ebook di Fulvio Romano

lunedì 2 settembre 2013

Uno strappo negli Stellati?

LA STAMPAweb

Italia

Oggi il faccia a faccia su alleanze e democrazia interna

“Subito al voto”, “No, serve dialogo”

I senatori del M5S verso lo strappo

La riforma della legge elettorale e la posizione da tenere in caso di caduta del governo, soprattutto. Ma anche la tanto annunciata - e mai realizzata - piattaforma online per raccogliere le proposte e i pareri della base. La prima riunione post estiva dei senatori del Movimento Cinque Stelle, in programma oggi alle 17, si preannuncia tesissima. E nel mirino finirà anche il blogger Claudio Messora, che si occupa della comunicazione al Senato.

Per avere un’idea del clima, basta dare un’occhiata alle ultime dichiarazioni: Luis Alberto Orellana, senatore che sostiene la necessità di «dialogare» con le altre forze politiche, ieri ha ricordato che anche «Crimi e la Lombardi dialogarono in streaming con Bersani su un’ipotesi di governo» e che oggi, «solo per aver ipotizzato qualcosa di simile, sono diventato un traditore». Due giorni prima la collega Laura Bottici gli aveva spedito un bel «vaffa». Oggi si confronteranno faccia a faccia e c’è già chi ipotizza uno strappo.

Dalla parte di Orellana sono in tanti a Palazzo Madama, almeno dieci. Una minoranza, certo, ma molto determinata. Di tornare al voto con il Porcellum, come sostiene Grillo, non ne vogliono sentir parlare. «Facciamo i presìdi per difendere la Costituzione - butta lì Lorenzo Battista - e poi siamo i primi a non rispettarla. La Carta dice che, nel caso in cui cadesse il governo, non si può tornare subito alle urne. Il Presidente della Repubblica deve prima cercare altre maggioranze. E io dico che il Movimento dovrebbe nono solo valutare maggioranze alternative, ma proporre un governo con personalità di alto profilo. Cosa che purtroppo non è mai stata fatta». Ma sull’altra sponda i colleghi sono perfettamente allineati con Grillo: «Se sei su una macchina che si sta per schiantare contro un muro - prova a spiegare il fedelissimo Alessandro Di Battista -, cosa faresti? Io mi lancerei dal finestrino, sperando di salvarmi anche se rischio di farmi male. Ecco perché bisogna tornare alle urne immediatamente». Anche con quella «schifezza del Porcellum».

Oggi gli «aperturisti» torneranno a chiedere di introdurre la piattaforma online per consultare la base: facciamo decidere gli elettori. A maggio, durante l’incontro di Grillo con i parlamentari, Filippo Pittarello (un uomo della Casaleggio) assicurò: «Sarà pronta entro luglio». Per ora, però, non c’è traccia. Le decisioni vengono prese dalla maggioranza dei parlamentari. «Ma gli input - allarga le braccia Battista - arrivano da uno solo».

piano piano il PD diventa renziano...

LA STAMPA

Italia

Il sindaco alla conquista della “ditta”

Nomenclatura e base sempre più con lui

Migliaia di persone ai comizi: ora non è più considerato “estraneo”

Nel giro di tre giorni nel Pd è cambiato il mondo. Alcuni dei notabili più influenti si sono spostati più o meno silenziosamente su Matteo Renzi, alle feste si spellano le mani per lui.

E ieri il sindaco ha rotto gli indugi. Annunciando di essere pronto.

A candidarsi leader, a prendere la guida del partito, senza aspettare una futuribile corsa per la premiership. Nel Pd questa è la novità conclamata, accompagnata però da una meno visibile, ma altrettanto significativa: Renzi oramai sta conquistando la «ditta», il bastione che la nomenclatura ex Pci finora è riuscita a tenere, un avamposto ritenuto più importante della guida stessa del governo. E Renzi sta conquistando la «ditta» da dentro: in tutte le platee non è più vissuto come un estraneo, un fenomeno che, paradossalmente, è diventato ancora più palpabile nelle cucine delle feste di Reggio Emilia e di Forlì: mentre l’anno scorso le compagne col grembiule gli dicevano: «Renzi, ma senza di noi, non c’è più il partito», ora lo accolgono come il salvatore: «Matteo, mi raccomando!».

