giovedì 21 luglio 2016

Il “profe” Augusto Monti milite ignoto della letteratura

LA STAMPA

Cultura


Nel cinquantenario della morte, raccolto l’epistolario 1910-1966

del mitico insegnante del liceo torinese D’Azeglio

Il «profe» per antonomasia della Torino novecentesca. In cattedra nel liceo mitico, il D’Azeglio, tra i suoi allievi diretti e indiretti, in classe o nel cenacolo (la «banda») oltre la classe, Norberto Bobbio, Cesare Pavese, Massimo Mila, Giulio Einaudi, Leone Ginzburg. A cinquant’anni dalla morte (l’11 luglio) Augusto Monti riappare attraverso un mannello di lettere 1910-1966 per i tipi di Araba Fenice (Continuare per cominciare, pp. 701, € 35, a cura di Francesco Mereta e Alberto Sisti, introduzione di Giovanni Tesio, sua la biografia del «maggiore» di Monastero Bormida, Attualità di un uomo all’antica, per i tipi di L’Arciere).

Monti, i professori come lui, una concezione sacerdotale dell’insegnamento. Sicuramente avrebbe brillato nella storia della borghesia immaginata da Arturo Carlo Jemolo (e mai composta): «...in quella storia dell’Ottocento darei proprio un gran posto, forse il primo, a quello che furono i professori di scuole secondarie [...]: quanta dignità, quanto culto del rispetto che l’uomo deve a se stesso, della dignità di ogni essere umano, era in tutti loro».

La scuola è il fil rouge dell’epistolario. Una passione via via manifestata e meditata dialogando con Giuseppe Prezzolini, Giuseppe Lombardo Radice, Gaetano Salvemini, «maestro di sempre», Benedetto Croce, elogiato «come d’un Virgilio che “n’aveva lasciati scemi di sé” a un certo punto di quella fatale ascesa, ma che poi avevam ritrovato più “maestro e donno” che mai». La bussola - osserverà Bobbio - che consentì a una certa Italia di navigare nel gran mare della Storia evitando il rischio di tornare ogni volta daccapo.

Dall’esame di Stato (di cui Monti fu fermo fautore) ai programmi di greco, al latino («L’idea fondamentale, il filo conduttore sarebbe quello di ritrovare o di iniziare, per la nostra scuola di latino, una tradizione nazionale, non però nazionalista)». Ai consigli - offerti a Luigi Einaudi, da Luigi Einaudi sollecitati - per migliorare l’italiano del figlio Giulio, non «solidissimo» nella materia: «L’italiano - come il vino per quel tale - lo si impara con tutto, anche (vorrei dir tranne talvolta) con l’italiano. E per questo il figliol suo potrà legger prosatori nostrani dell’Ottocento, i soliti e insuperati: D’Azeglio (Ricordi e i due romanzi), Nievo (Memorie), Abba (qualunque cosa), De Sanctis (Giovinezza, qualche saggio...)». 

Tra letteratura (crociano) e politica (gobettiano): i sentieri di Augusto Monti. «Milite ignoto della letteratura», si definisce, un po’ per celia, un po’ no, vaticinando l’oblio che avvolgerà il suo capo d’opera, I Sanssôssì, un affresco del mondo di ieri, spensierato e irregolare, irregolare perché spensierato, torinese e piemontese. La letteratura che ha la meglio sulle «ambizioni in politica». Da quando - confessa a Salvemini nel 1949 - ha scoperto che il suo «mestiere» è, «come dice Natalia Ginzburg nel Ponte, raccontare: cioè dal 1929, data dei Sanssôssì».

Il mestiere di narrare, beninteso, non offusca la sensibilità politica, non stempera, gozzanianamente, la differenza tra «formiche rosse e formiche nere». 1929, ancora vividissima l’eco del Baretti, la rivista sopravvissuta a Gobetti e chiusa nel dicembre precedente. L’«arcangelo della Rivoluzione Liberale» che annoverò Monti fra i suoi collaboratori, che di Monti pubblicò Scuola classica e vita moderna. Monti che commemorò il «prodigioso giovane» nella trigesima della morte: «Ricordai il legislatore di Sparta, il nomoteta che, fissata la costituzione della sua patria, era partito per “un lungo viaggio” raccomandando di nulla mutare di quello statuto finché lui non fosse tornato e non era tornato più».

Interventista democratico, naturaliter antifascista, azionista, Augusto Monti. Un borghese liberale, un borghese radicale, che sosterrà il Fronte Popolare, quindi coltivando (e fraintendendo) la suggestione gobettiana di conciliare liberalismo e comunismo. 

Di lettere in lettera, affidandosi in ultimo, scemata la vista, all’amanuense Caterina Bauchiero, la ragazza del ’24, la seconda moglie. Costante, trepido il pensiero alle sue «energie nove», ai suoi studenti. Il 5 agosto 1965, in risposta a Norberto Bobbio che gli aveva inviato il volume Italia civile, Monti si sofferma sulla «viva persuasiva commovente rappresentazione oratoria del dramma della vostra generazione; degli adolescenti che corsero, per colpa degli eventi, il pericolo di essere condannati per la vita all’adolescenza, cioè al romanticismo deteriore, cioè all’attrito fra velleità e possibilità, cioè all’avventura e alla finale morte e disperazione. Tu ti salvasti, come si salvarono alcuni altri dei... diciamo così, “dazeglini”...». Altri, no. Altri (come Cesare Pavese) scesero nel gorgo. Muti.

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