ebook di Fulvio Romano

lunedì 20 agosto 2018

Blockchain, la rivoluzione che ci sta cambiando la vita

LA STAMPA

Cultura

Compie dieci anni la tecnologia digitale che ha dato vita tra l’altro ai Bitcoin e alle altre criptovalute

Blockchain, la rivoluzione 

che ci sta cambiando la vita

Quando Paolo Tasca sale sul podio e comincia a parlare sa che la curiosità intorno alla sua lezione è pari all’impreparazione del pubblico. «Un’idea vaga ce l’ha il 5%, un’idea precisa non più dello 0,5%». Deve raccontare qualcosa che sta nascendo sotto i nostri occhi e che nella sua sconcertante rapidità è un trionfo di contraddizioni. Quell’oggetto misterioso e intrigante è la blockchain , la «tecnologia dei blocchi» che ha dato vita al bitcoin e ad altre 1780 criptovalute - monete inventate, decentralizzate e digitali - e che in realtà è in grado di cambiare tutto. Non solo di marginalizzare dollari ed euro, ma di reinventare il modo di fare business e il pagamento delle tasse, il controllo della qualità dei cibi e lo scambio di dati tra scienziati.

Intrecciata ad altre meraviglie, non meno enigmatiche, come l’Intelligenza Artificiale e il Big Data, il cloud computing e la stampa 3D, la blockchain celebra il primo decennio di vita: la vulgata vuole che sia stata concettualizzata nel 2008 da un certo Satoshi Nakamoto, ma nessuno può giurare se sia davvero un umano o il nomignolo di un gruppo di genialoidi. Di sicuro realizza ciò che le tecnologie emergenti del XXI secolo sono bravissime a fare: mandano in frantumi il vecchio mondo e ne assemblano con stupefacente rapidità uno inedito, nel quale fatichiamo ad ambientarci. «E infatti assistiamo a una dicotomia: le nicchie di pochi che sanno e implementano e tutti gli altri, per lo più ignari, che non sfruttano il tool box, la “cassetta degli attrezzi” offerta dall’innovazione».

Universo immateriale

Economista digitale, fondatore allo University College di Londra di un centro di ricerca dedicato proprio alla blockchain , consulente di aziende e organismi internazionali, Tasca ha a che fare in continuazione con la cassetta degli attrezzi, simile a un libro di formule magiche: «La blockchain ne fa parte a pieno titolo - dirà domani in uno degli incontri di “Rimini Meeting” -: permette nuove forme di architettura dei software che connettono computer e individui, ma anche aziende e organizzazioni. Così comunicano e si scambiano informazioni ed effettuano transazioni. Senza la necessità di intermediari».

Ecco il punto. Man mano che descrive la nuova rete e dirada la nebbia di cui è circonfusa, Tasca ne fa emergere l’intima natura. Quell’universo immateriale e quindi refrattario ai tentativi di visualizzarlo, come gli algoritmi o le reti neurali, è un super-Internet di ultima generazione: l’evoluzione hi-tech, che a differenza di quella biologica inganna i tempi lunghi, ha generato un prodotto più trasparente e democratico. E dalle applicazioni universali. Sebbene pochi sappiano gestirlo - ecco una contraddizione - è potenzialmente aperto a tantissimi. Con conseguenze globali.

Processi virtuosi

«Pensiamo alle logiche di business, dai prodotti ai servizi. Di fronte abbiamo la platform economy , la quale investe meno negli asset aziendali e di più nel network». Traducendo nell’esperienza quotidiana, significa, per esempio, che ogni smartphone diventa una super-filiale bancaria, personalizzata e aperta 24 ore su 24, mentre ogni dato, scambio e contratto è tracciabile nel suo percorso e sicuro da manipolazioni criminali o cadute del sistema. Ecco un altro paradosso: se la blockchain si porta dietro un’aura oscura, maturata nel dark web delle transazioni ambigue e illegali, ora che si propaga nel web delle masse, colonizzato da Google e Facebook, dimostra capacità inattese: «Sa autocorreggersi e reagire a virus e utilizzi fraudolenti di hackers». Insomma - spiega Tasca - mette in moto processi virtuosi.

Lo sanno, tra gli altri, i giovani impegnati nel far sbocciare le start up (le quali, non a caso, puntano su menti sintetiche, nanotecnologie e Internet delle Cose). Invece di cercare soldi con l’approccio tradizionale scoprono la formula che gli addetti ai lavori conoscono come «initial coin offering». «Si tratta - sottolinea Tasca - di ottenere finanziamenti attraverso piattaforme ‰ali, disegnate su scambi in criptovalute». I bitcoin e le «sorelle» movimentano un valore intorno ai 200 miliardi di dollari (pochi, se paragonati ai trilioni dei derivati), eppure - è un’ulteriore contraddizione - il processo si rivela creativo e versatile.

A dimostrarlo è il centro di Tasca: collabora con il World Food Program per registrare con accuratezza gli aiuti ai Paesi più poveri e intanto gli «sherpa» di molti governi pensano di ricorrere alla blockchain e creare sistemi ad alta efficienza per i dati sanitari o per il fisco. E, allora, la rivoluzione ci migliorerà la vita? Forse sì o forse no. È possibile - è un ennesimo paradosso - che, mentre si diffonde, la blockchain condivida il destino di altre tecnologie avanzate. «Tra un decennio potrebbe non esistere più, sostituita da qualcosa che ha contribuito a creare e che ancora non immaginiamo». 

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Gabriele Beccaria


domenica 19 agosto 2018

Si sta sgretolando l’accordo con le fazioni del Fezzan firmato con l’Italia l’anno scorso

LA STAMPA

Esteri

Si sta sgretolando l’accordo con le fazioni del Fezzan firmato con l’Italia l’anno scorso

Il gruppo dei Tebu verso un’alleanza con il generale Haftar vicino agli interessi francesi

Le tribù da Niger e Ciad

nuova minaccia

agli equilibri della Libia

L’accordo fra le tribù del Fezzan firmato l’anno scorso a Roma si sta sgretolando sotto pressioni esterne sempre più forti. L’ultimo elemento è l’infiltrazione delle tribù Tebu libiche da parte di elementi della stessa etnia provenienti da Niger e Ciad, propensi ad alimentare di nuovo il conflitto per guadagnare potere e risorse. Nelle tensioni si sono inseriti il generale Khalifa Haftar e i francesi. La regione sud-occidentale della Libia, al centro dei traffici di esseri umani ma dove ci sono anche giacimenti di petrolio, compreso il più grande dell’Eni in territorio libico, è tornata al centro delle rivalità locali ed europee.

La caduta di Gheddafi

Dalla caduta di Muammar Gheddafi nel 2011 tre gruppi si sono contesi il potere nel Fezzan. I Tuareg, popolazione berbera che vive anche nella confinante Algeria, la tribù araba dei Aulad Suleiman, e infine i Tebu, una popolazione di etnia e lingua africana. La fine della dittatura ha portato alla luce rivalità irriducibili, che si erano già espresse nella guerra in Ciad degli Anni Ottanta, quando i Tebu stavano con Gheddafi e i Tuareg contro.

