ebook di Fulvio Romano

Visualizzazione post con etichetta Travaglio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Travaglio. Mostra tutti i post

domenica 11 maggio 2014

Troppi profeti nella piazza mediatica ... La diaspora dei Santoro, Travaglio, Grillo etc. etc.

LA STAMPA

Italia

Tra i profeti di piazza

è scattata la guerra

di tutti contro tutti

Grillo, Santoro, Travaglio, è la diaspora

Tra i più celebri guru dell’indignazione - Michele Santoro, Marco Travaglio, Beppe Grillo, Stefano Rodotà, ma anche alcuni magistrati - si stanno intensificando le reciproche ostilità: qualcosa che somiglia ad una diaspora in un mondo che per anni ha fatto massa, esercitando una profonda influenza in una parte dell’opinione pubblica di sinistra. Due giorni fa, in una intervista al “Fattoquotidiano” Michele Santoro ha dato una veste ideologica al suo possibile divorzio da Marco Travaglio: «Non dico che Marco abbia perso la sua indipendenza», ma lui vuole stare dentro la «gigantesca piazza Tahir», «la rivolta verso tutto ciò che è istituzionale» e in questo c’è «il rischio del fondamentalismo», con «una differenza di analisi» tra i due che Santoro stesso definisce «una contrapposizione non banale». Al punto da immaginare una separazione professionale da Travaglio, da anni protagonista di un monologo di grande successo all’interno dei contenitori televisivi santoriani.

L’annuncio di separazione di Santoro da Travaglio segue di pochi giorni un altro divorzio: quello che Santoro ha subìto ad opera di Grillo. Nel blog del guru cinque stelle è comparso con evidenza un commento molto critico verso una puntata di Servizio pubblico, colpevole di aver ospitato opinioni critiche nei confronti dell’ex comico, in particolare quella di un operaio della Lucchini: «Perché tutto quell’accanimento contro Grillo? Triste, molto triste assistere a trasmissioni faziose come quella». Anche in quel caso Santoro non aveva mancato di farsi sentire: «Credo che di fronte a questo attacco sia un’operazione di legittima difesa battersi per la libertà di stampa». Con tanto di avvertimento: «O Grillo impara a rispettare noi, o lo ripagheremo con la stessa moneta».

Se non è ancora una guerra di tutti contro tutti, poco ci manca. Di sicuro è l’inizio di una diaspora in un mondo un tempo monolitico, unito per decenni dalla granitica convinzione nelle proprie invettive contro il Palazzo e la Casta, ma anche nella individuazione dei nemici: non solo Berlusconi, ma chiunque fosse sospettato di avere un qualche rapporto col Cavaliere. Un mondo con i propri leader, con i suoi organi di informazione e incardinato su ambienti diversi (giornalisti, magistrati, sindacalisti, costituzionalisti) e più recentemente da un personaggio come Beppe Grillo che avrebbe potuto diventare il catalizzatore dell’area, ma che invece si sta rivelando personaggio irriducibile e quindi divisivo.

Fino ad oggi - accanto all’iniziatore Michele Santoro (in campo da 27 anni e inventore di quelle piazze mediatiche che ora ripudia senza tracce di autocritica) e a Marco Travaglio, il quotidiano “il Fattoquotidiano” diretto da Antonio Padellaro, il periodico “Micromega” di Paolo Flores d’Arcais. Maggiore ricambio nel mondo della magistratura: per anni il punto di riferimento è stato Antonio Ingroia (dopo l’infelice esperienza elettorale, vive con lo stipendio che gli eroga la Regione Sicilia), mentre ora il personaggio emergente di questo mondo è il viceprocuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo, sostenuto nella sua contrapposizione ad Edmondo Bruti Liberati. E quanto al mondo dei costituzionalisti l’appello contro i progetti del governo Renzi, promosso da Gustavo Zagrebelsky e Stefano Rodotà, è stato quasi ignorato dal “loro” giornale, “la Repubblica”. Una diaspora destinata a nuovi scrosci polemici se sarà confermata la presenza di Beppe Grillo a “Porta a Porta”, teoricamente la trasmissione simbolo della informazione detestata dal guru genovese, ma anche da tutta l’area un tempo unita nell’invettiva contro il Palazzo.

