ebook di Fulvio Romano

giovedì 21 luglio 2016

Il “profe” Augusto Monti milite ignoto della letteratura

LA STAMPA

Cultura


Nel cinquantenario della morte, raccolto l’epistolario 1910-1966

del mitico insegnante del liceo torinese D’Azeglio

Il «profe» per antonomasia della Torino novecentesca. In cattedra nel liceo mitico, il D’Azeglio, tra i suoi allievi diretti e indiretti, in classe o nel cenacolo (la «banda») oltre la classe, Norberto Bobbio, Cesare Pavese, Massimo Mila, Giulio Einaudi, Leone Ginzburg. A cinquant’anni dalla morte (l’11 luglio) Augusto Monti riappare attraverso un mannello di lettere 1910-1966 per i tipi di Araba Fenice (Continuare per cominciare, pp. 701, € 35, a cura di Francesco Mereta e Alberto Sisti, introduzione di Giovanni Tesio, sua la biografia del «maggiore» di Monastero Bormida, Attualità di un uomo all’antica, per i tipi di L’Arciere).

Monti, i professori come lui, una concezione sacerdotale dell’insegnamento. Sicuramente avrebbe brillato nella storia della borghesia immaginata da Arturo Carlo Jemolo (e mai composta): «...in quella storia dell’Ottocento darei proprio un gran posto, forse il primo, a quello che furono i professori di scuole secondarie [...]: quanta dignità, quanto culto del rispetto che l’uomo deve a se stesso, della dignità di ogni essere umano, era in tutti loro».

La scuola è il fil rouge dell’epistolario. Una passione via via manifestata e meditata dialogando con Giuseppe Prezzolini, Giuseppe Lombardo Radice, Gaetano Salvemini, «maestro di sempre», Benedetto Croce, elogiato «come d’un Virgilio che “n’aveva lasciati scemi di sé” a un certo punto di quella fatale ascesa, ma che poi avevam ritrovato più “maestro e donno” che mai». La bussola - osserverà Bobbio - che consentì a una certa Italia di navigare nel gran mare della Storia evitando il rischio di tornare ogni volta daccapo.

Dall’esame di Stato (di cui Monti fu fermo fautore) ai programmi di greco, al latino («L’idea fondamentale, il filo conduttore sarebbe quello di ritrovare o di iniziare, per la nostra scuola di latino, una tradizione nazionale, non però nazionalista)». Ai consigli - offerti a Luigi Einaudi, da Luigi Einaudi sollecitati - per migliorare l’italiano del figlio Giulio, non «solidissimo» nella materia: «L’italiano - come il vino per quel tale - lo si impara con tutto, anche (vorrei dir tranne talvolta) con l’italiano. E per questo il figliol suo potrà legger prosatori nostrani dell’Ottocento, i soliti e insuperati: D’Azeglio (Ricordi e i due romanzi), Nievo (Memorie), Abba (qualunque cosa), De Sanctis (Giovinezza, qualche saggio...)». 

Tra letteratura (crociano) e politica (gobettiano): i sentieri di Augusto Monti. «Milite ignoto della letteratura», si definisce, un po’ per celia, un po’ no, vaticinando l’oblio che avvolgerà il suo capo d’opera, I Sanssôssì, un affresco del mondo di ieri, spensierato e irregolare, irregolare perché spensierato, torinese e piemontese. La letteratura che ha la meglio sulle «ambizioni in politica». Da quando - confessa a Salvemini nel 1949 - ha scoperto che il suo «mestiere» è, «come dice Natalia Ginzburg nel Ponte, raccontare: cioè dal 1929, data dei Sanssôssì».

Il mestiere di narrare, beninteso, non offusca la sensibilità politica, non stempera, gozzanianamente, la differenza tra «formiche rosse e formiche nere». 1929, ancora vividissima l’eco del Baretti, la rivista sopravvissuta a Gobetti e chiusa nel dicembre precedente. L’«arcangelo della Rivoluzione Liberale» che annoverò Monti fra i suoi collaboratori, che di Monti pubblicò Scuola classica e vita moderna. Monti che commemorò il «prodigioso giovane» nella trigesima della morte: «Ricordai il legislatore di Sparta, il nomoteta che, fissata la costituzione della sua patria, era partito per “un lungo viaggio” raccomandando di nulla mutare di quello statuto finché lui non fosse tornato e non era tornato più».

Interventista democratico, naturaliter antifascista, azionista, Augusto Monti. Un borghese liberale, un borghese radicale, che sosterrà il Fronte Popolare, quindi coltivando (e fraintendendo) la suggestione gobettiana di conciliare liberalismo e comunismo. 