La mediazione italiana, cominciata nel 2015 sotto gli auspici della Comunità di Sant’Egidio, era stata finalizzata dall’ex ministro dell’Interno Claudio Minniti il 3 aprile scorso. L’accordo era riuscito soprattutto a portare i Tebu vicino alle posizioni di Roma, interessata a sigillare il confine con il Niger per stoppare il flusso di migranti. Milizie Tebu avevano cominciato a controllare i posti di frontiera e nuovi equilibri dovevano essere completati da una missione militare italiana in Niger, poi abortita dall’opposizione del governo nigerino e della Francia. A partire da questa primavera le posizioni italiane si sono indebolite sempre più.

Il primo colpo è stato un incontro fra le tribù del Fezzan a Niamey, sotto regia francese, lo scorso 12 aprile. Al termine del vertice il leader degli Aulad Suleiman, Senussi Omar Massoud, ha accusato il governo di unità nazionale di Tripoli guidato da Fayez al-Sarraj, quindi anche l’Italia, di «non aver rispettato l’accordo di Roma», che andava «completato» dall’iniziativa francese. Gli Aulad Suleiman sono sempre stati ostili a Gheddafi, e adesso ad Haftar, e finora erano rimasti più vicini al governo di Al-Sarraj.

L’influenza francese

I Tuareg sono invece da sempre alleati della Francia. Quindi l’ultima carta in mano all’Italia restavano i Tebu. Qui si sono inserite due nuove interferenze. La prima deriva dalla battaglia fra Haftar e Al-Sarraj per il controllo dei pozzi petroliferi, riesplosa all’inizio di quest’anno. Il centro del conflitto è sulla costa, nella cosiddetta Mezzaluna del Petrolio, ma ha ricadute anche nel Fezzan. Il giacimento conteso in questa regione è l’Elephant Field, conquistato dai Tebu nel 2015 e poi ripreso dalla Guardia petrolifera alleata di Tripoli.

Ora, mentre Haftar sta preparando una nuova offensiva per riprendersi la Mezzaluna petrolifera, elementi all’interno dei Tebu sono di nuovo propensi ad allearsi con il generale, anche nella speranza di assicurarsi una fetta delle risorse petrolifere. Il figlio del capo della tribù, Abu Bakir, ha dichiarato alla testata «The New Arab» che «gli islamisti hanno fallito, i libici vogliono stabilità, per questo preferiscono Haftar», una dichiarazione di alleanza. Ma i Tebu sono alle prese con un secondo elemento di destabilizzazione, l’infiltrazione di combattenti della loro stessa etnia, ma di nazionalità ciadiana e nigerina.

Sono milizie che, secondo fonti locali, hanno già preso il controllo di varie località, come Qataroon, Murzuq (dove c’è il petrolio), Traagin, e Um Aramib, ma non si capisce al servizio di chi. Gli arabi accusano i Tebu di «ospitare questi mercenari per prendersi tutto il Fezzan». La leadership Tebu sostiene invece di essere impegnata, al fianco di Haftar, nel respingere gli intrusi. Un caos che non promette niente di buono.

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giordano stabile

Il governo alle prese con il Pil che rallenta punta su investimenti e crescita del 2%

LA STAMPA

Economia

Tria e Savona vogliono snellire le procedure insopportabilmente complesse

Il governo alle prese con il Pil che rallenta

punta su investimenti e crescita del 2%

Sono gli investimenti, secondo il governo Conte, la chiave per il rilancio dell’economia italiana. Se ben accompagnati, secondo il ministro degli Affari Europei, Paolo Savona, potrebbero spingere la crescita l’anno prossimo fino al 2%. Una cifra forse azzardata, considerando il rallentamento del Pil riscontrato negli ultimi mesi e i rischi che si profilano all’orizzonte, ma che rende l’idea di quanto l’esecutivo gialloverde creda nella necessità e nelle potenzialità della spinta che può arrivare da nuove iniezioni di denaro pubblico e privato.

Il crollo del ponte Morandi ha acceso i riflettori sull’impellenza di interventi sulle infrastrutture, ma il tema è uno dei primi toccati dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Anche in questo ambito, a differenza di Matteo Salvini, il titolare del Mef non ritiene necessario chiedere conto all’Europa di nuove risorse da spendere, ma guarda agli stanziamenti, non pochi, già in conto. Nel bilancio dello Stato sono infatti stanziati 150 miliardi in 15 anni per gli investimenti pubblici. Di questi, secondo il Mef, 118 miliardi sono teoricamente immediatamente attivabili e già scontati nel deficit. 

La richiesta di nuova flessibilità in ambito europeo è dunque un falso problema. Quello vero sono procedure complesse e capacità progettuale insufficiente che ne complicano l’utilizzo al punto da rendere biblici i tempi di realizzazione delle opere. I dati forniti recentemente dal ministero e dalla Ragioneria generale dello Stato parlano di due anni per opere di impatto minimo, dal valore di 100.000 euro, e di 15 anni per interventi sopra i 100 milioni. I passi immediati a livello formale dovrebbero quindi essere lo snellimento delle procedure e la revisione del Codice degli appalti. Concretamente invece, come già negli ultimi anni, nella prossima manovra potrebbe essere inserito lo sblocco (probabilmente per un miliardo) degli avanzi di bilancio di Comuni ed enti locali. 

In cantiere ci sarebbe inoltre la riconferma di due delle misure bandiera del piano Impresa 4.0 targato Pd, ovvero super e iperammortamento (la prima al 130% e la seconda al 250%), per chi rinnova macchinari o software. Non è escluso però qualche adeguamento di entrambe le misure.

Al Mise si sta infatti valutando la revisione dei coefficienti di ammortamento, fermi al 1988, per ridurre il tempo necessario ad assorbire il costo degli investimenti, considerato oggi troppo lungo in relazione ai ridotti cicli di vita dei beni ad alto contenuto tecnologico. Per l’iper ammortamento, potrebbe invece essere prevista una premialità per l’innovazione dei processi produttivi in chiave 4.0.  r. e.

Bernard-Henri Lévy su Genova

LA STAMPA

Italia


Genova, per un francese, è la città dove si sono amati Alfred de Musset e George Sand. 

È la Genova della «notte di Genova» in cui Paul Valéry si disse rinato alla vita dell’intelligenza e dello spirito. 

È stata, per l’adolescente che fui, la porta d’ingresso nell’Italia dei pittori e dei poeti, che era un’altra patria per tutti i giovani cittadini d’Europa e la cui scoperta, in genere in autostop, rappresentava un viaggio iniziatico.

Ho perfino un ricordo molto preciso di questa bella, orgogliosa, risolutamente moderna autostrada, di cui si erano appena inaugurate, in quell’inizio d’estate del 1966, a partire da Ventimiglia, le prime tratte e che, perché sposava l’ebbrezza del viaggio e il buon genio dei luoghi, si chiamava l’Autostrada dei Fiori.

Oggi i fiori sono pieni di sangue e Genova la Superba, la città dalla postura regale cantata dal Petrarca, che ci vedeva un’altra Serenissima, è diventata questo luogo di lutto che piange, assieme a tutta l’Italia, le 43 persone sepolte, come il genovese Branca Doria nell’Inferno di Dante, sotto le macerie del Ponte Morandi.

Allora, dinanzi a questo disastro, dinanzi alle immagini di questo ponte sospeso che sfida il cielo, ma che si vede ridotto un ammasso di detriti, di fronte a quest’opera che si voleva magnifica, capolavoro d’ingegneria e di tecnica, ma che in verità era così risolutamente fragile, non si può non porsi la questione, una volta di più, dei terribili paradossi che infestano l’architettura moderna.