Dopo la vacanza in California, il 30 agosto il sindaco di Firenze si è presentato alla festa del Pd di Forlì: l’anno scorso - ed era stato un successo - erano accorsi in seicento, mentre l’altra sera ai tremila schierati all’inizio si è aggiunto via via un altro migliaio di curiosi. Da seicento a quattromila. Ma è stato a Reggio Emilia che si è capito che qualcosa di profondo stava cambiando: ad attendere Renzi al Campo volo c’erano tra le cinque e le seimila persone. E se a 48 ore di distanza persiste una certa discrepanza sul numero preciso, nessuno mette in discussione un dato eloquente: ad ascoltare Renzi c’era più gente rispetto ad un anno fa, quando a Reggio Emilia il segretario del Pd Pier Luigi Bersani chiuse la Festa nazionale. Con tanto di pullman parcheggiati ai margini del Campo volo. Ed era appena iniziata la corsa delle Primarie.

Ma se può anche capitare di «battere» Bersani a Reggio Emilia, nella più rossa delle città rosse, la novità sta nel clima che circonda Renzi. Lo si è visto anche ieri pomeriggio a Genova. Quattro giorni fa la festa nazionale del Pd è stata aperta dal presidente del Consiglio davanti ad una folla che nessuno si aspettava. Quando Enrico Letta è entrato sotto il tendone della darsena, ad applaudirlo c’era un migliaio di persone, una folla più densa di quelle che nella Festa nazionale del 2009 avevano accolto gli sfidanti delle Primarie, Bersani e Franceschini. Ma ieri ad aspettare Renzi c’erano circa duemila persone, il doppio, con una disponibilità all’applauso ed un entusiasmo non paragonabili con tre giorni prima. Ad ogni battuta scattava un battimani, con una gratuità tipica in questi casi. E se la spinta della base è forte, un fenomeno nuovo sta coinvolgendo le nomenclature locali. In tutte le regioni alcuni dei personaggi di maggior peso si stanno spostando su Renzi. Sia pure in forme diverse e non sempre esplicite sono entrati in orbita renziana personalità come Piero Fassino, il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, quella del Friuli Debora Serracchiani, quello della Liguria Claudio Burlando, il sindaco di Bologna Merola, quello di Catania Bianco, il personaggio più importante del Pd romano, Goffredo Bettini. E sono dati in avvicinamento personaggi di forte peso specifico congressuale come il segretario dell’Emila Romagna Stefano Bonaccini e il lucano Gianni Pittella.

fabio martini


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domenica 1 settembre 2013

Ponente ligure, massime tra 27,3 e 29,9 gradi...


Piemonte, massime tra 26,8 e 31,2 gradi

CapoluogoMinima (°C)
31/08/2013
Massima (°C)
31/08/2013
Minima (°C)
01/09/2013
Massima (°C)
01/09/2013
Grafico
TORINO14,729,415,629,7vai
BIELLA17,628,518,229,3vai
VERCELLI14,628,716,229,9vai
NOVARA17,427,919,228,8vai
VERBANIA17,528,318,831,2vai
CUNEO14,626,516,126,8vai
ASTI15,228,115,827,9vai
ALESSANDRIA13,728,314,530,2vai

Le temperature estreme giornaliere per la giornata di ieri sono rilevate a partire da dati massimi e minimi strumentali campionati ogni 5 secondi. Per la giornata odierna gli estremi sono rilevati a partire da dati puntuali campionati ogni 30 minuti.

Servizio a cura di ARPA PIEMONTE - Dipartimento Sistemi Previsionali
sito internet: www.arpa.piemonte.it | e-mail: urp@arpa.piemonte.it


Ponente ligure, minime tra 18,2 e 22,5 gradi...


