venerdì 19 febbraio 2016

con l’europa sbagliano sia monti sia renzi: ma una terza via esiste

LA STAMPA

Cultura


Caro direttore, 
i Paesi dell’eurozona crescono meno dei Paesi europei non-euro e molto meno del resto del mondo. Hanno una disoccupazione doppia degli Stati Uniti. Il Quantitative Easing della Fed funziona, quello della Bce no. Tutto indica che l’Europa dovrebbe cambiare strada. 

Nel creare la moneta unica, non venne previsto alcuno strumento per stimolare la crescita economica. Tutta l’attenzione si concentrò sui conti pubblici fissando nel patto di stabilità l’obbligo del pareggio del bilancio. L’idea che vi siano momenti in cui è necessario usare il deficit per sostenere l’economia venne scartata senza appello. Nel pieno della crisi seguita al crollo finanziario del 2007-2008, si imposero con il fiscal compact percorsi accelerati di riduzione dei deficit e dei debiti pubblici.

L’esperienza dovrebbe indurre l’Europa a rinunziare all’ossessione per il debito pubblico. Invece si continua: ci si propone di penalizzare le banche che comprino titoli degli Stati più indebitati. Non è una filosofia, è una religione. Solo che si è dimostrata una religione sbagliata. È lo stesso Draghi a dirlo quando sollecita, almeno chi ha i conti in ordine, a stimolare la domanda. Ma neppure i suoi appelli hanno esito.

In questo senso, come ha scritto Marcello Sorgi ieri, fra il professor Monti che si inchina davanti all’Europa e a queste regole e il presidente del Consiglio, «non è detto che abbia torto quest’ultimo».

Concordo nel giudizio sul professor Monti ma ho due riserve sulla posizione del governo. La prima è che con le polemiche non si cambiano le regole. Anzi, si irrigidiscono le posizioni. In più, l’autorevolezza di un Paese dipende in primis dai conti: i nostri non ci conferiscono né autorità, né prestigio. E la veemenza delle parole non cambia i fatti.

La seconda obiezione è che dietro questa polemica del presidente del Consiglio non c’è una coerente strategia economica. Ieri Renzi ha ripetuto che pur rivendicando una certa flessibilità intende rispettare le regole del fiscal compact. A che servono un paio di decimali in più ai fini della ripresa di un’economia che cresce così poco? Se pure la Commissione ci consentisse un deficit del 2,4% invece che del 2,2%, l’Italia uscirebbe dalla crisi?

Per uscire dalla crisi lo stimolo dovrebbe essere forte, concentrato nel tempo e in deficit. Servirebbero circa due punti percentuali oltre il 3% per almeno due anni da destinare a riduzioni di imposte e a investimenti pubblici ben fatti. E per evitare l’aumento del rapporto debito-Pil sarebbero necessarie alienazioni di cespiti pubblici. Se questa politica avesse successo, il reddito si riprenderebbe e fra due anni il rapporto debito-Pil scenderebbe di più e così il deficit. È una strategia, non semplice perché in contrasto con le regole europee, che potrebbe incappare in difficoltà sui mercati finanziari, ma dotata di una logica interna.

Non vi sono alternative a questo tentativo: se non riparte la crescita, il problema del debito pubblico si aggraverà, fino alla crisi. O si rischia, o si finisce in un vicolo cieco. Strillare non serve: l’Europa non potrebbe consentirci di andare oltre il 3%. Se strillando ottenessimo uno 0,2% in più, fra un anno ci verrebbe rinfacciato che i conti pubblici stanno peggio e l’economia non è ripartita.

La situazione economica e politica richiede un attento esame e un profondo ripensamento. Il dibattito di ieri al Senato non aiuta in questo senso, mentre sarebbe indispensabile chiarirsi le idee.

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Giorgio La Malfa


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