mercoledì 1 giugno 2016

Il paese fantasma dell’Astigiano dove i macedoni salvano le vigne

LA STAMPA

Italia


A Maranzana 242 abitanti: 50 anni fa erano il triplo

A Maranzana (dove il Monferrato astigiano scavalla sull’Acquese) la strada finisce e non ci si può arrivare per caso. Alla sommità dell’abitato, coricato sul fianco della collina, il castello e tutt’intorno un paese che anno dopo anno si sta spopolando. I residenti sono 277, ma 35 vivono all’estero. I numeri di oggi sono impietosi se si pensa che nel 1911 i maranzanesi erano 1240. Cinquant’anni dopo, nel 1961 la metà: 634. Oggi tra questi 242 abitanti ci sono anche 35 macedoni. 

«Solo il 50% delle case ha accesso alla connessione adsl, i cellulari prendono poco e abbiamo zone a zero segnale. Non ci sono bus per Acqui o Nizza, non arrivano più i giornali, il postino passa a giorni alterni e la scuola elementare è chiusa». Sembra un bollettino di guerra l’elenco dei disservizi con cui lotta Maranzana. A snocciolare i problemi la sindaca Marilena Ciravegna, 77 anni appena compiuti e l’amore per un paese in cui vive dal 2008. «Sono torinese – racconta con l’accento sabaudo -, ma qui ho trovato il mio angolo di paradiso». La storia, quella dell’ultimo secolo, se l’è fatta raccontare «da questa gente che ha gli occhi che guardano lontano». «Qui c’erano macellaio, ciabattino, ombrellaio, tabaccaio, alimentari, posta e osterie – racconta –. Ora c’è un coppia di coraggiosi che mantiene aperto il bar. Fa da tabaccheria ed alimentari. Senza di loro ci sarebbe poco altro». Una sala da ballo, il circolo e un po’ di vita in estate quando arrivano i villeggianti. 

Sino alla metà del Novecento l’ostetrica faceva nascere i bambini, 120 quelli iscritti alle elementari nel 1940. Poi, sul finire dei Sessanta si nasceva ad Acqui o Nizza ed ora i punti nascita più vicini sono ad Asti e Alessandria: 50 chilometri d’auto. Il medico condotto apre lo studio 3 volte a settimana e da qualche anno un farmacista, negli stessi orari di visita, consegna le medicine. 

Se la guerra si è portata via una generazione, le fabbriche di città hanno attirato i figli come suadenti sirene. «Si lasciava la vita da contadino per lo stipendio da operaio – annota Marilena Ciravegna -. Se non fossero arrivati i macedoni a lavorare i nostri vigneti vivremmo in un grande gerbido». Qui la terra, la vigna, è economia. Alla Cantina Sociale i vignaioli portano le uve che altri maranzanesi trasformano in vino che va in tutto il mondo. Ma passeggiando per il paese d’inverno, si fatica a trovare luci accese dietro gli scuri. Eppure per le stesse vie si sarebbe potuto incontrare un giovanissimo ministro Pier Carlo Padoan in visita ai parenti; oppure Luigi Tenco con la mamma, originaria del borgo. A metà Ottocento da qui partì per Genova un ragazzotto: Giacomo. Il suo sogno fare il marinaio, e per entrare in accademia la famiglie dovette rifornire la mensa con il vino prodotto. Quel ragazzotto di cognome faceva Bove e da cartografo, imbarcato sulla Vega, tracciò la prima rotta di Nord-Est. 

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Riccardo Coletti


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