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domenica 1 settembre 2013

ImPannellarsi? Mai!

LA STAMPA

Italia

Quando Craxi disse: mai impannellarsi

Culminato nella cerimonia della firma per i referendum del leader del centrodestra, l’incontro politico tra Pannella e Berlusconi ripropone un’altra delle analogie tra la caduta della Prima Repubblica, vent’anni fa, e quella ormai annunciata della Seconda. Protagonista, anche in questo caso, il leader radicale autore delle mille battaglie per una giustizia giusta - compreso il referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei magistrati - e il super-inquisito Craxi, che ormai meditava l’esilio. Nell’ annus horribilis che correva tra il 4 maggio ’93, giorno in cui la Camera a voto segreto negò l’autorizzazione a procedere contro l’ex-presidente del consiglio socialista, e per reazione una folla di manifestanti lo accolse all’uscita dell’hotel Raphael con il famoso lancio di monetine, e lo stesso mese dell’anno successivo, quando si apprese che era fuggito ad Hammamet, Pannella lo avvicinò più volte per convincerlo a continuare a combattere dal carcere. «Vedrai che sarà meglio per te, la gente rifletterà, in cella diventerai un simbolo come Tortora», gli diceva, puntando sull’antica amicizia e militanza comune che li legava dai tempi dell’Unuri, il parlamentino universitario pre-sessantottesco. Ma Craxi, forte proprio di quella confidenza, lo mandò a stendere e preferì la fuga. Una regola non scritta per Bettino era infatti che si potesse essere amici di Pannella, ma non alleati. Quando La Malfa e Altissimo, nel 1987, avevano tentato di mettere su con i radicali un «polo laico», e si erano presentati insieme alle elezioni, il giudizio tranchant di Craxi era stato: «Peggio per loro, se ne accorgeranno. Non bisogna mai farsi impannellare da Marco».

Dettaglio più, dettaglio meno, è andata allo stesso modo in questi giorni tra Pannella e Berlusconi. Per tutto agosto Marco ha preparato l’incontro! dando pubblicamente a Silvio lo stesso consiglio che aveva dato a Bettino tanti anni fa: «Accetta la pena e vai in carcere. Diventerai il simbolo della nuova battaglia per la giustizia, come Tortora». Quando però se lo è trovato di fronte, e ha capito che Berlusconi non aveva alcuna intenzione di rassegnarsi, nè di consegnarsi, e soprattutto che piuttosto che finire in cella avrebbe fatto cadere il governo, Pannella non s’è perso d’animo. «L’importante è che tu venga subito a firmare per i referendum. Poi, se vuoi, puoi anche andare all’estero...».

Così a una perfetta analogia tra Craxi e il Cavaliere manca solo la decisione di quest’ultimo di prendere il largo. Con una differenza: all’inizio di maggio ’94, i giudici di Mani pulite chiesero all’ormai ex-segretario socialista di consegnare il passaporto, ma dovettero scoprire che era troppo tardi. Il 4 Craxi era stato avvistato a Parigi, il 18 mandò da Hammamet il primo di una serie di fax che avrebbero scandito la sua lunga agonia, politica e umana. Stavolta invece la Cassazione e la Procura di Milano si sono premuniti: il 2 agosto, all’indomani della condanna, i carabinieri erano già ad Arcore, e in men che non si dica Berlusconi è rimasto senza documenti per l’espatrio. Da allora in poi, non a caso, parla quasi come se si sentisse già prigioniero.

Marcello Sorgi


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mercoledì 14 agosto 2013

Bobo Craxi: papà si dimise al primo avviso di garanzia...

LA STAMPAweb

Italia

«Paragone con Craxi discutibile, mio padre si dimise al primo avviso di garanzia»

Bobo Craxi, la convince il paragone tra suo padre e Berlusconi, evocato anche nella nota di Napolitano?

«Mi pare discutibile e inopportuno. L’analogia è che sono gli unici primi ministri del dopoguerra condannati dalla giustizia. Ma le differenze sono sostanziali: uno per reati politici che coinvolgevano l’intero sistema, l’altro per reati connessi alla sua attività imprenditoriale ed esclusivamente personali. Infine, questione più importante: Berlusconi è capo di un partito di cui è proprietario, e lo resta anche dopo una sentenza definitiva, perché il Pdl è un’endiadi; mio padre guidava un partito democratico e per questo si dimise all’indomani del primo avviso di garanzia».

Non trova che anche suo padre, nel famoso discorso alla Camera, in fondo chiese «agibilità politica»? «Non chiese pacificazione né provvedimenti ad personam. Quando vide che il sistema rifiutava di difendersi, preferendo la logica del capro espiatorio, non potendo vincere la battaglia evitò di organizzare una resistenza a oltranza e scelse la strada più impervia, ma anche più rispettosa: l’esilio». Perché rispettosa, visto che la latitanza eludeva le sentenze? «Lo dico in modo paradossale... anzi no. Politicamente rispettosa, perché separando il suo destino da quello politico nazionale lasciava che il nuovo, che pretendeva di avanzare, facesse il suo corso. Berlusconi invece non prende atto della sconfitta, non separa il suo destino ma invoca una pacificazione irrituale». Dove sta l’irritualità? «Non è il secondo tempo del ’92, ma la resa dei conti interna al campo del nuovismo. Le vittime odierne, compreso Berlusconi, parteciparono 20 anni fa alla sbornia giustizialista». Come dovrebbe comportarsi? «L’agibilità politica è nelle cose. Da statista, dovrebbe accettare la sentenza senza stressare il quadro politico e poi pretendere in un secondo tempo un riconoscimento di clemenza, come del resto si dovrebbe a chi ha avuto responsabilità di governo. Se invece vuole spericolatamente ottimizzare la posizione di martire, non porterà nulla di buono a se stesso e all’Italia». [g. sal.]

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