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mercoledì 24 luglio 2013

Quanta fretta (anche della radicale Bonino?) nel caso Ablyazov

da Il Fatto Quoridiano


Caso Ablyazov, non solo Alfano: la fretta fatale di Cancellieri e Bonino su Alma

Dopo cinque giorni dall’espulsione, il ministro della Giustizia era convinto che fosse stato giusto spedire la moglie del dissidente nelle braccia del dittatore kazako. Anche se gli avvocati della famiglia avevano consegnato due fax per affermare la validità del passaporto

Ministro contro ministro. Se per il responsabile della giustizia della Repubblica Centrafricana il passaporto rilasciato alla moglie di Ablyazov era perfettamente regolare, per il ministro della giustizia italiano, Anna Maria Cancellieri, le cose non stanno così. “Mi sono subito informata e le procedure (dell’espulsione di Alma Shalabayevandr) sono perfette. Tutto è in regola e secondo la legge”, così il ministro aveva sentenziato il cinque giugno scorso. Quanto afferma il ministro centroafricano Sende al Fatto Quotidiano è una clamorosa smentita dell’incauta dichiarazione. Dopo cinque giorni dall’espulsione, Cancellieri era ancora convinta che fosse stato giusto, formalmente, spedire una donna e una bambina di sei anni nelle braccia del principale nemico del padre, ricercato e dissidente. Tanto che il governo kazako ha precisato che il solo Ablyazov era ricercato, non certo la moglie e la figlia.

Cancellieri basava quel suo giudizio sulle decisioni del giudice di pace e delle procure di Roma, sia quella ordinaria che quella dei minori. Il giudice di pace aveva convalidato il provvedimento dellaprefettura di Roma che disponeva il trattenimento  presso il CIE di Ponte Galeria. Quella decisione del giudice di pace, che solo recentemente è finita nel mirino degli accertamenti del ministro Cancellieri, legittimò il 31 maggio alle 19 l’espulsione  via aereo di Alma e figlia. Alle 15 e 30 di quel giorno la Procura ordinaria tentò di bloccare la procedura quando l’aereo noleggiato dal governo kazako era già sulla pista. Gli avvocati dello studio Olivo, che difendono la famiglia Ablyazov, avevano infatti consegnato due fax rispettivamente provenienti dall’ambasciatore della Repubblica Centroafricana a Bruxelles e a Ginevra, che affermano l’autenticità e la validità del passaporto diplomatico della signora.

Alma Ayan (così denominato in quel documento) era titolare di un passaporto diplomatico del paese africano in qualità di consigliere del presidente. Quel passaporto però era falso, almeno secondo la Polizia di frontiera italiana che aveva realizzato una perizia (sulla base di quattro elementi, tra i quali  spiccavano due errori ortografici e la numerazione delle pagine). Il giudice di pace, tra la Polizia di frontiera e i fax dei diplomatici africani, si era fidato della prima e aveva convalidato  il trattenimento. Anche il pm Eugenio Albamonte della Procura di Roma, ricevuta la nota della Polizia di frontiera, alla fine aveva concesso il nulla osta al decollo. Un nulla osta, va precisato, che non entra nel merito della correttezza dell’espulsione, e che riguarda solo l’indagine sulla presunta falsità del passaporto che è ancora oggi aperta. Sostanzialmente il pm diceva alla Polizia che poteva rimpatriare Alma perché questo non avrebbe danneggiato l’indagine sul passaporto. Non perché era giusto farlo. La competenza sull’espulsione era del giudice di pace della Polizia. Ed entrambi pensavano che il passaporto fosse falso.

Solo sulla base di questa pretesa falsità Alma è stata consegnata agli emissari del governo kazako. Alma non aveva consegnato altri due documenti che le avrebbero permesso di restare in Italia ma che – secondo lei – l’avrebbero messa in pericolo con la sua famiglia, poiché rivelavano la sua identità di moglie di un ricercato. Resta il fatto però che il documento mostrato, quello diplomatico del Centroafrica, era vero e valido secondo l’unica autorità che poteva certificarne l’autenticità: ilGoverno Centrafricano. E non il giudice di pace o la polizia italiana. A rendere ancora più assurda questa storia è che Alma Shelbayeva era titolare di un regolare permesso di soggiorno in Lettonia, per ragioni di lavoro, che le permetteva di circolare legalmente nel territorio europeo compresa l’Italia. E di un secondo permesso di soggiorno in Gran Bretagna perché aveva ricevuto l’asilo in quanto moglie di un dissidente del regime kazako.

