendio ma con la garanzia del 100% dei contributi. Chi li paga? Il paradosso è che lo Stato otterrebbe un risparmio della metà degli stipendi, che sarebbe vanificato dalla garanzia della contribuzione piena pubblica. Secondo un’autorevole stima, se aderissero al part time 50 mila dipendenti, con una retribuzione media stimabile in 40 mila euro l’anno, si avrebbe un aggravio per lo Stato di un paio di miliardi, grosso modo quanto si risparmierebbe con l’ingresso di 15 mila giovani in sostituzione di dipendenti più anziani, più costosi e meno produttivi. Insomma, il rischio della tela di Penelope.

Senza contare, al di là dei costi, l’effetto domino che avrebbe l’introduzione dei prepensionamenti con scivolo nel pubblico, mentre il privato piange. Sarà esemplare e simbolica la conclusione della vicenda Alitalia nella quale, avendo escluse cassa integrazione e mobilità, resterebbe aperto per circa 2500 dipendenti l’esodo incentivato: a carico di chi? Per banche e assicurazioni venne escogitato il Fondo esuberi a carico parziale delle aziende, a differenza di ciò che successe per meccanica, energia, carta, porti, ecc. Vanno trovate nuove risorse, mentre bruciano ancora le storie di oltre 300 mila esodati, secondo il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, un vero dramma umano: «In termini di urgenza abbiamo davanti gli esodati, il fatto cioè che ci sono persone in età avanzata che perdono il lavoro e, nonostante gli ammortizzatori sociali, cassa integrazione, mobilità, non arrivano al pensionamento». I 160 mila finora salvaguardati ci costano 12 miliardi da qui al 2020. Il puzzle non funziona più e non riesce a trovare nuove forme. Eppure tutti sanno che le nubi sul futuro previdenziale segnano pioggia. I giovani hanno sempre più di frequente contratti intermittenti, che impediscono loro di costruire una pensione dignitosa. Quelli che optano per il contributivo (vedi le donne con 57 anni e 35 di contributi) perdono almeno un quarto dell’assegno. A stipendi bassi corrispondono pensioni basse che, ci dicono gli scenaristi, dovranno essere integrate dallo Stato. E non tranquillizza la situazione dell’Inps, che ha mangiato l’Inpdap, un boccone pesante che ha portato il deficit strutturale a 24 miliardi. L’importante per un governo non è mandare avanti i funamboli della contabilità, che spostano le pedine più in là e non risolvono i problemi. Occorre lanciare una battaglia di emergenza per l’occupazione, mettendo sul tavolo la verità.

Walter Passerini


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venerdì 13 giugno 2014

La ministra Madia ( nota indefessa lavoratrice) obbligherà il vigile Scipioni a fare 100 km al giorno per conservare il posto?

LA STAMPAweb

Economia

“Un trasferimento

di 100 chilometri

costerebbe troppo”

Il vigile quarantenne: mi sposto solo in scooter, le spese diventerebbero impossibili

Lavorare a cento chilometri di distanza dal luogo attuale, senza la possibilità di opporsi, contestare, chiarire. È lo spettro che aleggia sui dipendenti pubblici da giorni, un fantasma che minaccia di distruggere vite, legami, equilibri. Ieri la ministra Marianna Madia - che alla riforma sta lavorando da mesi - ha fatto marcia indietro, assicurando di non aver mai immaginato né preso in considerazione l’ipotesi di una mobilità obbligatoria nel raggio di cento chilometri e di non voler stravolgere la vita delle famiglie. La verità la si conoscerà solo oggi quando in Consiglio dei ministri si discuterà la riforma. Una verità dura da digerire se dovesse passare la versione dei giorni scorsi.