Il futuro non resiste

Come al momento del terremoto dell’Abruzzo che vide, una decina d’anni fa, la città nuova dell’Aquila, con i suoi blocchi di cemento, i suoi edifici futuristici e che sembravano così solidi, sgretolarsi come castelli di carta mentre i suoi palazzi antichi, le sue chiese del Rinascimento, le sue mura restavano miracolosamente in piedi, bisogna interrogarsi sulla precarietà di questa modernità imbecille, cioè non soltanto sciocca, senza anima né spirito, ma «in-bacillum», letteralmente «senza bastone», privata di quella buona stampella, che era, secondo un altro grande poeta italiano, Pier Paolo Pasolini, la memoria dei secoli oscuri.

E poi, soprattutto, nessuno può evitare il terribile enigma di chi porta le responsabilità dirette o indirette di questa catastrofe, che mi sembra unica nel suo genere.

È stata messa sotto accusa la società concessionaria che, proprio in linea con quella «speculazione del neocapitalismo» stigmatizzata da Pasolini, sarebbe venuta meno al suo dovere di vigilanza. 

È stato accusato il potere politico e il pessimo patto intrecciato fra imprenditori poco scrupolosi e committenti irresponsabili. 

Si è vista la mano di quello che Roberto Saviano ha chiamato il «Partito del cemento», ossia di una mafia arrivata lì al termine di una lenta risalita verso il Nord, cominciata agli inizi degli Anni Sessanta. Si è parlato di ingegneri che, fin dagli inizi, si sarebbero sbagliati nei calcoli. Si à parlato dell’Europa, la cui burocrazia normativa, le restrizioni di budget e i camion polacchi avrebbero aggravato la situazione. 

L’inchiesta dirà tutto questo. Svolgerà, bisogna sperarlo, la parte del fantasma e della verità. Per il momento ci terremo a due osservazioni semplici e che fin da ora non si possono mettere in dubbio. 

L’Europa, perché se ne parla tanto e può rappresentare, a tempo debito, il capro espiatorio ideale, ha sbloccato, nel 2014, 2,5 miliardi di euro per la modernizzazione delle infrastrutture del Paese; ha convalidato, lo scorso aprile, un piano d’investimenti di 8,5 miliardi per il rinnovo solo delle autostrade e, in particolare, di quelle di Genova; e, lungi dall’aver paralizzato i meccanismi di decisione e i bilanci, ha dato il suo via libera, dal 2017, al progetto Gronda di Ponente, questa bretella che molti genovesi reclamavano da tempo e che doveva, aggirando il ponte, alleggerire il traffico che ha finito per farlo cedere.

Contro le grandi opere

E poi c’è un partito che, al contrario, è venuto meno ai suoi doveri. Al pari di Erdogan, che, al culmine della crisi finanziaria turca, si mette a proclamare di essere «contro i tassi d’interesse», c’è un movimento politico che proclama da sempre che è «contro le grandi opere», dato che queste servono solo, secondo la loro visione, a distruggere l’ambiente e a riempire le tasche dei corrotti; c’è un movimento e uno solo, quindi, che si è opposto, fino all’ultimo minuto, alla costruzione di questa deviazione autostradale, che oggi, si sa, era l’unica alternativa al viadotto. Questo movimento è quello che strilla più forte, è quello che, nel momento in cui non si conoscono ancora tutti nomi e i volti delle vittime, vuole d’urgenza un colpevole, è il Movimento 5 Stelle.

Internet, che non ha soltanto difetti, ha mantenuto la memoria di quel comizio del 2014, a Roma, in cui il fondatore del Movimento, Beppe Grillo, se la prendeva con i partigiani della Gronda: «Bisogna fermare questa gente! Bisogna fermarli con l’esercito italiano!». 

Ha conservato le tracce della venuta a Genova, in piena campagna elettorale, dell’attuale leader del Movimento, Luigi Di Maio: prometteva che, al suo arrivo al potere, l’avrebbe fatta finita con quest’inutile e funesta Gronda, che il suo ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli ha discretamente sotterrato in Parlamento il 2 agosto scorso. 

E, se i grillini hanno vergognosamente cancellato dal loro sito un testo che, a posteriori, gela il sangue e che, nel momento in cui i cittadini di Genova cominciavano a veder arrivare la catastrofe, criticava «la piccola fiaba del crollo del Ponte Morandi», i giornali hanno avuto la buona idea di archiviarlo e ripubblicarlo.

Possa l’Italia ricordarsene oltre il tempo che occorrerà per seppellire e piangere i suoi morti. 

Possiamo, tutti noi, valutare correttamente gli errori di valutazione, possibilmente criminali, ai quali conduce talvolta la demagogia populista. 

Traduzione di Leonardo Martinelli

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Bernard-Henri Lévy

The Guardian: Il governo populista italiano sta fallendo il suo primo grande test sulla tragedia di Genova

The Guardian

Opinione

Il governo populista italiano sta fallendo il suo primo grande test sulla tragedia di Genova

John Hooper

( traduzione con Google)


Il ponte Morandi di Genova, che è crollato questa settimana con la perdita di almeno 39 vite, è stato di eccezionale importanza strategica in Italia e oltre. L'autostrada che trasportava attraverso il torrente Polcevera non era una strada ordinaria. Ha collegato le due metà di Genova. Era il corridoio lungo il quale transitavano le merci da e per il secondo porto più grande d'Italia. E faceva parte di una delle rotte principali tra Italia e Francia.

 Perché la tangenziale di Genova non è stata costruita? La risposta ci dice qualcosa sull'Italia moderna
Ma perché questo tratto di strada, e il controverso ponte di 51 anni che l'ha sostenuto, ha fatto sopportare un carico così pesante - non solo metaforicamente, ma fisicamente, visto che il peso dei veicoli è aumentato nel tempo? Dubbi sulla progettazione e la costruzione del ponte Morandi esistevano da anni. Ma così anche un piano per deviare il traffico da esso, prendendo il traffico da e per la Francia in un arco di 70 km tra Genova. Perché non è stato costruito? La risposta ci dice qualcosa sull'Italia moderna.

La spiegazione più semplice è che si è imbattuto in vigorosa opposizione. Come è stato chiarito in modo imbarazzante questa settimana, l'opposizione ha ottenuto il sostegno entusiastico del Movimento a cinque stelle (M5S), il partito anti-establishment fondato da Beppe Grillo che ora è il partner senior del governo populista italiano.

Nel 2014 Grillo ha detto che l'esercito dovrebbe impedire la costruzione della tangenziale di Genova. E in un post sul sito web del M5S, rimosso in fretta dopo il disastro, i manifestanti avevano liquidato come una "fiaba" un'affermazione che il ponte poteva cedere. La resurrezione di quel posto ha evidenziato una delle più grandi differenze tra M5S e il suo partner di coalizione, la Lega di estrema destra: le loro politiche infrastrutturali inconciliabili. Gran parte del supporto iniziale di M5S derivato da gruppi di attivisti locali, come quelli di Genova, si è opposto a grandi progetti infrastrutturali. Alcuni erano schemi di combattimento che rappresentavano una vera minaccia per l'ambiente. Altri sono stati ispirati dal nimbyismo puro vestito di verde.

La Lega, al contrario, vede pesanti investimenti in infrastrutture come mezzo per rilanciare l'economia stagnante dell'Italia. È un approccio che attira anche il suo elettorato: tradizionalmente composto da proprietari di piccole imprese, ma che ora abbraccia sempre più gli elettori della classe operaia che hanno subito gli effetti diretti della globalizzazione. Entrambi i gruppi si rallegrano della retorica del capriccioso leader della Lega, Matteo Salvini, e delle promesse di protezionismo e rinascita delle vecchie industrie.