Di lettere in lettera, affidandosi in ultimo, scemata la vista, all’amanuense Caterina Bauchiero, la ragazza del ’24, la seconda moglie. Costante, trepido il pensiero alle sue «energie nove», ai suoi studenti. Il 5 agosto 1965, in risposta a Norberto Bobbio che gli aveva inviato il volume Italia civile, Monti si sofferma sulla «viva persuasiva commovente rappresentazione oratoria del dramma della vostra generazione; degli adolescenti che corsero, per colpa degli eventi, il pericolo di essere condannati per la vita all’adolescenza, cioè al romanticismo deteriore, cioè all’attrito fra velleità e possibilità, cioè all’avventura e alla finale morte e disperazione. Tu ti salvasti, come si salvarono alcuni altri dei... diciamo così, “dazeglini”...». Altri, no. Altri (come Cesare Pavese) scesero nel gorgo. Muti.

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sabato 25 giugno 2016

Cosa rischia Matteo a ottobre

LA STAMPA

Cultura

Cosa rischia

MATTEO

a ottobre

Il primo ministro di una grande nazione capitalista, democratica, europea, indice un referendum sulla permanenza del suo Paese nell’Unione europea. Lo fa insidiato da un partito di opposizione antieuropeo, che lo tormenta quotidianamente e cresce nei consensi, anche se non è riuscito a batterlo alle elezioni. A sorpresa, una parte del partito del primo ministro, guidata da un suo avversario interno, si schiera con gli antieuropei. 

Si vota, e l’alleanza tra nemici interni e esterni del primo ministro vince, costringendolo alle dimissioni. È accaduto in Gran Bretagna nella notte tra giovedì 23 e ieri. Potrebbe accadere anche in Italia, al referendum costituzionale dei primi di ottobre?

Escluderlo è difficile, anche se Matteo Renzi sostiene che la consultazione sulla Grande Riforma sarà l’occasione della rivincita, dopo il deludente risultato del 19 giugno. In Italia come in Inghilterra, a soli quattro giorni di distanza, l’alleanza di tutti contro l’uomo da battere si è riformata con un’inquietante sequenza di dettagli che potrebbero ripetersi ancora. Come Renzi, anche Cameron aveva messo sul piatto della scommessa l’intera posta della sua vita politica, annunciando che avrebbe lasciato, come ha fatto, un minuto dopo l’eventuale sconfitta. Renzi, già ad aprile, nel referendum sulle trivelle, si era trovato a fronteggiare l’alleanza dei governatori regionali, quasi tutti del suo partito, che in barba al suo invito a disertare le urne, avevano portato a votare quindici milioni e mezzo di cittadini. E anche Cameron ha dovuto difendersi dall’inedita alleanza di Nigel Farage, il leader del «Leave», cioè dell’uscita dall’Europa, con Boris Johnson, l’ex-sindaco conservatore di Londra, entrato nella partita con il chiaro obiettivo di prendere il posto del primo ministro sconfitto, e adesso, dopo le dimissioni di Cameron, a un passo dal realizzare il suo obiettivo. Inoltre, come Renzi, Cameron ha scelto la strada della personalizzazione del voto, non calcolando che così avrebbe spostato l’oggetto della consultazione, da quello formalmente indicato sulle schede - restare nell’Unione Europea o uscirne -, al presente e al futuro suo e del governo. In altre parole, Cameron s’è impiccato da solo a una sfida che nessuno gli aveva suggerito, e in tanti al contrario gli avevano sconsigliato.

Qui finiscono le analogie tra Londra e Roma, e comincia la specificità del caso italiano. Renzi, si sa, è convinto che ci sia differenza tra le elezioni amministrative che hanno segnato la sua prima, cocente delusione elettorale, la vittoria del Movimento 5 stelle grazie anche all’appoggio della destra, e il «suo» referendum costituzionale. Un conto era il voto nelle città, a cui il Pd arrivava logorato da un’ondata di corruzione, e a parte Milano, con candidature non proprio competitive. E un altro conto sarà quando gli elettori dovranno decidere se cambiare, o lasciare intatto, un sistema politico che non funziona, tagliando i membri della casta, imponendo il doppio lavoro ai sopravvissuti e mettendo il governo, finalmente scelto per davvero dagli elettori, in condizioni di realizzare il proprio programma senza lungaggini e compromessi umilianti. Diventare l’uomo-simbolo di questa battaglia, ritiene Renzi, gli consentirebbe di rivestire i panni del rottamatore che così popolare lo avevano reso agli occhi dell’elettorato che due anni fa lo votò al 40,8 per cento, e domenica lo ha in parte tradito preferendogli i 5 stelle.

