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mercoledì 15 novembre 2017

L’ultima profezia di D’Alema

LA STAMPA

Italia


«Vincerà Silvio»

«Tranquilli, vincerà il centrodestra di Berlusconi». No, non è l’esperto di sondaggi di turno. La profezia, questa volta, porta la firma di Massimo D’Alema. Il vaticinio sarebbe stato fatto in incontri avvenuti nelle ultime due settimane con personalità di diversi Paesi stranieri. In ambienti diplomatici sarebbero preoccupati da quella «incertezza politica» che, dicono agenzie di rating e analisti, potrebbe «pesare sulla performance economica dell’Italia». Ecco perché avrebbero chiesto a D’Alema, tra i fondatori di Mdp, un’analisi su cosa accadrà alle elezioni del prossimo anno. Per l’ex segretario del Pds «non ci sono dubbi»: nessuna speranza di vittoria per il centro-sinistra (vale a dire la sua parte politica) né tantomeno per i Cinque Stelle. Insomma, il rischio grillino - così è visto in certi ambienti-, sarebbe scongiurato. 

Attenti, però. D’Alema è autore anche di un’altra profezia. «Impensabile che Berlusconi entri in politica», diceva nel 1993. Pochi mesi dopo ci fu la fondazione di Forza Italia. E un quarto di secolo dopo, Massimo e Silvio, sono ancora qua. 

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Davide Lessi


giovedì 5 settembre 2013

Corte di Appello di Palermo: "Il patto tra Silvio e la mafia". ( chipuò ancora far finta di non sapere...?


"Marcello Dell'Utri mediatore del patto tra Silvio Berlusconi e la mafia". Le motivazioni della corte d'Appello di Palermo (FOTO)


L'Huffington Post  |  Pubblicato:   |  Aggiornato: 05/09/2013 13:47 CEST
Ci fu un patto tra la mafia e Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri ne è stato il "mediatore contrattuale". E in tale contesto, tra il 1974 e il 1992, "non si è mai sottratto al ruolo di intermediario tra gli interessi dei protagonisti", e "ha mantenuto sempre vivi i rapporti con i mafiosi di riferimento". Ad affermarlo sono i giudici della terza sezione penale della Corte di appello di Palermo nelle motivazioni della sentenza con cui l'ex senatore del Pdl è stato condannato il 25 marzo scorso a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.
La Corte d'appello (presidente Raimondo Loforti, giudici Daniela Troja e Mario Conte) colloca la stipula di questo patto tra il 16 e il 29 maggio del 1974 quando, si legge nelle 477 pagine della motivazione, "è stato acclarato definitivamente cheDell'Utri ha partecipato a un incontro organizzato da lui stesso e (dal mafioso palermitano Gaetano) Cinà a Milano, presso il suo ufficio. Tale incontro, al quale erano presenti Dell'Utri, Gaetano Cinà, Stefano Bontade, Mimmo Teresi, Francesco Di Carlo e Silvio Berlusconi, aveva preceduto l'assunzione di Vittorio Mangano presso Villa Casati ad Arcore, così come riferito da Francesco Di Carlo e de relato da Antonino Galliano, e aveva siglato il patto di protezione con Berlusconi".
Quella riunione, secondo la Corte, "ha costituito la genesi del rapporto sinallagmaticoche ha legato l'imprenditore Berluconi e Cosa nostra con la mediazione costante e attiva dell'imputato" Dell'Utri. "In virtù di tale patto - sostengono i magistrati palermitani - i contraenti (Cosa nostra da una parte e Silvio Berlusconi dall'altra) e il mediatore contrattuale (Marcello Dell'Utri), legati tra loro da rapporti personali, hanno conseguito un risultato concreto e tangibile, costituito dalla garanzia della protezione personale dell'imprenditore mediante l'esborso di somme di denaro che quest'ultimo ha versato a Cosa nostra tramite Marcello Dell'Utri che, mediando i termini dell'accordo, ha consentito che l'associazione mafiosa rafforzasse e consolidasse il proprio potere sul territorio mediante l'ingresso nelle proprie casse di ingenti somme di denaro".
L'incontro del 1974, secondo la Corte, "segna l'inizio del patto che legherà Berlusconi, Dell'Utri e Cosa nostra fino al 1992. È da questo incontro -si legge nelle motivazioni- che l'imprenditore milanese, abbandonando qualsia proposito (da cui non è parso, ivero, mai sfiorato) di farsi proteggere dai rimedi istituzionali, è rientrato sotto l'ombrello della protezione mafiosa assumendo Vittorio Mangano ad Arcore e non sottraendosi mai all'obbligo di versare ingenti somme di denaro alla mafia, quale corrispettivo della protezione". Mangano divenne così lo stalliere di Arcore "non tanto per la nota passione per i cavalli" ma "per garantire un presidio mafioso nella villa dell'imprenditore milanese".
Dell'Utri, ricordano i giudici, ha ammesso di aver indicato Mangano a Berlusconicome persona da assumere ma ha sostenuto di non essergli amico, anzi di averne paura. Ma la Corte non lo ritiene credibile. "La continuità della frequentazione, l'avere pranzato in diverse occasioni con lui, sono circostanze -recita la motivazione- che hanno consentito di escludere che i rapporti svoltisi in un arco temporale che ha coperto quasi un ventennio nel corso del quale il Mangano è stato arrestato e prosciolto e poi nuovamente arrestato e poi ancora prosciolto, possano essere stati determinati da paura". La Corte ha ricostruito nelle motivazioni anche i pagamenti sollecitati dai mafiosi a Berlusconi "quale prezzo per la protezione", e che secondo i giudici iniziarono subito dopo l'incontro del 1974, con la richiesta di 100 milioni di lire formulata da Cinà, ed esaudita.