La reazione del governo al disastro potrebbe tradire il desiderio di distrarre l'attenzione da questa faglia nella coalizione. Salvini accusò dapprima Bruxelles di presumibilmente impedire all'Italia di spendere in infrastrutture, il che non ha senso: lo incoraggia attraverso il cosiddetto piano Juncker. Poi il governo ha acceso la compagnia che gestisce le autostrade del paese, accusandola di non riuscire a mantenere il ponte (anche se, secondo un precedente ministro delle infrastrutture, lo stato era corresponsabile). Più recentemente il leader del M5S, Luigi di Maio, ha scelto una lotta con il partito democratico di centro-sinistra su presunti contributi della famiglia Benetton, che controlla la società proprietaria del franchising. Un'altra risposta alla domanda sul perché la tangenziale di Genova non è mai stata costruita è radicata nella storia dell'Italia del XX secolo. Dopo la caduta della dittatura fascista di Mussolini, gli italiani hanno creato un ordine democratico in cui nessuna persona poteva esercitare il potere assoluto. Il risultato è stato un sistema bizantino di controlli e contrappesi che rende quasi impossibile eseguire le cose rapidamente o in modo decisivo.

Una delle sue caratteristiche principali è la distribuzione e la sovrapposizione delle competenze tra non meno di quattro livelli di governo: nazionale, regionale, provinciale e locale. I progetti di tutti i tipi vanno in rovina perché, mentre possono essere sostenuti, ad esempio, dal consiglio comunale, saranno poi osteggiati dal governo regionale - o viceversa. Poi c'è il potere dei tribunali di sospendere il lavoro che è già iniziato in modo da poter esaminare le obiezioni . L'Italia è tra i paesi ricchi che spendono di più per la manutenzione stradale, ed è tra quelli che spendono meno per la costruzione di strade: poiché la creazione di nuove infrastrutture è così difficile, gli operatori hanno poche possibilità, ma di correggere ciò che già esiste. Ieri è stato annunciato che il ponte Morandi sarebbe stato ricostruito. Gli operatori dell'autostrada dicono che può essere fatto in cinque mesi. Dato il danno che verrà fatto ai genovesi, e alle economie italiane, mentre l'autostrada rimane chiusa, si tratta di notizie incoraggianti.

Ma un nuovo ponte significherà ancora che il traffico che dovrebbe essere incanalato nella città verrà incanalato direttamente in esso. La domanda chiave è se il governo di Roma consentirà anche il lavoro sulla tangenziale per andare avanti. E con un ministro M5S che detiene il portafoglio di infrastrutture nel governo, ciò sembra improbabile.

• John Hooper è il corrispondente di Italia e Vaticano dell'Economist

sabato 18 agosto 2018

Ponente ligure: un’altra annata vinicola super

LA STAMPA

Imperia

L’Uva CONCEDE IL BIS

ALTRA ANNATA D’ORO

VERSO LA VENDEMMIA VITICOLTORI OTTIMISTI GRAZIE Al meteo

In un bicchiere di vino c’è racchiuso un territorio, niente di più vero. Ogni anno, a metà agosto, si può capire dove andrà il mondo enologico della Liguria, si comincia a scrutare il cielo e a valutare grappoli e terreno. La domanda è: quando si comincia a vendemmiare e come sarà il vino? «Si comincia più tardi dello scorso anno, stagione eccezionale per il caldo e la siccità, ma comunque in anticipo rispetto alle medie. Fine agosto cominceremo i bianchi per gli spumanti, inizio settembre i bianchi per Pigato e Vermentino, prima della metà di settembre i rossi», spiega «La Biffi», giovane signora del vino che ha preso in mano l’eredità di nonno Dario Enrico a Bastia di Albenga. Un po’ più a monte della stessa vallata, quella dell’Arroscia, Marco Temesio, patron della Casina Nirasca, alture di Pieve di Teco, conferma: «Non siamo di fronte a una annata anomala come il 2017, ma certo si raccoglierà prima. Presto per dire come sarà il vino, l’uva ha chicchi grandi, la pioggia che si è alternata a caldo promette una buona quantità di resa e un buon grado zuccherino. Aspettiamo, sperando che lo sbalzo termico tra giorno e notte in queste ultime settimane sia notevole». Roberto Sartori, con la moglie Bianca Dulbecco, è il patron dell’Azienda Torre Pernice, il vigneto più esteso della Liguria, nel primo entroterra di Albenga: «Lo scorso anno è stata una stagione felice per il grado zuccherino, quest’anno si preannuncia un grande raccolto anche sotto il profilo della quantità. Certo, le condizioni atmosferiche sono sempre una incognita, ma il meteo sembra giocare a nostro favore». In Liguria la produzione è di oltre cento mila ettolitri, 4 milioni e mezzo di bottiglie, 8 sono le Doc, Ormeasco di Pornassio, Rossese di Dolceacqua, Riviera Ligure di Ponente, Val Polcevera, Golfo del Tigullio-Portofino, Colline di Levanto, Cinque Terre, Colli di Luni e 4 le Igp, Liguria di Levante, Colline del Genovesato, Colline Savonesi, Terrazze dell’Imperiese. Tra i bianchi il vitigno più diffuso è il Vermentino, seguito da Pigato e Lumassina. Tra i rossi il Rossese di Dolceacqua, l’Ormeasco, la Granaccia e il Ciliegiolo. La qualità, negli ultimi decenni, si è alzata. La vendemmia 2018 sarà da ricordare.

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STEFANO PEZZINI

Sorgi: ora evitiamo di andare all’indietro

LA STAMPA

Cultura

ora evitiamo di andare all’indietro

Marcello Sorgi

Serietà vorrebbe che, giunti al quarto giorno di polemiche pretestuose sulla tragedia di Genova, e di fronte al più che motivato rifiuto della maggior parte dei familiari delle vittime di partecipare ai funerali di Stato, attorno alle macerie del ponte Morandi si tentasse una sorta di operazione verità. Per dire ciò che chiunque abbia percorso, il lungo e in largo, in su e giù il nostro Belpaese ha visto con i suoi occhi. 

La rete autostradale italiane è tutta un colabrodo, uno slalom obbligato tra corsie alternate e tunnel bui o scarsamente illuminati, con molti dei suoi tratti che risalgono a metà del secolo scorso, dimensioni inadeguate, corsie di emergenza strette o inesistenti, valichi pericolosi, colonnine telefoniche di soccorso rotte o mal funzionanti: chilometri e chilometri di deserto in cui avere un piccolo guasto, cosa che può sempre capitare, significa temere di perdere la vita, mettersi a repentaglio di finire schiacciati, o affidarsi alla carità di qualcuno che abbia cuore di, evento sempre più raro nell’Italia avvelenata di oggi.

Non è solo il viadotto che ti cade sulla testa o ti manca sotto i piedi o le ruote: è l’immancabile coda del fine settimana che ti lascia assetato o affamato per ore sull’asfalto o all’addiaccio sulle vie della neve nelle settimane bianche invernali. Spesso, troppo spesso, viaggiare in automobile rappresenta un’avventura, un rischio che non vale la pena di correre, e quando ancora vediamo i nostri figli farlo, incrociamo le dita, preparandoci a notti insonni.