Emiliano Scipioni ha 40 anni, è vigile urbano a Roma da oltre sette anni, preferisce non pensare nemmeno alla possibilità di essere costretto a lavorare cento chilometri più lontano. «Un sacrificio siamo disposti tutti a farlo di questi tempi ma questo è diverso, è troppo, e non è giustificato», spiega. Scipioni abita al confine tra Roma e i comuni di Montecompatri e Frascati. Non potrebbe mai permettersi una casa più centrale: l’ultima busta paga gli ha portato in tasca 1400 euro, la moglie lavora come precaria, hanno una bambina di due anni e mezzo. Lavora nel settimo municipio, vale a dire dalle parti di Cinecittà. In scooter impiega almeno mezz’ora. In auto nemmeno ci prova, in alcune ore il traffico da quelle parte è da centro commerciale nella prima domenica di saldi. Come vigile ha turni di sette ore che possono iniziare in momenti diversi della giornata. Può prendere servizio alle sette di mattina, alle 14, alle cinque di pomeriggio o a mezzanotte e andare avanti fino al mattino.

I turni non sono un dettaglio, nella vita di qualcuno che potrebbe ritrovarsi catapultato in un luogo di lavoro a cento chilometri di distanza. «Tutto dipende dalla destinazione e da come ci si arriverebbe, se ci sono collegamenti pubblici o per raggiungerla bisogna per forza usare mezzi propri. In ogni caso se ora per percorrere quindici chilometri impiego mezz’ora quanto dovrei impiegare per percorrerne cento? Conoscendo Roma e i dintorni e i collegamenti almeno due ore all’andata e altre due al ritorno».

Tre ore di vita in più rubate alla famiglia, ai suoi cari. «Vuol dire distruggere una famiglia», avverte. Soprattutto quando ci sono dei turni così diversi dai ritmi consueti. Trascorrerebbe intere giornate senza poter vedere la figlia e la moglie. Per non parlare dei costi da sostenere. «Ora vado al lavoro in scooter ma diventa improponibile farlo se lavorassi a cento chilometri di distanza, dovrei sostenere la spesa di un’auto e poi quelle per il carburante».

Lavorare diventerebbe un incubo. Continuerebbe? «Ho 40 anni, la licenza liceale e un posto di lavoro a tempo indeterminato. Ho sempre lavorato da quando avevo diciotto anni, ho fatto di tutto, sono stato istruttore di nuoto e a lungo in una società informatica. Mi metterei di sicuro a cercare un’altra occupazione ma prima di lasciare quello che ho ora avendo una famiglia da mantenere dovrei essere molto sicuro dell’alternativa. Temo che un trasferimento a cento chilometri di distanza finirebbe solo per distruggere la vita che con grandi sforzi sono riuscito a costruire».

FLAVIA AMABILE


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mercoledì 2 aprile 2014

Pensioni: per Cottarelli e Madia (sic) previdenza è una parolaccia? Se questi sono il nuovo, meglio il vecchio...

I blog de IlFattoQuotidiano.


Pensioni: per Cottarelli e Madia previdenza è una parolaccia?

Non so se a infastidire di più siano l’arroganza con la quale questo Governo e i suoi consulenti trattano la materia delle pensioni oppure la implicita visione distruttiva della previdenza che le loro parole e i loro silenzi esplicitano.

Da giorni ormai rimbalzano tra il commissario Cottarelli e rappresentanti del Governo voci di ulteriori prelievi sulle pensioni e le smentite sono di solito peggiori delle prospettive di tagli; Renzi nello smentire ha sentito il dovere di precisare che non sono all’esame tagli sulle pensioni da 2-3 mila euro, il che significa che chi ha un netto mensile sopra a 1.500 – 2.000 euro può continuare a preoccuparsi. Ieri la ministra Madia ha dichiarato di avere proposto da parlamentare che lo stato trattenga il 50% delle pensioni a coloro che continuino un’attività lavorativa dopo avere conseguito la pensione.

L’arroganza è insita nell’approccio quantitativo che rifiuta testardamente di ragionare sulla variopinta galassia delle pensioni per distinguere tra assistenza necessaria o assistenza clientelare e tra previdenza generosa (pensioni superiori ai contributi) o penalizzata (pensioni inferiori ai contributi). È arrogante chi taglia corto, vuoi per ignoranza o per pigrizia, classifica tutte le pensioni come benefici usurpati e come tali le ritiene soggette alla discrezionalità del Governante, il quale può decidere se mantenere la sua benevolenza assistenziale oppure graduarla in funzione delle necessità dello Stato o magari dell’umore col quale si sveglia al mattino. L’arroganza è infine nell’arroganza di ministri e consulenti, i pensionati sono come il popolo del Re Sole ai quali essi, da monarchi, regalano pane oppure lo negano.