Il ragionamento sarebbe ineccepibile se a ottobre si votasse solo e soltanto sulla Grande Riforma e non sul complesso quadro politico italiano, in rapida evoluzione. Con le sue doti di comunicatore, non c’è dubbio che Renzi sarebbe capace di presentare la scelta agli elettori in termini assai convincenti. Ma cosa succederebbe se invece, contro di lui, scendesse in campo uno schieramento largo e variato, dai professori del No capaci di fare a pezzi scientificamente la riforma, alla minoranza del Pd che con D’Alema è schierata con il No, ai 5 stelle, al centrodestra in tutte le sue articolazioni, comprese, sebbene non del tutto, quelle che sostengono la sua maggioranza? È esattamente questo, infatti, che si prepara, e Renzi non può fingere di non capirlo. Né può ignorare che le contropartite che gli vengono chieste - la modifica della legge elettorale spostando il premio dalla lista alla coalizione vincente, la rinuncia al doppio incarico di segretario del Pd e presidente del Consiglio - seppure accettate (ma al momento sembra di no), non gli garantirebbero certo il risultato di urne in cui gli elettori, come a Torino, si divertono a sparare sul conducente.

I sistemi presidenziali, i governi scelti dagli elettori trasformando con meccanismi maggioritari o premi elettorali le minoranze in maggioranze, i Parlamenti riservati a due, tre, massimo quattro partiti, e insomma quel che la riforma di Renzi vorrebbe introdurre in Italia, per tanto tempo, va riconosciuto, hanno consentito di governare il disordine delle società mutanti, il tramonto del capitalismo industriale, gli esiti, assai diversi dalle previsioni, di trent’anni circa di globalizzazione. Ma adesso, tutt’insieme, stanno mostrando debolezze, dopo un decennio di crisi economica, deflazione, stagnazione, rallentamento dei consumi, e impoverimento delle classi medie. Si vede in Francia, dove due presidenze opposte, Sarkozy e Hollande, finiscono consumandosi allo stesso modo. S’è visto in Austria, per citare il precedente più recente. È successo, incredibilmente, pure nella vecchia e tradizionale Inghilterra. E a novembre, Dio non voglia, potrebbe accadere nell’America di Trump.

Quanto a noi, appena usciti da un passaggio elettorale carico di presagi e malgrado ciò interpretato come l’inizio di una rivoluzione, siamo a un bivio complicato. Per Renzi, sulla strada del cambiamento, c’è il rischio di finire battuto dalla grande alleanza antirenzi. Cementata, ironia della sorte, dal referendum che dovrebbe introdurre il nuovo ordinamento previsto dalla riforma. D’altra parte, al punto in cui è arrivato, gli è difficile far marcia indietro. E verso dove, poi?

In Italia esisteva un partito governativo per vocazione, né di destra né di sinistra, interclassista, che cercava le sue alleanze in Parlamento e gestiva i governi possibili, in nome di una stabilità spesso degenerata in immobilismo: era la Dc. Rimpiangerla è difficile, riproporla, e perfino somigliarle, impossibile. Ma la prudenza delle sindache stellate e la distanza di Grillo da Farage, in questi giorni, fanno riflettere. Tra queste, e l’impazienza di Renzi per il referendum, non c’è dubbio su chi ricordi di più l’intuito, la saggezza e la furbizia dei vecchi democristiani.

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Marcello Sorgi


sabato 11 giugno 2016

Caporetto demografica, l’Italia si svuota

LA STAMPA

Italia


Poche nascite e picco di decessi, un calo così della popolazione non accadeva dal 1917 

Gli stranieri sono l’8,3%, ma per la prima volta i migranti non hanno arginato il crollo

Un’Italia sempre meno italiana e sempre meno popolata emerge dagli ultimi dati pubblicati dall’Istat nel «Bilancio demografico nazionale». Durante il 2015 i residenti sono diminuiti come non capitava dal 1917, l’anno della disfatta di Caporetto, simbolo eterno di un’Italia in profonda crisi. In totale al 31 dicembre 2015 risiedono in Italia 60 milioni 665.551 persone. Fra di loro più di 5 milioni sono stranieri, cioè l’8,3%dei residenti in Italia e il 10,6% vivono al Centro-nord. 

Ma tra questi 60 milioni e oltre di italiani ci sono 130.061 persone in meno rispetto al 2014. Il calo riguarda esclusivamente i cittadini italiani - 141.777 residenti in meno - mentre ci sono 11.716 stranieri residenti in più che, però, per la prima volta non riescono a compensare il calo costante degli italiani. La diminuzione è più rilevante per le donne (-84.792) rispetto agli uomini (-45.269).

L’Istituto nazionale di statistica pone in particolare l’accento sulla continua riduzione della popolazione con meno di 15 anni: al 31 dicembre 2015 era pari al 13,7%, un punto decimale in meno rispetto all’anno precedente. Vuol dire che quelli che dovrebbero essere i futuri italiani sono sempre meno numerosi, segno inequivocabile di una crisi che sembra senza futuro.

Il saldo naturale, determinato dalla differenza tra le nascite e i decessi, nel 2015 ha fatto registrare valori fortemente negativi, anche più negativi dell’anno precedente. Al costante calo delle nascite, nel 2015 si è affiancato un notevole aumento dei decessi. 