Piemonte, minime tra 14,5 e 19,2 gradi

CapoluogoMinima (°C)
31/08/2013
Massima (°C)
31/08/2013
Minima (°C)
01/09/2013
Massima (°C)
01/09/2013
Grafico
TORINO14,729,415,6-vai
BIELLA17,628,518,2-vai
VERCELLI14,628,716,2-vai
NOVARA17,427,919,2-vai
VERBANIA17,528,318,8-vai
CUNEO14,626,516,1-vai
ASTI15,228,115,8-vai
ALESSANDRIA13,728,314,5-vai

Le temperature estreme giornaliere per la giornata di ieri sono rilevate a partire da dati massimi e minimi strumentali campionati ogni 5 secondi. Per la giornata odierna gli estremi sono rilevati a partire da dati puntuali campionati ogni 30 minuti.

Servizio a cura di ARPA PIEMONTE - Dipartimento Sistemi Previsionali


Il Superpollo nell'allevamento-lager e l'incubo aviaria...

LA STAMPA

Italia

Negli allevamenti dei superpolli. “Aviaria, l’incubo che ci perseguita”

Ma dopo l’allarme virus in Emilia le autorità sanitarie rassicurano: zero rischi per l’uomo

Forse è stato un animale selvatico di passaggio (un’anitra, probabilmente) o un altro animale migratorio, fatto sta che il 14 agosto è scattato l’allarme e finora i polli «gasati» in Emilia sono stati quasi un milione a causa del nuovo virus di influenza aviaria: i quattro focolai registrati dal ministero della Salute e dalla Regione in Emilia-Romagna sono a Ostellato (Ferrara), due a Mordano (Bologna) e uno a Portomaggiore (Ferrara). I danni per il settore - solo considerando i capi abbattuti – si aggirano sui 5-6 milioni di euro.

L’allarme è tuttavia fuori luogo: le autorità sanitarie confermano che «non vi è alcun rischio per l’uomo derivato dal consumo di carni di tacchino o pollo e delle uova», bisogna evitare psicosi ingiustificate che nel passato hanno danneggiato pesantemente uno dei pochi settori in attivo, in cui l’Italia è praticamente autosufficiente, che dà lavoro a circa centomila persone e che nutre senza salassi: in un momento di forte calo dei consumi alimentari, la spesa per le uova fa +4% e per la carne di pollo naturale +6. In un anno consumiamo oltre 19 chili di prodotti avicoli a testa.

Più che di epidemia aviaria, insomma, sarebbe increscioso parlare di epidemia mediatica. Ma su queste cose non si scherza, il numero di ovaiole «gasate» con l’anidride carbonica è imponente (diventeranno carcasse da inviare ai cementifici, utilizzate come combustibile) e su questo tipo di infezioni la guardia non va mai abbassata: il ceppo individuato, ad alta patogenicità e appartenente al sottotipo H7N7, è molto virulento per gli animali ma di scarsa trasmissibilità all’uomo.

Lo sanno alla Coldiretti, lo sa il ministro della Salute Beatrice Lorenzin e lo sanno le autorità sanitarie delle Regioni, che comunque stanno prendendo misure precauzionali sulle aziende avicole: «città» di volatili imponenti come la O.R.A, ex Famarco nel Monregalese, capannoni con migliaia di becchi, di piume, di zampe. Il responsabile, Oreste Massimino, ci accompagna nei capannoni dei polli da carne che contengono circa novemila pulcini schiusi da una settimana, soffice lettiera e temperatura ipercontrollata, come tanti altri parametri; le Asl e le norme europee non ammettono deroghe. La densità di animali, ad esempio, prevede non più di 33 chili per metro quadro. La razza è la stessa in tutto il mondo, in Europa, Usa o Sudafrica, dice Massimino, presidente della Confagricoltura di Cuneo e presidente nazionale del settore avicolo di Confagricoltura.

È la globalizzazione, bellezza: polli supergiganti da carne per tutti, selezionati dalla Ross, multinazionale inglese, schiusi in un incubatoio vicino a Lipsia sette giorni fa e portati in 12 ore in Italia, con un Tir. Un camion di 50 mila pulcini suscita una leggera vertigine.