L’avvento delle autostrade, costruite a tempi di record a cominciare da quella del Sole, tra i Sessanta e i Settanta, fu un salutare passo avanti nella modernità di un Paese arcaico e collegato ancora dalle antiche vie consolari romane o da viottoli e tortuosità che ripercorrevano antichi tratturi destinati a carri a trazione animale. Andare in macchina da Milano o Torino a Genova, ma anche da Roma a Napoli, voleva dire affrontare un’incognita rispetto alla quale le lentissime (fino a prima della recente Alta velocità) Ferrovie italiane non costituivano un’alternativa. La novità, la scoperta, la comodità, di poter attraversare lo Stivale da Nord a Sud, programmando un percorso di un paio di giorni senza soste, fu una delle realizzazioni più importanti, un regalo, che i governi degli anni del boom diedero a un popolo di immigrati meridionali, che ad agosto tornavano a casa portandosi sul tetto della Seicento mezza casa e la famiglia boccheggiante stipata nell’abitacolo.

Aver lasciato andare in malora questo fondamentale strumento di progresso, averlo visto inerti deteriorare, ricoprirsi di toppe malmesse, interruzioni, incerti cartelli d’allarme sbiaditi, è stata una responsabilità gravissima. Che per correttezza, sempre in omaggio alle verità scomode che non si vogliono mai dire, non si può caricare esclusivamente e nemmeno in buona parte su un governo nato da neanche cento giorni. Sono tutti colpevoli: dagli ultimi, paralizzati, esecutivi della Prima Repubblica, a quelli della Seconda, Berlusconi, e prima di lui Ciampi, che avviarono le privatizzazioni (sacrosante!) delle grandi imprese di Stato, compresa la Società Autostrade, Prodi che la implementò in condizioni di bilancio pubblico da bancarotta, affidando in blocco o quasi la rete autostradale all’Atlantia dei Benetton, e poi Dini, D’Alema, Amato, fino a Monti, Letta, Renzi e ai giorni nostri, passando per l’eredità trentennale della Salerno-Reggio Calabria e per i numerosi ministri dei Lavori pubblici che avrebbero dovuto vigilare e non lo fecero o non lo fecero abbastanza, come oggi sostiene Di Pietro, anche per discolparsi. Infine, chi sia interessato a capire quale sia la considerazione che i 5 stelle hanno delle strade, si faccia un giro per la Roma della Raggi.

Un governo serio, sempre in omaggio alla verità, dovrebbe dire chiaramente alcune cose evidenti: la Liguria è in condizioni di emergenza da almeno due decenni senza che nessuno, sindaci che a Genova hanno perso il posto per acquazzoni divenuti alluvioni, amministrazioni regionali di diverso segno ma egualmente senza soldi, ministri locali incapaci, siano riusciti a invertire la tendenza. Lo ha detto Giulio Anselmi, genovese e già direttore di questo giornale, che uno dei poli di quello che si chiamava il Triangolo industriale è ridotto peggio delle aree più desolate del Mezzogiorno, che pure lo sviluppo industriale non hanno mai conosciuto. Scaricare tutto sui Benetton, che dovranno comunque rispondere in un normale processo, si può, ma seguendo le regole dei contratti (parola magica dell’attuale esecutivo), preparandosi a pagarne i costi e rispondendo a qualche domanda: fatti fuori i Benetton, chi si prenderà cura delle macerie del ponte Morandi, più probabilmente da demolire per intero, che da aggiustare? E del resto della rete autostradale? Chi e quando ridarà la casa ai senza tetto, uguali né più né meno ai terremotati di Amatrice? Chi bandirà gli appalti e con quali fondi? Dello Stato, che non ne ha? Dell’Europa, insultata tutti i giorni? Del governo giallo-verde per metà ostile alle opere pubbliche e per l’altra metà convinto che gli appalti siano sinonimo di corruzione? Delle banche mezze sbancate e perennemente sotto accusa? Dei privati in fuga o in procinto di fuga dall’Italia in cui se vinci una gara non hai mai vinto del tutto? E nel frattempo, che si fa? Si mette un bel cartello alla frontiera francese di Ventimiglia, tipo «chiuso per ferie»? Si organizza una deviazione per camion e merci? E verso dove? Torino o più su? In una circostanza del genere, la Tav ipercontestata e in continuo ritardo sarebbe stata d’aiuto, ma si sa come sta andando a finire. Si salvi chi può: a Genova è cominciata la «decrescita (in)felice».

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Paoli: “La mia Genova, donna bellissima vestita di stracci troppo usati”

LA STAMPA

Italia

GINO PAOLI “Il crollo del Morandi darà una spinta definitiva al cambiamento che è già partito in città”

“La mia Genova, donna bellissima

vestita di stracci troppo usati”

Lo ha sempre detto: amo e odio Genova. Perché con questa città non si può fare altro. Gino Paoli, padre nobile della canzone d’autore, 83 anni, l’ha vista crescere, cambiare, sbagliare. Riprendersi. Essere lo specchio dei suoi figli, che puntualmente l’hanno ripudiata e rimpianta. Lui no. L’ha sempre fatta vivere nelle canzoni. È uno di quelli che sono sempre rimasti. E oggi guarda le nuove rovine senza perdere la fiducia.