fabio martini


Level Triple-A conformance icon, W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0           Copyright 2014 La Stampa           Bobby WorldWide Approved AAA

giovedì 15 agosto 2013

Il "travaglio" al Twiga delle pasionarie di Silvio...

LA STAMPA

Italia

Tutti zitti e beatamente al mare Il “travaglio” degli amici di Silvio

Da Alfano alla Santanchè: cosa facevano nel martedì cruciale

Erano così travagliati dal senso dell’ingiustizia sofferta dal Condannato, e dunque dall’Italia tutta, che martedì, nel cruciale giorno del pronunciamento di Napolitano sulla grazia, se ne sono rimasti zitti e beatamente al mare. Questa sì che è solidarietà.

Alfano, Santanchè, Verdini (dunque il segretario, o alcuni dei più vicini al Capo), e poi Brunetta, Lupi, Quagliariello... Se si eccettua Cicchitto, lasciato di guardia, i personaggi poco poco rilevanti del partito si sono taciuti e in nulla hanno modificato le loro abitudini sotto ferragosto. Se ne deduce che, valutata simbolicamente, la vera distinzione nella geografia del berlusconismo non è, al momento, tra falchi e colombe: è tra chi parla e chi sta zitto; chi sta di corvée e chi al sole o a mangiar ricciole al ristorante. Angelino Alfano, per esempio. Il vicepremier e il capo delle delegazione del Pdl al governo martedì sera è stato intercettato spensierato a Favignana, in mise berlusconiana da riposo (pantaloni azzurri larghi, camicia di lino blu fuori dai pantaloni, doppio bottone aperto, abbronzatura color mocassino). Il luogo, la Trattoria El Pescador, fin dal nome induceva alle più liete amenità: non solo per il menù di pesce che vi si serve, ma anche per una certa disponibilità del ministro al rito della fotografia garrula. I retroscena vi diranno che lui, capofila dei «governisti» del partito, tace per opportunità, o perché non sa che dire, Berlusconi guarda a quelli come lui con qualche diffidenza. Fatto sta che non è apparso, nel corso della cena, particolarmente cupo o scosso dalla questione dell’«agibilità politica».

Silente anche la più sveglia di tutti, Daniela Santanchè col cappello texano in Versilia, dove s’è accomodata sui lettini bianchi del Twiga del suo amico Briatore assieme a Mara Carfagna. Hanno parlato di tutto e si sono fatte fotografare domenica nel tardo pomeriggio, un Campari alla mano in spiaggia. Di tutto, ovviamente, tranne che una parola pubblica martedì - che diamine - sulle angosce del Cavaliere (e del Paese intiero). Ieri però l’eroina ha informato l’Italia che non è vero che Silvio è soddisfatto di Napolitano.

E una Santanchè in silenzio stampa è come una pitonessa senza spire; ma il Pdl sulla svaccanza ci ha costruito epopee, e è estate anche per loro, poverini, grazia o non grazia. Per Lupi in barca e Quagliariello in Puglia, per Brunetta a Ravello (dove quest’anno, in piazza, si fa vedere poco) e Schifani alle Eolie... solo i peones s’affannano a dichiarare, falchi e colombe - una finta distinzione - possono dedicarsi alla passione di sempre, il dolce far niente.