Le bestie sono tranquille, ci sono lampade-chioccia a temperatura variabile per ospitarli se hanno freddo, abbeveratoi e ventilatori collegati a un termostato affinché la temperatura sia controllata e non prendano nemmeno il raffreddore. Fra un paio di mesi arriveranno a quattro chili circa (quarant’anni fa ci voleva molto di più) e verranno portati a Cherasco, al macello, in una struttura che «termina» 50 mila bestie al giorno. Quando avranno 35 giorni verranno «sfoltiti», polli da un chilo e mezzo, «quelli che trovi nei girarrosto» dice Massimino.

I capannoni con i capponi sono del tutto simili, contengono circa 5 mila bestie ciascuno, saranno «pronte» per Natale. Di allevamenti così in Italia ce ne sono tanti, giganteschi: 70 mila capi a Scarnafigi, anche da 200 mila in Emilia e Veneto. «Il nostro livello di produzione è il migliore d’Europa - dice Massimino - Qui per loro è un hotel a cinque stelle».

Le autorità sanitarie riconfermano che «Non vi è alcun rischio per l’uomo», i capannoni non sono un idillio da Ciccio e Nonna papera o da Mulino bianco ma tant’è, i capponi sembrano bagnanti di una spiaggia a Cesenatico nel mese di agosto ed è facile pensare che se uno prende una malattia la prendono tutti.

Quindi controlli rigorosissimi per queste bestie con la camminata strana e lo sguardo laterale un po’ inquietante, capaci però di essere anche vivaci e comunicative: in libertà hanno gerarchie sociali complesse, fanno bagni di terra e di sole e comunicano con i piccoli ancora nell’uovo, che rispondono pigolando.

I capannoni non sono Mulini bianchi, casomai produzione industriale di massa, tormentoni come la cantilena di note da Pulcino Pio. Formattazione dei gusti e dei consumi, ma chi non è vegetariano (chapeau) scagli la prima coscia o petto di pollo.

Siamo esseri umani, non polli da allevamento. Anche se, come diceva Mark Twain: «Il fatto che l’uomo sappia distinguere il bene dal male prova la sua superiorità intellettuale sulle altre creature; ma il fatto che possa fare il male prova la sua inferiorità morale rispetto a qualsiasi creatura che non sia in grado di farlo».

carlo grande


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È Belpietro che parla? No! È Becchi l'"intellettuale 5 stelle".

LA STAMPAweb

Italia

“Sarà anche amico di Grillo ma Piano sosterrà Letta”

L’accusa del professor Becchi: “Inadatti al ruolo”

Professor Paolo Becchi, lei è stato tra i primi ad attaccare duramente i nuovi senatori a vita. «Non ce l’ho con loro, ma con l’istituto del senatore a vita. E col fatto che Napolitano questa se la poteva proprio risparmiare. Però doveva mandare un messaggio...». Quale? «Che se non passa il Lodo Violante e Berlusconi fa cadere il governo, Letta potrà comunque contare su quattro senatori in più. Sono quattro ciambelle di salvataggio». Non le sembra irrispettoso nei loro confronti? «Ma io sono il primo a riconoscere i loro meriti. Nei loro ambiti, però. Se uno è un bravissimo musicista o un Premio Nobel per la Fisica, non è detto che sia anche un’eccellenza in campo politico e quindi un bravo parlamentare». C’è chi dice che in Parlamento ci sia di peggio... «Magari mi sbaglio, ma non sono convinto che loro, come senatori, siano meglio degli altri. E poi sono tutti e quattro di sinistra, da qui il chiaro messaggio a Berlusconi». Chi avrebbe preferito? «Credo che sarebbe stato molto meglio dare questo riconoscimento a Pannella. Ma lui è uno che fa di testa sua, non era un voto sicuro». Tra quelli che lei considera «voti sicuri» c’è anche quello di Renzo Piano. Genovese, amico di Grillo ed estimatore del Movimento Cinque Stelle... «Ho grande simpatia per Piano e molta stima per i suoi lavori. Ma credo che in Parlamento, alla fine, si allineerà». Sul blog di Grillo ha scritto un post in cui prende di mira gli stipendi dei senatori a vita. «Si parla tanto di costi della politica e poi si fanno queste mosse. Ognuno di loro guadagnerà 13 mila euro al mese, netti. Prendiamo la Cattaneo: ha 50 anni e se arriva anche lei a 103 anni come la Montalcini vuol dire che dobbiamo mantenerla per altri 53 anni... Con denaro pubblico». Anche il suo stipendio è pagato dallo Stato... «Sì, ma i docenti universitari guadagnano 3.500-4.000 euro al mese, i senatori a vita il triplo». [ma. bre.]