Paoli, cos’è Genova? «Una donna bellissima, vestita di stracci. Va scoperta anche sotto la fatuità, l’apparenza. Ma anche in quel caso, con abiti modesti, talvolta troppo usati, non si mostra gratuitamente come fanno le donne oggi. L’ami e la odi perché è il destino di chi è bella. Senza odio, l’amore non è tale». Anche davanti a una tragedia? «Sì. Lo spirito di una città non cambia. Mia moglie Paola dice che per funzionare Genova avrebbe bisogno dell’intraprendenza romagnola. Da bambino, a Pegli, quando arrivavano i turisti, sentivo la gente: quando se ne vanno? Non è proprio una città nata per il turismo ma ha risvolti straordinari…». Temevo già il peggio… «… no, anzi è una città di cui ti puoi fidare. Non si muove per “belinate”, sciocchezze, ma solo per cose importanti. E quando lo fa, non scherza. Il 30 giugno 1960, in piazza De Ferrari, contro il governo Tambroni e la sua deriva autoritaria, c’eravamo praticamente tutti…». Tutti chi? «Io, Tenco, la compagnia del baretto della Foce, gli operai, i portuali, gli studenti, madri e padri, insegnanti… insomma Genova».Potrebbe riaccadere una mobilitazione così forte? «Certamente, Genova sta zitta per molti anni, si comprime fino a quando non ce la fa più. E quando si ribella è più forte del “maniman”, quel modo insolente di scongiurare le fortune del prossimo, la litania “perché lui si e io no?”. A un certo punto la città decide il proprio destino». Sta succedendo in questi giorni? «Sì, vedo i miei concittadini molto solidali. Davanti a una sciagura, la genovesità fa miracoli». Anche senza segnali inequivocabili sul futuro? «Credo che il crollo del Morandi darà una spinta definitiva, invece, a un futuro che già si intravedeva con questa amministrazione. Dai lavori sul Ferreggiano alla riorganizzazione dei negozi del centro storico. Non è proprio del mio stesso colore politico, ma fa cose che farei anch’io». Lei è stato anche in Parlamento, oggi prevale l’artista o l’uomo politico? «Anche trattare bene moglie e figli è un atto politico, sa? Però proprio nella politica vedo una gran confusione. A Nervi un vecchietto si chiedeva: se sono sempre in televisione, quando lavorano?». E lei cosa risponde? «Chi parla sempre, non lavora per nulla. Su Facebook o in televisione non ci vanno le persone che fanno qualcosa. In giro c’è un partito di persone silenziose molto più grande di chi sproloquia sui social. Un buon politico dovrebbe andare su Facebook solo dopo aver fatto qualcosa di concreto, non prima per raccogliere consensi». Per la verità, è un meccanismo molto ben collaudato dal suo amico Beppe Grillo… «Con lui sono quasi sempre d’accordo su quello che dice, quasi mai su come lo comunica». Sta dribblando un’eventuale polemica… «Antonio Ricci molti anni fa denunciò la mafia dei genovesi, c’è una legge non scritta per cui non sparliamo l’uno dell’altro. Solo uno ha fatto di testa sua, Maurizio Crozza, ma di lui non parlo io…». Il crollo del ponte Morandi è la Ground Zero genovese? «Solo in parte, perché ha riavvicinato i genovesi come non succedeva da tanti anni. Solidarietà, orgoglio e senso di appartenenza sono un’onda potente…». Sarà, ma intanto la città ha subito un G8 violento, due inondazioni, il crollo della torre piloti e adesso il disastro del Morandi… «Genova è molto fragile. Intanto è stretta fra monti e acqua e ti sembra sempre di scivolare in mare. Poi è costruita intorno a mura di cinta, a difese che abbracciano le case. Per viverci e piantare qualcosa devi rubare la terra con le fasce a secco. Quello che succede a Genova è sempre drammatico. E’ la natura che si vendica. In un modo o nell’altro…». Cosa può fare la cultura questa volta? «Noi artisti resistiamo, ricordando quello che è successo e cercando di fermare chi vuole andarsene. Abbiamo avuto grandi personaggi, come Ivo Chiesa, direttore del Teatro Stabile, che sono rimasti e sono stati ripagati dalla città». Ma come faccio a dire a un giovane che deve rimanere, se la città non gli offre nulla? «Dovrebbe chiederlo a chi l’amministra. Ripeto, non sono del mio segno politico, ma sindaco e presidente della Regione stanno facendo bene. A me interessa solo il bene dei miei concittadini». Quale sua canzone rappresenta oggi Genova? «Gliene dico due: “Genova non è la mia città” e “L’ufficio delle cose perdute”. Sono molto realistiche ma c’è anche malinconia. Sentimento ineludibile se ami un posto una persona…». Lei immagina una Genova intollerante? Se non razzista? «Impossibile. Siamo un porto da secoli. La gente si integra. Non si capisce perché ma ci riesce subito». Cos’è il bene pubblico? «Avere cura dei cittadini, lo dice la Costituzione. Quindi se lo Stato controlla gli ospedali che assistono tutti gli italiani, credo che affidare le grandi arterie a una società privata sia contro la Costituzione». BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

renato tortarolo


venerdì 17 agosto 2018

III Repubblica: parliamone di Lorenzo Baldi

Dopo una notte insonne tra Vespa e Mentana (da anni mi rifiutavo di guardare i talk show, limitandomi alla lettura dei giornali, ma l’eccezionalità del momento ha prevalso), anch’io, come Claudio Cereda, ho pensato: ecco la III Repubblica!

La I fu quella della guerra fredda, della ricostruzione e del boom economico, di una ribellione modernizzante a trazione ormai usurata (si, parlo del periodo di cui ricorre il cinquantenario), del terrorismo e del compromesso storico incompiuto.

La II tentò inutilmente di nascere con il (non abbastanza) robusto tentativo craxiano e le provocazioni irrituali di Cossiga. Fu determinata poi dalla caduta del socialismo reale e dal gattopardismo occhettiano (cambiare nome per non cambiar null’altro) che aprì necessariamente la strada a Silvio Berlusconi, perché la politica non conosce vuoti e l’elettorato, allora come oggi, si riversa e si affolla dove può. Da quel fatidico novantaquattresimo anno del secolo scorso il problema, a sinistra, fu liberarsi di Berlusconi, col combinato disposto di allegre serate e magistrati militanti. La necessità di ripensarsi, non solo davanti al crollo del passato comunista, ma al rischio di estinzione additato dal progressivo declino dei diversi partiti socialisti europei, restò in secondo piano.

Come il referendum senza sbocco di Segni mise fine alla I repubblica, il risultato elettorale di domenica scorsa chiude 25 anni di inutile alternanza, rivoluzioni liberali mancate all’appello da destra e da sinistra, politica condotta con altri mezzi. Lo scenario è evidente: Salvini ha fatto uscire la Lega da una subalternità di fatto, legata alle radici territoriali e ad un programma federalista senza interlocutori al centro e al sud. Il M5S ha conquistato la maggioranza relativa con un disegno istituzionale inquietante (il vincolo di mandato, il partito eterodiretto) ed un’innovazione non contestabile in quella parte della tecnica politica che riguarda il rapporto con l’elettorato e la formazione dell’opinione pubblica. Ecco i due contendenti che monopolizzeranno la nuova repubblica come Dc e Pci la I. E ci porteranno chissà dove.

A meno che ci diamo una mossa e mettiamo rapidamente insieme tutti, ma proprio tutti, coloro i quali vedono nell’Europa un orizzonte di libertà, prosperità e pace, pensano che la globalizzazione sia stata anche la più grande opportunità offerta ai popoli del terzo mondo per uscire dalla miseria e l’immigrazione sia il frutto di un fenomeno di proporzioni bibliche che va governato (e indica anche che, quando bambini, donne e uomini rischiano la vita per venire da noi, forse qui non ce la passiamo tanto male).

Ma gli ostacoli sono giganteschi. Il primo è la debolezza della cultura liberale in Italia. Il liberalismo se la passa maluccio anche in altre parti del mondo, indebolito da qualche eccesso di laissez-faire e dalla reazione uguale e contraria del trumpismo e della Brexit. Né mi pare giovi al mondo liberale l’eccesso di correttezza politica che non a torto induce repulsione tra chi, tutti i giorni, va a sbattere contro gli hard factsdella vita quotidiana. Eppure, è la cultura liberale, che va temperata con i (diversi) umanesimi socialista e cristiano, il perno attorno al quale dare voce al mondo composito di chi desidera vivere in un mondo aperto e globale.

L’eredità azionista ha guardato troppo allo stato e all’idea di usare la sinistra comunista come un tram per le proprie idee. E temo che l’altro tentativo in questa direzione, quello della sinistra amendoliana, abbia compiuto il suo lascito, a tempo ormai scaduto, con la presidenza di Giorgio Napolitano. Sull’altro fronte, non ha certo giovato il sistematico allontanamento degli intellettuali di formazione liberale che hanno inizialmente sostenuto Berlusconi. Così, il 33% costituito dall’orribile, improbabile inciucio, rispecchia mestamente il suo carattere minoritario nel 3% del compianto Valerio Zanone.

Ecco, quindi, per stare ai temi di formazione di buona parte di noi che abbiamo il privilegio di leggere e scrivere su questo blog, un bel tema gramsciano da rileggere e affrontare di petto. Insieme ad altri due: il sud e l’educazione.