jacopo iacoboni


martedì 9 aprile 2013

Quirinale, si fa presto a dire Bonino ... Di Marco Travaglio

Certo, Travaglio sovente è saccente, supponente e velenoso all'accesso. salvo poi farsi fregare da Berlusconi, come avvenuto prima delle elezioni con l'aiuto di Santoro... Ma come dargli torto rileggendo insieme a lui il curriculum della Bonino e ricordando alcune delle scelte della braidese che a suo tempo ci fecero sempre incavolare...? In più, ricordiamo anche la posizione della radicale sugli OGM, da lei difesi anche in contrapposizione col conterraneo Carlin Petrini... E, aggiungiamo, con lei compreremmo anche l' ormai imbarazzante presenza del vecchio Pannella che se ne sta sempre appollaiato sulla spalla della Bonino... No, no, lasciamo perdere la Bonino. C'è, ci sarebbe, di molto meglio...

Ecco il pezzo di Travaglio sul Fatto Quotidiano:

Molti italiani vorrebbero vedere Emma Bonino al Quirinale. Perché è donna, perché è competente, perché è onesta e mai sfiorata da scandali, perché ha condotto battaglie spesso solitarie per i diritti civili e umani e politici in tutto il mondo, forse anche perché è sopravvissuta a Pannella e perfino a Capezzone. Insomma, un sacco di ottimi motivi, tutti veri e condivisibili. Ma della sua biografia, in questo paese dalla memoria corta, sfuggono alcuni passaggi politici che potrebbero indurre qualcuno, magari troppo giovane o troppo vecchio per ricordarli, a cambiare idea e a ripiegare su candidati più vicini al proprio modo di pensare.
A costo di essere equivocati, come ormai accade sempre più spesso, complice il frullatore del web, li ricordiamo qui per completezza dell’informazione, convinti come siamo che di tutti i candidati alle cariche pubbliche si debba sapere tutto. “Conoscere per deliberare”, diceva Luigi Einaudi, cuneese come lei.

Nata 65 anni fa, la Bonino è stata parlamentare in Italia sette volte e in Europa tre volte, a partire dal lontano 1976. Da sempre radicale, si è poi candidata nel ’94 con Forza Italia fondata da Berlusconi, Dell’Utri, Previti & C., e col centrodestra berlusconiano è rimasta alleata, fra alti e bassi, fino alla rottura del 2006, quando è passata al centrosinistra. Ha ricoperto le più svariate cariche: deputata, senatrice, europarlamentare, commissario europeo, vicepresidente del Senato, ministro per gli Affari europei nel governo Prodi. Ed è stata candidata a quasi tutto: presidente della Repubblica, presidente del Consiglio, presidente delle Camere, ministro degli Esteri e della Difesa, presidente della Regione Piemonte e della Regione Lazio, alto commissario Onu ai rifugiati, rappresentante Onu in Iraq, addirittura a leader del centrodestra (da Pannella, nel 2000).

Nel ’94, quando si candidò per la prima volta con B., partecipò con lui e la Parenti a un comizio a Palermo contro le indagini su mafia e politica. Poi, appena eletta, fu indicata dal Cavaliere assieme a Monti come commissario europeo. Il che non le impedì di seguitare l’attività politica in Italia, nelle varie reincarnazioni dei radicali: Lista Sgarbi-Pannella, Riformatori, Lista Pannella, Lista Bonino. Nel ’99 B. la sponsorizzò per il Quirinale, anche se poi confluì su Ciampi. Ancora nel 2005, alla vigilia della rottura, la Bonino dichiarava di “apprezzare ciò che Berlusconi sta facendo come premier” (una legge ad personam dopo l’altra, dalla Gasparri alla Frattini, dal lodo Schifani al falso in bilancio, dalla Cirami alle rogatorie alla Cirielli) e cercava disperatamente un accordo con lui. Sfumato il quale, scoprì all’improvviso i vizi del Cavaliere e le virtù di quelli che fino al giorno prima lei chiamava “komunisti” e “cattocomunisti”.