Calano anche gli italiani attivi, quelli che hanno dai 15 ai 64 anni che nel 2015 rappresentavano il 64,3% della popolazione. Aumentano soltanto gli italiani che hanno 65 anni e oltre, vale a dire il 22% degli italiani. 

Nel 2015 i nati sono stati meno di mezzo milione (-17 mila sul 2014) di cui circa 72 mila stranieri (14,8% del totale). I decessi invece oltre 647 mila, quasi 50 mila in più rispetto al 2014. Si tratta di un incremento sostenuto che - secondo l’Istituto di statistica - è da attribuire a fattori sia strutturali sia congiunturali. L’eccesso di mortalità ha riguardato i primi mesi dell’anno e soprattutto il mese di luglio, quando si sono registrate temperature particolarmente elevate.

Ci sono circa 133mila persone che hanno scelto di andare a vivere all’estero. Il movimento migratorio, un dato in flessione rispetto agli anni precedenti e che ha il suo peso nel saldo negativo finale. 

Prosegue la crescita delle acquisizioni di cittadinanza come unico, profondo segnale positivo nella crisi demografica italiana: ammontano a 178 mila i nuovi cittadini italiani nel 2015. Sono circa 200 le nazionalità presenti nel nostro Paese: per oltre il 50% (vale a dire oltre 2,6 milioni di persone) si tratta di cittadini che arrivano da un Paese europeo. La cittadinanza maggiormente rappresentata è quella romena (22,9%) seguita da quella albanese (9,3%).

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FLAVIA AMABILE


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mercoledì 1 giugno 2016

Il paese fantasma dell’Astigiano dove i macedoni salvano le vigne

LA STAMPA

Italia


A Maranzana 242 abitanti: 50 anni fa erano il triplo

A Maranzana (dove il Monferrato astigiano scavalla sull’Acquese) la strada finisce e non ci si può arrivare per caso. Alla sommità dell’abitato, coricato sul fianco della collina, il castello e tutt’intorno un paese che anno dopo anno si sta spopolando. I residenti sono 277, ma 35 vivono all’estero. I numeri di oggi sono impietosi se si pensa che nel 1911 i maranzanesi erano 1240. Cinquant’anni dopo, nel 1961 la metà: 634. Oggi tra questi 242 abitanti ci sono anche 35 macedoni. 

«Solo il 50% delle case ha accesso alla connessione adsl, i cellulari prendono poco e abbiamo zone a zero segnale. Non ci sono bus per Acqui o Nizza, non arrivano più i giornali, il postino passa a giorni alterni e la scuola elementare è chiusa». Sembra un bollettino di guerra l’elenco dei disservizi con cui lotta Maranzana. A snocciolare i problemi la sindaca Marilena Ciravegna, 77 anni appena compiuti e l’amore per un paese in cui vive dal 2008. «Sono torinese – racconta con l’accento sabaudo -, ma qui ho trovato il mio angolo di paradiso». La storia, quella dell’ultimo secolo, se l’è fatta raccontare «da questa gente che ha gli occhi che guardano lontano». «Qui c’erano macellaio, ciabattino, ombrellaio, tabaccaio, alimentari, posta e osterie – racconta –. Ora c’è un coppia di coraggiosi che mantiene aperto il bar. Fa da tabaccheria ed alimentari. Senza di loro ci sarebbe poco altro». Una sala da ballo, il circolo e un po’ di vita in estate quando arrivano i villeggianti. 

Sino alla metà del Novecento l’ostetrica faceva nascere i bambini, 120 quelli iscritti alle elementari nel 1940. Poi, sul finire dei Sessanta si nasceva ad Acqui o Nizza ed ora i punti nascita più vicini sono ad Asti e Alessandria: 50 chilometri d’auto. Il medico condotto apre lo studio 3 volte a settimana e da qualche anno un farmacista, negli stessi orari di visita, consegna le medicine. 

Se la guerra si è portata via una generazione, le fabbriche di città hanno attirato i figli come suadenti sirene. «Si lasciava la vita da contadino per lo stipendio da operaio – annota Marilena Ciravegna -. Se non fossero arrivati i macedoni a lavorare i nostri vigneti vivremmo in un grande gerbido». Qui la terra, la vigna, è economia. Alla Cantina Sociale i vignaioli portano le uve che altri maranzanesi trasformano in vino che va in tutto il mondo. Ma passeggiando per il paese d’inverno, si fatica a trovare luci accese dietro gli scuri. Eppure per le stesse vie si sarebbe potuto incontrare un giovanissimo ministro Pier Carlo Padoan in visita ai parenti; oppure Luigi Tenco con la mamma, originaria del borgo. A metà Ottocento da qui partì per Genova un ragazzotto: Giacomo. Il suo sogno fare il marinaio, e per entrare in accademia la famiglie dovette rifornire la mensa con il vino prodotto. Quel ragazzotto di cognome faceva Bove e da cartografo, imbarcato sulla Vega, tracciò la prima rotta di Nord-Est. 