Gli autogol di Silvio

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Italia

Dal condono alla Severino Gli autogol del Cavaliere

I consiglieri più fidati gli avevano mostrato i rischi in tempo

Una debolezza degli argomenti berlusconiani, che i suoi consiglieri non sono riusciti a neutralizzare, riguarda la genesi della legge Severino: cioè il via libera che il Pdl diede proprio alle norme di cui ora mette in dubbio la legittimità costituzionale, pure avvalendosi di autorevoli pareri «pro veritate». Dal punto di vista del Cavaliere, fu un clamoroso «autogol». Talmente maldestro, da giustificare l’interrogativo: quando fu varata la riforma, i «berluscones» si rendevano conto del guaio in cui stavano cacciando l’amato leader? Fu semplice sbadataggine, o qualcuno lo fece apposta per affrettare la successione?

Già un anno fa era ben chiaro che la prima vittima delle norme anti-corruzione sarebbe stato proprio Silvio, sul quale pendevano processi e condanne. L’avvocato Ghedini ne era così consapevole, che il 7 dicembre si precipitò dall’allora premier Monti per protestare contro il decreto attuativo della legge, dove non si faceva menzione dell’irretroattività o di altri marchingegni in grado di salvare Berlusconi dalla decadenza. Fu un colloquio, a quanto risulta, parecchio animato. Il Professore tenne duro, e l’indomani il Cavaliere per ritorsione fece cadere il governo. Ma la crisi non impedì alle Commissioni di Senato e Camera, dove il centrodestra aveva la maggioranza, di dare semaforo verde al decreto attuativo. Ultima fu la Commissione bilancio di Palazzo Madama il 20 dicembre 2012. E per effetto di quel parere «non ostativo», il governo dimissionario mise il timbro finale alla riforma Severino.

Oggi nel Pdl è il momento delle recriminazioni nonché dei sospetti. Sottovoce tutti, con il senno di poi, riconoscono che per il Cavaliere fu l’inizio della fine. L’unico voto contrario alla legge 190/2012 venne dal deputato D’Alessandro, gli altri senza eccezione dissero sì. Qualcuno perché inconsapevole. Altri per sicumera. L’Italia era già in campagna elettorale, e dunque gli strateghi berlusconiani non volevano far credere che il Capo avesse qualcosa da temere. Scelsero di correre il rischio, oggi ne pagano le conseguenze. Ma nella lite senza fine tra i «falchi» e le «colombe» pure quella vicenda viene rivissuta in chiave di lotta interna. E, inutile dire, la colpa viene scaricata su chi rassicurava Silvio che non doveva preoccuparsi, una soluzione giudiziaria sarebbe stata trovata…

Ma di «boomerang», a onor del vero, se ne contano parecchi altri. Per esempio, resta quasi inspiegabile come mai Berlusconi non volle usufruire della chance che gli era stata offerta nel 2002 dal condono tombale di Tremonti. Pagando 30 milioni di multa all’erario, Mediaset si sarebbe messa in regola, e l’ideatore delle frodi fiscali (secondo la sentenza della Cassazione) non sarebbe stato più perseguito. Anche qui c’è un mistero, perché la questione venne a suo tempo sollevata riservatamente per iscritto dai legali berlusconiani, senza successo tuttavia. Un ex ministro molto autorevole sostiene che il Cavaliere non volle scucire la penale, un po’ per tirchiaggine e un altro po’ convinto di stare nel giusto. Mai calcolo fu più sbagliato.