Il sud è, forse, l’elemento che, nel breve periodo, ci darà un po’ di tregua per riordinare le idee e le forze. La mappa d’Italia che ha campeggiato in tv ci dice che esiste un ostacolo – come si diceva una volta – strutturale alla saldatura tra i due populismi, uno vincolato al mandato elettorale assistenzialista, l’altro che non può mettere a rischio il suo radicamento in un nord produttivo e produttivista (c’è però un comune interesse, immediato, a gettare a terra il pugile stordito, indebolendo il Pd o accompagnandolo nell’autodistruzione… e già cantano le sirene).

Ma il problema di un (non?) meridionalismo non assistenziale, che sia investimento con ritorno misurabile e non spesa corrente è una questione irrisolta che vale la vita o la morte di questo paese come paese europeo.

L’educazione mi sembra un tema ancora più centrale. E, talvolta, la cultura operaia e contadina di fine ‘800 mi pare più adeguata a spiegare e abitare quei mondi di quanto la moderna cultura di massa ci aiuti nella complessità contemporanea.

Più il mondo è regolato dalle tecniche e più il discorso politico, per essere semplice, diviene il discorso del bar.Ma c’è un punto che viene prima di tutto (mi pare di averne già scritto in un’altra vita, a metà degli anni ’70) ed è l’interruzione del circuito virtuoso tra la famiglia e la scuola, con la contrapposizione tra il mondo degli affetti dal quale l’autorità è stata soppressa e il mondo ostile del lavoro e dello stato, dove l’autorità sopravvive come mera tecnica di dominio. In questo schema, uno vale uno e la libertà di pensiero consiste nel continuo rigenerarsi delle superstizioni contemporanee.

Dunque, davanti a chi si sente a disagio in quest’Italia che da fondatrice d’Europa diviene la nuova speranza dei populismi altrove (temporaneamente) battuti si apre un vasto programma di ricostruzione, finalmente al di fuori delle culture e dei contenitori della I e della II Repubblica. C’è anche una riflessione da fare sul proprio impegno personale. Per parte mia, sono rimasto alla finestra per quasi 30 anni, faticando a riconoscermi in qualcosa o qualcuno e pensando di aver già fatto qualche danno. Ma oggi ci sto ripensando.


Dal Blog di Claudio Cerada

Sergio Romano “ In lode della guerra fredda” (rec. di Claudio Cereda)





Presi come siamo dalla quotidianità, gli avvenimenti importanti ci passano sotto il naso, ci diciamo che domani approfondirò e poi ce ne dimentichiamo. Tra gli argomenti importanti c'è sicuramente il rapporto tra le potenze che contano, con tutti i singoli risvolti: i trattati, le trattative diplomatiche più o meno segrete, gli impegni assunti ma non rispettati, le piccole guerre.

Sergio Romano, per via dell'aver fatto l'ambasciatore italiano prima presso la NATO e poi a Mosca (dall'85 all'89), può essere considerato un esperto oltre che un testimone.

Il libro è piccolo, ma molto denso di informazioni e di contenuti ed è ben descritto dal titolo; tutto sommato la situazione è stata più tranquilla dalla fine della II guerra mondiale alla rivoluzione dell'89 perché gli arsenali nucleari e l'esistenza di due superpotenze in conflitto-competizione, facevano sì che ci si muovesse con cautela.

A questo proposito, nei primi capitoli, Romano ci racconta dello svolgimento di alcune crisi pesanti che furono risolte dal buon senso della deterrenza: la rivoluzione ungherese associata alla crisi di Suez, lo status di Vienna e di Berlino, la primavera di Praga e l'invasione della Cecoslovacchia, l'atto di Helsinky e i trattati sulla non proliferazione. Ma ancora: la guerra di Corea, la crisi di Cuba, il Vietnam, l'Afghanistan, la guerra dei missili (SS20). Si faceva la voce grossa ma poi alla fine si costruiva l'accordo e si andava avanti.

Poi è venuta la fine del comunismo e Romano ce la racconta bene, soprattutto per quel che riguarda la situazione in URSS e la vicenda di Gorbačëv (i problemi interni al PCUS, la dissoluzione del sistema, il diverso collocarsi delle ex repubbliche).

Siamo neanche a metà libro e Romano inizia la narrazione del dopo: degli errori, delle mosse superficiali, della incapacità dell'Occidente di essere lungimirante. La Jugoslavia in dissoluzione, la Nato che diventa strumento di guerra quando è venuto meno il tema che l'aveva fatta esistere. Gli USA iniziano a comportarsi da potenza indispensabile.


L’organizzazione era stata creata nel 1950 per difendere l’Europa contro la minaccia sovietica. Ma fu impiegata soltanto dopo la fine della Guerra fredda contro un Paese che nei decenni precedenti non era appartenuto ad alcuno dei due campi e aveva contribuito, con il suo «non impegno», alla pace del continente. Fu la guerra di tutti i Paesi che facevano parte dell’Alleanza, ma il comandante supremo era americano e rispondeva delle sue scelte strategiche soltanto al presidente degli Stati Uniti. Il Consiglio militare dell’Alleanza si riuniva ogni mattina per scegliere i bersagli che sarebbero stati colpiti nelle incursioni aeree delle ore successive. Ma anche quella collegialità finì per infastidire gli americani e fu abolita nelle altre «guerre della Nato» combattute da allora.
Dopo essere stata per più di quarant’anni il necessario contrappeso del Patto di Varsavia, l’organizzazione stava diventando l’uniforme che gli americani indossano per dare una parvenza internazionalista ai loro disegni politici e strategici. Quando fu chiaro che non tutti i suoi membri avrebbero sempre risposto all’appello di Washington, fu inventata la coalition of the willing, la coalizione dei volonterosi, vale a dire il permesso di «marcare visita» per coloro che non si sentivano coinvolti in una particolare vicenda. 


Inizia l'era delle guerre e della punizione degli stati canaglia mentre la Russia è alle prese con la rinascita dell'Islam interno e con la questione Ucraina su  cui l'Occidente viola esplicitamente gli accordi a suo tempo presi tra Bush e Gorbačëv. La politica estera statunitense, ma in parte anche quella delle potenze europee, venuto a mancare il contrappeso, inizia ad essere fortemente condizionata dalla politica interna:


L’allargamento della Nato era esattamente ciò che gli Stati Uniti, mentre si trattava il problema della unificazione tedesca, avevano assicurato di non desiderare. Ma se l’America aveva vinto la guerra perché avrebbe dovuto tenere conto dei desideri di uno Stato sconfitto? La prospettiva di nuove commesse piaceva anche a quei deputati e senatori che avevano industrie militari nei loro collegi. E non potevano spiacere al presidente, infine, i voti con cui le lobby nazionali lo avrebbero ringraziato per avere esaudito i loro desideri. La Guerra fredda aveva avuto un grande merito: aveva costretto i due campi a evitare pericolose provocazioni, a comportarsi responsabilmente. La fine della Guerra fredda, per quanto concerne gli Stati Uniti, sancì invece la priorità della politica interna sulla politica estera. La profezia di Eisenhower nell’ultimo messaggio ai suoi connazionali («diffidate del complesso militare industriale») divenne ancora più attuale di quanto fosse stata nel momento in cui era stata pronunciata.