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Riccardo Coletti


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Il dossier di Legambiente lancia l’allarme sullo spopolamento nei municipi sotto i 5mila abitanti



Italia

Un Comune su tre rischia di sparire


“In 25 anni un residente su sette se n’è andato. Ogni giovane, due anziani. Vuota una casa su tre”

Non solo Nord-Sud, c’è un altro divario che zavorra l’Italia. È quello tra centro e periferia. Da un lato ci sono le aree metropolitane e i capoluoghi «a sviluppo elevato»: centri che hanno consolidato specificità imprenditoriali spesso trascinandosi dietro l’hinterland. Dall’altra c’è la pletora dei piccoli comuni: paesini alpini che resistono alle asperità della montagna, mini-insediamenti abitativi abbarbicati sull’Appennino, municipi dimenticati da Dio e dagli uomini sparsi nelle campagne del Sud. Di questi mini-Comuni, 2430 (il 30% del totale) rischiano di non sopravvivere a causa del lento (ma almeno finora inesorabile) spopolamento. 

Nel Paese dei campanili l’85% dei Comuni (6875) ha meno di 10 mila abitanti. Di questi 5627 sono incasellati dalle statistiche sotto la voce «piccoli» perché non raggiungono i 5 mila residenti. Di più: ben 3532 (vale a dire il 43,8% del totale) restano sotto i 2 mila. Attenzione però, l’Italia non ha un numero di municipi superiore al resto d’Europa. A fronte degli 8 mila Comuni italiani (circa uno ogni 7500 abitanti circa), in Germania ci sono 11.334 gemeinden (uno ogni 7213), nel Regno Unito 9434 wards (uno ogni 6618) in Francia 36.680 communes (uno ogni 1774) e in Spagna 8116 municipios (uno ogni 5687). La media dell’Ue è di un ente ogni 4132 abitanti. Il problema è un altro e si chiama crollo demografico. Speso conseguenza della mancanza di lavoro e servizi locali. 

Un dossier di Legambiente (che sarà presentato oggi a Roma con l’Anci) fotografa il calo di popolazione e le caratteristiche di quello che viene definito il «disagio insediativo» dei piccoli Comuni. Non è un pericolo marginale: nei 2430 Comuni a rischio sopravvivenza vivono quasi 3 milioni e mezzo di italiani, il 5,8% della popolazione. Ma in 25 anni i Paesi sotto i 5 mila residenti hanno perso 675 mila abitanti. Un calo del 6,3%, mentre nello stesso periodo la popolazione italiana cresceva del +7% con oltre 4 milioni di cittadini in più rispetto al 1991. La differenza demografica netta è quindi del 13%. Significa che in un quarto di secolo una persona su sette se n’è andata dai piccoli Comuni. La densità è scesa a 36 persone per chilometro quadrato: 13 volte in meno rispetto agli insediamenti con oltre 5 mila abitanti. 

Sempre di meno e sempre più vecchi. In quest’Italia in miniatura, dall’anima rurale, gli over 65 sono aumentati dell’83% a fronte degli under 14. Dalla sostanziale parità si è passati a oltre due anziani per ogni giovanissimo. I piccoli comuni sono poco attraenti anche per la popolazione che arriva dall’estero. Dato ribadito dal deficit di imprese straniere, il 25,6% in meno della media.

Il pericolo è che i borghi siano destinati a diventare i paesi fantasma del terzo millennio. Già oggi le abitazioni vuote sfiorano i 2 milioni (mentre sono 4 milioni e 345 mila quelle occupate): vale a dire una su tre. E finora nemmeno il turismo ha salvato il patrimonio dei mini-Comuni, dove la capacità ricettiva è cresciuta meno della metà di quella urbana.

Il rilancio dei «piccoli» è al centro di “Voler bene all’Italia”, la festa dei borghi promossa da Legambiente dal 2 al 5 giugno. Per la presidente Rossella Muroni «è indispensabile puntare sulla semplificazione amministrativa, mantenere presidi come scuole, servizi postali e ospedali e garantire risorse per la valorizzazione come prevede il ddl in discussione alla Camera». Anche perché «una politica che dimentica i piccoli comuni - avverte Massimo Castelli, coordinatore dell’Anci - non fa l’interesse del Paese».

L’altra faccia di questo quadro a tinte fosche è la corsa alle fusioni per razionalizzare spese e gestioni dei servizi. Il primo gennaio 2016 sono spariti 40 Comuni. E non è finita. Il governo spinge sull’acceleratore e in manovra ha confermato il contributo straordinario pari al 40% dei trasferimenti erariali dell’anno 2010 per chi si fonde. Altri sette progetti di accorpamento hanno già ottenuto il via libera dei cittadini tramite referendum. È il paradosso del Paese dei mille campanili: per salvarli, tocca superarli. 