L’elenco delle leggi «contra personam» targate Pdl, e non Pd, comprende l’aumento delle pene per la prostituzione minorile, iniziativa meritoria assunta nel 2008 dal ministro Carfagna. Berlusconi chiaramente mai avrebbe immaginato che le sue «feste eleganti» sarebbero finite nel mirino dei pm. Eppure, già allora, tra i consiglieri giuridici più avveduti qualcuno l’aveva messo in guardia, «occhio alle conseguenze». Silvio, sorridendo, alzò le spalle. [u. m.]

ugo magri


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ImPannellarsi? Mai!

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Italia

Quando Craxi disse: mai impannellarsi

Culminato nella cerimonia della firma per i referendum del leader del centrodestra, l’incontro politico tra Pannella e Berlusconi ripropone un’altra delle analogie tra la caduta della Prima Repubblica, vent’anni fa, e quella ormai annunciata della Seconda. Protagonista, anche in questo caso, il leader radicale autore delle mille battaglie per una giustizia giusta - compreso il referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei magistrati - e il super-inquisito Craxi, che ormai meditava l’esilio. Nell’ annus horribilis che correva tra il 4 maggio ’93, giorno in cui la Camera a voto segreto negò l’autorizzazione a procedere contro l’ex-presidente del consiglio socialista, e per reazione una folla di manifestanti lo accolse all’uscita dell’hotel Raphael con il famoso lancio di monetine, e lo stesso mese dell’anno successivo, quando si apprese che era fuggito ad Hammamet, Pannella lo avvicinò più volte per convincerlo a continuare a combattere dal carcere. «Vedrai che sarà meglio per te, la gente rifletterà, in cella diventerai un simbolo come Tortora», gli diceva, puntando sull’antica amicizia e militanza comune che li legava dai tempi dell’Unuri, il parlamentino universitario pre-sessantottesco. Ma Craxi, forte proprio di quella confidenza, lo mandò a stendere e preferì la fuga. Una regola non scritta per Bettino era infatti che si potesse essere amici di Pannella, ma non alleati. Quando La Malfa e Altissimo, nel 1987, avevano tentato di mettere su con i radicali un «polo laico», e si erano presentati insieme alle elezioni, il giudizio tranchant di Craxi era stato: «Peggio per loro, se ne accorgeranno. Non bisogna mai farsi impannellare da Marco».

Dettaglio più, dettaglio meno, è andata allo stesso modo in questi giorni tra Pannella e Berlusconi. Per tutto agosto Marco ha preparato l’incontro! dando pubblicamente a Silvio lo stesso consiglio che aveva dato a Bettino tanti anni fa: «Accetta la pena e vai in carcere. Diventerai il simbolo della nuova battaglia per la giustizia, come Tortora». Quando però se lo è trovato di fronte, e ha capito che Berlusconi non aveva alcuna intenzione di rassegnarsi, nè di consegnarsi, e soprattutto che piuttosto che finire in cella avrebbe fatto cadere il governo, Pannella non s’è perso d’animo. «L’importante è che tu venga subito a firmare per i referendum. Poi, se vuoi, puoi anche andare all’estero...».

Così a una perfetta analogia tra Craxi e il Cavaliere manca solo la decisione di quest’ultimo di prendere il largo. Con una differenza: all’inizio di maggio ’94, i giudici di Mani pulite chiesero all’ormai ex-segretario socialista di consegnare il passaporto, ma dovettero scoprire che era troppo tardi. Il 4 Craxi era stato avvistato a Parigi, il 18 mandò da Hammamet il primo di una serie di fax che avrebbero scandito la sua lunga agonia, politica e umana. Stavolta invece la Cassazione e la Procura di Milano si sono premuniti: il 2 agosto, all’indomani della condanna, i carabinieri erano già ad Arcore, e in men che non si dica Berlusconi è rimasto senza documenti per l’espatrio. Da allora in poi, non a caso, parla quasi come se si sentisse già prigioniero.

Marcello Sorgi


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