Molte delle sue battaglie, referendarie e non, coincidono col programma berlusconiano: dalla deregulation del mercato del lavoro (con tanti saluti allo Statuto dei lavoratori, articolo 18 in primis) alla campagna contro le trattenute sindacali in busta paga. Per non parlare del via libera alle guerre camuffate da “missioni di pace” in ex Jugoslavia, Afghanistan e Irak. E soprattutto della giustizia: separazione delle carriere fra giudici e pm, amnistia, abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, responsabilità civile delle toghe e no all’autorizzazione all’arresto per parlamentari accusati di gravi reati: perfino Cosentino, imputato per camorra.

Alle meritorie campagne contro il finanziamento pubblico dei partiti, fa da contrappunto la contraddizione dei soldi pubblici sempre chiesti e incassati per Radio Radicale. Nel 2010 poi, la Bonino fece da sponda all’editto di B.contro Annozero: il voto radicale in Vigilanza fu decisivo per chiudere i talk e abolire l’informazione tv prima delle amministrative.

Con tutto il rispetto per la persona, di questi errori politici è forse il caso di tenere e chiedere conto.

Il Fatto Quotidiano, 6 Aprile 2013



sabato 30 marzo 2013

E Travaglio, mosca cocchiera del M5S, si stupisce...


Oggi sul Fatto Quotidiano M.Travaglio lamenta che fino a ieri Grillo e M5S non avrebbero sbagliato niente.. salvo poi deluderlo quando non hanno fatto nomi a Napolitano di personalità da proporre al governo... 
Mi pare una posizione ingenua quella del “perfido analista”... Grillo e i suoi hanno perso molte simpatie che avevano avuto nella campagna elettorale  proprio perché hanno mostrato di essere un partito chiuso, leninista, autoritario nella struttura (altro che democrazia del Blog!), e falso negli obiettivi dichiarati, per di più eterodiretto da chi non è nel Parlamento ma pretende di giocarci come con i burattini di Pinocchio... Come potevano , con tutto rispetto, persone di debole livello  politico e culturale come i due rappresentanti, capire che potevano fare dei nomi se i loro due conduttori (Fuhrer) non li avevano programmati in questo senso...? No, il gioco di Grillo (o meglio, di Casaleggio,  suo dominus) è un altro ... Si era presentato come “Il Semplice Portavoce”, il “Generoso Magafono” e durante i suoi comizi non mancava di ironia ed autoironia... Il che fa sempre bene. Forse perché nei comizi non aveva l’auricolare in filo diretto con “Lunghi Capelli” e poteva fare il suo mestiere di comico liberamente... Adesso no. Il suo Blog fa paura a leggerlo. C’è cattiveria, c’è sarcasmo, c’è offesa, c’è di tutto tranne che ironia e autoironia (in piemontese diremmo “ Esagerôma nèn”... Non esageriamo)... e  bisogna leggere i commenti dei suoi più accaniti sostenitori talebani per capire che lì c’è di tutto, a partire dall’antisemitismo... Soprattutto, sembra la linea politica di chi non ha nulla da perdere di “uomini nuovi” senza controllo della saggezza dei vecchi. 
A sua volta c’è poco da fidarsi delle analisi del "Perfido Accusatore" Travaglio. Dopo una figura come quella che ha fatto con Berlusconi e che ha danneggiato tutti noi perché da lì è partita la rimonta del "Cavaliere Rifatto”, dopo le accuse inopportune a Grasso anche lui ci sembra quello dello sfascio a tutti i costi... C’è poco fa fare, quando comici, giornalisti (insieme a tanti altri: dai politici ai giocatori) vengono pagati troppo e diventano miliardari non ci si deve più fidare di loro...
eccovi comunque parte dell’articolo di Travaglio (che qui cerca di fare la mosca cocchiera del M5S):