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Gabriele Martini



martedì 31 maggio 2016

Ma il latte fresco è ancora della Valle Stura?

LA STAMPA

Cuneo

(Ndr: riporto pezzo de La Stampa di oggi sulla cessione del latte fresco dalla cooperativa Valle Stura ad Alberti. Il titolo sembrerebbe tranquillizzare gli utenti - tra cui il sottoscritto- sulla continuità dei fornitori.. Il che vorrebbe dire che il latte fresco non cambia col passaggio di proprietà... In realtà nel pezzo si dice poi che i 70 conferitori storici della cooperativa non conferiranno più il loro latte fresco ad Alberti, ma continueranno a farlo con la cooperativa stessa per gelati e creme...

Ma allora? Il latte Alberti ex Valle Stura da dove arriva? Come fa la Alberti  a parlare di 'continuità con i fornitori cuneesi' ? 


Demonte, alberti ha rilevato ramo d’azienda della coop

“Per il latte fresco Valle Stura

continuità con i fornitori cuneesi

e potenzieremo la distribuzione”

Continua a chiamarsi latte fresco Valle Stura, ma da due mesi la storica cooperativa con sede a Demonte (70 soci conferitori, nata nel 1957) ha ceduto un ramo di azienda allo storico marchio «Latte Alberti», con sede a Pontedassio, nell’entroterra di Imperia.

La cooperativa

Livio Bertolotti è il direttore dello stabilimento di via Divisione Cuneese 9 a Demonte: «Abbiamo ceduto il marchio di latte e latticini. Una decisione sofferta, ma che ci ha permesso un rilancio. Avevamo maturato l’esigenza di dover cambiare radicalmente attività: il latte fresco ha una concorrenza forte, si basa sui volumi e non sul valore. Anche se per mezzo secolo è stato il latte la nostra forza abbiamo deciso di passare verso produzioni con più margini. I soci conferitori hanno capito, anche se a quel marchio erano legati da affetto e orgoglio». 

Oggi anche i problemi di liquidità sono alle spalle. Nello stabilimento di Demonte si producono ancora gelati e creme con la dicitura «Valle Stura» (dalla panna alle creme dessert e cioccolata calda), oltre alla produzione di latte a lunga conservazione Uht (non più a marchio Valle Stura).

I dipendenti sono 20. Con la cessione del ramo latte fresco e latticini, il fatturato da 10 milioni l’anno si dimezzerà per la cooperativa.  I dipendenti passati alla «Latte Alberti» sono 4 (altri 4 hanno scelto il prepensionamento grazie agli incentivi ottenuti con un accordo sindacale), mentre 3 addetti che si occupavano di confezionamento del latte sono stati ricollocati nel caseificio. I 70 soci conferitori continuano a garantire il loro latte alla cooperativa per le altre produzioni e non più per quello fresco. 

Amministratore delegato

Ora sarà Latte Alberti a confezionare e commercializzare il latte con il marchio Valle Stura. Spiega l’amministratore delegato Alberto Alberti: «Con Valle Stura 30 anni fa eravamo competitor, ma adesso lavoriamo in sinergie sempre più strette. Abbiamo costituito ex novo la società “Valle Stura srl”, sede a Genola, e cambiato di poco il packaging, mantenendo loghi e il bianco e blu del marchio. Potenzieremo la distribuzione e abbiamo mantenuto i fornitori cuneesi. Per l’Uht siamo ancora clienti della cooperativa».

Latte Alberti è un gruppo da oltre 100 dipendenti con 24 milioni di fatturato. Con l’acquisizione dovrebbe passare a 30 milioni in 12 mesi. [l. b.]

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mercoledì 25 maggio 2016

Il congresso anticipato tra Enrico e Matteo Una sfida democristiana senza più la Dc

LA STAMPA

Italia


Lontani dai dualismi Fanfani-Moro o Forlani-De Mita, e destinati a scontrarsi

Annunciato ieri dal nuovo, duro scontro personale tra Enrico Letta e Matteo Renzi, il congresso del Pd è cominciato molto prima della scadenza ravvicinata che il segretario-premier aveva offerto ai suoi avversari nell’ultima direzione. La novità è che rispetto alle volte precedenti - e alla tormentata esistenza del partito fondato nel 2007 da Veltroni e sottoposto, in soli otto anni, a ben cinque cambi di leader con modalità da rodeo e disarcionamenti di quelli che non si vedevano neppure nella Prima Repubblica -, non sarà una riedizione della tradizionale partita tra post-comunisti e post-democristiani, alternatisi finora al vertice del partito tra fragili tregue correntizie e guerriglie permanenti. No, sarà un vero congresso Dc, con due candidati - appunto Renzi e Letta - che vengono dalla stessa matrice cattolica di sinistra, e con i comunisti, o quel che ne rimane, nella parte che a suo tempo giocavano i dorotei, il ventre molle dello Scudocrociato, che sapevano sempre fiutare l’aria e schierarsi in tempo nei momenti di svolta.