Le dichiarazioni del 5 giugno del ministro Cancellieri sono particolarmente gravi perché non arrivavano a caldo, prima che si conoscesse lo status di rifugiato di Alma Shalabayeva, ma dopo le prime polemiche sorte in Italia e nel mondo. Cancellieri sapeva che la donna aveva asilo politico in Gran Bretagna. Lo sapeva dalla stampa e già a quella data il ministro aveva i mezzi per saperlo ufficialmente. Questa notizia era nota alla Polizia italiana dal 4 giugno, che ne aveva ricevuto comunicazione via lettera dal capo della Polizia dell’immigrazione di Scotland Yard. Né il ministero della Giustizia, né quello degli Interni e nemmeno quello degli Esteri hanno contattato mai il ministro centroafricano. Oggi Emma Bonino riferirà in Parlamento e magari ci spiegherà anche il perché.

da Il Fatto Quotidiano del 24 luglio 2013


martedì 9 aprile 2013

Quirinale, si fa presto a dire Bonino ... Di Marco Travaglio

Certo, Travaglio sovente è saccente, supponente e velenoso all'accesso. salvo poi farsi fregare da Berlusconi, come avvenuto prima delle elezioni con l'aiuto di Santoro... Ma come dargli torto rileggendo insieme a lui il curriculum della Bonino e ricordando alcune delle scelte della braidese che a suo tempo ci fecero sempre incavolare...? In più, ricordiamo anche la posizione della radicale sugli OGM, da lei difesi anche in contrapposizione col conterraneo Carlin Petrini... E, aggiungiamo, con lei compreremmo anche l' ormai imbarazzante presenza del vecchio Pannella che se ne sta sempre appollaiato sulla spalla della Bonino... No, no, lasciamo perdere la Bonino. C'è, ci sarebbe, di molto meglio...

Ecco il pezzo di Travaglio sul Fatto Quotidiano:

Molti italiani vorrebbero vedere Emma Bonino al Quirinale. Perché è donna, perché è competente, perché è onesta e mai sfiorata da scandali, perché ha condotto battaglie spesso solitarie per i diritti civili e umani e politici in tutto il mondo, forse anche perché è sopravvissuta a Pannella e perfino a Capezzone. Insomma, un sacco di ottimi motivi, tutti veri e condivisibili. Ma della sua biografia, in questo paese dalla memoria corta, sfuggono alcuni passaggi politici che potrebbero indurre qualcuno, magari troppo giovane o troppo vecchio per ricordarli, a cambiare idea e a ripiegare su candidati più vicini al proprio modo di pensare.
A costo di essere equivocati, come ormai accade sempre più spesso, complice il frullatore del web, li ricordiamo qui per completezza dell’informazione, convinti come siamo che di tutti i candidati alle cariche pubbliche si debba sapere tutto. “Conoscere per deliberare”, diceva Luigi Einaudi, cuneese come lei.

Nata 65 anni fa, la Bonino è stata parlamentare in Italia sette volte e in Europa tre volte, a partire dal lontano 1976. Da sempre radicale, si è poi candidata nel ’94 con Forza Italia fondata da Berlusconi, Dell’Utri, Previti & C., e col centrodestra berlusconiano è rimasta alleata, fra alti e bassi, fino alla rottura del 2006, quando è passata al centrosinistra. Ha ricoperto le più svariate cariche: deputata, senatrice, europarlamentare, commissario europeo, vicepresidente del Senato, ministro per gli Affari europei nel governo Prodi. Ed è stata candidata a quasi tutto: presidente della Repubblica, presidente del Consiglio, presidente delle Camere, ministro degli Esteri e della Difesa, presidente della Regione Piemonte e della Regione Lazio, alto commissario Onu ai rifugiati, rappresentante Onu in Iraq, addirittura a leader del centrodestra (da Pannella, nel 2000).

Nel ’94, quando si candidò per la prima volta con B., partecipò con lui e la Parenti a un comizio a Palermo contro le indagini su mafia e politica. Poi, appena eletta, fu indicata dal Cavaliere assieme a Monti come commissario europeo. Il che non le impedì di seguitare l’attività politica in Italia, nelle varie reincarnazioni dei radicali: Lista Sgarbi-Pannella, Riformatori, Lista Pannella, Lista Bonino. Nel ’99 B. la sponsorizzò per il Quirinale, anche se poi confluì su Ciampi. Ancora nel 2005, alla vigilia della rottura, la Bonino dichiarava di “apprezzare ciò che Berlusconi sta facendo come premier” (una legge ad personam dopo l’altra, dalla Gasparri alla Frattini, dal lodo Schifani al falso in bilancio, dalla Cirami alle rogatorie alla Cirielli) e cercava disperatamente un accordo con lui. Sfumato il quale, scoprì all’improvviso i vizi del Cavaliere e le virtù di quelli che fino al giorno prima lei chiamava “komunisti” e “cattocomunisti”.

Molte delle sue battaglie, referendarie e non, coincidono col programma berlusconiano: dalla deregulation del mercato del lavoro (con tanti saluti allo Statuto dei lavoratori, articolo 18 in primis) alla campagna contro le trattenute sindacali in busta paga. Per non parlare del via libera alle guerre camuffate da “missioni di pace” in ex Jugoslavia, Afghanistan e Irak. E soprattutto della giustizia: separazione delle carriere fra giudici e pm, amnistia, abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, responsabilità civile delle toghe e no all’autorizzazione all’arresto per parlamentari accusati di gravi reati: perfino Cosentino, imputato per camorra.

Alle meritorie campagne contro il finanziamento pubblico dei partiti, fa da contrappunto la contraddizione dei soldi pubblici sempre chiesti e incassati per Radio Radicale. Nel 2010 poi, la Bonino fece da sponda all’editto di B.contro Annozero: il voto radicale in Vigilanza fu decisivo per chiudere i talk e abolire l’informazione tv prima delle amministrative.

Con tutto il rispetto per la persona, di questi errori politici è forse il caso di tenere e chiedere conto.

Il Fatto Quotidiano, 6 Aprile 2013