Peggio ancora dell’arroganza preoccupa il fatto che quella visione feudale che ministri e dotti consulenti mostrano ha alla radice una visione dello Stato nel quale la previdenza non è prevista; l’avere accantonato contributi per 35-40 anni e oltre e ricevere pensioni inferiori a quanto dovrebbero (è il caso di parecchie delle pensioni elevate dei lavoratori dipendenti del privato) non è considerata opera lungimirante, di respiro sociale e da incoraggiare quotidianamente, bensì una prassi da vessare ad arbitrio con prelievi temporanei o, peggio, definitivi, quale la de-indicizzazione che non chiede un contributo una tantum ma taglia di fatto per tutta la vita, mettendo a nudo le vere intenzioni dei governanti: altro che sacrifici temporanei motivati dalla situazione di crisi, si tratta piuttosto di un attacco strutturale e ben organizzato al concetto stesso di previdenza.

Nella visione sociale di questi ministri e consulenti la pensione non è il risultato di un contratto siglato 40 anni prima e che prevede che lo Stato restituisca tutti i contributi sotto forma di vitalizio, senza se e senza ma, indipendentemente dalla sua entità e dal fatto che il pensionato continui a lavorare oppure si faccia pagare la sua pensione in qualche paradiso caraibico dove riposi tutto l’anno. Per questi apprendisti stregoni, al centro del rapporto stato/cittadino in materia di pensioni c’è il concetto di assistenza: lo Stato incamera tutto e poi re-distribuisce a propria discrezione; triste, che nel 2014 ancora si vedano i cittadini come una massa di persone da assistere o meno a discrezione dello Stato e ci si rifiuti di rispettare e riconoscere l’importanza sociale dei sistemi previdenziali a natura assicurativa, triste e storicamente superato.

pensionati con assegni elevati, ma anche quelli con assegni dignitosi non hanno remora alcuna a dare il proprio contributo in un momento di crisi ma sono anche offesi dagli approcci alla Cottarelli o alla Madia; sono stufi innanzitutto di essere dipinti come sanguisughe che succhiano la linfa della nazione o come egoisti che solo a sé stessi vogliono pensare in un periodo di crisi; non sono affatto restii a contribuire in questa fase di sacrifici, ma vorrebbero semplicemente che i sacrifici fossero richiesti in misura uguale a tutti i percettori di medesimo reddito e non ai soli pensionati in maniera arbitraria e discriminatoria, trattandoli come assistiti cronici quali non si sentono e non sono. Si potrebbe cominciare magari dalla retribuzione di Cottarelli che sembra avere ben più capienza per la solidarietà che non le pensioni da 90.000 € annui, o dalle retribuzioni dei ministri.

Ancora una volta, la via per una solidarietà equa e non imposta con arroganza passa solamente da una tassazione più alta di tutti i redditi elevati (auspicabilmente temporanea), tramite l’incremento dell’ultima aliquota fiscale oppure, volendo rimanere confinati al sistema pensionistico, da un ricalcolo serio e dettagliato degli assegni con il sistema contributivo, come peraltro già proposto seriamente dagli economisti de Lavoce.info o dall’Unione Nazionale Pensionati, a cui far seguire interventi razionali e mirati in maniera progressiva in modo da salvaguardare le pensioni particolarmente basse.