Per Letta l’inizio della corsa e la fine dell’esilio francese in cui si era ritirato dopo la brusca esclusione da Palazzo Chigi - il famoso tweet «Enricostaisereno» seguito dall’apertura della crisi da parte di Renzi - datano poco più di un mese fa, il 12 aprile. In quella data l’ex-premier, dal suo studio di professore a Sciences Po a Parigi, rilascia un’intervista alla «Stampa» in cui annuncia che voterà «Sì», in accordo dunque con Renzi e la sua riforma, al referendum costituzionale di ottobre; e invece, in dissenso dalla campagna astensionista del premier, tornerà invece in Italia il 17 aprile per votare «No» alla consultazione sulle trivelle. Cinque settimane dopo, il 21 maggio, quattro giorni fa, il leader della minoranza Pd Bersani, in un’altra intervista alla «Stampa», attacca Renzi per l’eccessiva personalizzazione data sul referendum e la sovrapposizione tra le due campagne che può danneggiare la corsa per i sindaci. E a una domanda su Speranza e Letta, i due possibili candidati anti-Renzi alle prossime assise Democrat, lascia intendere che il primo, rispettabilissimo, non è in discussione, mentre il secondo potrebbe essere l’uomo adatto per separare il ruolo del premier da quello del segretario del partito. Se a ciò si aggiunge che Bersani, nell’intervista, insiste sull’errore di Renzi di legare le sorti del governo all’esito del voto referendario e sostiene che anche in caso di vittoria del «No» la legislatura dovrebbe proseguire, la strategia precongressuale degli avversari del leader è chiaramente delineata. Al primo punto ci sarà la difesa delle riforme costituzionali che anche gli esponenti della minoranza Pd hanno votato in Parlamento, seppure considerandole «perfettibili». Così che se Renzi a ottobre dovesse andare incontro a una sconfitta, non si potrà dire che è stata colpa loro. Al secondo, la garanzia che chi nel Pd dovesse schierarsi con il «No» non dovrà essere trattato da reietto. Al terzo, la ridefinizione delle regole di convivenza interna che da tempo Bersani e i bersaniani rivendicano, ripetendo che non esiste più uno spazio per la discussione interna e il partito è ridotto a cinghia di trasmissione dei «tweet» del segretario, il quale poi va a braccetto con notabili locali che due anni fa avrebbe rottamato e si accorda con pezzi dell’ex-centrodestra come Verdini, assurti al ruolo di alleati privilegiati e in grado di snaturare l’originaria anima di centrosinistra del Pd. Per una battaglia come questa, va da sé, Letta è un candidato perfetto. Nonché per un eventuale ritorno a Palazzo Chigi, se le cose a ottobre per Renzi dovessero andare proprio male, con il governo, oltre che il partito, terremotati da un’eventuale vittoria del «No», e il Capo dello Stato nelle condizioni di dover costruire un esecutivo di emergenza, per rattoppare lo sbrego istituzionale, rimettere le mani sulla legge elettorale (che nel frattempo potrebbe essere in parte cassata dalla Corte costituzionale) e portare il Paese a elezioni alla scadenza naturale del 2018. Sono scenari di cui si parla, in questi giorni, nei corridoi semi deserti del Parlamento, mentre ogni giorno una polemica, uno scambio di accuse, un annuncio di vendetta dilania il maggior partito di governo. I democristiani che affollano il partito, formalmente, ma solo formalmente, renzianizzato, sentono l’odore del sangue e non vedono l’ora della sfida. I due toscani, Matteo e Enrico, il fiorentino e il pisano, sembrano fatti apposta per scendere nell’arena congressuale. Sebbene, a parte le inguaribili nostalgie dc, della Balena bianca, del partitone che sapeva dividersi ma anche ricomporsi, sia ormai rimasto ben poco. I due avversari non somigliano né ai «gemelli di San Ginesio» Forlani e De Mita, che si alternarono per oltre un ventennio sullo scranno più alto di piazza del Gesù, né ai «cavalli di razza» Fanfani e Moro, divisi dal potere e uniti contro la «linea della fermezza» nella tragica primavera brigatista del ’78. Non a caso, quando gli fu suggerito di prenderlo come ministro degli Esteri nel suo governo, Renzi rifiutò anche soltanto di ipotizzare la proposta, che forse Letta avrebbe rifiutato. Di lì è partita l’ultima guerra democristiana di questi due ex-ragazzi, cresciuti nel mito dei loro padri. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

marcello sorgi


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venerdì 6 maggio 2016

E che il boiaro Boeri attacchi i vitalizi dei politici per diminuire in realtà le pensioni di tutti?