"Sarebbe bastato che ieri i capigruppo fossero saliti al Quirinale con una proposta chiara e netta: un paio di nomi autorevoli per un governo politico guidato e composto da personalità estranee ai partiti (parrà strano, ma ne esistono parecchie, anche fuori dalla Bocconi, dalle gran logge, dai caveau delle banche e dalle sagrestie vaticane). Siccome Bersani, anche in versione findus, era rimasto fermo all’asse con M5S, secondo la volontà dei due terzi degli elettori, i grilli avrebbero dovuto sfidarlo ad appoggiare quel tipo governo. Che naturalmente non può essere né a guida Bersani, né tantomeno a guida M5S. Di qui la necessità di una rosa di personalità che potessero incarnare, per la loro storia e le loro idee, alcuni dei punti chiave del movimento. Sarebbe stato lo scacco matto al re. Invece lo scacco i grilli se lo son dato da soli. Col rischio di perdere un treno che potrebbe non ripassare più; di accreditare le peggiori leggende nere sul loro conto; e di gettare le basi per drammatiche spaccature.
Ieri infatti al Colle non hanno fatto nomi, ma solo allusioni, anche perché Napolitano non vuole sentir parlare di nomi extra-parti. Poi hanno chiesto ciò che non potevano avere: l’incarico. Ha prevalso l’inesperienza, o la supponenza, o la paura di essere incastrati in giochi più grandi e inafferrabili. Paura infondata, visto che i partiti sono alla canna del gas e non sono più in grado di incastrare nessuno, se non se stessi. E in ogni caso la mossa era a rischio zero e a vantaggio mille (per loro e per il Paese). É vero, come sospettavano i complottisti (che spesso ci azzeccano) che Napolitano e parte del Pd sono già d’accordo col Pdl per l’inciucio: ma, a maggior ragione, la proposta di un governo Settis oZagrebelsky li avrebbe messi tutti con le spalle al muro. E li avrebbe costretti alla ritirata, non foss’altro che per non assumersi la responsabilità di aver bocciato il miglior governo degli ultimi 15 anni (almeno sulla carta). Ora invece l’unica alternativa alle urne, che tutti invocano ma tutti temono, sarà un inciucissimo con B., più o meno mascherato. Che magari era nella testa di Napolitano e dei partiti fin dal primo giorno. Ma che ora ricadrà sulla testa dei 5 Stelle. E naturalmente degli italiani. Bel risultato, complimenti a tutti.”
M. Travaglio

venerdì 22 marzo 2013

Grasso sfida Travaglio....

Da Il Fatto Quotidiano

Pietro Grasso sfida a un “duello” televisivo Marco Travaglio. Il neo presidente del Senato ha telefonato ieri sera alla trasmissione di Michele Santoro “Servizio Pubblico” per rispondere alle critiche lanciate dal vice-direttore del Fatto Quotidiano nel suo editoriale: “Sono accuse infamanti, lo invito a un confronto tv con carte alle mano”. Nel suo monologo, il giornalista aveva attaccato l’ex procuratore nazionale antimafia: “Tra Grasso e Renato Schifani la differenza è chiara, ma bisogna smontare questa visione manichea di contrapposizione netta tra bene e male”. Ha definito Grasso ”un italiano, molto furbo, un uomo di mondo”: per Travaglio si sarebbe sempre tenuto a debita distanza dalle indagini su Cosa Nostra e politica, ottenuto consensi dal centrodestra. Non solo, sono stati sollevati dubbi sulla sua elezione a capo antimafia: “Ha ottenuto dal governo Berlusconi tre leggi per fare fuori Caselli, il suo unico rivale per la nomina”, ha attaccato il vice-direttore. Proprio quest’ultima accusa ha infastidito Grasso, che ha deciso di chiamare in diretta. Santoro ne ha approfittato per invitarlo alla prossima puntata del programma, ma per il neo-presidente la data sarebbe troppo lontana: “Non posso aspettare sette giorni, bisogna rispondere a caldo”, ha concluso Grasso, spiegando di volere un confronto immediato in un altro luogo televisivo.