A fine libro, chiedendosi cosa accadrà, Romano pone il problema dell'Europa,


Non abbiamo alcun interesse a sperare che un ritorno alla Guerra fredda restituisca al presidente degli Stati Uniti i poteri perduti. Non abbiamo alcun interesse ad auspicare un mondo in cui la minaccia nucleare sia il solo fattore che costringe le maggiori potenze a dare prova di prudenza e buon senso. Ma non possiamo riporre speranze nella riforma delle Nazioni Unite, un esercizio che rimetterebbe in discussione il diritto di veto al Consiglio di sicurezza e che nessuno dei «grandi» è disposto ad accettare. E siamo troppo laici, infine, per credere che le parole di un pontefice romano, per quanto intelligente e accattivante, possano avere una decisiva influenza sul modo in cui gli Stati perseguono sulla scena internazionale interessi difficilmente conciliabili. Ma le inevitabili crisi dei prossimi anni saranno ancora più gravi se i Paesi dell’Unione Europea saranno costretti a subirle senza essere in grado di far pesare il proprio punto di vista. Dopo le rivolte arabe e lo scoppio della crisi ucraina abbiamo frontiere «calde» che non possono più essere lasciate alle risorse e qualche volta, purtroppo, ai capricci dei singoli Stati confinanti. La frontiera con la Russia e quella del Mediterraneo con gli Stati arabi dell’Africa del Nord e del Levante sono frontiere comuni. Ma la politica estera europea è ancora quasi sempre un confuso coro di stonate iniziative individuali.

Recensione di Claudio Cereda ( dal blog Pensieri in libertà)
In lode della guerra fredda. Una controstoria
Sergio Romano

Editore: Longanesi Collana: Le spade Anno edizione: 2015 Pagine: 132
cartaceo 16 €  ebook 9.99 €



mercoledì 15 agosto 2018

Maurizio Maggiani: in quel crollo è venuta giù l’intera citta’

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Cultura

in quel crollo

è venuta giù

l’intera citta’

Maurizio Maggiani

C’è una crosa che dagli scali della Certosa sale fino al Belvedere e dal Belvedere fin su alle fortezze collinari, si chiama Salita della Pietra e arrampa diritta per angusti orti di sassi, stecchite chiudende di ulivi, capanne sfondate per la cura di vigne da un pezzo dismesse, si prende un po’ di respiro davanti al cancello di una casa di vecchia signorilità senza più eredi e poi, inverosimile, s’infila senza paura dentro il Ponte. 

Nelle interiora del Ponte, in mezzo alle sue trippe, tra i tiranti, i piloni, le capriate e i cassoni, ombre e penombre e getti di luce, echi del trafficare lassù nelle corsie, gemiti, sibili, ruggiti di materia che freme, le fauci imbevute del gemizio di indecifrate vene d’acque e catrami di uno spermaceti megalito. Ci sono andato e riandato in Salita della Pietra proprio per questo, per passare dentro il Ponte, per palparlo, compulsarlo, spiarlo, constatare la sua immaginifica vastità, l’inverosimile complicazione, l’angosciante pesantezza, e adocchiare sgomento la vertigine della sua prospettiva. 

Perché il Ponte è lì, è lì dove è Genova, è sua parte e suo vivere; il vivere di Genova sempre e ovunque sul filo del rasoio, Genova che vive sui precipizi solo perché è ben fatta, solo dove è ben fatta. Il Ponte era ben fatto, tanto ben fatto da essere anche bello, bello della bellezza che si scopre nell’assidua familiarità, nella confidenza; centinaia di famiglie hanno accettato di vivere sotto il Ponte, non sono vite d’accatto, sono vite di via Fillak, nobili vite operaie, famiglie per bene; c’era da fidarsi a stare sotto il Ponte, come era possibile non fidarsi di tanta grandezza e maestria, vivere sotto il Ponte non è stato vivere sotto i ponti. Genova tutta ha confidato nel Ponte come ha confidato nell’Acciaio e nell’avvenire, e nell’intelligenza degli ingegneri che sanno far bene le cose, e in sé stessa che le sa fare, che le può fare, che deve farle. 

Ci siamo ficcati giù a capofitto dagli svincoli e dalle bretelle sul Ponte con cieca fiducia mille, centomila volte, non ci si sale su quel megalito senza cieca fiducia, il Ponte non può venir giù, non è proprio possibile, è come se venisse giù tutta Genova. Ieri è venuto giù il Ponte, hanno detto che è stato un cedimento strutturale; stupidaggini, è stato un cedimento morale, un cedimento spirituale, un cedimento civile, e infine forse anche strutturale. Genova non ne è stata ferita, Genova è stata ammazzata, impiccata a una campata, tale e quale il partigiano Fillak. 

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“Non sono un esperto La legge sulle pensioni forse è scritta male”

RICCARDO MOLINARI  Il leghista che ha firmato il ddl: la cambieremo 

“Non sono un esperto

La legge sulle pensioni

forse è scritta male”

«Su questa vicenda del taglio delle pensioni d’oro si sta creando un clamore che neanche sulla legge Fornero, che ha rovinato la vita a milioni di italiani. La nostra invece è un’operazione di equità», dice il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, che ha presentato insieme all’omologo Francesco D’Uva del M5S il disegno di legge condiviso dai due partiti di maggioranza per tagliare le pensioni superiori ai 4 mila euro netti e ottenere circa 500 milioni di euro.

Onorevole, proviamo allora a fare chiarezza. «La nostra interpretazione è che di fatto si debba ricalcolare soltanto la parte retributiva eccedente la soglia fissata di 4 mila euro. Questo creerebbe un piccolo contributo per alzare le pensioni minime fino a 780 euro. Chi parla di ricalcolo totale o di altro sbaglia, non è oggetto dell’accordo tra i due partiti». Il testo che circola però non parla di ricalcolo dell’assegno in base ai contributi versati, ma di taglio proporzionale all’anticipo del pensionamento. «Guardi, stanno girando tante bozze, che hanno avuto più correzioni, e io ora non ho il provvedimento con me. Il testo è ancora da assegnare alle Commissioni, è una materia tecnica». Ma lei è d’accordo con l’ipotesi di un taglio proporzionale che penalizzerebbe chi è andato in pensione in anticipo?«Assolutamente no. Dobbiamo agire sulla base retributiva e basta. Bisogna trovare un correttivo. La Lega pensa a un taglio che porti un contributo di solidarietà delle pensioni più alte a favore di quelle basse. Se la legge è scritta male comunque potremo fare meglio in Commissione». Quindi qual è il sistema che tecnicamente avete previsto? «Il metodo si vedrà, l’intento politico però è quello che le ho detto. Non voglio entrare in aspetti tecnici, non sono un esperto di previdenza. Metteremo tutto a posto». Però è stato lei a firmare con il suo collega D’Uva questo disegno di legge. «Certo, il contratto di governo prevede che i Ddl concordati dai due partiti vengano firmati dai capigruppo. Ma le ripeto: se ci saranno dubbi interpretativi la premura della Lega è di intervenire. Le posso assicurare che nessuno vuole espropriare le pensioni, né creare svantaggi a chi ha quella contributiva. Non va neppure penalizzato chi è andato in pensione prima con una quota di retributivo maggiore, visto che lo prevedeva la legge». Per quale motivo il testo è stato depositato ma non è ancora pubblicato? «Nessun mistero. Sono le tempistiche della Camera. Una mia proposta di aprile è stata pubblicata solo alcune settimane fa. Però mi faccia aggiungere: c’è un altro progetto per noi importante. Un primo assaggio di flat tax, che prevede di alzare il regime dei minimi al 15% fino ai 100 mila euro. Cambierà la vita a molti professionisti e alle partite Iva, circa 500 mila persone. Lo porteremo avanti in autunno e vedremo se il governo vuole inserirlo in manovra». BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

nicola lillo