LA STAMPA

Economia

Contrario

“Un’operazione illegittima

che colpisce i pensionati”

Antonello Falomi, segretario generale dell’Associazione ex parlamentari, non ci sta: «Boeri vuole colpire l’intera massa dei pensionati abbattendo su di loro la clava del ricalcolo contributivo con effetto retroattivo. Un’operazione illegittima. E se vuole usare i vitalizi come cavallo di Troia per aprire la strada verso questo obiettivo lo dica apertamente».

Insomma, la relazione del presidente dell’Inps Boeri non le è piaciuta affatto? «Intanto ha parlato di 2.600 vitalizi per un costo di 193 milioni. A me risultano dati diversi: 3.389 vitalizi compresi quelli di reversibilità per un costo totale, stando al consuntivo 2014 di Camera e Senato, di 195 milioni 381 mila euro. Lo sa cosa vuol dire?». No, cosa? «Che l’importo medio annuo dei vitalizi è di 57.651 euro. Per carità, una somma di tutto rispetto, ma non credo che possa definirsi stratosferica». Secondo Boeri, però, è comunque spropositato rispetto ai contributi versati. Concorda? «Faccio notare che se si applicasse il contributivo a tutte le pensioni erogate dall’Inps si risparmierebbero 40 miliardi di euro. Però il problema sono i 57 mila euro l’anno degli ex parlamentari. Poi c’è un’altra questione». Quale? «Nei suoi calcoli Boeri ha tenuto conto solo dei contributi versati dagli ex parlamentari o anche della quota parte a carico della camera d’appartenenza? Perché se non lo ha fatto la sproporzione di cui parla tra assegni e contributi sarebbe stata erroneamente accentuata». BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

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Acciughe, acciughe fresche.... (Di 5 giorni e al bisolfito!)

LA STAMPA

Italia

Prodotti stranieri e prezzi in picchiata

in Liguria scoppia la guerra delle acciughe 

La Coldiretti: costretti a distruggere il nostro pescato 

La stagione delle acciughe si annuncia promettente ma fra grossisti e pescatori è subito polemica. I primi accusano i secondi di prendere troppi pesci e di rovinare il mercato, i pescatori reagiscono puntando il dito sui grossisti che comprano acciughe in Spagna e in Croazia e li costringono a buttare le italiane. 

Tutto comincia nella notte fra giovedì 28 e venerdì 29 aprile, quando sui mercati liguri vengono sbarcate 6000 casse di acciughe. I grossisti provano a dirottarle su Milano e Torino, ma alla fine metà prodotto non trova acquirenti perché abitualmente il mercato ne assorbe 1200-1300. Il prezzo crolla, 5 euro a cassa: in ogni cassa ce ne stanno 7 chili, e vale la pena di sottolineare come in questa stagione gli esemplari siano piuttosto piccoli, cioè non adatti a essere salati o cucinati.

I grossisti insorgono e Daniela Borriello, leader di Coldiretti Impresapesca, risponde per le rime: «Siamo costretti a distruggere il pescato per colpa vostra, importate dall’estero e trattate il prodotto per farlo durare». Vero. Per essere conservate quattro o cinque giorni, le acciughe straniere vengono immerse in acqua gelata e bisolfito: niente di velenoso, spesso si fa anche con i gamberi perché la testa non diventi nera, ma il gusto ne risente.

I grossisti si difendono sostenendo che non possono comportarsi diversamente, almeno per quanto riguarda il 20% della merce. Da quando i supermercati hanno aperto il comparto pesca il mercato è impazzito, perché se il pesce non è programmabile le esigenze delle grandi catene di distribuzione devono esserlo: e insomma le acciughe spagnole e croate costituiscono le scorte necessarie al business. Poi, se sopraggiunge il pescato locale, viene ovviamente preferito.

Daniela Borriello insiste, sostiene che ai grossisti conviene smerciare prima il prodotto estero perché è già pagato. Replica: si tratta di cifre molto basse, se il prodotto nostrano è disponibile anche il prezzo scende e a quel punto conviene tutelare la clientela.

Innocenti i dettaglianti, a parte casi isolati che però configurano il reato di truffa. Ieri mattina, alla celebre pescheria Gnin di Voltri, a Genova, le acciughe piccole costavano 4,90 euro e quelle grosse 8,90. Liguri doc. Nella medesima delegazione, patria dei pescatori genovesi, Beppe Bozzolo ricordava come «giovedì 28 abbiamo venduto tutto, fino all’ultima acciuga, e se il tempo tiene contiamo di fare un’ottima stagione. C’è tantissimo pesce, e infatti il mare è pieno di tonni». [r. s.].

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