giovedì 15 agosto 2013

Il "travaglio" al Twiga delle pasionarie di Silvio...

LA STAMPA

Italia

Tutti zitti e beatamente al mare Il “travaglio” degli amici di Silvio

Da Alfano alla Santanchè: cosa facevano nel martedì cruciale

Erano così travagliati dal senso dell’ingiustizia sofferta dal Condannato, e dunque dall’Italia tutta, che martedì, nel cruciale giorno del pronunciamento di Napolitano sulla grazia, se ne sono rimasti zitti e beatamente al mare. Questa sì che è solidarietà.

Alfano, Santanchè, Verdini (dunque il segretario, o alcuni dei più vicini al Capo), e poi Brunetta, Lupi, Quagliariello... Se si eccettua Cicchitto, lasciato di guardia, i personaggi poco poco rilevanti del partito si sono taciuti e in nulla hanno modificato le loro abitudini sotto ferragosto. Se ne deduce che, valutata simbolicamente, la vera distinzione nella geografia del berlusconismo non è, al momento, tra falchi e colombe: è tra chi parla e chi sta zitto; chi sta di corvée e chi al sole o a mangiar ricciole al ristorante. Angelino Alfano, per esempio. Il vicepremier e il capo delle delegazione del Pdl al governo martedì sera è stato intercettato spensierato a Favignana, in mise berlusconiana da riposo (pantaloni azzurri larghi, camicia di lino blu fuori dai pantaloni, doppio bottone aperto, abbronzatura color mocassino). Il luogo, la Trattoria El Pescador, fin dal nome induceva alle più liete amenità: non solo per il menù di pesce che vi si serve, ma anche per una certa disponibilità del ministro al rito della fotografia garrula. I retroscena vi diranno che lui, capofila dei «governisti» del partito, tace per opportunità, o perché non sa che dire, Berlusconi guarda a quelli come lui con qualche diffidenza. Fatto sta che non è apparso, nel corso della cena, particolarmente cupo o scosso dalla questione dell’«agibilità politica».

Silente anche la più sveglia di tutti, Daniela Santanchè col cappello texano in Versilia, dove s’è accomodata sui lettini bianchi del Twiga del suo amico Briatore assieme a Mara Carfagna. Hanno parlato di tutto e si sono fatte fotografare domenica nel tardo pomeriggio, un Campari alla mano in spiaggia. Di tutto, ovviamente, tranne che una parola pubblica martedì - che diamine - sulle angosce del Cavaliere (e del Paese intiero). Ieri però l’eroina ha informato l’Italia che non è vero che Silvio è soddisfatto di Napolitano.

E una Santanchè in silenzio stampa è come una pitonessa senza spire; ma il Pdl sulla svaccanza ci ha costruito epopee, e è estate anche per loro, poverini, grazia o non grazia. Per Lupi in barca e Quagliariello in Puglia, per Brunetta a Ravello (dove quest’anno, in piazza, si fa vedere poco) e Schifani alle Eolie... solo i peones s’affannano a dichiarare, falchi e colombe - una finta distinzione - possono dedicarsi alla passione di sempre, il dolce far niente.

jacopo iacoboni