Messo in atto uno degli interventi o meglio entrambi, oltre a conseguire i risultati necessari in termini di contribuzione solidale e di equità previdenziale, si toglierebbero dal tavolo sia il dubbio che i pensionati non vogliano contribuire, sia interventi torbidi quali la de-indicizzazione, sia l’opportunità ai Cottarelli e Madia di turno di sparare nel mucchio. Vuoi per ignoranza della realtà previdenziale o, peggio, per volontà di destabilizzare alla base i criteri fondanti della previdenza per sostituirli con un’assistenza sempre più diffusa. In realtà si scoraggiano l’assistenzialismo professionale e l’insediamento di sistemi previdenziali autonomi e realizzare nell’immediato una profonda iniquità sia nell’ambito della capacità contributiva dei cittadini (tartassati i pensionati, lasciati tranquilli gli altri) che in quella previdenziale, penalizzando insieme ai vitalizi generosi anche quelli già abbondantemente penalizzati in partenza.

Se Cottarelli e Madia rappresentano il nuovo che avanza per la “svolta buona”, meglio tornare subito indietro.

domenica 30 marzo 2014

Lavoro, giovani e anziani. Primo scontro tra ministre...

LA STAMPA

Italia

Lavoro, primo scontro tra ministre

Madia propone i pensionamenti per creare occupazione e Giannini replica: no a scontri fra giovani e vecchi

Visto che su 3,3 milioni di dipendenti pubblici italiani uno ogni quattro ha più di 55 anni, perché non immaginare una staffetta generazionale per accompagnare verso la pensione i più anziani e liberare risorse per permettere l’ingresso dei giovani? La proposta del ministro della Semplificazione e Pubblica amministrazione Marianna Madia, lanciata in una intervista al «Corriere della Sera», si scontra con i muri alzati dalla collega di governo Stefania Giannini, titolare dell’Istruzione, e dai sindacati. «Va avviato un processo di riduzione non traumatica dei dirigenti e più in generale dei dipendenti vicini alla pensione per favorire l’ingresso dei giovani - è la tesi di Madia -. Se non si fa, non ci può essere il rinnovamento della P.a., ma anzi si andrà verso la sua agonia. Un po’ quello che accade a un Paese che non fa figli. Noi invece dobbiamo avere una visione, un obiettivo politico». Obiettivo che, evidentemente, non è troppo condiviso anche tra i banchi dell’esecutivo. «Non amo il collegamento tra chi va a casa e chi entra. Un sistema sano non ha bisogno di mandare a casa gli anziani per far entrare i giovani. Per me è necessaria una alternanza costante» dice la Giannini dal convegno di Confindustria a Bari. Eppure i numeri sono chiari: la percentuale di under 35 nella nostra Pubblica Amministrazione supera di pochissimo il 10%, nel Regno Unito e in Francia galoppa oltre il 25%. Giannini lo sa, ma al momento preferisce rilanciare sulle riforme che dovrebbero sbloccare il mercato del lavoro: «Il precariato è una deformazione patologica del principio di flessibilità, che va restituito alla sua fisiologicità. Un governo che crede nella flessibilità e non nella sua patologia deve trovare gli strumenti e lo sta facendo».

La proposta Madia, come prevedibile, per ora non trova sponda tra i sindacati. «Mi pare che il ministro sia un po’ confuso», dice il segretario confederale della Cisl, Giovanni Faverin. Rosanna Dettori, Cgil, apre al ricambio generazionale, ma attraverso il ripristino del turnover. A Dettori i toni di Madia non sono piaciuti, si sta «parlando con troppa facilità di esuberi e prepensionamenti», spiega. «Madia ha detto che non vuole cambiare la Fornero e se non si cambia rischiamo nuovi esodati». Molto più cauta la posizione della Uil. «Non vedo male il ricambio generazionale, è quasi normale», ragiona il segretario confederale Antonio Foccillo. «È giusto che entrino i giovani con nuove capacità anche per far fronte a esigenze mutate. Certo questo non significa per forza staffetta, ma se non si risparmia tagliando in altri modi come spesso abbiamo chiesto, su questo bisogna puntare». Naturalmente, ragiona, il meccanismo «di uscita deve essere su base volontaria». Più o meno come succede nelle aziende private, o in alcuni enti controllati dallo Stato che stanno già sperimentando il patto. «Così - spiega Foccillo - mi sembra un’ipotesi accettabile». Nel dibattito interviene anche l’ex ministro Fornero: «Prepensionamenti? Attenzione - dice - a non smontare le riforme».

giuseppe bottero


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